Dico "sconcerto" perché questo è il tono della sua reazione secondo il resoconto di stampa che ho letto. Non so se Correa sia davvero sconcertato. Per quanto giovane, è intelligente ed occupa una posizione di massimo prestigio, quindi è possibile che i suoi "sconcerti" siano un po' retorici, e che nel frattempo abbia sviluppato quell'inevitabile cinico realismo che si accompagna all'esperienza. Io di certo non sono "sconcertato" da quei dati.
"Qualcuno può spiegarmi che colpa ha il Presidente Rafael Correa, che colpa ha l'Ecuador, cosa abbiamo fatto per suscitare un tale rigetto in Colombia?", chiede Correa durante il suo programma settimanale trasmesso dalla TV pubblica.
L'Ecuador, dice Correa, "non è complice, e soprattutto non è la causa" del conflitto colombiano, ma al contrario ha sofferto per la serie interminabile di scontri che avvengono sulla sua frontiera. "Cosa abbiamo fatto? Vivere a fianco di un paese che si dissangua in una guerra civile. Che colpa abbiamo di questo?" "Abbiamo eccellenti relazioni con la Francia, il governo francese ci stima molto e riconosce i nostri sforzi per liberare Ingrid Betancourt, mentre non sono riconosciuti da certi vicini".
Prendiamo per un attimo sul serio l'ingenuità di Correa e proviamo a rispondergli, lasciando da un canto le considerazioni che pur si potrebbero fare sui sondaggi d'opinione in Colombia, e sullo strato sottile di opinione pubblica da cui si estraggono i campioni: i quattro milioni di desplazados, il 10% della popolazione, non ha probabilmente neanche un telefono per rispondere agli intervistatori. Ma ripeto, dimentichiamo questo per ora.
Nelle sue riflessioni si è mai chiesto, Rafael Correa, perché in Colombia le FARC sono anatema, anche se le violenze imputabili alla guerriglia sono una porzione insignificante rispetto a quello che fanno i paramilitari? E come può accadere che, tolte le FARC, i colombiani diano risposte nei sondaggi dalle quali diresti che vivano tutti nel più prospero e sonnolento cantone della Svizzera, e non in un paese disfatto dalla violenza, dalla corruzione, dagli intrecci tra politica ed economia formale da un lato e narcotraffico dall'altro?
Se Rafael Correa legge le notizie sull'Italia, ha provato a chiedersi come mai dai dati del professor Mannheimer, Silvio Berlusconi, stando alla guida di una nazione al limite della recessione economica, avendo approvato una legge per la sua impunità personale oltraggiosa, ed essendo il regista mediatico della frenesia xenofoba e securitaria che si è abbattuta sugli italiani, continui a crescere nei sondaggi?
Non si va da nessuna parte finché si continua a credere ai sondaggi come alla manifestazione della "volontà generale" nel concetto che ne aveva Rousseau, e non come l'indice di un disordinato ribollire di umori provenienti da gente disinformata e scarsamente critica: la cosiddetta "opinione pubblica", un'entità quanto mai manipolabile dato un certo livello di controllo sui media - combinato in Colombia con un notevole potere intimidatorio per le connessioni dello stato con il paramilitarismo e con il controllo su forze di sicurezza (polizia ed esercito) principalmente volte alla repressione interna.
Ma Rafael Correa, che tutt'ora rifiuta di riannodare relazioni diplomatiche con la Colombia per via del comportamento banditesco del suo governo a livello internazionale, pretenderebbe di essere un'eccezione. All'interno del sistema di potere parafascista che è il regime di Alvaro Uribe pretenderebbe di riscuotere - e di vedersi riconosciuto - lo stesso lusinghiero apprezzamento che registra tra i suoi concittadini in Ecuador. Non vede che un simile dato non sarebbe compatibile con l'elevata popolarità di Uribe? Non capisce che per esigenze di coerenza cognitiva il Colombiano medio che è arrivato a credere o a convincersi che Uribe è un grand'uomo non può che guardare a Correa come a un poco di buono, trattandosi di figure antitetiche?
Se lo "sconcerto" di Correa è autentico - e non una posa per sottolineare concetti ovvi a beneficio dei suoi concittadini - io lo trovo pericolosamente privo di lucidità e realismo politico.
