Il coincidere cronologico dei resoconti giornalistici sull'appassionata difesa da parte di Anna Finocchiaro dell'attuale presidente del Senato, Renato Schifani - accusato in tv da Marco Travaglio di collusioni con la mafia -, e della decisione del CSM di trasferire da Milano Clementina Forleo, rea di aver voluto vedere le cose troppo da vicino a casa di Piero Fassino quando era segretario dei DS, ai tempi delle scalate bancarie, era abbastanza suggestivo per scriverci su qualche parola. Ma mi sono fatto da solo un'obiezione, che quantomeno darà al discorso un'angolazione particolare.
Mi sono infatti detto: "Per una volta non potremmo prendercela con la destra e col governo, senza tirare in ballo la sinistra e l'opposizione? Non ho certo risparmiato strali a questi ultimi, di recente. Del resto, mi basta dare una scorsa a quotidiani come Libero e il Giornale per redermi conto della mole di volgarità , ignoranza, cinismo, razzismo, xenofobia, e nostalgia di orbace e manganello che quotidianamente riversano sui loro lettori per capire quale sia la vera cifra di questa destra, indiscutibilmente la peggiore d'Europa, e tra le più pericolose".
Ci ho pensato, ci ho ripensato, e ho deciso di ignorare l'obiezione, e continuare come se niente fosse prendendomela di nuovo con la sinistra.
Il fatto è che se ancora posso accettare che una persona voti per il partito della Finocchiaro in osservanza della tradizionale dialettica destra-sinistra, sia pure nella versione da saldi di fine stagione che c'è in Italia, mi è incomprensibile che si possa continuare a vedere in quel partito un argine al berlusconismo in quanto tale, e cioè ad una particolare espressione, tra le più degradanti, della destra europea. Il tempismo e l'energia del rimbrotto della Finocchiaro a Marco Travaglio e alla Rai, dietro la consueta invocazione del diritto al contraddittorio, che vale solo per Lorsignori, e rende futile la questione se collusione di mafia vi fu o meno, è solo l'ultima epifania della vecchia retorica dalemiana del "paese normale" che codificava il rifiuto di questa sinistra di prendere atto dell'anomalia profonda della destra italiana. Piuttosto questa sinistra si preoccuperà che Clementina Forleo abbia la lezione che si merita.
Ma vi è un'altra ragione per cui è sciocco fare sconti al PD. Io credo che la gente abbia una debole percezione di come l'usurpazione della funzione progressista nella nostra società , da parte di chi ha ridotto i valori progressisti a mera apparenza, finisca per svuotare la funzione progressista stessa e renderla inoperante. Finché una consistente potenza finanziaria e mediatica continuerà a creare le condizioni di consenso per questa sinistra - opponendosi alla destra più per ragioni di competizione di mercato, che per valori culturali e ideologici - le energie rinnovatrici latenti nel nostro paese verranno prima captate, e poi dissipate in schermaglie come quelle della Finocchiaro, che dovendo sparare a un bersaglio preferirà sempre prendersela con Marco Travaglio che con Renato Schifani. E non a dispetto di ciò che Travaglio dice, ma proprio per ciò che dice.
La possibile eliminazione della dualità monetaria a Cuba, uno dei problemi più complessi della sua economia, non restituirà potere d'acquisto alla popolazione, né creerà "di per sé" nuova ricchezza, avverte un documento preparato dai militanti del Partito Comunista al governo.
Il testo che guiderà l'analisi del tema nelle riunioni di studio previste a metà di questo mese, tanto in questa organizzazione politica come nell'Unione dei Giovani Comunisti (UJC, nella sigla in spagnolo), cerca di corregere la mancanza di informazione riguardante l'esistenza di una moneta nazionale ed una convertibile, la disparità tra le due e la loro possibile unificazione.
. Questa discussione riveste una speciale importanza nella fase aperta dopo l'annuncio, il 28 Aprile, che alla fine del 2009 si terrà i già rinviato VI Congresso del Partito Comunista di Cuba (PCC), che dovrà tracciare la rotta da seguire nei prossimi anni. La normale scadenza dei congressi è di cinque anni, benché in questo caso la V edizione si tenne nel 1997.
Inoltre si tratta di un tema che richiede consenso ed è stato ben presente nei dibattiti promossi dallo stesso governo a margine del discorso pronunciato il 26 Luglio 2007 da Raul Castro, allora presidente ad interim a causa della malattia di suo fratello Fidel, e oggi riconfermato nella carica.
Gli specialisti hanno ricordato che la dualità monetaria potrebbe anche figurare tra quegli argomenti che richiedono analisi "profonda, razionale e collaggiale" menzionati da Raul Castro quando il 24 febbraio ha assunto la presidenza del Consiglio di Stato.
In questa occasione il dirigente governativo disse che per evitare effetti traumatici ed incongruenze, qualunque cambiamento legato alla moneta deve essere concepito sotto un'angolazione a 360 gradi, che tenga conto di fattori come il sistema salariale, i prezzi al dettaglio, le forniture gratuite e i sussidi statali per molte merci e servizi.
"La gente si aspetta che quando la dualità monetaria verrà eliminata il suo reddito reale migliorerà , una cosa che non può accadere se non c'è incremento della produzione", dice Pável Vidal, professore e ricercatore del Centro Studi di Economia Cubana (CEEC, secondo la sigla in spagnolo), dell'Università dell'Avana, rispondendo a IPS.
Autore di vari articoli sul tema, Vidal sostiene che l'eliminazione della doppia moneta e una politica monetaria e salariale più flessibile, accompagnate da riforme strutturali, comporterebbe benefici allo sviluppo dell'economia cubana che si tradurrebbero in una graduale soluzione di molte delle carenze e difficoltà che opprimono una buona parte della società cubana.
Al riguardo il materiale di studio del PCC afferma che la soluzione alla perdita del potere d'acquisto del salario non dipende da decisioni i cui effetti si riflettono solo alla sfera monetaria, ma dalla produzione, che deve garantire l'adeguato funzionamento dell'economia.
Allo stesso modo chiarisce che l'eliminazione della doppia moneta non può essere conseguita mediante la sostituzione del peso cubano al peso convertibile ad un tasso di uno a uno, "come alcuni potrebbero erroneamente pensare". Il peso convertibile (cuc) vale presso gli uffici statali di cambio (Cadeca S.A.) 25 pesos cubani e 1,25 dollari statunitensi.
"L'unificazione monetaria sarà raggiunta nel momento in cui il peso cubano sarà l'unica moneta che circola nel nostro paese, con un unico tasso di cambio, ma questo ed il potere d'acquisto di questa moneta unica - il peso cubano - non dipendono e non dipenderanno da una decisione amministrativa, ma dal livello di forza ed efficienza" dell'economia, si legge nel testo.
Secondo Vidal da vari anni esistono le condizioni per passare ad una moneta unica, dato che le finanze interne presentano uno stato "abbastanza equilibrato" e l'economia si è "dedollarizzata" nel 2004, quando la libera circolazione della moneta statunitense è stata sostituita dal peso convertibile.
Secondo lui il "collo di bottiglia" sta nel risolvere alla base la dualità del tasso di cambio, che nelle imprese è uno a uno, mentre presso le Cadeca è di 24 pesos all'acquisto e di 25 alla vendita, passare ad un sistema di cambio o di cambio unico, e poi dare convertibilità al peso cubano nel segmento dell'impresa.
L'esperto ritiene che si potrebbe cominciare dalla svalutazione graduale del peso cubano nelle imprese e, parallelamente e in funzione della crescita economica, si rivaluterebbe gradualmente il tasso di cambio delle Cadeca.
"Quando questi due tassi di cambio si incontrano, si potrebbe passare ad una sola moneta", chiarisce Vidal.
Per lo specialista la dualità monetaria complica la contabilità e la politica economica, impedisce relazioni e fusioni tra aziende, indebolisce il mercato interno, sfavorisce l'espansione delle esportazioni e limita l'investimento straniero, tra gli altri impatti negativi.
Lo stato paga i salari e le pensioni in pesos cubani, utilizzati per pagare i servizi pubblici di base, frequentare centri culturali e sportivi, acquisire alcuni prodotti industriali, gli alimenti negli agromercati e quegli articoli sovvenzionati riguardanti una cesta alimentare rivolta alle famiglie.
A sua volta il peso convertibile, che rimpiazza il dollaro statunitense dal 2004, permette di accedere a determinati servizi e fare acquisti nelle cosiddette "rivendite di recupero in divisa" (TRD, dalla sigla inspagnolo), anch'esse statali, in cui vengono offerti prodotti di base di qualità più elevata, così come elettrodomestici, mobilio ed altri generi di consumo domestico.
Create al principio degli anni 90, insieme alla depenalizzazione del possesso di dollari statunitensi, le TRD protraggono da allora un regime di prezzi gravati da un imosta al consumo intorno al 200% sulla tariffa all'ingrosso di importazione.
La liberallizzazione della vendita a partire da aprile nelle TRD di varie tipologie di elettrodomestici, tra cui computer precedentemente proibiti per i consumatori nazionali, ha fatto aumentare nelle ultime settimane le vendite di questa rete commerciale ed ha permesso il recupero di circolante in cuc in una quantità non comunicata ufficialmente.
Ma la famiglia cubana si vede anche obbligata a rivolgersi a questo mercato per completare la sua dieta alimentare con prodotti di prima necessità che la carta annonaria non include. Perciò alcuni economisti considerano importante un ribasso dei prezzi che dia maggiore capacità di acquisto a chi ha meno risorse.
La dualità monetaria si impose nel contesto delle misure adottate dal governo cubano per affrontare la crisi economica innescata nell'isola dopo la sparizione dell'Unione Sovietica e del campo socialista europeo, verso cui erano orientate in maggioranza le sue relazioni commerciali.
Tra il 1989 e il 1993 il prodotto interno lordo cadde del 35%, si perse più dell'80% del commercio estero, il consumo di combustibile si ridusse a meno della metà e scomparvero le fonti esterne di finanziamento.
Il testo del PCC cità anche tra le cause della recessione l'approvazione negli Stati Uniti delle leggi Torricelli (1992) e Helms-Burton (1996) che accentuarono il blocco economico (che questo paese chiama embargo) contro Cuba, in vigore dagli anni 60 e ostacolarono il suo reinserimento finanziario e commerciale nel mutato contesto.
A margine del boicottaggio della Fiera Internazionale del Libro di Torino, sono tornate a fioccare con insolita frequenza le accuse di antisemitismo, e dato che io appoggio todo corde il boicottaggio di Israele - e non della sola Fiera -, e non sono antisemita, vorrei dire due parole sull'argomento.
Per cominciare dirò che se sono sempre stato un po' evasivo su questo argomento non è stato per quieto vivere, ma per una circostanza di cui porta la responsabilità Jean Paul Sartre. Nel 1946 Sartre scrisse uno straordinario saggio sull'antisemitismo, così penetrante e letterariamente pregevole, che riesce difficile aggiungere qualche parola sull'argomento, se non l'invito a leggerlo (si intitola appunto "L'Antisemitismo", ed è disponibile per pochi euro negli Oscar Mondadori). E' irritante, oltreché dispersiva, questa tendenza a ripartire sempre da zero nei dibattiti, come se mai nessuno fino a quel momento si fosse interrogato sul tema.
Ciò per cui il saggio di Sartre spicca in una maniera che lo raccomanda è che non si tratta di un'analisi sociologica o storica dell'antisemitismo europeo (anzi francese, visto che l'autore ha sotto gli occhi soprattutto gli esempi della Francia del secondo dopoguerra). Da filosofo Sartre analizza le forme del pensiero e del linguaggio antisemita, ed è talmente efficace nel caratterizzare questo comportamento che il lettore pensa di aver acquisito attraverso la lettura una particolare perspicacia nell'individuare l'antisemitismo anche nelle sue forme più larvate e mimetizzate.
Per questa ragione il lettore del saggio di Sartre, di fronte al disinvolto uso che si fa oggi dell'accusa di antisemitismo, rimarrà perplesso e penserà : "Ma di cosa diavolo stanno parlando? Hanno un'idea del significato delle parole che usano?"
Ai fini del discorso che mi interessa fare qui, a proposito della Fiera, mi rifarò ad un esempio di cliché antisemita che Sartre illustra nel suo libro. Un "vero" francese, giovane e di orientamenti moderni e liberali, che si è presentato ad un concorso pubblico di professore di liceo e che non ha avuto il posto si sente chiedere da un conoscente com'è andata. E risponde: "Male, ma che vuoi? Con tutti quegli Ebrei candidati che possibilità avevo io di farcela?" Il conoscente allora si dirà dispiaciuto dell'incidente, e il "vero" francese risponderà che non è una tragedia, che non ci teneva poi molto, e infatti non si era neanche preparato a puntino.
Sartre qui osserva che l'essersi presentato in competizione con Ebrei assume per il "vero" francese un valore di spiegazione dell'insuccesso che, singolarmente, finisce per avere un peso superiore alla sua scadente preparazione. Perché prendersi il disturbo di scendere nei dettagli di una cosa riuscita storta, quando di mezzo ci sono gli Ebrei, il che spiega già tutto?
Prendiamo ora una delle accuse ad Israele che più facilmente fanno scattare l'accusa di antisemitismo, e cioè l'affermazione che Israele è nato dalla pulizia etnica del popolo palestinese. Dire ciò è senza dubbio antisemita. Chiameremo questa affermazione la proposizione I.
Qualcuno potrebbe obiettare che questa tesi storiografica è stata elaborata soprattutto dallo storico ebreo-israeliano Ilan Pappe, ed è perciò assurdo etichettarla di antisemitismo. Ma qui si risponderà che Ilan Pappe non può certo rappresentare il popolo ebraico. Lui è parte di una insignificante e sospetta minoranza che odia Israele, mentre le opinioni e i sentimenti verso questa nazione della stragrande maggioranza degli Ebrei di tutto il mondo sono ben differenti. Chiameremo questa la proposizione II.
A questo punto, guai a dire che sarebbe auspicabile un atteggiamento più critico verso Israele da parte delle comunità della Diaspora, e che non si può pretendere di essere gli eredi morali della tragedia dell'Olocausto quando si chiudono volentieri gli occhi a tutti i rapporti delle più rispettate organizzazioni dei diritti umani del mondo che documentano in maniera dettagliata il comportamento criminale di Israele verso i Palestinesi. Vi sentirete infatti rispondere che proprio queste parole, che mescolano il concetto generale di ebraismo con le vicende politiche dello stato di Israele, provano la falsità di intenti dell'antisionismo, che in realtà è solo una forma mascherata di antisemitismo. E questa è la proposizione III.
Rileggete ora insieme le proposizioni I, II, e II, e vedete se non presentano gli stessi non sequitur del "vero" francese citato da Sartre, che accusa gli Ebrei dei suoi insuccessi professionali nel momento stesso in cui ammette le sue carenze di preparazione. E' bianco, anzi no è nero, anzi no è sia bianco che nero. E' come meglio conviene al momento.
Vi è però tra le due situazioni una profonda differenza. Sartre sostiene che è inutile cercare di far ragionare l'antisemita, perché l'antisemitismo è una passione e non un'opinione. L'antisemita ha bisogno di essere antisemita, e non rinuncerà a questa soddisfazione pulsionale solo per onorare i requisiti della logica.
In chi muove accuse infondate di antisemitismo vi è invece qualcosa di diverso, una sorta di arrogante fiducia di non avere bisogno della logica per vincere la partita. Israele è la più grande potenza militare dell'occidente, è alleata con l'unica superpotenza mondiale, gode dell'appoggio dell'establishment mediatico europeo e statunitense, e ancora riesce a grattare il fondo del barile dei sensi di colpa degli Europei per le loro storiche responsabilità verso gli Ebrei. Combinando tutti questi fattori risulta che il messaggio contro Israele è debole e sporadico, quello filoisraeliano è come la pubblicità : enfatica, onnipervasiva ed ipnoticamente ripetitiva.
Chi ha voglia, con queste carte in mano, di perdere tempo con la logica?
Al termine del corteo di Torino che ha deluso tutti i media che hanno dovuto assistere a una manifestazione noiosamente pacifica, vi è un dato che vorrei subito porre in rilievo.
Dopo che per giorni si è detto che il boicotaggio era fallito e si adduceva a prova l'alta frequenza di visitatori "prevista" in base alle prenotazioni, l'ANSA titola il suo approfondimento online: "Al Lingotto tutto normale ma meno gente".
Rolando Picchioni, il presidente della Fiera che aveva avuto la brillante idea di invitare come ospite d'onore un regime apartheid e che tanto si era prodotto nelle rosee "previsioni" dichiara all ANSA: "Sono i media che hanno ucciso questa Fiera", ammettendo che, quanto ad affluenza, "siamo andati malino".
A voi le conclusioni.
Scrivo queste poche parole sulla tragedia della guerra civile che rischia di abbattersi ancora una volta sul Libano senza aver avuto ancora il tempo di assorbire quella ragionevole mole di informazioni che permetterebbe di parlare con cognizione di causa. Quindi quello che sto per dire ha un carattere astratto, che spero di precisare nei giorni a venire, anche se preferirei che il Libano uscisse subito dalla cronaca per il pacifico disinnescarsi delle attuali tensioni tra le varie componenti etniche e religiose.
Aggiungo, per dovere di franchezza, che non ho mai fatto mistero delle mie simpatie per il controverso movimento scita degli Heztbollah.
Quella che sta avendo luogo in Libano è una curiosa crisi del principio stesso dello stato nazione. Non si può contestare la volontà di un governo legittimo di smantellare le strutture paramilitari e le milizie irregolari che ci sono sul suo territorio, quali che siano le ragioni che hanno condotto alla loro costituzione.
Al tempo stesso se il sud del Libano oggi non è nelle condizioni delle Alture del Golan, della West Bank, di Gaza e di Gerusalemme Est, è solo per la determinazione e la capacità di combattimento di Hetzbollah, che hanno difeso con il sangue ogni palmo del territorio nazionale. Finché lo dico io non conta. Ma chiedetelo a qualunque libanese, anche tra i sunniti o i maroniti che odiano Hetzbollah, e riceverete la stessa risposta.
Aggiungiamo che le difficoltà per l'elezione del presidente della Repubblica, sono anche il portato di una Costituzione che determina un'anacronistica sottorappresentanza parlamentare della componente scita libanese, che ne facilità l'isolamento politico. Non fosse per questo il cristiano Michel Sleiman, già capo di stato maggiore delle forze armate libanesi, sarebbe da un pezzo capo dello stato.
In questa situazione irta di difficoltà , che discendono direttamente dalle incoerenze alla base del patto nazionale libanese, il primo ministro Siniora ha pensato bene di chiudere una rete telefonica di Hetzbollah attiva dal 2000, e di rimuovere il responsabile dell'aeroporto internazionale di Beirut perché considerato vicino al movimento scita.
Prima di dare la colpa degli scontri ad Hetzbollah ci si chieda se Siniora non aveva giudicato maturi i tempi per una provocazione ed uno scontro con Hetzbollah che servisse ad agevolare l'interferenza USA, francese e saudita nel paese.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto che non vuole più vedere i terroristi in televisione.
In una democrazia, la prima osservazione che andrebbe fatta è che i terroristi appaiono in tv all'interno di spazi giornalistici, e sono i giornalisti, e non i politici - in una democrazia - a decidere chi invitare e intervistare. Al momento non ho ancora sentito nessuno che ripetesse questa ovvietà .
In secondo luogo, Napolitano segue con molto scrupolo la massima secondo cui il perbenismo serve prima di tutto a colmare i vuoti di una morale autentica. Appare assai "per bene" indignarsi se l'ex brigatista rosso - che ha saldato i conti con la giustizia - viene chiamato a rendere la sua testimonianza, in un paese in cui i mandanti delle stragi fasciste sono stati protetti in ogni modo dalle istituzioni cosiddette "deviate", e non uno solo di loro è finito in galera.
In terzo luogo, Napolitano intende in modo tutto particolare il principio di essere il "presidente di tutti" . Essendo stato eletto nella sua qualità di candidato di sinistra, deve ora bilanciare il dato con una particolare apertura verso ciò che sta a cuore alla destra, in questo caso una ricostruzione in stile questurino della storia degli Anni di Piombo.
Infine, ed è la cosa più importante di tutte, in questa repubblica fondata sulle tv, dove l'apparizione per cinque minuti all'interno del tubo catodico, è forse l'esperienza culmine nell'esistenza di un cittadino, non si può pretendere che un ex brigatista riceva questa unzione semi-divina, riservata ai Lapo Elkan o a Miss Italia.
Il mondo sta assistendo a un terribile crimine contro i diritti umani a Gaza, dove un milione e mezzo di esseri umani sono stati imprigionati senza praticamente alcun accesso al mondo esterno. Un'intera popolazione sta subendo una brutale punizione.
Questo rozzo infierire sui Palestinesi di Gaza fu drammaticamente deciso da Israele, col sostegno degli Stati Uniti, dopo che i candidati politici che rappresentavano Hamas vinsero la maggioranza dei seggi nel parlamento dell'Autorità Palestinese nel 2006. Le elezioni furono unanimemente giudicate corrette da tutti gli osservatori internazionali.
Israele e gli Stati Uniti rifiutarono di accettare il diritto dei Palestinesi di formare un governo di unità nazionale con Hamas e Fatah, ed ora, dopo una lotta interna, Hamas controlla da sola Gaza. Quarantuno dei quarantatre candidati di Hamas eletti che vivevano nella West Bank sono stati imprigionati da Israele, più altri dieci che avevano assunto cariche durante la breve durata del governo di coalizione.
Qualunque cosa si pensi della lotta tra Fatah e Hamas nella Palestina occupata, dobbiamo ricordare che le sanzioni e le restrizioni alla fornitura di acqua, cibo, elettricità e carburante stanno creando grande sofferenza tra la gente innocente di Gaza, circa un milione di cui è fatto di rifugiati.
Le bombe e i missili israeliani periodicamente colpiscono l'area, causando un alto numero di vittime sia tra i militanti che tra donne e bambini innocenti. Prima dell'uccisione molto pubblicizzata la scorsa setimana di una donna e dei suoi quattro bambini, questa consuetudine era stata illustrata da un rapporto di B'Tselem, la principale organizzazione dei diritti umani di Israele, che ha riportato che 106 Palestinesi erano stati uccisi tra il 27 Febbraio e il 3 Marzo. Cinquantaquattro dei quali erano civili, e 25 avevano meno di 18 anni di età .
In un recente viaggio in Medio Oriente ho cercato di arrivare ad una migliore comprensione della crisi. Una delle mie visite fu a Sderot, una comunità di circa 20.000 abitanti nel sud d'Israele, frequentemente colpita da razzi sparati dai pressi di Gaza. Ho condannato questi attacchi come abominevoli atti di terrorismo, dato che negli ultimi anni hanno prodotto 13 vittime tra i non combattenti.
Successivamente mi sono incontrato con i leader di Hamas - una delegazione da Gaza e funzinari di alto livello di Damasco. Ho ripetuto la stessa condanna a loro, e li ho pressantemente invitati a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale o ad orchestrare con Israele un accordo per mettere termine a tutte le azioni militari a Gaza e dintorni per un lungo periodo.
Hanno risposto che un simile modo di agire da parte loro in passato non era stato corrisposto dalla controparte, e mi hanno ricordato che Hamas aveva in precedenza insistito su un cessate il fuoco in tutta la Palestina, comprendendo Gaza e la West Bank, che Israele ha rifiutato. Hamas ha allora avanzato la pubblica proposta diun mutuo cessate il fuoco nella sola Gaza, ed anche questo è stato respinto da Israele.
Vi sono argomenti molto forti da entrambe le parti riguardanti le colpe per la mancanza di pace in TerRa Santa. Israele ha occupato e colonizzato la West Bank Palestinese, che è approssimativamente un quarto delle dimensioni della nazione d'Israele come è riconosciuta dalla comunità internazionale. Alcune fazioni religiose israeliane affermano di aver diritto alla terra su entrambe i lati del fiume Giordano, altri che i loro 20 insediamenti per un totale di circa 500.000 persone sono necessari per la "sicurezza".
Tutte le nazioni arabe si sono dette d'accordo a riconoscere in pieno Israele se accetterà le risoluzioni chiave emesse dalle Nazioni Unite. Hamas si è detta d'accordo ad accettare qualunque soluzione di pace negoziata tra Israele e il presidente della utorità palestinese, Mahmoud Abbas, se sarà approvata dal popolo palestinese attraverso un referendum.
Tutto ciò appare promettente, ma nonostante gli squilli di fanfara e le dichiarazioni di apertura fatte alla conferenza di pace lo scorso novembre ad Annapolis, il processo è andato indietro. Novemila nuove unità di abitazione sono state annunciate in Palestina; il numero dei blocchi stradali nella West Bank è aumentato; e lo stragolamento di Gaza è stato intensificato.
Un conto è rivolgersi agli USA per gli aspetti chiave del processo negoziale, altra cosa è che il mondo rimanga in silenzio mentre gente innocente viene trattata con crudeltà . E' ora che forti voci in Europa, negli USA, in Israele, e altrove si levino per condannare con forza la tragedia di diritti umani che si è abbattuta sul popolo palestinese.
Dopo l'arrivo di qualche incerto risultato i due contendenti si sono entrambi attribuiti il trionfo nel referendum sullo Statuto Autonomo del Dipartimento di Santa Cruz di domenica scorsa 4 maggio.
Come sappiamo chi ha ragione?
Per pesare e giudicare il risultato di un'azione è utile ricordarsi la meta che l'autore si proponeva.
L'oligarchia cruceña aveva bisogno di una massiccia presenza alle urne: era l'unico espediente che potesse indebolire l'accusa del governo sull'illegalità della consultazione; colto questo obiettivo si sarebbe potuto sostenere che era sì una procedura illegale, ma legittima per la massiccia espressione di volontà popolare sul tema dello Statuto Autonomo, e il governo non poteva ignorare ciò.
Da parte sua il governo, il MAS, e i movimenti sociali si erano proposti il più alto astensionismo possibile per togliere peso ai risultati delle urne, dove si pronosticava un ampio prununciamento per il SI.
A questa consegna della propaganda ufficiale di disertare le urne, si era poi aggiunta l'indicazione per il NO di alcuni settori preoccupati dalle pressioni dell'opposizione per forzare la gente ad andare a votare.
Le cifre a disposizione non sono cifre ufficiali e probabilmente non lo saranno mai, perché non vi erano osservatori neutrali - per non dire della scoperta di schede già segnate per il SI prima di arrivare al seggio - ma se prendiamo le ultime cifre fornite dai media e citate dal governo si può dire che l'astensione è andata oltre le speranze: a Santa Cruz l'astensione fu del 17% nel referendum autonomistico del 2006, ed ora è arrivata alla cifra del 39%, e questa cifra, sommata ai voti per il NO e ai voti nulli, arriva praticamente alla metà dell'elettorato, un 48,3%. Ogni 10 elettori, circa quattro non sono andati a votare ed uno ha votato NO o ha annullato la scheda.
In base a questa analisi il governo e i suoi sostenitori possono dirsi soddisfatti. Occorre tuttavia chiedersi se si può parlare di trionfo quando poco più della metà dell'elettorato cruceño si è espresso contro il progetto di paese che Evo Morales propone, e ha appoggiato in coscienza o sotto manipolazione i grandi gruppi oligarchici che dominano economicamente, ideologicamente e politicamente la regione
Ci sarebbe anche da chiedersi se questo risultato potrà essere attribuito solo alla machiavellica azione dell'oligarchia appoggiata dall'imperialismo.
Sembra più probabile che abbiano avuto un peso anche errori e debolezze del governo e del MAS, il suo fondamentale strumento politico.[1] Evo Morales non chiamò infatti a votare per il NO nel referendum autonomistico del 2006, tenuto contemporaneamente all'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente, lasciando la bandiera dell'autonomia nelle mani della reazione (qualcosa che gli stessi dirigenti del MAS hanno più tardi ammesso)? Non si sono forse applicati nella zona est del paese schemi organizzativi e criteri che cozzano con l'idiosincrasia delle terre basse? Non si è forse etichettato come oligarchia separatista qualsiasi cosa che, seguendo un sentire comune vecchio di generazioni, si è manifestato a favore dell'autonomia, ignorando le contraddizioni che esistono tra i grandi oligarchi filoimperialisti e una parte importante dei settori medi urbani bianchi che, per quanto critici verso alcune linee dell'attuale azione governativa, in definitiva appoggiano il governo perché dà dignità ai popoli indigeni e afferma la sovranità della patria?
Ma anche se si può discutere di chi ha vinto elettoralmente, e ogni contendente con diversi argomenti può attribuirsi la vittoria, ciò che è indiscutibile è che il progetto di paese di Evo Morales ne esce rafforzato. La maggioranza dei settori popolari della Bolivia, specialmente i movimenti contadini indigeni e i lavoratori urbani, ha compreso cosa c'era dietro questo progetto dell'oligarchia cruceña, che usa demagogicamente la bandiera dell'autonomia. In questo senso hanno reagito anche importanti settori professionali e tecnici. Particolarmente significativo è che il gruppo "Santa Cruz Somos Todos", nelle fauci stesse del mostro e a rischio dell' incolumità dei suoi membri e delle loro famiglie, ha cantato fuori dal coro invitando a votare NO.
Questa oligarchia cercava e continua a cercare di abbattere il primo presidente indigeno dell'America Latina per tornare a controllare le immense ricchezze della nazione e che hanno iniziato ad essere controllate dallo stato, con la decisione del 1 Maggio del governo di procedere in questa via annunciando il recupero del controllo di maggioranza su quattro compagni3e petrolifere multanazionali e la nazionalizzazione di ENTEL, la compagnia di telecomunicazioni Un'oligarchia che non ha mai compreso l'invito a realizzare una vera riforma agraria e a distribuire in modo più equo la ricchezza in America Latina fatto quasi mezzo secolo fa dal presidente degli Stati Uniti, John Kennedy. Chi faceva questo invito era un liberale borghese che non potrebbe in alcun modo essere catalogato come comunista, e lo faceva per fermare l'avanzata della rivoluzione nella nostra America.
Ma questo popolo non solo ha compreso ciò che era in gioco, ha anche sentito la necessità di articolare le sue lotte per colpire la piccola elite che, appoggiata dal governo degli Stati Uniti, cerca di capovolgere il processo della Rivoluzione Democratica e Popolare che il paese vive. Dai giorni del trionfo di Evo Morales è stato il 1 di Maggio che il movimento operaio rappresentato dalla leggendaria Central Obrera Boliviana presieduta dal suo segretario generale, il dirigente minerario Pedro Montes, prendeva parte per la prima volta alla stessa mobilitazione dei movimenti contadini indigeni, e tutto fa pensare che questo atto unitario, che implica porre al di sopra delle differenze naturali e delle contraddizioni tra i vari gruppi l'interese della patria boliviana, è destinato a lasciare un segno profondo.
Le organizzazioni popolari boliviane sembrano aver capito che l'unità di tutti i settori che difendono il progetto di paese umanista e solidale, rispettoso delle differrenze e rispettoso della natura, promosso dal Presidente Evo Morales, è la condizione necessaria a renderlo irreversibile.
E parlando di unità desidero ricordare queste parole di Fidel, il grande artefice dell'unità del popolo cubano:
"Ho fatto parte anch'io di un'organizzazione. Ma le glorie di questa organizzazione sono le glorie di Cuba, sono le glorie del popolo, sono le glorie di tutti. E un giorno - aggiunge - ho smesso di appartenere a quell'organizzazione. Quale giorno? Il giorno in cui abbiamo fatto una rivoluzione più grande della nostra organizzazione [...] E marciando tra popoli e città , ho visto molti uomini e donne; centinaia, migliaia di uomini e donne avevano le loro uniformi rosse e nere del Movimento 26 Luglio; ma altre migliaia e migliaia non avevano uniformi né rosse né nere, ma tute da lavoratori e da contadini, e di umili uomini del popolo. E da quel giorno, sinceramente, nel più profondo del mio cuore, io passai da quel movimento che amavamo, sotto le cui bandiere avevano lottato i compagni, passai al popolo; appartenni al popolo, alla rivoluzione, perché avevamo veramente fatto qualcosa superiore a noi stessi".[2]
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[1]. Su questa organizzazione politica“sui géneris†apparirà presto il libro testimonianza MAS IPSP de Bolivia. Partido que se construye desde los movimientos sociales, di Marta Harnecker e Federico Fuentes su questa pagina web.
[2]. Fidel Castro, Discorso del 26 Maggio 1962, in Obra revolucionaria Nº11, 27 Marzo, 1962, pp.36—37. Testo citato in Marta Harnecker, La estrategia polÃtica de Fidel . Del Moncada a la victoria
Fonte: Rebelión
Alla notizia che Roberto Calderoli diventava ministro alla "Semplificazione" mi è subito venuta in mente una celebre massima di Einstein: "Bisogna rendere le cose più semplici possibili, ma non più semplici". Credo che stesse fissando un parametro di stupidità .
Non credo affatto che Roberto Calderoli sia personalmente stupido, tutt'altro. Io lo considero piuttosto una specie di fool shakesperiano dalle insospettate profondità tragiche. Ma con lui è la stupidità e l'ottusità che vanno al governo. E non nel senso dell'avanzante leghismo, ma come essenza dello stesso berlusconismo (da intendersi come ideologia popolare e non come ciò che davvero passa in testa al Cavaliere).
Non mi sono mai scandalizzato del fatto che Berlusconi, nell'ormai lontano 93, fosse arrivato alla conclusione che se non "scendeva in campo" con l'obiettivo di diventare il Dominus della politica italiana (sia che stesse al governo o all'opposizione) c'era il rischio di essere associato alle patrie galere o persino di perdere "la roba".
Il mio motivo di scandalo è che tutto gli sia riuscito così facilmente, come se questo paese non stesse aspettando altro che lui.
Ciò è stato possibile non tanto perché poteva usare le televisioni, ma perché le aveva già usate per tanti anni, con tutto il tempo che voleva per preparare culturalmente il terreno, nei termini della produzione attiva di larghi strati di opinione pubblica sostanzialmente estranei ai più fondamentali requisiti della democrazia e dello spirito repibblicano. Primo tra tutti la separazione dell'interesse pubblico e dell'interesse privato.
Da questo punto di vista "La ruota della Fortuna" e l'essere presidente del Milan hanno potuto infinitamente di più che non Emilio Fede.
Naturalmente il compito gli era stato facilitato da decenni di dominio democristiano sui ceti moderati. Pasolini - un autore che non amo particolarmente - aveva definito la DC "un nulla ideologico-mafioso", e c'è da chiedersi se di fronte alla "discesa in campo" di Berlusconi c'era proprio bisogno di Mani Pulite per produrre la dissoluzione della decotta Balena Bianca. Pensate a Giovanardi.
Ma la stupidità era anche dall'altra parte, come sottoprodotto dell'ebbrezza di potere di una "sinistra" che era arrivata a pensare a Palazzo Chigi come la Merchant Bank del potere finanziario italiano, e a pensarsi insostituibile per questa ragione. Per costoro il conflitto di interessi esisteva soltanto durante le campagne elettorali, per intercettare il consenso di un elettorato in cui persistevano residui dello spirito della Costituzione repubblicana. Presi i voti, l'unico problema che restava era come farli fruttare al meglio nel trattare un modus vivendi con Berlusconi, la cui unica costante fosse l'intangibiltà di tutto ciò che interessava personalmente al Cavaliere.
La stupidità di questa sinistra si coglie abbastanza bene dai sorrisi tirati e nervosi che i suoi "leader" esibiscono di fronte alle telecamere a tanti giorni ormai da una sconfitta così piena ed umiliante. Si vede che non se l'aspettavano. Non si aspettavano il "pernacchio" insegnato da Eduardo De Filippo in un memorabile episodio de L'oro di Napoli (anche se il "pernacchio" di Eduardo aveva una nobiltà plebea che le schiere dei berluscones non si sognano neppure).
Ora Veltroni e Bettini stanno riflettendo sull'amara verità che combattere il Presidente del Milan a colpi di endorsement di Francesco Totti è come il tradizionale fico secco a un festino di nozze.
Su Carmilla Online Valerio Evangelisti firma un pezzo di rara potenza per prendere posizione a favore del boicottaggio della Fiera Internazionale del Libro, dedicata a Israele.
Bravo Valerio, per il gesto, non meno che per la qualità del testo.
Che persone come Valerio Evangelisti (o Gianni Vattimo), che hanno un nome da spendere nella nostrana repubblica delle lettere, comprendano e facciano proprie le ragioni del boicottaggio ripaga dell'amarezza di constatare quanto siano numerosi gli strenui ed intrepidi difensori dei diritti umani a cui cominciano a tremare le ginocchia appena qualcuno pronuncia la parola Israele. Se li perdi di vista un attimo se la squagliano all'inglese e non li vedi più...
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Incredibile!
Il quotidiano Repubblica, sulla prima pagina di oggi, è riuscito nella bella impresa di legare il nome di Fidel Castro a quello del cardiochirurgo Carlo Marcelletti, arrestato per concussione, frode, peculato e detenzione di materale pedopornografico.
Complimenti a Repubblica per la prodezza.
Da settimane sto seguendo il tentativo di balcanizzazione della Bolivia che ha preso forma nel referendum separarista di Santa Cruz di domenica scorsa, e per tutto il tempo ho incubato una disagio verso molti che anche in Italia se ne sono occupati esprimendo solidarietà a Evo Morales e al suo governo, e facendolo in nome di principi di democrazia, diritti umani, autodeterminazione, eccetera eccetera eccettera.
Questo disagio prende ora la forma nitida di una domanda che per me diventerà uno spartiacque per valutare il grado di lucidità con cui si guarda alle vicende della politica internazionale, e segnatamente dell'America Latina.
La domanda è: non avrete pensato che i problemi di Evo Morales sono problemi "sudamericani", vero? Non vi siete crogliolati nella comoda illusione che "questo non potrebbe capitare a casa nostra", vero? Non avete creduto che le notizie che vengono dalla Bolivia descrivono semplicemente una realtà di arretratezza e sottosviluppo, vero?
La domanda è legittima, vista la frequenza con cui posizioni di forte contestazione delle politiche neoliberiste in America Latina si combinano a casa nostra con varie e stupefacenti forme di collateralismo con il PD, che vanno dalle teorizzazioni del "voto utile", allo strumentale uso dei rigurgiti neofascisti per una rispolverata della retorica dell'arco costituzione per fare la lista dei buoni e dei cattivi (se i fascisti sono i cattivi, allora tutti gli altri...)
Perché parliamoci chiaro, se in Italia si costituisse un governo di forte appoggio popolare come quello del MAS boliviano, al di fuori delle garanzie vaticane, atlantiche e confindustriali, dovrebbe affrontare esattamente quello che sta subendo Evo Morales in questo momento.
Per essere più chiari: nell'ipotesi che questo governo ponesse mano ad una profonda revisione della Costituzione per introdurre strumenti e garanzie di reale partecipazione dalla base, che procedesse ad un piano di nazionalizzazioni laddove fosse evidente che ciò è richiesto dalle necessità della gente, che smettesse di mitizzare le istituzioni finanziarie internazionali (BCE compresa), e perseguisse una politica estera antimperialista, susciterebbe reazioni del tutto simili a quelle a cui stiamo assistendo in Bolivia.
E non mi riferisco solo alle nostre "oligarchie" che potrebbero essere tentate di seguire la "via dell'autonomia" in Padania o in Sicilia. Mi riferisco al boicottaggio della burocrazia; al terrorismo mediatico da parte di tutti i grandi mezzi di comunicazione; al tentativo di creare caos nell'economia o paura nella gente (ad esempio facendo mancare il cibo nei negozi o carburante alle pompe di banzina); alle "prove" che collegherebbero i nuovi governanti al terrorismo internazionale; al grande allarme internazionale per il restringersi del diritto d'espressione e per il deteriorarsi dei "diritti umani" in Italia.
Chi crede che in uno scenario del genere il PD starebbe dalla parte di chi difende il processo di cambiamento sociale, e non dalla parte di chi lo attacca, perfino con il ricorso a mezzi illegali ed antidemocratici, o è stupido o è in mala fede. E non si tratta tanto dell'opinione che si può avere del PD e dei suoi quadri dirigenti, quanto della profonda incomprensione di cosa è successo in questi anni in America Latina.
I movimenti popolari del sudamerica che hanno imposto il cambiamento, non hanno mandato all'opposizione solo destre retrive e scopertamente fasciste, ma "socialdemocrazie" rette da dirigenze tecnocratiche e modernizzanti che, oltre a fare la gioia di Mario Vargas Llosa, sono la più riuscita approssimazione al ruolo che il PD cerca di giocare in Italia. O si crede che è un caso se Repubblica, il più forte media a sostegno del PD, dà all'America Latina la copertura che sappiamo? Perfettamente in linea con il taglio coloniale di un giornale di "sinistra" come El Pais?
Gli storici di destra e di sinistra del nostro paese possono dividersi sull'impatto che ebbe il primo centrosinistra all'inizio degli anni sessanta, ma tutti concordano che non ci sarebbe stato alcun centrosinistra senza la luce verde di Washington data da J. F. Kennedy. Incredibilmente, ancora oggi si menziona questa circostanza come argomento a favore dell'apertura mentale di Kennedy e non dell'avvilente subalternità di una nazione che doveva ricevere l'assenso di una potenza straniera anche per la più timida apertura alle riforme.
Cosa induce a credere che le condizioni di "sovranità limitata" dell'Italia siano venute meno, nel frattempo? Si considerino le modalità con cui il governo Prodi ha concesso un'altra base militare agli USA, a Vicenza. Credete davvero che l'inevitabile conflitto che si aprirebbe con Washington, nel caso di una evoluzione politica simile a quella della Bolivia (o del Venezuela, o dell'Ecuador) vedrebbe parti importanti di questa vecchia classe dirigente schierarsi a difesa della sovranità nazionale e della non ingerenza?
Credere questo significa non imparare niente dall'esperienza.
La Jornada, editoriale
All'insegna dell'illegalità , e tramite il ricorso a metodi fraudolenti e antidemocratici, le autorità oligarchiche della provincia di Sant Cruz de la Sierra, Bolivia, hanno tenuto ieri un referendum per sottoporre ad approvazione uno "statuto autonomo" aberrante, che trasferirebbe funzioni irrinunciabili del governo centrale all'amministrazione locale: tra le 44 competenze che i governatori cruceñi [di Santa Cruz] pretenderebbero di arrogarsi spiccano l'amministrazione delle risorse naturali, la gestione del fisco, il comparto agrario, il controllo del trasporto viario, ferroviario, aereo e fluviale, la responsansibilità sulle telecomunicazioni, e persino la vigilanza aerea mediante radar, così come la salvaguardia dell'ordine pubblico, che nel sistema costituzionale spetta al governo centrale.
In breve, il progetto delle oligarchie di Santa Cruz non è autonomistico ma secessionista, e implica un processo di disintegrazione nazionale, che non è presente in nessun altro statuto autonomo del mondo, salvo forse quelli delle regioni irachene curda, sunnita e scita sotto occupazione militare statunitense.
L' enormità della proposta votata ieri - e, come era prevedibile, approvata da un'ampia maggioranza composta di cittadini reali e voti fantasma - obbedisce a due propositi di cristallina chiarezza: da una parte l'urgenza delle destre razziste boliviane, in maggioranza creole, di disfarsi di un presidente indigeno, progressista ed impegnato in trasformazioni sociali di cui il paese sudamericano ha immediato bisogno; dall'altra, l'interesse dei grandi conglomerati multinazionali a riacquisire il controllo sulle risorse naturali boliviane, controllo che gli viene lentamente tolto dal governo di Evo Morales col proposito di restituirlo alla sovranità della nazione.
Il presidente è stato chiaro nel segnalare che è il governo statunitense che "guida la cospirazione", visto che da Washington è giunto un incoraggiamento al preteso statuto autonomistico cruceño, al fine di negoziare con l'oligarchia locale l'accesso ai giacimenti di petrolio e gas, e alle risorse idriche della regione.
Una simile congiura oligarchica e straniera, realizzata in spregio alle leggi e alla Costituzione della Bolivia, non avrebbe potuto essere intrapresa, di certo, in forma pacifica e democratica. La giornata è trascorsa, come si poteva prevedere, tra violenti scontri e denunce di urne giunte ai seggi elettorali già piene di voti a favore della riforma autonomistica. E' significativo che lo spartiacque del risultato abbia rivelato un allineamento di classe: mentre i gruppi potenti e medi si pronunciavano per il si, i settori poveri e maggioritari hanno optato per l'astensione, per la scheda bianca, o in alcuni settori, per il rifiuto attivo allo svolgimento stesso del referendum.
Segno dei tempi, e non esclusivamente in Bolivia, la difesa della sovranità e dell'integrità nazionale è affidata alle classi popolari, mentre i privilegiati fanno causa comune con le multinazionali per favorire l'indebolimento dello stato e creare le condizioni favorevoli al saccheggio delle risorse naturali dei nostri paesi.
Per quanto manchi di validità legale, il voto di ieri lascia divisa la provincia in cui ebbe luogo, e apre la prospettiva di una instabilità di lungo respiro nella regione andina. Si sapeva già : l'attacco al governo progressista e indipendente di Evo Morales è in corso, e il referendum illegale e antidemocratico realizzato dagli oligarchi cruceñi è solo uno dei primi atti dell'offensiva.
Si può solo sperare che il popolo boliviano e i suoi dirigenti riescano a sventare le manovre che si avvicinano e riescano, nonostante tutto, a togliere la Bolivia dal suo stato di dipendenza, ritardo, diseguaglianza e miseria al quale l'ha condotta l'alleanza tradizionale tra i ricchi locali e ricchi di fuori.
Delle parole di Gianfranco Fini, che ha definito ieri il rogo di una bandiera d'Israele un atto peggiore di un assassinio compiuto da una banda neonazista, mi preoccupa una sola cosa: la serenità di spirito di chi, partecipando alla manifestazione di Torino, è stato investito da una simile oscenità , proferita da un'alta carica dello stato, con grande potenza mediatica e senza che nessuno, ma proprio nessuno, stavolta, invocherà il diritto al contraddittorio.
A queste persone voglio raccomandare di tener presenti due cose.
La prima è che Fini, questo Torquemada degli antisemiti, è stato il delfino politico di Giorgio Almirante, direttore durante il ventennio della rivista "La difesa della razza", edita proprio a ridosso della promulgazione delle leggi razziali. Poi ha cambiato parere sulla materia, e oggi è forse la personalità politica italiana più apprezzata dalla diplomazia israeliana. E questo ci dice cosa vale Gianfranco Fini e cosa vale Israele.
Secondo. Sentirsi dare degli antisemiti non è mai piacevole. Ma ricordatevi che esiste un'alta possibilità statistica che stanotte, nella West Bank, qualche camionetta di IDF è andata a fermarsi davanti ad una casa palestinese, la porta è stata buttata a terra, gli inquilini sono stati strappati dal sonno con urla e sottoposti ad abusi di ogni genere, secondo un copione del terrore scientificamente studiato dagli "esperti". I maschi adulti potrebbero essere stati deportati in Israele senza la possibilità di parlare con un avvocato e senza la possibilità di rivedere i propri cari per uno o due anni, in spregio alle Convenzioni di Ginevra. Se ai Palestinesi tocca sopportare questo, noi possiamo bene sopportare le miserie della politica italiana e dei suoi miserabili protagonisti.
Se ci facciamo intimidire da questo non possiamo essere di nessun aiuto ai Palestinesi.
Palestina libera!
La tentazione del PD e di Veltroni di usare i fatti di Verona come arma di attacco contro il centrodestra è insincera e strumentale. Potrà apparire giustificata se si considera il quotidiano terrorismo mediatico dispiegato dall'impero informativo berlusconiano, ma chi tiene più alla verita che all'indice di gradimento di Walter Veltroni non dovrebbe ingannarsi.
Che una tale mos