In un contesto di ordinaria moralità informativa il dispiegarsi della vicenda dei "falsi positivi" nella Colombia del democratico Alvaro uribe, dovrebbe suscitare qualche dissonanza all'interno dei canoni che hanno finora elevato alla dignità di notizia solo il romanzo di Ingrid Betancourt o la possibilità di porre alla gogna macchartista chi in Italia, a qualunque titolo, poteva essere collegato alle FARC, come Ramon Mantovani e tanti altri meno noti. Ma naturalmente non è così.
Nella Colombia del democratico Alvaro Uribe,e in particolare del gergo delle sue democraticissime forze armate, dicesi " positivo" il cadavere di un uomo "ucciso in combattimento", e classificabile come aderente alla guerriglia "terrorista" delle FARC-EP o dell'ELN. Il ministero della difesa, diretto dal signor Juan Manuel Santos, ricompensa gli autori del "positivo" con una taglia di tre milioni di pesos, generalmente liquidati di lunedì negli uffici amministrativi delle caserme in cui è di stanza il fortunato militare che ha sparato la raffica fatale.
Nello stesso contesto di democrazia e rigoroso rispetto dei diritti umani dicesi "falso positivo" il cadavere di un uomo NON ucciso in combattimento, e non appartenente alla guerriglia, ma classificato comunque come guerrigliero tramite una tuta mimetica e stivali appena comprati al supermercato fattigli indossare post-mortem, spesso senza neanche l'accortezza di togliere al malcapitato gli abiti civili indossati al momento del decesso. Provenienza del "falso positivo": stati sociali dell'emarginazione colombiana in cui è dubbio che i parenti possano far sentire la loro voce di protesta e di denuncia. Causa del "falso positivo": principalemte la taglia di tre milioni di pesos, ma è risaputo di telefonate notturne dello stesso Alvaro Uribe addirittura ai comandanti di pattuglie in perlustrazione nella selva per sollecitare "qualche risultato" spendibile politicamente nell'isteria della lotta al terrorismo, fonte di ogni legittimazione per una classe dirigente profondamente corrotta e in affari con i più potenti clan del narcotraffico del mondo.
I "falsi positivi" sono tantissimi, e resta aperta la questione se tra di essi, di tanto in tanto, via sia anche qualche genuino "positivo". E' molto più facile uccidere un contadino che un guerrigliero delle FARC; anzi, non è affatto certo che i soldati di Alvaro Uribe e Juan Manuel Santos abbiano molta voglia di imbattersi in un reparto delle FARC, quando sono nella selva. All'occasione possono persino indossare corsetti della Croce Rossa per evitare le pallottole, senza timori di sollevare troppe rimostranze da parte dell'augusta organizzazione umanitaria. E' successo.
Beninteso, l'affiorare in questi giorni della scioccante verità nelle sfere legali della democratica Colombia, con la decisione di Alvaro Uribe di cacciare 25 militari dall'esercito, e le accuse ormai aperte del procuratore generale della Colombia, Mario Iguarán, non rivelano nulla che già non si sapesse da decine di denunce di giornalisti, organizzazioni dei diritti umani e sindacali, da parenti delle vittime che erano riusciti a bucare il muro del silenzio. Solo che adesso non si può far finta di niente, e occorre pensare a come sganciarsi dall'ingombrante Alvaro Uribe con una manovra sufficientemente gattopardesca. In Italia non meno che in Colombia.
