Il 7 maggio, a Managua, si sono riuniti i presidenti e primi ministri del Nicaragua, Costa Rica, Bolivia, Ecuador, Honduras, Haiti, San Vicente, le Granadine, il vicepresidente di Cuba, i ministri degli esteri di Messico e Venezuela, e i rappresentanti della FAO, della Banca Mondiale, e della Banca Interamericana di Sviluppo. Lo scopo era coordinare le azioni necessarie a fronteggiare la crisi alimentare che colpisce vari paesi dell'area, ed analizzare l'impatto di questa crisi su Africa ed Asia, ed America Latina.
Le cause della crisi sono note. L'attuale produzione di alimenti è insufficiente a soddisfare la domanda prodotta dalla crescita economica di Cina ed India, paesi che ospitano più di un terzo della popolazione mondiale, e la cui produzione di alimenti è inferiore è inferiore al consumo interno che genbera questa crescita. Ogni anno, in questi due paesi decine di milioni di persone accedono ad un consumo di alimenti migliore per quantità e qualità. I biocombustibili sono una causa ulteriore, facendo uso di cereali vitali nella dieta umana - come il mais - per alimentare le automobili. Lo stesso si può dire dei cambiamenti climatici, con siccità che distruggono le coltivazioni ed uragani che le devastano. Il protezionismo dei paesi ricchi, infine, che rovina milioni di agricoltori.
I calcoli che sono stati fatti indicano che nei prossimi anni e decenni, l'umanità avrà bisogno di raddoppiare la produzione di alimenti, e ciò richiederà l'aumento delle aree di coltivazione e, in modo particolare, il miglioramento delle tecniche di sfruttamento zootecnico, in maniera che si copra la domanda alimentare senza esaurire le risorse naturali.
Date le circostanze è bene meditare sulla responsabilità e l'opportunità che ha una regione tanto vasta come l'America Latina, al fine di porsi in prima fila nello sforzo mondiale per risolvere questo problema. Nella regime vi sono alcuni paesi a rischio di fame - Haiti, in primo luogo -, ma ciò è più il risultato della diseguale distribuzione della ricchezza e della carenza di investimenti strategici, che non di impedimenti naturali. Accade il contrario. L' America Latina possiede in abbondanza tre dei cinque fattori che rendono possibile la produzione massiccia di alimenti: il clima, terra buona ed abbondante, e acqua in quantità. Ne mancano due: primo, che i governi comprendano le possibilità che offre la domanda mondiale di alimenti (di cui approfittare per uscire dalla povertà e l'arretratezza). Secondo, che assumano la sfida, pendente da quasi duecento anni, di realizzare una rivoluzione agraria, che permetta di fare della regione un granaio del mondo.
L'America Latina ha 20 milioni di km2 e 530 milioni di abitanti. Cina e India arrivanoa 12,8 milioni di km2 2 due miliardi e quattrocento milioni di abitanti. A questa estensione territoriale occorre sottrarre il poco fertile altipiano tibetano e i deserti sterili. Il Bangladesh, con 144.000 km2, ha 150 milioni di persone. Il Nicaragua con 130.000 km2, ha 5,5 milioni di abitanti. Il Giappone praticamente non ha terre agricole e la Corea del Sud ha montagne sull'80% del suo territorio. Le risorse idriche di questa regione, inoltre, sono al limite o lo hanno superato.
L'America Latina ha i maggiori indici di acqua pro capite del mondo. Il Sudamerica è attraversato da fiumi immensi, come l'Orinoco, il Rio delle Amazzoni e il Rio de la Plata. Il Nicaragua, nella sua relativa piccolezza, ha un lago di 8.000 km2, oltre a generose fiumane che scorrono verso il Mar dei Caraibi. A ciò bisogna aggiungere la sterminata lunghezza delle sue coste, che si proiettano libere sull'Oceano Pacifico e, nel Sud, anche nell'Atlantico.
In altre parole, l'America Latina possiede risorse necessarie a produrre ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di alimenti con cui provvedere ai bisogni del mondo. Manca solo che i governi comprendano l'opportunità, dato che ciò che si produce in alimenti troverà facilmente mercato in America e Asia. Paesi come il Messico o il Venezuela consumano più di quanto producono, mentre Cina e India sono ai limiti della propria capacità produttiva, e tutti essi hanno eccedenze monetarie. La sovrappopolata ed esaurita Asia necessiterebbe della spopolata e ricca America Latina, mentre l'America Latina ha bisogno di investimenti e mercati asiatici che siano motori sicuri di crescita e sviluppo.
Il maggiore ostacolo perché questo succeda è la pessima distribuzione della terra, cioè, un anacronistico latifondismo, che mantiene paralizzate le economie e le società. Assumere la sfida alimentare richiede che si dia inizio a una rivoluzione agraria, che è qualcosa di più profondo di una semplice ripartizione della terra. Una rivoluzione agraria implica la riforma del possesso della terra, che si forniscano risorse finanziarie, e che si introduca tecnologia di punta perché si produca con la massima efficienza. Che si aprano strade che collegano zone produttive con le aree di stoccaggio, e queste con autostrade e porti. Che i produttori vengano educati alla bontà dell'associazione cooperativa (che ha tanto successo in Europa), insegnandogli a organizzarsi in maniera solidale. Che si introducano sistemi di razionalizzazione nell'uso dell'acqua, per ridurre gli sprechi e consumarla in maniera più efficiente; che si attuino programmi di riforestazione di bacini fluviali e lacustri, per salvaguardare il prezioso liquido. Si tratta, in definitiva, di strappare la regione al secolo XVIII, e farle fare un salto nel XXI.
Non sarà facile, ma non è impossibile. Occorre radunare le volontà in un enorme, necessario e urgente sforzo produttivo, che permetterebbe di risolvere i grandi mali della regione e contribuire a risolvere il bisogno di cibo nel mondo. Il fattore più incerto di qualunque investimento è l'esistenza di mercati sufficienti. Oggi ci sono i mercati e i fondi. Occorre solo mettere mano all'opera e comprendere che è ora di produrre.
Augusto Zamora è professore presso la Universidad Autónoma de Madrid, ed ambasciatore del Nicaragua in Spagna
