Il collettivo La Haine mi ha chiesto alcuni giorni fa la mia opinione sugli ultimi avvenimenti riguardanti le FARC. Per via della mancanza di tempo non posso elaborare un testo più ampio e profondo e mi limito a presentare le seguenti tesi.
1. L'offensiva contro le FARC-EP nelle Americhe e che si estende ormai all'Europa, è parte dell'offensiva generale del capitalismo contro l'umanità lavoratrice. Sebbene la sua causa primaria vada ricercata all'interno della Colombia e nella regione circostante, fino ad abbracciare tutta l'America, non dobbiamo dimenticare la questione decisiva dell'esaurimento del lungo ciclo espansivo capitalista durato quasi circa cinquant'anni -- i "gloriosi trenta" più i due decenni che il sistema è riuscito a prolungare grazie al neoliberismo, alla finanziarizzazione e al "denaro a basso costo", la "nuova economia", l'" economia immateriale" o dell'"intelligenza", la sfera finanziario-immobiliare, il keynesismo militare, i bassi prezzi dell'energia, etc. --, che ora sembra arrivare al suo termine, senza entrare qui nella discussione sui cicli di Kondratiev, le fasi lunghe e altre teorie al riguardo.
2. Quello che è chiaro è che l'imperialismo si scontra con nuovi problemi, e problemi classici di lungo periodo, come la lenta e persistente caduta del tasso medio di profitto a livello mondiale, più decisivo di quanto si creda a prima vista, ad esempio. Come vedremo nelle tesi, la sincronizzazione e confluenza di questi problemi nuovi e classici, "crisi parziali" che come affluenti si uniscono in un grande torrente, in una prevedibile "crisi sistemica" più grave delle precedenti, ci obbliga ad avanzare tesi sul futuro. Dopo tutto, nel contesto nuovo nel quale sembra che siamo travasati, le FARC-EP, al pari di altre organizzazioni rivoluzionarie degne di tale nome, che pratichino o no la lotta armata, assumono un ruolo chiave sia nella pratica che nella teoria.
3. L'incremento di repressione che tutte esse subiscono, pratichino o no in reazione la violenza politica, non risponde solo alla lotta presente, e ciò non ve dimenticato o sottovalutato, ma anche al loro potenziale pratico per il futuro che si avvicina, e che in molte cose è già presente immediato. Come sappiamo, l'imperialismo ha apparati dedicati esclusivamente a prevedere le tendenze evolutive forti, quelle plausibili, ma soprattutto le più prossime, e ad apprestare tattiche e strategie per intervenire con sufficiente anticipo. Da vari anni, l'imperialismo sta prestando molta attenzione ai cosiddetti "scenari critici" che proliferano ovunque sorgano le resistenze attive o passive contro l'imperialismo. La persecuzione delle FARC-EP e delle sinistre rivoluzionarie in generale è parte delle strategie ideate con anticipo, così come l'invasione dell'Irak era stata pensata prima dell'11 settembre 2001.
4. Le tesi che qui presento vanno molto oltre le interpretazioni in uso, idee comuni che si ripetono meccanicamente e che riducono il problema a semplici questioni interne colombiane, arrivando in alcuni casi a intravedere il problema generale delle Americhe e della loro funzione all'interno dei progetti nordamericani. Ma queste tesi sono inconciliabili con il grosso delle idee della sinistra tradizionale e del cosiddetto riformismo "duro". Per studiare questa opposizione frontale bisogna partire da lontano, perché una delle peggiori conseguenze che ebbe per il marxismo la degenerazione parlamentarista -- che è tutto il contrario dell'uso rivoluzionario del parlamento borghese come una tattica in più di lotta politica rivoluzionaria -- che cominciò a darsi alla fine del secolo XIX, fu quella di abbandonare nella pratica e poi di combattere apertamente nella teoria il ruolo che fino ad allora aveva avuto l'elemento militare nel corpo centrale della prassi rivoluzionaria.
5. L'elemento "militare" nel senso marxista, e non nel borghese, è una teoria unica che integra quattro grandi blocchi interrelati: uno, il ruolo degli eserciti nella produzione economica dall'antichità a oggi; due, il ruolo degli stati sfruttatori e dei loro apparati di violenza repressiva specificamente sociopolitica e ideologica; tre, il ruolo della violenza nelle lotte rivoluzionarie come insieme di tattiche, metodi e alternative di azione che si scontravano, o che presto o tardi si sarebbero scontrate, con le forze repressive e violente del'oppressore, e che perciò dovevano e debbono adattarsi ai cambiamenti nei rapporti di forza, e alle necessità della lotta, tattiche transitorie sempre soggette agli obiettivi storici e alle strategie adeguate; e, quarto e ultimo, il ruolo dell'etica rivoluzionaria per spiegare il diritto/necessità della violenza difensiva delle masse sfruttate in ognuno di questi punti particolari e nella teoria marxista nel suo insieme .
6. L'effetto devastatore del parlamentarismo si moltiplicò esponenzialmente con la "teoria della pacifica coesistenza" tra l'URSS e l'imperialismo, specialmente in Europa occidentale, dove la mescola tra marxismo libresco e accademico, che odiava la pratica e dormiva nei chiostri, e il riformismo eurocomunista dettero come risultato l'estinzione del marxismo in quanto teoria della rivoluzione comunista. Al suo posto, il mercato delle ideologie "alternative" al sistema fu inondato da mode fugaci e futilità pacifiste -- qualcuno si ricorda del "Partito Radicale" italiano, dei "verdi ecopacifisti tedeschi", per non parlare del più recente post-modernismo? -- fabbricate industrialmente dalla casta intellettuale, che spazzarono via rapidamente i resti maoisti e marxisti-leninisti, e che ora stanno mettendo fine anche ai trotzkisti, obnubilati da un " anticapitalismo" elastico che può arrivare a giustificare quasi tutto.
7. Data la considerevole influenza di questo euroentrismo riformista in buona parte delle sinistre di altri continenti e culture, non c'è da stupirsi che l'elemento militare scomparisse anch'esso in molte altre organizzazioni, eccetto quelle che in vari modi continuarono ad applicare il metodo marxista,la sua ortodossia in senso lukacsiano. Le FARC-EP sono una di esse, e ne parleremo più avanti. Ora dobbiamo continuare a descrivere il processo degenerativo che ha fatto sì che nell'attuale crisi capitalista, che può sfociare in un caos distruttore più serio della crisi sistemica del 1939, e naturalmente della crisi struttrale della fine degli anni sessanta e degli inizi dei settanta, di fronte a questa deriva attuale verso il caos, praticamente nessuno che sia "marxista ortodosso" tiene in conto l'elemento militare come una parte essenziale della totalità capitalista nel suo divenire storico.
8. Concetti come "guerra globale permanente", "capitalismo di guerra", la guerra come "modello del capitalismo", "guerra preventiva", "guerra asimmetrica", "guerra senza limiti", "nuova guerra dei cent'anni", etc., sono assai frequenti nelle analisi sulla situazione attuale. Sono persino concetti obbligati in molti testi perché la brutalità imperialista è tanto sfacciata e cinica che qualunque studio sul presente che cerchi un minimo di credito deve fare una qualche menzione indiretta al ruolo della violenza sfruttratrice nelle sue diverse forme, dagli eserciti "privati" fino alle basi yankee situate ovunque, passando per l'interazione tra guerre di differenti "generazioni", compresa la "quarta" contro le classi e i popoli insorti di mezzo mondo, compreso Euskal Herria nel cuore dell'"Europa democratica", nel mantenimento del sistema imperialista agli inizi del secolo XXI.
9. Ma con troppa frequenza c'è un evidente abisso tra questi riferimenti quasi obbligati, quasi topici, e la teoria marxista della violenza nella storia in generale e nel capitalismo in particolare. Una sintesi di questa teoria la offre marx nella sua lettera a Engels del 25 settembre 1857:
"La storia dell'esercito prova, più di ogni altra cosa, l'esattezza del nostro punto di vista circa la connessione tra le forze produttive e le relazioni sociali. In generale, l'esercito ha importanza nello sviluppo economico. Il salario, ad esempio, si sviluppò pienamente e per la prima volta negli antichi eserciti. Il peculium castrense è anche, a Roma, la prima forma giuridica nella quale si riconosce la proprietà mobiliare di chi non era capofamiglia. Lo stesso può dirsi del regime corporativo, che sorse per la prima volta tra le corporazioni dei fabbicanti ... [lacuna nel testo - ndt]. Anche qui osserviamo per la prima volta l'applicazione delle macchine in grande scala. Persino il valore speciale dei metalli e il loro uso come denaro sembra risalire originariamente - appena superata l'età della pietra di cui parla Grimm - alla sua importanza militare. Anche la divisione del lavoro all'interno dello stesso ramo d'industria sembra essere applicato per la prima volta negli eserciti. In essi osserviamo inoltre, in forma chiara e succinta, tutta la storia della società civile. Se hai tempo un giorno dovresti analizzare il problema da questo punto di vista.
Gli unici punti che hai tralasciato nel tuo scritto sono a mio avviso: 1) l'apparizione di autentiche truppe mercenarie, per la prima volta, in grande scala, e subito, tra i cartaginesi (per il nostro uso privato consulterò un libro sullesercito cartaginese scritto da un berlinese e della cui esistenza sono venuto a conoscenza da poco); 2) lo sviluppo dell'esercito in Italia nel secolo XV e agli inizi del XVI. Qui, precisamente, nacquero le arguzie militari di tipo tattico. (...). E infine, 3) il sistema militare asiatico, come apparve all'inizio tra i persiani e, successivamente, nelle più diverse varietà , tra i mongoli, i turchi, etc..." 10. Non c'è da stupirsi, pertanto, che basandosi su questa teoria enunciata nel 1857 da Marx, che era in corso di sviluppo da più di un decennio, e sarebbe stata completata in seguito nel brillante capitolo sull'accumulazione originaria nel volume III del Capitale, Engels poteva dire due decenni più tardi nell'Anti Dürhing, testo le cui pagine economiche sono state scritte da Marx, che la grande corazzata moderna era un intero compendio della socità capitalista. Questa affermazione è del tutto certa perché mostra come la logica dello sfruttamento sociale, dell'ottenimento di plusvalore, e della dittatura del tempo salariato, o tempo borghese, vigono in tutta la società capitalista, nei suoi sistemi tecnoscientifici e nei suoi apparati militari e statali. La disciplina militare, del tempo, del lavoro e morale regnante ad esempio nella IV Flotta yankee che minaccia direttamente la pace precaria dei popoli sovrani delle Americhe, è la quintessenza dell'ordine disciplinare che agisce, in maniera conscia e inconscia, nel seno della società capitalista e yankee.
11. Ad esempio, la IV Flotta così come le migliaia di soldati e mercenari yankee che agiscono impunemente nelle Americhe funzionano con la febbrile disciplina capitalista perché sono sotto l'impero cieco della temporalità borghese, dell'esigenza di massima accumulazione nel minimo tempo possibile, e dell'abbandono dell'obsoleto spazio materiale e del lavoto dequalificato a favore delle priorità dei nuovi spazi materiali e simbolici della produzione e del lavoro qualificato che gli è inerente. Se la flotta attacca non sarà solo un "intervento militare" nel normale senso del termine, ma una politica generale di innesto del capitalismo yankee più moderno nel cuore delle Americhe, cioè, una specie di inserto artificiale, o per meglio dire, la inoculazione del virus mortale della selvaggia civiltà yankee, dei "diavoli biondi", nelle culture e forme di vita ei popoli americani, già piuttosto deteriorate, ma che possono ancora peggiorare con l'infezione della "civiltà del nord".
12. Le altre tre componenti interne della teoria marxista della violenza o del "militare" mostrano qui il loro valore vitale giacché spiegano, da un lato, il ruolo chiave dello stato borghese e del suo sistema repressivo come garanti della passività obbediente della forza lavoro sfruttata; d'altro lato, le risposte offensive o difensive dei popoli lavoratori sfruttati, e da ultimo, l'importanza della lotta teorica e etica contro l'ideologia borghese. Una delle virtù di questa visione dialettica e integrale del problema è che ci permette, ed esige da noi, di tenere sempre in conto la dipendenza delle sedicenti " borghesie nazionali" dalle sorelle straniere, le borghesie imperialiste.
13. Da questa prospettiva, lo sviluppo del capitalismo e le sue crisi sono inseparabili dall'azione interna dell'elemento militare nella sua globalità , sebbene sempre considerando l'aspetto chiave per cui la produzione di armi, sebbene a breve periodo disinnesca determinate crisi puntuali, nel medio e lungo termine è una spesa improduttiva, uno sperpero irrazionale che zavorra e frena il proceso di accumulazione ampliata del capitale. L'evoluzione dell'imperialismo durante un secolo non ha fatto che confermare la correttezza storica di questa teoria nella sua essenza, ampliandola e migliorandola nei suoi aspetti particolari.
14. Le regolarità genetico-strutturali confermate nel tempo mostrano come resistenze di ogni tipo - compreso quelle pacifiche e non violente - dei popoli sfruttati e delle loro classi lavoratrici sono state decisive per accelerare, su scala mondiale, nella totalità concreta del sistema capitalista, l'interazione tra le contraddizioni endogene o strettamente economiche e quelle esogene o politiche, nazionali, culturali o ambientali. La soluzione di una presunta e falsa separazione assoluta e artificiale tra l'endogeno e l'esogeno dentro la totalità , si ottiene semplicemente comprendendo che il socioeconomico è inseparabile dal sociopolitico, essendo il sociale il nesso interno coesivo dele diverse istanze che debbono essere analiticamente e diacronicamente studiate e sinteticamente e sincronicamente interpretate.
15. Non si tratta pertanto di sostenere che, "ora" e di fronte alla crisi che avanza, il capitalismo ricorre alla guerra perché non ha altra opzione, il che è certo, ma si tratta di sapere che, primo, storicamente, senza guerra non ci sarebbe capitalismo e che, pertanto e secondo, le guerre attualmente in corso e quelle in preparazione ad opera della borghesia internazionale rispondono alla cieca necessità dell'accumulazione. Questo vuol dire che sebbene grazie all'attenzione congiunta delle forze mondiali democratiche, progressiste e rivoluzionarie, possiamo e dobbiamo evitare il maggior numero possibilie di conflitti militari, questa o quella guerra concreta, questo o quel conflitto bellico regionale e, soprattutto, evitare lo scatenarsi di una spirale irrazionale e incontrollabile verso l'ecatombe nucleare che si concluda con lo sterminio totale, essendo ciò necessario e desiderabile, tuttavia questa constatazione è solo una parte del problema, perché l'altra, la decisiva, è la questione di quale classe detiene il potere politico-militare e la proprietà privata delle forze di produzione e di distruzione.
16. Fin tanto che la seconda cruciale questione non viene storicamente risolta il pericolo dell'ecatombe nucleare sarà ancora presente, così come quello di guerre sempre più atroci, per la semplice ragione che le contraddizioni obiettive e soggettive del capitalismo superano il limite della passiva sottomissione dell'umanità lavoratrice, della disponibiltà di riserve energetiche e alimentari nel contesto di crescita e consumismo attuale, e della capacità di resistenza, assorbimento e riciclaggio della natura. In questo contesto, l'antica consegna romana 'si vis pacem para bellum' ha acquisito tutto il suo contraddittorio valore. Non è certo che alla guerra imperialista si possa rispondere esclusivamente con la pace, perché tutta la storia del secolo XX, ad esempio, ha dimostrato che l'unico freno che può fermare la borghesia più fondamentalista e fascista è la diretta minaccia di una violenza difensiva superiore da parte degli sfruttati.
17. Al fascismo e al neofascismo, al militarismo e alle presunte "democrazie autoritarie" (?), all'ascesa di grandi poteri criminali che già violano le proprie stesse leggi perché hanno bisogno dell'impunità assoluta, dalle detenzioni e arresti illegali fino alle torture permanenti al margine di qualunque legge borghese, passando per il razzismo più reazionario e agli ingenti investimenti nelle nuove tecniche di controllo, vigilanza, repressione e sterminio, a questa tendenza ascendente nel capitalismo attuale si può opporre solo una decisa mobilitazione cosciente dell'umanità lavoratrice, che mostri nelle sue azioni una potenza rivoluzionaria che dissuada la borghesia da qualunque avventurismo inumano.
18. Per comprendere nella sua piena urgenza quanto fin qui detto, occorre essere coscienti di quello che è in gioco, in definitiva il transito da una fase in esaurimento a una nuova fase del modo di produzione capitalista nella quale il classico dilemma popolarizzato da Rosa Luxemburg nel 1915, Socialismo o Barbarie, consegna pur valida per molti anni, è stata superata in senso dialettico, cioè confermata, arricchita e integrata, in un'altra superiore, ossia Comunismo o Caos. Verso la fine degli anni settanta, e in maniera cresciente, questa consegna va aprendosi il passo in mezzo alla logica incompresione dei dogmatici, del rifiuto esplicito dei riformisti, e dell'aspettativa creativa di movimenti rivoluzionari sempre più numerosi. Non è un caso che ci siano stati alcuni indipendentisti baschi che lottano in un contesto nel quale bollono tutte le passate e le presenti contraddizioni, materiali, simboliche, culturali e identitarie possibili nel capitalismo imperialista e patriarcale, quelli che più hanno insistito nell'attualità di questo dilemma.
19. In estrema sintesi, si apprezza il seguente progresso relativo alle parole d'ordine, che va dal Manifesto Comunista nel 1848 che lancia la formula fondamentale: "Proletari di tutto il mondo, unitevi!". La seconda è del 1850 nel Messaggio al Comitato Centrale della Lega dei Comunisti: "Il vostro grido di battaglia deve essere: la rivoluzione permanente". La terza è del 1871 negli Statuti dell'Internazionale: "L'emancipazione della classe oèeraia deve essere opera della classe operaia". La quarta è di Rosa Luxemburg: "Socialismo o Barbarie". La quinta è di Lenin nel 1917: "Tutto il potere ai soviet". La sesta è l'insieme di parole d'ordine delle lotte rivoluzionarie di liberazione nazionale, tra le quali sottolineiamo per poterci capire: "Popolo o imperialismo", e "Patrio o morte, vinceremo", utilizzate da Che Guevara tra molte altre, e la settima " Comunismo o morte".
20. Ogni consegna riflette l'importanza di una determinata direzione pratica nelle lotte verso un obiettivo prioritario, decisivo, nelle diverse aree della lotta tra il capitale e il lavoro. Ma l'importanza delle due sulle quali ci soffermiamo dipende dal fatto che pongono il dito sulla piaga della sopravvivenza della specie umana, e nell'urgenza sempre più imperiosa di porre fine alla proprietà privata e al potere distruttore de capitalismo. In effetti, nei quasi cento anni trascorsi dal 1915, e in special modo negli ultimi due decenni, sono peggiorati quasi tutti gli indici che allora si potevano impiegare sulla situazione del pianeta, alcuni in forma relativa, ma altri in forma assoluta, e, ciò che è innegabile, non erano sorti i problemi che oggi ci pongono al limite del caos.
21. Oggi la specie umana si trova di fronte a problemi di stretta sopravvivenza, impensabili nel 1915, problemi inconcepibili allora per la semplice ragione che non si erano ancora sviluppate tutte le forze distruttive del capitalismo. Non è questo il luogo per esporre per esteso questa tematica, compito che sarà svolto in un testo successivo. Ma dobbiamo dire che una delle lezioni che si ricavano dal salto da una all'altra consegna è semplicemente quella della riduzione drammatica, anche se non tragica, del tempo disponibile per sconfiggere il capitale, evitare che attivi le sue forze distruttive, ed espriare e socializzare la proprietà privata. La crisi che attualmente il capitalismo sta incubando, sicuramente va ad accorciare il tempo disponibile. Questa concezione si oppone con forza al determinismo catastrofista sulla fine automatica del capitalismo senza il deciso intervento cosciente dell'umanità lavoratrice, che dovrà seppellirlo.
22. Al contrario, la lucida visione dei problemi di sopravvivenza che affrontiamo ora e che hanno tempi di soluzione più brevi di un secolo fa, questa scarna avvertenza teoricamente constatabile, esige più che mai la prassi rivoluzionaria. La borghesia non si estinguerà da sola, consumata nel suo stesso putridume, se non sarà per mano dell'umanità lavoratrice. Se questo non accade, la borghesia continuerà a sfruttare, ma in condizioni così estreme e atroci che potremo comprenderle solo paragonandole al caos, un caos che già avanza in Africa, un continente che agli inizi degli anni 90 cominciò ad essere " prescindibile" per il capitalismo, eccetto in spazi determinati in cui vi erano vitali risorse strategiche. E'l'inumano destino imposto all'Africa si sta estendendo ad altre parti della terra.
23. Solo a partire da questa concezione storica del presente possiamo capire ciò che è in gioco con le FARC-EP, e in generale con tutte le sinitre che, al di là del fatto che pratichino o no la violenza di risposta in qualunque delle sue forme, non si lasciano incatenare dalle imposizioni restrittive e repressive borghesi, praticano la propria indipendenza politica di obiettivi, strategia e tattica, e affermano esplicitamente che il loro fine e il loro mezzo è la rivoluzione comunista. Ciò che accade con le FARC-EP e con altre organizzazioni dentro e fuori delle Americhe, è che, secondo le circostanze, sono in prima linea su tuti i fronti di combattimetìnto contro l'imperialismo.
24. Perfino nel caso in cui le FARC-EP potessero passare a una forma di azione politica non militare per la conclusione di un accordo democratico che cancelli gli inevitabili ostacoli repressivi che attualmente impediscono la vita democratica in Colombia, internazionalmente noti, persino così le FARC-EP continueranno ad essere il peggior pericolo per la borghesia della regione, e non solo della Colombia, per via della loro enorme legittimità , esperienza e forza sociale raggiunta. Dovranno commettere errori molto seri per dilapidare questo patrimonio accumulato, come quelli commessi da altre forze ex guerrigliere che hanno debilitato la propria essenza rivoluzionaria per essere accettate all'interno dei ristretti margini del parlamentarismo ufficiale.
25. L'esperienza storica delle FARC-EP deve essere analizzata in periodi o fasi differenti a seconda delle trasformazioni del capitalismo colombiano e internazionale, ma mantenendo intoccabili i principi della lotta. E' indubbio che per tanti anni si sono prodotti adattamenti e miglioramenti nelle dottrine antinsurrezionali, con innovazioni di ogni tipo che hanno assestato colpi alle forze rivoluzionarie. E' altresì innegabile che i cambiamenti interni nello sfruttamento capitalista e nell'insieme delle relazioni sociali hanno propiziato trasformazioni politiche e culturali che hanno permesso alla borghesia colombiana di implementare spettacolari campagne di manipolazione psicologica e propagandistica, sfruttate dall'industria politico-mediatica a livello internazionale.
26. Tuttavia, la realtà è tanto ostinata, quanto brutale e corrotta è la dittatura pratica del regime uribista narcotrafficante e paramilitare, difeso dalla passività complice della borghesia nel suo insieme, e nel silenzio della Chiesa, senza dimenticare il decisivo appoggio degli USA. La propaganda ufficiale che sostiene che esiste una crescita economica in Colombia occulta, primo, che il cancro del narcocapitalismo rende tutto putrido; secondo, che i beneficiari di tale crescita sono i borghesi e non il popolo; terzo, che l'aiuto militare yankee è decisivo perché questa crescita corrotta si mantenga; quarto, che nel medio periodo il costo di un esercito enorme finirà per pesare persino sui profitti extra del narcocapitalismo; quinto, che questo deterioramento può essere arrestato solo mediante l'indurimento repressivo verso un maggiore autoritarismo neofascista interno, se non fascista; sesto, che in queste condizioni obiettive prima o poi si amplieranno le simpatie popolari per le FARC-EP, se queste non commettono seri errori di settarismo, e settimo, che queste tendenze vanno confluendo con quelle simili che ricorrono nella Patria Grande Latinoamericana.
27. Un esempio della vetusta obsolescenza delle sinitre tradizionali che guardano senza vedere quello che sta accadendo, sono le affermazioni secondo cui le FARC-EP non hanno mai brillato per le proprie elaborazioni teoriche, sono lontane dal popolo colombiano e dalle sue condizioni di vita avendo perso l'appoggio di cui una volta godevano, sono cadute nel militarismo, nel verticalismo e nel pragmatismo, sono isolate dal resto delle lotte per i cambiamenti mondiali dal tempo della caduta dell'URSS, cominciano ad essere demoralizzate e afflitte dal problema delle diserzioni, e sono la scusa perfetta perché l'uribismo giustifichi o aumenti i propri crimini, mentre pongono in serie difficoltà l'"opposizione democratica". Questi critici finiscono col dire che le se FARC-EP dessero inizio ad un dibattito internazionale e nazionale sulle condizioni politiche, economiche e militari per abbandonare le armi, metterebbero il regime uribista in difficoltà .
28. Le FARC-EP e l'insieme delle forze rivoluzionarie latinoamericane hanno argomenti in avanzo per colare a picco queste critiche. Dall'Europa e da Euskal Herria possiamo solo aggiungere varie cose rimanendo nei limiti finora tracciati. La prima è che tali idee non sono rivolte esclusivamente alle FARC-EP e non sono nuove, ma vengono ripetute a oltranza contro altre forze rivoluzionarie che non si piegano ai dogmi libreschi degli autoproclamati "partiti dirigenti", "intellettuali indipendenti", o persino "raffinati analisti". La superbia di questa gente è tale che arriva ad accusare di analfabetismo teorico i movimenti di liberazione nazionale che non si attengano alle loro raccomandazioni. Dimenticano il principio marxista di apprendere dalle masse che lottano, dalle loro innovazioni e successi, e, al contrario, si pongono al di sopra di esse e dalla sicura comodità della distanza impartiscono dottrina, con le proprie lenti di piombo, mentre il mondo reale si dirige verso combattimenti ancora più duri.
29. La seconda cosa da dire è che hanno perduto ogni precauzione metodologica di fronte alla alienante e manipolatrice efficacia dell'industria politico-mediatica, e di fronte al fallimento delle proprie convinzioni. Seduti di fronte alle televizioni dell'imperialismo, leggendo la stampa dell'"opposizione democratica" e di collettivi affini, questi intellettuali finiscono per credere alla versione data dall'industria della manipolazione, con i ritocchi aggiunti dai gruppi affini a essi. E se la realtà non coincide con i loro desideri e con queste versioni, peggio per la realtà . Tesi identiche sono state sostenute dal dogmatismo stalinista e trotzkista, passando per un'amplia gamma intermedia. Ma va detto che se i popoli avessero appena fatto caso a costoro non ci sarebbero stati processi rivoluzionari.
30. La terza cosa da dire è che la proposta che le FARC-EP inizino un amplio dibattito internazionale e nazionale per concretare le condizioni del proprio abbandono delle armi ha evidentemente una elusiva filigrana per evitare la questione centrale: come prepararsi per vincere i piani controrivoluzionari che l'imperialismo sta ideando nelle Americhe, con la collaborazione delle borghesie autoctonone, delle loro forze armate legali, private e illegali, con l'estensione crescente delle reti del narcotraffico e con l'appoggio di altri servizi segreti internazionali. Al margine di come evolveranno queste variabili, occorre sempre applicare il saggio criterio leninista di prepararsi al peggio, per essere in condizione di rispondere alle mosse più dure del nemico di classe, nazionale e di genere sessuale, criterio che non disprezza ma che esige che vi siano anche alternative meno dure, ma sempre mantenendo la propria indipendenza politica.
31. La quarta cosa da dire è che al fondo di queste posizioni vi è una incapacità assoluta di capire che, al di là dell'applicazione o meno della violenza di risposta come atteggiamento tattico, ciò che va discusso è la giustezza o no della teoria marxista dell'"elemento militare" con le sue quattro componenti di base su esposte, come teoria sorta nelle viscere delle contraddizioni sociali e che si può applicare totalmente o parzialmente secondo le necessità e le circostanze. Questo è uno dei dibattiti permanenti che ricorrono nella storia rivoluzionaria da che il primo marxismo iniziò a differenziarsi tanto dal pacifismno come dal blanquismo, e di sicuro in questo secondo caso, mantenendo sempre una profonda ammirazione e affetto personale verso Blanqui, eroe rivoluzionario.
32. Il parlamentarismo, la teoria della "pacifica coesistenza", l'accademismo o il riformismo eurocomunista, in sintesi, imposero una visione rinunciataria al riguardo, come abbiamo detto al principio, che finì per collaborare con le forze repressive capitaliste per strozzare fisicamente le forze rivoluzionarie che si rifiutavano di accettare il monopolio borghese della violenza. Ma anche dalle sinistre rivoluzionarie che optavano per la cosiddetta "violenza delle masse" e criticavano la cosiddetta "violenza individualista" o "piccolo-borghese", o semplicemente "lotta armata", da queste ci fu e continuò ad esserci una opposizione pratica e teorica giustificata con l'argomento che "non esistono condizioni obiettive" per il passaggio alla "violenza delle masse", e ancor meno alla "lotta armata".
33. La necessità di una spiegazione teorica permanente sulla dialettica tra l'arma della critica e la critica delle armi, per utilizzare concetti di Marx, appare esposta già nei primi testi del marxismo. L'esperienza accumulata posteriormente in tutte le lotte sociali che sono arrivate ad un livello di antagonismo irreconciliabile con l'oppressore è conclusiva al rispetto, mostrando la convenienza per cui le masse sfruttate conoscano almeno l'essenziale della teoria marxista della violenza, del "militare", anche se non la praticano. La conoscano nelle sue implicazioni psicologiche, cioè, che assumano coscientemente il fatto che può arrivare il momento in cui sarà necessario passare all'autodifesa, che debbono essere praparate a ciò con anticipo, il che richiede conoscenza teorica e una preparazione psicologica.
34. Ricordiamo cosa è successo agli albori del fascismo, quando bastavano pochi provocatori addestrati militarmente per rovinare con mazze e bastoni, sedi e locali sindacali, socialisti e comunisti, luoghi di vendita della stampa e libri di sinistra o progressisti, assemblee e riunioni di lavoratori, manifestazioni di uomini e donne e bambini. La socialdemocrazia e lo stalinismo avevano abbandonato la preparazione psicologica suffiente e l'addetramento minimo in autodifesa della classe lavoratrice. Gli operai passivi, intimoriti e inerti, pacifisti e parlamentaristi, fuggivano, si disperdevano, e assumevano una catastrofica sensazione disfattista, di inutilità di ogni resistenza, di rassegnazione di fronte a ciò che si avvicinava ..
35. Questo esempio, che si imponeva con lo sterminio dei consigli operai e anarchici, degli spartachisti e comunisti dal 1918, ad opera dei pre-nazisti in Germania sotto la direzione socialdemocratica, si è ripetuto vcon snervante frequenza nel capitalismo successivo, e non solo in Europa: ricordiamo la Cina del fine degli anni 20. La sfacciata opzione filocapitalista della socialdemocrazia e l'interclassismo della Russia stalinista, con l'abbandono dell'indipendenza politica della classe operaia a favore delle esigenze della "borghesia democratica e antifascista", il frontepopulismo, queste due correnti maggioritarie, condussero - con diversa responsabilità - il movimento operaio al pacifismo suicida; la prima in forma direttamente pratica e teorica, la seconda in forma indiretta, con argomenti sulla necessità tattica di posporre la lotta rivoluzionaria alla previa salvaguardia della "democrazia".
36. Durante la guerra del 1939-45 nell'Europa capitalista, buona parte delle sinistre iniziarono tenaci lotte di liberazione nazionale contro il fascismo occupante e contro i collaborazionisti interni, per la maggior parte borghesi e imprenditori, ma anche operai e contadini di estrema destra. Guerre rivoluzionarie di liberazione nazionale e sociale che nel 1945, al ritirarsi degli invasori e con essi di molti collaborazionisti, crearono situazioni di doppio potere, nelle quali il popolo in armi era una delle autorità , essendo l'altra l'esercito alleato sotto la direzione degli USA e della Gran Bretagna; e in molte altre zone dove non ci fu il dualismo di poteri di fatto, proliferarono veri contropoteri popolari basati sulle guerriglie armate. La borghesia europea era molto esautorata e delegittimata di fronte al popolo lavoratore per il suo attivo collaborazionismo con nazisti e fascisti. Le occupazioni di fabbriche abbandonate dagli imprenditori fuggiti o nascosti erano costanti. Se non erano ormai date le condizioni obiettive e soggettive per una rivoluzione sociale, mancava poco.
37. Come è noto, i patti tra l'URSS e gli USA, più la socialdemocrazia e le chiese cristiane, salvarono un capitalismo europeo in agonia. Non distendiamoci in questa amara esperienza generale, se non per sollevare due questioni di base per il tema che stiamo discutendo: una, la deliberata distruzione della memoria collettiva europea di questi avvenimenti, e l'altra, simultaneamente, la generalizzazione di una ideologia interclassista, pacifista e parlamentarista all'estremo, che isieme a quanto già detto, creò una società europea amorfa, progressista nell'esteriorità ma conservatrice al suo intimo. Le grandi maggioranze parlamentari socialdemocratiche, laburiste, e di centro-sinistra, occultavano l'altra realtà che sarebbe apparsa più in là .
38. Gli eroici sacrifici della lotta guerrigliera, il massiccio collaborazionismo della borghesia con i nazisti, le situazioni di doppio potere e contropotere generate nel 1945, le occupazioni di fabbriche, l'applicazione della giustizia popolare contro i collaborazionisti, queste e molte altre cose furono messe a tacere e gettate nell'oblio mentre si disarmavano le guerriglie e si obbligavano i lavoratori ad accettare lo sfruttamento capitalista. Al loro posto si impose una mescola di amnesia sociale, silenzio mediatico, e sfacciata menzogna creata con i famosi "film ulla Resistenza" nei quali esplodevano treni e camion nazisti, ma che non spiegavano affatto cosa era accaduto.
39. Contemporaneamente, nel mezzo della cosiddetta "guerra fredda" e creando e manipolando il terrore sociale verso una guerra nucleare con l'URSS, tanto la sociologia quanto la teoria politica e giuridica borghesi, crearono il mito antimarxista del presunto "Stato del benessere" (?), occultando la sua natura classista e imperialista, occultando le eccezionali condizioni storiche che lo avevano propiziato, e occultando che in altre zone dell'"Europa democratica" esistevano selvagge dittature fasciste. I patti inteclassisti, l'opportunismo calcolatore della borghesia, la passività dell'URSS e la presenza onnopotente degli USA, garantirono "la pace, la democrazia e il profitto" nell'Europa capitalista.
40. Ebbe così inizio il declino pre-mortem di quelli che un tempo erano stati poderosi partiti comunisti che videro come la crisi della fine degli anni 60 e dell'inizio dei 70, generava un movimento di lotta che arrivò a sfiorare momenti rivoluzionari, e che li mise definitivamente fuori questione. La loro risposta fu quella classica degli anni 30: porsi al servizio del capitale, smobilitare gli operai che continuavano a credere a essi come a un'"avanguardia", e aiutare a reprimere i rivoluzionari, specialmente quelli che optarono per la lotta armata. Anni di parlamentarismo e accettazione incondizionale dell'ideologia pacifista borghese avevano disarmato teoricamente, politicamente e psicologicamente ampi settori della classe operaia che, dopo una partecipazione iniziale alle lotte e sotto le pressioni congiunte dei loro dirigenti e dei borghesi, si scoraggiarono, smobilizzarono, e furono incapaci di rispondere efficacemente all'offensiva capitalista, al neoliberismo, lanciata pochi anni dopo.
41. Va fatta una speciale menzione qui al Partito Comunista di Spagna, la cui base aveva lottato con eroismo encomiabile, soprattutto la guerriglia, e che fu poi abbandonata e tradita da una direzione politica decisa per il trionfo della manovra continuista del potere borghese, che abbandonò alcune forme del franchismo, quelle ormai inservibili, mantenne i suoi apparati fondamentali e ne creò di nuovi, tutti protetti dalla corona lasciata dal dittatore Franco. Una eclettica zuppa di argomenti socialdemocratici, eurocomunisti e stalinisti formava la "teoria" del PCE, che giustificava la collaborazione incondizionale con la "borghesia democratica" e con le forze repressive, battezzate come "lavoratori dell'ordine" (sic). 42. In questo modo, e per continuare con l'esempio europeo, una gran parte, quella maggioritaria, del movimento operaio con sicura coscienza di classe non solo fu abbandonata al suo destino nell'elaborazione teorica, ma fu inolttre pressata a che accettasse con più forza l'ideologia borghese parlamentarista e pacifista. Una simile debacle fu indirettamente rafforzata con la tesi delle sinistre tradizionali che non esistevano le condizioni né per la preparazione psicopolitica della militanza per ciò che riguardava la teoria marxista della violenza, né tanto meno per esercitare forme di autodifesa collettiva come parte minore della "violenza delle masse", tutto all'interno di un rigetto assoluto della "lotta armata individualista e piccolo borghese". Non sarebbe passato molto tempo prima che i resti della sinistra tradizionale, molto indeboliti, abbandonassero il concetto di "lotta armata" e accettassero quello ufficiale di "terrorismo", come si esigeva da parte della classe dominante.
43. Oltre ad altre ragioni di peso che aiutano molto a spiegare la sparizione del PCI, e la sparizione in pratica del PCF e del PCE, così come di molti altri "partiti di avanguardia", e che spiegano anche il rifiorire del neofascismo e del fascismo, dell'autoritarismo più reazionario grazie anche a decine di migliaia di voti ex comunisti delle cinture urbane rosse nel processo di deindustrializzazione post-fordista, oltre a queste ragioni, dobbiamo considerare l'effetto demolitore del parlamentarismo e del pacifismo borghese sulla assai precaria e debole base teorica, politica e psicologica dei settori più consapevoli o meno imborghesiti del movimento operaio e rivoluzionario.
44. Il movimento rivoluzionario poteva evitare di perdersi in questa autentica "Via morte" che lo condusse in buona misura alla stazione finale del capitalismo? Penso che si poteva evitarlo in misura maggiore o minore, o che almeno che si potesse sopravvivere alla sconfitta con migliori condizioni soggettive, di organizzazione, di coscienza e di capacità teorica, etc ...., sufficienti, una volta riattivate, a rispondere con molta più forza ed efficacia all'offensiva neoliberista. E' certo che non tutto è perduto, che il movimento operaio europeo ha resistito nella difensiva su molte questioni, anche se è innegabile che l'arretramento in materia di diritti e condizioni di lavoro è notevole. Ma non è questo il momento per mettersi a fare la storia con i se, di sommergerci in facili elucubrazioni ed entrare in analisi più dettagliate che esigono rigore metodologico.
45. La domanda è: potrà il nuovo movimento rivoluzionario che sta emergendo non commettere lo stesso errore strategico se non impara le lezioni apportate dalla teoria marxista dell'elemento militare? Penso di no, che tornerà a ripeterlo se non applica le lezionin teoriche apprese a costo di tante sconfitte, e anche grazie ad alcune vittorie. Una di queste lezioni consiste nello sviluppare una visione critica molto più piena dell'unità strutturale tra guerra e capitalismo, in tutti i sensi. Un'altra consiste nell'attualizzare la teoria marxista dello stato come centralizzatore strategico delle violenze borghesi in qualunque delle loro forme molteplici e interattive. Inoltre, si deve sviluppare la teoria delle tattiche, da quelle pacifiche e non violente fino all'autodifesa legale e istituzionale, passando per l'ampia gamma intermedia. Per ultimo occorre massificare l'etica della resistenza, del diritto/necessità della ribellione.
46. A questo punto, per concludere, l'ultima domanda è: che contributo portano le FARC-EP alla luce di tutto ciò? Fondamentalmente, tre cose: una, che di fronte alle più prevedibili realtà estreme di sfruttamento su scala planetaria che l'imperialismo sta sviluppando, è più importante che mai attualizzare la dialettica tra la componente ribelle inestinguibile disposta ai sacrifici più eroici, e la componente di ricerca di soluzioni democratiche mediante il dialogo e il negoziato tra le parti, ossia, la famosa dialettica rivoluzione/riforma, tra programma-minimo e programma
48. La dialettica riforma/rivoluzione, in nessun modo sostiene che il programma-massimo, la socializzazione della proprietà privata, l''estinzione dello stato, etc., garantisce automaticamente l'aspettativa della sua conquista pacifica. No. Sebbene dalla sua stessa origine il marxismo ha riconosciuto la possibilità e la volontà della transizione pacifica al comunismo, ha sempre subito aggiunto che questa possibilità era la più remota, la più labile e la più fugace di tutte, quasi impossibile di fatto, una rara e anormale singolarità storica, mentre la più probabile, quasi ineluttabile, è che la borghesia resista fino alla fine dei suoi giorni ricorrendo come sempre a tutte le violenze immaginabili e inimmaginibili. Pertanto, occorre essere preparati psicologicamente e materialmente per l'evenienza più dura, anche se si esplora la via negoziale, riformista e pacifica fino ad esaurimento. Le FARC-EP, da marxisti, sanno che quanto più efficace e potente è la preparazione per l'evenienza più dura, più possibilità si avranno di accorciare al minimo le situazioni di dolore e sofferenza, inevitabili in qualunque conflitto violento, purtroppo.
49. Questa lezione acquista importanza nell'attualità quando la borghesia ha necessità di portare il suo dominio nei recessi più reconditi dell'umano. La gente deve conoscere le dinamiche, le fluttuazioni e le dissociazioni possibili dalle lotte che inizieranno in difesa dei suoi diritti ogni giorno più conculcati. Occorre sapere come prepararsi in anticipo, sviluppare individualmente e collettivamente la prontezza mentale ad affrontare il peggio, apprendere da altre lotte per evitare gli errori, e occorre studiare la migliore o la meno peggiore e dolorosa delle soluzioni possibili. Non è possibile iniziare la resistenza dalla più supina ignoranza storica, e meno ancora dall'ideologia pacifista e parlamentarista borghese, che incatena mentalmente e materialmente le persone. Facendolo, ripeteranno gli errori del passato e torneranno a essere inghiottite nel buco nero del capitalismo. La continuità delle FARC-EP è, in questo senso, una preziosa lezione.
50. Terzo e ultimo, la tendenza al caos al quale ci spinge il capitalismo presume, tra molti altri disastri, anche quello dell'annichilimento delle culture, delle lingue e identità dei popoli - e dunque di essi stessi - che resistono - e noi resistiamo con loro - per non essere disintegrati come tali e quindi trasformati in semplice mercanzia a disposizione del profitto borghese. Le FARC-EP sono assai coscienti del pericolo reale che incombe sui popoli delle Americhe e dell'umanità intera. L'insistenza che esse e altre forze rivoluzionarie pongono a sintetizzare l'eredità del bolivarismo, del pensiero di Martà e di altri padri nobili, con il marxismo e il socialismo, questo compito ha un decisivo contenuto emancipatore, perché riunisce quanto c'è di buono, democratico, progressista e rivoluzionario nei popolo sfruttati al limite dell'estinzione.
51. Quando la cultura borghese si volge all'irrazionale, al misterico o all'esoterico, rinforzando il fondamentalismo cristiano e i suoi dogmi più oscurantisti e maschilisti, mentre la casta intellettuale rimane cieca, muta e sorda di fronte a questa sconfitta, o la appoggia in modo surrettizio o sfacciato; mentre la guerra, la fame, l'infermità e la catastrofe ecologica, i nuovi cavalieri dell'apocalisse, cavalcano per il mondo, la (ri)costruzione democratica delle culture popolari e il suo inserimento pratico nella lotta rivoluzionaria appare come una delle priorità urgenti addirittura all'interno del capitalismo imperialista, "centrico" o del "nord".
Non conosco l'istituto di cui parli, ma leggendo la tua email la prima domanda che mi sono posto è se riceve fondi pubblici.
Se la risposta è si, come credo, penso che bisognerebbe pensare a queste persone come burocrati del parastato, piuttosto che
come persone dedite a conservare e tramandare i valori della Resistenza. E in questo caso come vuoi che non accettino le
mitologie del nuovo militarismo italiano, come la strage di Nassirya?
Due giorni fa ho visto in tv le immagini del raduno degli alpini a Bassano del Grappa. Credi che in un contesto del genere
qualcuno ricorderebbe i crimini di guerra delle 'penne nere' durante l'occupazione della Yugoslavia?
Naturalmente i burocrati del parastato resistenziale non si mettono contro 'la Benemerità '.
Saluti e grazie per la segnalazione
Gianluca Bifolchi
-------------------------
Da: XXX
Inviato: mercoledì 14 maggio 2008 22.29
A: XXX
Oggetto: a proposito di Resistenza - ISRAL
Ciao, sono L., ho 19 anni, ti (mi permetto di darti del tu perché mi viene più naturale) leggo abbastanza regolarmente, fine
dei convenevoli.
Come da titolo, e da link
http://www.isral .it/web/web/storiedel900/luoghi_schede/tortona03_sansebastiano_fabbricacurone.pdf
mi sono permesso di pensare che ti potesse interessare (dato anche il nome del blog e ciò che scrivi) il fatto che all interno di un sito di un Istituto Storico della Resistenza, si classifichi un atto di resistenza quale "vile attentato terroristico" (vedi in fondo al pdf).Ho inviato loro questa mail (un po' buffa e retorica -troppo formale- non avevo mai inviato una mail "seria"), alla quale, come si vede dalla data, non si sono ancora degnati di rispondere dopo più di un mese .
Data: Fri, 11 Apr 2008 23:24:30 +0200 (CEST)
Da: XXX
Oggetto: Luoghi della Memoria - Il Tortonese e le sue valli, scheda n° 3
A: isral@isral.it
Alla gentile attenzione della Presidentessa, della Direttrice e dei responsabili dell’Istituto per la Storia della Resistenza in Provincia di Alessandria
Sono uno studente genovese al quinto anno di Liceo Scientifico, mi ritengo un appassionato alle vicende della Resistenza Italiana, in particolare per quanto riguarda l’Entroterra ligure, e i monti e le valli delle cosiddette Quattro Provincie ( Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza)
Di conseguenza, venire a conoscenza dell’esistenza di questo luogo virtuale mi ha reso curioso al punto che nello spazio di un paio di giorni presi visione di tutto il materiale contenuto all’interno del sito.
Vengo subito al dunque: come da titolo, nelle ultime righe della scheda n° 3 della sezione de “Il Tortonese e le sue valliâ€, in riferimento alla Guida ai Luoghi della Memoria, sono sobbalzato, quando, scorrendo l’elenco da voi riportato riguardante i vari cimeli raccolti al Tempio della Fraternità di Cella di Varzi, ho scoperto che al suo interno si trova “un mattone della base Maestrale della M.S.U. dei carabinieri di Nassiriyaâ€.
Fin qui nulla di male; piuttosto, ciò che mi ha inquietato è il commento successivo, l’aggettivazione riferita ai fatti accaduti il 12 novembre del 2003: vile attentato terroristico.
Ma come, mi sono detto, proprio in questo luogo dove la Resistenza all’invasore ed all’infame alleato compatriota assume valore inalienabile, in questo luogo dove sono ricordate le centinaia di ragazzi che persero la vita esercitando questo supremo diritto?
Non erano forse gli stessi partigiani italiani ad utilizzare l’attentato come strumento di lotta?
Sono certo che siate già a conoscenza dell’episodio del Cinema Odeon di Genova (riservato ai soli tedeschi), quando una bomba posta dai Gap all’interno del locale provocò la morte di 5 soldati, e che costituì la causa scatenante dell’eccidio del Turchino.
Pur facendo le dovute proporzioni (diversi contesti bellici, diversi immaginari storici collettivi, diverse basi ideologiche… insomma, 60 anni dopo!), come è possibile che un Istituto storico che si occupa della Resistenza, liquidi con tale infamia un atto di resistenza nei confronti di un’occupante (ecco l’unico punto inequivocabilmente in comune: la presenza di un invasore)?
D’altra parte, non gioca a favore dei reparti dei Carabinieri presenti a Nassiriya il rinvenimento, documentato dalle fotografie comparse su “Chi†ed in seguito riportate da “L’Unità â€, di una bandiera italiana con l’aggiunta di un drappo raffigurante l’aquila della Repubblica Sociale all’interno di una delle camerate squarciate dall’esplosione. Fatto che, come saprete, spinse l’ANPI a definire, a parer mio eufemisticamente, tale episodio come “incresciosoâ€, e attivò un gruppo di parlamentari (in maggioranza DS) a presentare un’interrogazione all’allora Ministro della Difesa Martino.
Come se non bastassero le testimonianze riportate dagli alleati degli italiani, da quei soldati inglesi e americani di ritorno dall’Iraq, che ci parlano di violenze e abusi sulla popolazione civile, permettetemi l’impudenza di ricordarvi infine cosa ha significato, nell’ambito della “guerra al Terroreâ€, l’invasione dell’ Iraq da parte degli Stati Uniti, e alla quale ha partecipato, in seguito, pure l’Italia, per la popolazione autoctona: secondo lo studio l’inglese “The Lancetâ€, nei primi tre anni sono morte, per cause dirette o indirette, 650 mila persone, mentre per il “New England Journal of Medicineâ€, color che hanno perso la vita nei tra 2003 e 2006 per cause dirette sono 150 mila.
Non pretendo da parte vostra alcuna presa di posizione a favore della Resistenza irakena, ma mi sarei aspettato che il vostro Istituto mantenesse quantomeno una certa equidistanza fra le due fazioni.
Aggettivando l’attacco ai militari italiani, non assumete una posizione storica, come neppure patriottica e tantomeno solidaristica, bensì politica.
Fermo restando che la morte umana è sempre un dramma, e chi ama la vita non può che dispiacersi per un uomo che muore, speranzoso del fatto che il mio intervento possa in voi generare quantomeno il sentimento del dubbio e, presuntuosamente, che riesca a suscitare un dibattito interno sulla revisione del testo,
attendo risposta
Cordialmente
XXX
11-4-2008
Io ti segnalo il fatto spassionatamente, poi, se tu volessi farci un articolo -mi sembra un argomento molto atttuale- magari potrebbe sortire qualche effetto.
grazie, e scusa, per l'attenzione
ciao
La tentazione del PD e di Veltroni di usare i fatti di Verona come arma di attacco contro il centrodestra è insincera e strumentale. Potrà apparire giustificata se si considera il quotidiano terrorismo mediatico dispiegato dall'impero informativo berlusconiano, ma chi tiene più alla verita che all'indice di gradimento di Walter Veltroni non dovrebbe ingannarsi.
Che una tale mossa sia insincera e strumentale risulta dalla goffaggine degli strumenti di analisi adoperati (concedendo generosamente che ci sia qualcuno che sta analizzando qualcosa). Le manifestazioni dell'estremismo di destra vengono inquadrate tutte e senza esitazioni all'interno di categorie politiche che, per essere estreme, non cessano comunque di avere la loro essenza in posizioni ideologiche e dottrinarie. In questo modo si presume che un italiano possa aderire ad una formazione neonazista allo stesso titolo con cui un altro tiene per il Partito delle Autonomie di Rotondi o per l'Italia dei Valori di Di Pietro. Vi sarebbe una differenza di grado, ma non di genere.
Si chiudono gli occhi, invece, sull'estremismo di destra come manifestazione di devianza socio-culturale. E ciò risulta assai comodo, per due ragioni. La prima è, appunto, la possibilità di avere un'arma puntata su Berlusconi; la seconda, e la più profonda, è che Veltroni e il PD non hanno alcuno strumento (se anche avessero la volontà ) di affrontare i fenomeni della devianza socio-culturale, perché questi hanno radici troppo profonde rispetto alla celebrazione dell'effimero che Veltroni e il PD rappresentano.
Le spiegazioni profonde, ancorché reali, vengono in genere esorcizzate citando le storie familiari di questi devianti (come si citerebbe il pedigree di un cane): dato che spesso sono "rampolli di buona famiglia", appartenenti a pieno titolo al ceto medio, non si può invocare un retroterra di emarginazione, non si può "dare la colpa alla società ".
Ma il dilagare della televisione spazzatura, i suoi buoni risultati d'ascolto, il fatto che ospiti pregiate fasce di offerta pubblicitaria, sta lì a dimostrare che deprivazione culturale e alienazione si abbattono anche su gruppi sociali che hanno pieno accesso all'area dei consumi.
A scanso di equivoci aggiungo che esiste anche un estremismo di sinistra che presenta tratti simili. E inviterei inoltre a considerare il cospicuo passaggio di voti dalla Sinistra Arcobaleno alla Lega soprattutto come manifestazione di labilità delle identità politiche, di cui, in questo caso, la vacuità del bertinottismo, è l'espressione elitaria e "televisiva".
Ma Veltroni e il PD non sono disposti a prendere atto della realtà di disgregazione che si sta producendo nel tessuto sociale, perché non sono disposti a mettere in discussione i fattori che la producono. E' persino possibile che dovrebbero arrivare ad accusare se stessi per questo.
Dopo tante analisi del voto sulle politiche e le amministrative mi pare che a voler trovare una morale si potrebbe dire che una destra che parla al ventre degli Italiani ha sbaragliato una sinistra (PD + Arcobaleno) che non parla a niente e a nessuno. E dato che questo vuoto di comunicazione della sinistra non è il frutto di un ritardo culturale, in sé scusabile e rimediabile, ma piuttosto del distacco dalla realtà di una corporazione chiusa nella difesa dei propri privilegi, la destra ha meritato di vincere, perché il ventre degli Italiani è pur sempre un'entità più nobile delle nebulose ipocrisie di Veltroni, Rutelli, Bertinotti, e compagnia cantando.
Rozza e grossolana come appare, questa sintesi mi trova abbastanza d'accordo.
Noto però che tra tanti critici non sospetti di questa sinistra - e dico non sospetti perché, come me, non hanno aspettato l'esito delle urne per maramaldeggiare contro gli sconfitti - emergono espressioni ed atteggiamenti che mi confortano nel netto e determinato rifiuto che ho sempre opposto alla suggestione di considerare superate le vecchie distinzioni tra destra e sinista.
Ah, certo, sinistra e sindacati non difendono più da anni gli operai! Sicuro, chi viaggia in auto blu, come i papaveri dell'ultimo governo, non si accorge dei problemi della gente comune a contatto quotidano con il degrado delle città ! E come no? l'immigrazione ha fatto comodo perché forniva manodopera a basso costo e moderava le richieste e le aspettative dei lavoratori italiani...
Tutte affermazioni queste che, considerate singolarmente, contengono ognuna un certo ammontare di verità . Ma il genere di critici a cui mi sto riferendo ora non si ferma qui. Ecco infatti scivolare, quasi per caso, la frasetta ammirata per il pragmatismo della Lega. Ecco l'affiorare di vocaboli come il "lassismo delle autorità ", che lascia indovinare la subdola ed implicita accettazione dei presupposti dell'allarmismo securitario. Ecco il sempre più frequente riferimento a Rom ed immigrati come "problema", con l'invito a percepirli come tali. Si denuncia l'ipocrisia del candidato di sinistra sotto ballottaggio che, dopo aver fatto strame di ogni eredità antifascista, cerca di spremere gli ultimi voti dal limone del 25 Aprile prima di buttarlo via, e intanto si insinua: ma ha ancora senso questo 25 Aprile?
Osservate un po' come parlano della globalizzazione. Non è che la critichino perché è ingiusta e devastatrice. No, no, no: la globalizzazione è da buttare via perché sta disarticolando la nostra bella e confortevole Italietta. E il nuovo pensiero economico che emerge si colloca tra le angosce legate a orde di baffuti idraulici polacchi che vengono a installarsi a casa nostra e il panegirico alle nuove e mirabolanti intuizioni teoriche di quel luminare dell'economia politica che è Giulio Tremonti. Le merci cinesi non le vogliamo, ma il nostro industrialotto del nord-est deve continuare a esportare, se necessario con l'aiuto di dogane e sussidi per far fuori la competizione di paesi più deboli.
Questa cosa la chiamano "superare la vecchia dicotomia tra destra e sinistra". Ma più che un superamento è una joint-venture tra destra e sinistra. La sinistra mette retorica e truppe cammellate, la destra mette contenuti e direzione strategica. Se vi piace così...
Mi sono astenuto da ogni commento sul ballottaggio a Roma perché quello che avevo da dire assomigliava molto al discorso del bastiano contrario per partito preso, ed ho preferito rimandare ogni osservazione ad urne chiuse, quando si sa che il vincitore è Gianni Alemanno e si può ragionare in modo un po' più disteso.
Non voto a Roma, ma se avessi la residenza nella capitale non so cosa avrei fatto. La tentazione astensionistica sarebbe stata forte, come alle politiche, e forse sarei rimasto a casa. In ogni caso, se fossi andato a votare, non lo avrei certo fatto per Alemanno. Mi sarei fidato di quelle voci che dicono che Rutelli è stato un sindaco migliore di Veltroni. Almeno questo...
Quello che però è certo è che neanche per un secondo, neanche per mezzo secondo, neanche per un decimo di secondo avrei accettato di votare Rutelli in nome della "discriminante antifascista".
Perché? Perché non sono antifascista?
Lo sono eccome. E' Rutelli che non lo è.
Piantiamola con questa mistificazione, con questa enorme menzogna secondo cui chi non è fascista è antifascista. In questo modo il peggiore filisteo, troppo gretto ed ottuso persino per essere fascista, dovrebbe essere considerato antifascista.
Rutelli è l'esponente di punta di una classe dirigente della Seconda Repubblica che per sdoganare il ciarpame patriottardo che serviva a giustificare il frequente invio di soldati italiani su fronti di guerra, in qualità di truppe ascare degli Americani, è arrivata ad atti di incredibile gravità , come l'avallo offerto alla menzogna fascista delle foibe, secondo cui migliaia e migliaia di innocenti italiani, nel 45, sono stati massacrati così, per sfizio, dalle orde slavo-comuniste di Tito. Sono arrivati persino ad inventarsi un Giorno del Ricordo per segnare il trionfo di questo cavallo di battaglia del revisionismo storico fascista.
La gente in buona fede non avrebbe il diritto di chiedersi su quante cose possono aver ragione i fascisti, dato che avevano ragione sulle foibe? E nel momento che si istilla questo dubbio, perchè Rutelli dovrebbe avere un vantaggio "antifascista" su Alemanno rispetto ai temi che dovrebbero ispirare una normale competizione elettorale?
Per questa gente fascismo e berlusconismo sono un problema solo in campagna elettorale, buono per prendere i voti dei fessi, ed essere poi in posizione per i peggiori mercimoni con fascisti e berlusconiani.
Rutelli dice che ha perso per via delle strumentalizzazioni sul tema sicurezza. Se ne accorge ora! Per leggere che Roma è una città relativamente tranquilla e che non ci sono affatto i barbari alle porte abbiamo dovuto attendere un articolo del Wall Street Journal, mentre sono anni ormai che il centrosinistra civetta con la versione soft di "tolleranza zero", sperando che porti voti, o che per lo meno contenga l'emorragia a favore della destra. Ma ora Rutelli si accorge che "tolleranza zero" per "tolleranza zero", è meglio servirsi direttamente dai fascisti, che sanno bene in che posto mettere la tolleranza.
Infine una domanda per le persone oneste: chi è pronto a mettere la mano sul fuoco che Alemanno, come amministratore, farà rimpiangere Veltroni? Io no.
Non mi sono mai unito al coro di quelli che deplorano che il 25 Aprile non è riuscito a diventare la festa di tutti gli Italiani. Chi dice queste banalità non si rende conto che perché questo accadesse sarebbe stato necessario che il 25 Aprile entrasse in una categoria di cose in cui ci sono già la pizza, la nazionale di calcio, Sofia Loren e forse da oggi Padre Pio. E' di questo che si sente la mancanza?
In quanto "Liberazione dal nazifascismo" il 25 Aprile avrebbe potuto forse aspirare a tanto onore, visto che "Liberazione dal nazifascismo" è una formula vuota, priva di contenuto storico, e dunque innoqua. Ma questa Liberazione è stata anche il compimento di un grandioso processo di Resistenza all'occupazione, compiuto da un vasto movimento popolare che la nazione ha disconosciuto e rigettato da tempo in maniera completa.
L'associazione al più grande racket planetario che esista, la NATO, la partecipazione ad avventure coloniali come quella dell'Iraq e dell'Afghanistan, la degradazione a "terroristi" dei resistenti di questi paesi, l'impegno bipartisan a svuotare capziosamente di significato gli impegni dell'articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra, sono altrettante scelte che l'Italia non avrebbe mai potuto compiere se il lascito della Liberazione-Resistenza non fosse stato oggetto di un lungo logoramento e di una incessante diffamazione, compiuti con la tacita accettazione di tutta la classe dirigente.
Un articolo di fondo di Repubblica o del Corriere della Sera che contenga una più o meno esplicita difesa del militarismo atlantista, delle politiche di assogettamento di nazioni e popoli più deboli, di acritica accettazione della guida imperiale degli USA, della gerarchie tra nazioni di prima e seconda classe, nella misura in cui viene accettato e si converte in senso comune, contribuisce al naufragio dell'eredità resistenziale più di tutti i gagliardetti della X-Mas esibiti dal reducismo di Salò.
Inoltre la Resistenza non fu solo un movimento guerrigliero, fu anche un movimento politico dalla visione sociale ed economica estremamente avanzata. Vi sono importanti documenti di quel tempo in cui gruppi cattolici ed azionisti, per tacere dei comunisti e dei socialisti, considerano perfino ovvio che col finire dell'occupazione e il sorgere di una nuova Italia occorresse procedere alla nazionalizzazione di tutta la grande industria del Nord.
Ve lo immaginate oggi un ex partigiano cattolico come Enrico Mattei che crea fondi neri nelle casse dell'ENI per finanziare la resistenza algerina, o che si batte con tutte le sue forze per sostenere in Iran il governo democratico di Mossadeq contro l'ingerenza delle Sette Sorelle e il dispotismo dello Sha? Allora fu ucciso per questo, ma oggi un uomo così non potrebbe mai arrivare a simili livelli di responsabilità , perché verrebbe fermato prima dai meccanismi impersonali di selezione della classe dirigente.
L'inizio della storia repubblicana coincide con una controriforma che andrà avanti per decenni, e il divorzio con la Resistenza riguarda oggi l'intera classe dirigente italiana. I veri nemici del 25 Aprile non sono né i fascisti, né i post- fascisti, né i fascisti impliciti come Silvio Berlusconi. I veri nemici sono quelli che avrebbero voluto fare del 25 Aprile un vuoto ectoplasma patriottardo, da celebrare con fanfare dei bersaglieri, e commosse proteste di gratitudine eterna al popolo americano "che ci ha liberato". Sono questi che deplorano che il 25 Aprile non sia dventato una festa "di tutti gli Italiani". Ma che non lo sia diventato prova semmai che non sono riusciti ad ucciderlo.
Se uno dovesse giudicare dalla girandola di dichiarazioni indignate che ieri hanno accompagnato l'inveterata professione di fede fascista di Giuseppe Ciarrapico, candidato nel Lazio del PdL, si potrebbe arrivare persino alla conclusione che l'Italia sia un paese antifascista. Non che queste reazioni abbiano fatto fare a Ciarrapico un "passo indietro", come auspicato da qualcuno. Gianni Letta, il buono, il democratico, ha infatti puntato i piedi sul suo nome, che a Roma potrebbe portare via voti alla lista di Storace, e qualche concessione di Ciarrapico stesso su qualche aspetto in effetti discutibile del fascismo (la fine della democrazia, le leggi razziali...) a quanto pare ha fatto rientrare il problema. Almeno al momento in cui scrivo.
Sarà che il mio antifascismo necessita di una revisione, ma io non provo particolare avversione per un anziano signore le cui idee sono le stesse che ebbe per un ventennio il popolo italiano, e che continuò ad averle anche quando quelli che si sgolavano sotto la finestra del Duce a Piazza Venezia si svegliarono una mattina e si accorsero che erano diventati tutti antifascisti. In ventiquattro ore.
Confesso invece un certo senso di ripugnanza per gli "antifascisti" alla Giampaolo Pansa, professionalmente impegnati nel vilipendio e nella diffamazione della Resistenza antifascista, sfruttando l'ignoranza degli Italiani e spacciando loro sotto l'etichetta di un audace e coraggioso revisionismo storico il recupero della vulgata clerico-fascista degli anni cinquanta, volta a salvare i gagliardetti dell'esperienza partigiana per legittimare la repubblica post-fascista, ma liquidando al tempo stesso il Vento del Nord, ovvero quel lascito di rigore morale e giustizia sociale che aveva innervato la lotta partigiana all'occupazione nazifascista.
L'astuzia politico-mercantile di Pansa lo fa giungere all'estremo di fare la vittima e di assumere le pose del dissidente bistrattato quando al contrario la tempestività dei suoi libri, nel clima putrido della seconda repubblica e dei suoi sdoganamenti di ogni tipo, lo fanno accogliere a braccia aperte nella galassia politico-mediatica berlusconiana, registrando tutt'al più qualche imbarazzato silenzio nel fronte opposto, che tutto vuole meno che riaccendere qualche passione civile autentica e incontrollabile, di quelle non riconducibili agli schemi di pubbliche relazioni alla base della campagna elettorale di Walter Veltroni.
Qualche giorno fa riflettevo sul curioso atteggiamento dell'Italia del 1973, quella del governo Andreotti-Malagodi, che cercava di compiere una restaurazione a destra dopo le esperienze del centrosinistra degli anni sessanta, e che pure condannava apertamente il colpo di stato in Cile di Pinochet, e si dimostrava generosa nell'offrire ospitalità ai rifugiati politici che sfuggivano alla mattanza del fascismo cileno in alleanza con la CIA e le multinazionali USA. Definisco "curioso" questo atteggiamento, perché con tutta probabilità nell'Italia di oggi il governo di Salvador Allende riceverebbe dai media e dai partiti politici dell'establishment lo stesso trattamento della Serbia di Milosevich nel 1998. Con gente come Massimo D'Alema che si segnalerebbe per il suo zelo di "interventismo umanitario", e campagne di stampa a tambur battente per dimostrare i collegamenti del nuovo Allende con i terroristi e il narcotraffico, il suo pericoloso populismo antidemocratico, e la sua azione "destabilizzante" nell'area.
Ho detto in principio che l'affaire Ciarrapico potrebbe far pensare a qualcuno che l'Italia di oggi sia un paese antifascista, ma non lo è. L'Italia del 1973, con tutte le sue miserie e le sue contraddizioni, lo era ancora. Noi non lo siamo più da un pezzo.
Non pensate di dover cercare molto in giro per capire di che pasta sono fatti nostri media. Vi basta assistere alla cattiva prova di questi ultimi giorni. Teatro: il Medioriente. Ogni qualvolta i tank israeliani bombardano Gaza, si tratta di “ritorsioniâ€. La base comune dell’informazione è quella di separarci dall’umanità massacrata dei palestinesi, con servizi giornalistici che evitano l’approfondimento, che escludono le dovute distinzioni, che omettono di chiarire le responsabilità .
Una di queste, fondamentale, è che Israele (non “gli israeliani†o gli “ebreiâ€) fa parte di uno schieramento imperialista che sta attaccando ferocemente l’area mediorientale (e non solo, viste le ultime evoluzioni del caso Colombia/Ecuador/Venezuela) e copre ipocritamente le proprie azioni, non parlandone affatto.
I media di casa nostra, pedissequamente obbedienti, confezionano servizi generici, nei quali non compare mai la storia vista dall’altra parte, cioè dalla parte dei sottomessi, dei massacrati dalle forze militari “democraticheâ€. E’ il controllo dell’immaginario – attraverso le multinazionali dell’informazione e dell’intrattenimento - che nulla ha da invidiare ai sistemi totalitari. Avete mai veduto un film che narri la vita e le sofferenze dei vietcong? Avete mai veduto uno dei “grandi registi americani†proporre la narrazione della vita dei guerriglieri palestinesi che hanno combattuto e continuano a combattere per un avvenire del proprio popolo? Guerriglieri che hanno la loro storia, umanità , contraddizioni? No, la storia, anche quella delle sconfitte, come in Vietnam, esiste solo in quanto “nostra†narrazione, come nostra sconfitta e non come vittoria degli altri, narrazione a senso unico, che non tiene in conto null’altro che il proprio orticello.
L’imperialismo è anche questo: controllo della cultura e dell’immaginario. Ieri un altro bassissimo punto è stato raggiunto dai nostri media che hanno più a cuore la vita degli animali che non quella degli uomini. Io sono un amante degli animali ma se mi obbligate a scegliere tra la vita di un uomo e quella di un animale, scelgo senza indugi quella umana.
Non così i nostri media. Ieri, su Raidue si è dato spazio al video dei due soldati americani che lanciano un cane in un burrone, come fossero questi atti e non quelli di guerra e di sterminio perpetrati in Iraq o a Gaza, ad essere distruttivi dell'onore dell'Occidente. Anche il cane nel burrone, alla fine, serve a coprire atti ben più orribili perpetrati contro esseri umani, molti dei quali totalmente inermi. E’ per questo che sostengo il fatto che questa informazione è degna di un sistema totalitario.
Da parte mia, dopo alcuni mesi, ripropongo il video sull’uso del fosforo bianco in Iraq. Tanto per ricordarci cosa stanno facendo i “liberatori occidentali†in giro per il mondo.
Ho sempre sospettato che le persone stipendiate lautamente e sottratte ad un duro lavoro manuale sottopagato, come lo sono dei dirigenti politici – presidente della repubblica incluso - non potessero maturare etiche in cui le ampie vedute culturali e l’umiltà data dalla conoscenza sudata giorno per giorno potessero scalzare i loro interessi di classe.
Il loro essere classe sociale dominante, con particolari interessi fatti passare per “generaliâ€, è il marchio di una società – la nostra - che si esprime attraverso interessi contrapposti, contrasti insanabili, guerre ed oppressioni. In una realtà così frammentata è necessario che un segmento della classe dominante si impegni a rappresentare – per controllarli - gli oppressi, le classi sfruttate. Questa è la risposta che il sistema capitalista da alle proprie problematiche per non risolverle. Lo scopo è mantenere lo status quo, la piramide sociale.
Una domanda di rappresentanza, come di qualsiasi altro bene di mercato, genera una offerta che, inquadrata in norme e finzioni legali, permette il teatrino della politica ma senza inficiare minimamente il sistema. Il modo di produzione non va toccato. Ognuno al suo posto nella realtà ; tutti uguali nel teatrino.
Il ceto politico non si riproduce dicendo le cose come stanno ma come fanno comodo ad esso. Quindi i fatti storici, la realtà delle cose viene adattata alle esigenze che, di volta in volta, sono prioritarie per chi detiene il potere. La classe politica è tenuta a rappresentarle al meglio, perché è parte integrante di questo potere. Ciò soprattutto in giorni come quello del “ricordo†perché meglio rappresentano questa tendenza alla mistificazione ed all’opportunismo con l’unico scopo di riscaldare la solita rancida minestra: l’unione non-concreta ma solo ideologica degli italiani. Per fare ciò è indispensabile che anche il presidente Napolitano faccia dimenticare il suo passato comunista e resistenziale.
In questo paese abbiamo degli storici veramente degni di questo nome; abbiamo ricercatori seri che della scrupolosa ricerca sulle fonti, del vaglio attento delle testimonianze, sui documenti e sulle contestualizzazioni storiche fondano i loro lavori, le loro pubblicazioni.
Ebbene, nessuno di questi viene intervistato nel “giorno del ricordoâ€. Nessuno di questi evidentemente viene sentito per una consulenza sull’argomento, in modo da non dare in pasto al pubblico “non addetto ai lavoriâ€, delle notizie false, tendenziose, sciovinistiche. Non si da spazio ad un minimo di serietà , ad un minimo di impostazione dignitosa al discorso foibe.
Uno dei responsabili di questa disinformazione è proprio l’ex-comunista (o forse mai-comunista) Napolitano che all’epoca dei fatti era già militante del PCI, quindi a conoscenza di ciò che stava accadendo (le stragi fasciste, la feroce occupazione nazista, la guerra di liberazione jugoslava ma anche italiana che comportava morti da ambo le parti come tutte le guerre di liberazione) ed egli stesso aderente ad alcuni gruppi della resistenza campana.
La colpevole mistificazione operata nei discorsi di Napolitano è palese, diventa una affermazione apodittica che esce direttamente dal video o risalta dalla carta stampata, senza possibilità di discussione o di critica. Le foibe non furono pulizia etnica: nelle foibe finirono anche slavi collaborazionisti.
Alcune precisazioni: subito dopo l’8 settembre 1943 le truppe dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo, presero possesso di una parte del territorio istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni. Dopodiché i nazi-fascisti ripresero il controllo di tutta la zona. L’ordine riportato da essi costò la vita a 13.000 istriani ed interi villaggi furono distrutti.
Perché il signor Napoletano non se lo ricorda? In quello stesso periodo si creò, ad opera dei servizi segreti nazisti e della R.S.I., la mitologia delle foibe. Nell’inverno ’43-’44 furono riesumati circa 300 corpi di persone che potrebbero essere attribuiti alla giustizia sommaria dei partigiani di Tito. Ma da alcune cavità emersero anche dei corpi che vi furono gettati perché morti durante i bombardamenti nazisti. Potremmo sentire queste cose uscire dalla sua bocca, Presidente?
La seconda fase degli infoibamenti è quella della fine della guerra, cioè maggio 1945, dove da Trieste scomparvero poco più di 500 persone, fra le quali prigionieri di guerra che morirono nei campi di lavoro, collaborazionisti arrestati, processati e condannati a morte per crimini di guerra. Praticamente tutte queste persone erano compromesse col vecchio regime, piuttosto pesantemente. Non morì nessun bambino.
Anche la provincia di Gorizia fu interessata dagli infoibamenti. I numeri del “Lapidario†della città parlano di 653 persone, di cui (dopo accurate ricerche) 91 estranee alle circostanze, e solo 314 sul totale residenti a Gorizia mentre gli altri provenivano dalle province di Udine, Trieste o dalla Jugoslavia.
Chissà quando potremmo finalmente sentire qualcosa di serio da parte degli ex (o forse mai) comunisti che vada oltre alla pura propaganda politica esercitata su un terreno già abbondantemente arato dalla destra?
[...] Era il periodo, difficilissimo per i comunisti, che va dalla firma del patto Ribentropp-Molotov all'aggressione nazista all'URSS. In questo senso è significativo un episodio: saputo che i comunisti negli Stati Uniti avevano iniziato una campagna antinterventista, egli si precipita ad informare un compagno, membro del comitato centrale del PC tedesco, che si dichiara d'accordo con i comunisti americani perchè, a suo parere, "...questa guerra non interessa la classe operaia internazionale"