A margine del boicottaggio della Fiera Internazionale del Libro di Torino, sono tornate a fioccare con insolita frequenza le accuse di antisemitismo, e dato che io appoggio todo corde il boicottaggio di Israele - e non della sola Fiera -, e non sono antisemita, vorrei dire due parole sull'argomento.
Per cominciare dirò che se sono sempre stato un po' evasivo su questo argomento non è stato per quieto vivere, ma per una circostanza di cui porta la responsabilità Jean Paul Sartre. Nel 1946 Sartre scrisse uno straordinario saggio sull'antisemitismo, così penetrante e letterariamente pregevole, che riesce difficile aggiungere qualche parola sull'argomento, se non l'invito a leggerlo (si intitola appunto "L'Antisemitismo", ed è disponibile per pochi euro negli Oscar Mondadori). E' irritante, oltreché dispersiva, questa tendenza a ripartire sempre da zero nei dibattiti, come se mai nessuno fino a quel momento si fosse interrogato sul tema.
Ciò per cui il saggio di Sartre spicca in una maniera che lo raccomanda è che non si tratta di un'analisi sociologica o storica dell'antisemitismo europeo (anzi francese, visto che l'autore ha sotto gli occhi soprattutto gli esempi della Francia del secondo dopoguerra). Da filosofo Sartre analizza le forme del pensiero e del linguaggio antisemita, ed è talmente efficace nel caratterizzare questo comportamento che il lettore pensa di aver acquisito attraverso la lettura una particolare perspicacia nell'individuare l'antisemitismo anche nelle sue forme più larvate e mimetizzate.
Per questa ragione il lettore del saggio di Sartre, di fronte al disinvolto uso che si fa oggi dell'accusa di antisemitismo, rimarrà perplesso e penserà: "Ma di cosa diavolo stanno parlando? Hanno un'idea del significato delle parole che usano?"
Ai fini del discorso che mi interessa fare qui, a proposito della Fiera, mi rifarò ad un esempio di cliché antisemita che Sartre illustra nel suo libro. Un "vero" francese, giovane e di orientamenti moderni e liberali, che si è presentato ad un concorso pubblico di professore di liceo e che non ha avuto il posto si sente chiedere da un conoscente com'è andata. E risponde: "Male, ma che vuoi? Con tutti quegli Ebrei candidati che possibilità avevo io di farcela?" Il conoscente allora si dirà dispiaciuto dell'incidente, e il "vero" francese risponderà che non è una tragedia, che non ci teneva poi molto, e infatti non si era neanche preparato a puntino.
Sartre qui osserva che l'essersi presentato in competizione con Ebrei assume per il "vero" francese un valore di spiegazione dell'insuccesso che, singolarmente, finisce per avere un peso superiore alla sua scadente preparazione. Perché prendersi il disturbo di scendere nei dettagli di una cosa riuscita storta, quando di mezzo ci sono gli Ebrei, il che spiega già tutto?
Prendiamo ora una delle accuse ad Israele che più facilmente fanno scattare l'accusa di antisemitismo, e cioè l'affermazione che Israele è nato dalla pulizia etnica del popolo palestinese. Dire ciò è senza dubbio antisemita. Chiameremo questa affermazione la proposizione I.
Qualcuno potrebbe obiettare che questa tesi storiografica è stata elaborata soprattutto dallo storico ebreo-israeliano Ilan Pappe, ed è perciò assurdo etichettarla di antisemitismo. Ma qui si risponderà che Ilan Pappe non può certo rappresentare il popolo ebraico. Lui è parte di una insignificante e sospetta minoranza che odia Israele, mentre le opinioni e i sentimenti verso questa nazione della stragrande maggioranza degli Ebrei di tutto il mondo sono ben differenti. Chiameremo questa la proposizione II.
A questo punto, guai a dire che sarebbe auspicabile un atteggiamento più critico verso Israele da parte delle comunità della Diaspora, e che non si può pretendere di essere gli eredi morali della tragedia dell'Olocausto quando si chiudono volentieri gli occhi a tutti i rapporti delle più rispettate organizzazioni dei diritti umani del mondo che documentano in maniera dettagliata il comportamento criminale di Israele verso i Palestinesi. Vi sentirete infatti rispondere che proprio queste parole, che mescolano il concetto generale di ebraismo con le vicende politiche dello stato di Israele, provano la falsità di intenti dell'antisionismo, che in realtà è solo una forma mascherata di antisemitismo. E questa è la proposizione III.
Rileggete ora insieme le proposizioni I, II, e II, e vedete se non presentano gli stessi non sequitur del "vero" francese citato da Sartre, che accusa gli Ebrei dei suoi insuccessi professionali nel momento stesso in cui ammette le sue carenze di preparazione. E' bianco, anzi no è nero, anzi no è sia bianco che nero. E' come meglio conviene al momento.
Vi è però tra le due situazioni una profonda differenza. Sartre sostiene che è inutile cercare di far ragionare l'antisemita, perché l'antisemitismo è una passione e non un'opinione. L'antisemita ha bisogno di essere antisemita, e non rinuncerà a questa soddisfazione pulsionale solo per onorare i requisiti della logica.
In chi muove accuse infondate di antisemitismo vi è invece qualcosa di diverso, una sorta di arrogante fiducia di non avere bisogno della logica per vincere la partita. Israele è la più grande potenza militare dell'occidente, è alleata con l'unica superpotenza mondiale, gode dell'appoggio dell'establishment mediatico europeo e statunitense, e ancora riesce a grattare il fondo del barile dei sensi di colpa degli Europei per le loro storiche responsabilità verso gli Ebrei. Combinando tutti questi fattori risulta che il messaggio contro Israele è debole e sporadico, quello filoisraeliano è come la pubblicità: enfatica, onnipervasiva ed ipnoticamente ripetitiva.
Chi ha voglia, con queste carte in mano, di perdere tempo con la logica?
