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di Gianluca Bifolchi

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venerdì, 27 giugno 2008

Vecchi e nuovi elisir

Un personaggio tipico dell'epopea del vecchio West, ritratta dal cinema, è il venditore di elisir portentosi che, muovendosi sul suo carro pittoresco di villaggio in villaggio, con la sua voce stentorea e un'oratoria degna di Demostene, decanta ad auditori rurali le virtù del suo beverone. Queste spaziano dalla ricrescita dei capelli alla scomparsa del gozzo, dalla ritrovata gagliardia amorosa con la propria signora alla cura immediata di ogni odontalgia, dal sollievo per la gotta a una certa azione immunizzante contro il morso dei serpenti a sonagli.

I nostri spot pubblicitari sono pieni di prodotti a base di alghe, fermenti lattici o altri principi attivi dal nome scientifico attentamente scandito, che hanno lo stesso raggio d'azione e una maggiore aderenza ai bisogni del consumatore del XXI secolo: scompaiono i serpenti a sonagli ed appare l'esame universitario da preparare grazie al formidabile integratore che potenzierà memoria e concentrazione; va in pensione la gotta (ma perché nessuno oggi ha più la gotta?) ed appare la pomata in grado di ridurre il "giro coscia" in una settimana, in vista della spiaggia e del costume da bagno. L'efficacia è la stessa dell'elisir del vecchio West, ma i costi di queste campagne pubblicitarie lasciano intravedere un giro d'affari molto più ampio, che si accompagna al declino della dimensione artigianale per aprirsi all'intrapresa industriale in piena regola.

Ma la differenza più grande è che al tempo dei pionieri non vi erano autorità mediche in grado di mettere i consumatori in guardia dalle frodi commerciali di quella immaginosa farmacopea, mentre oggi ci sono - annidate in elefantiache e costosissime burocrazie statali - e se ne stanno zitte lasciando che la gente venga gabbata in nome della raccolta pubblicitaria e del PIL.

postato da: LookingBackward alle ore 03:53 | link | commenti (1)
categorie: consumismo
giovedì, 05 giugno 2008

la fame e la buona tavola

di Gianluca Bifolchi

Nella teoria della "varianza correlata" sull'origine dell'uomo Charles Darwin riteneva che le tre peculiarità della nostra specie rispetto al resto dei primati antropomorfi - stazione eretta, linguaggio e tecnologia - fossero il risultato dell'uso di armi attraverso gli arti superiori. La parola armi va intesa letteralmente, come strumento bellico, e non genericamente come utensile per la caccia. In ciò Darwin rifletteva la mentalità imperiale nella quale era cresciuto, in cui l'ideologia vittoriana voleva che il benessere avesse come precondizione la capacità di difesa militare del territorio controllato. Nell'espistolario del naturalista troviamo frequenti riferimenti agli investimenti della sua famiglia nelle colonie, alla preoccupazone per la rivalità dei Francesi, e all'ansia di come le minacce al predominio britannico potessero mettere a repentaglio la posizione di rentier dei suoi numerosi figli. Ciò, in un uomo dal temperamento mite e pacifico.

Oggi, non solo la concezione della "varianza correlata" appare superata agli occhi degli antropologi, ma l'idea stessa che l'aggressività e la violenza abbiano avuto un ruolo pilota nell'evoluzione umana non riceve più molto credito. E' probabile anzi che lo sviluppo del linguaggio sia il risultato del complessificarsi di interazioni sociali all'insegna della cooperazione e dell'assistenza reciproca.

Ma qual è il gruppo che l'uomo è capace di percepire come proprio, e di cui percepirsi come una parte? Il sentimento di solidarietà riesce effettivamente ad andare oltre la dimensione di clan o di villaggio?

Il nazionalismo o patriottismo, che ha indotto molti esseri umani a dare la vita sui campi di battaglia, comportava davvero la dimensione del sacrificio di sé, per il proprio popolo, come il genitore è disposto a fare a favore del figlio, o ha come ingrediente fondamentale la propaganda di demonizzazione del nemico, che ha il potere di sublimare le pulsioni distruttive delle persone, facendole apparire come nobili?

La semplice verità è che della cosiddetta "natura umana" sappiamo tutti molto poco. Nè sappiamo quali sono i fattori costitutivi della nostra specie che avranno la prevalenza nella risposta a sfide globali come il riscaldamento climatico e la fame. Se si pensa alle funzioni superiori della nostra corteccia cerebrale c'è di che essere ottimisti: non si stratta di problemi senza soluzione, e con il necessario impegno possono essere risolti in maniera soddisfacente. Ma se pensiamo alla spinta ad invadere ogni habitat naturale e a sfruttarne le risorse per il nostro vantaggio, lo scenario si fa molto più cupo. Se le nostre capacità di cognizione e decisione non sono proporzionali per intensità a questo istinto espansivo all'antropizzazione ossessiva siamo perduti.

Naturalmente non sono solo problemi di tipo biologico. E' necessaria anche un'analisi dei sistemi istituzionali e dei rapporti di potere dati nella società per individuare dei percorsi di salvezza. Pensate a come i nostri mezzi di comunicazione di massa esagerano pericoli statisticamente irrilevanti, come il terrorismo, ed assumono invece un atteggiamento sostanzialmente evasivo di fronte alle imminenti catastrofi ambientali. Provare ansia rispetto ad un allarme sociale è una risposta sana radicata nel nostro istinto di sopravvivenza, e dunque nella nostra dotazione genetica, ma la scelta del tipo di allarme a cui reagire è il risultato di una scelta che riflette interessi settoriali e non della specie. Di conseguenza non si può prevedere in che modo le masse reagiranno. Anzi, ci sono elementi in abbondanza per non fare eccessivo affidamento alle loro capacità di giudizio indipendente.

Di fronte ai temi dibattuti all'ultimo vertice della FAO, i numerosi programmi di gastronomia che si affollano sulle nostre reti televisive hanno qualcosa di offensivo. Ma pensate al tipo di resistenze che dovrebbe affrontare chi volesse ridefinire le abitudini alimentari degli Italiani in base alle esigenze dietetiche reali e non al cosiddetto "piacere della buona tavola". Di che natura sono queste resistenze? Vi è senza dubbio un elemento di egocentrismo animale, ma la vicenda grottesca del consumo abnorme di acque minerali in Italia, come risultato di campagne pubblicitarie mirate, segnala anche la natura artificiale di certe abitudini di consumo.

Decifrare l'intreccio del determinismo animale (non necessariamente negativo) e delle esigenze della civilizzazione (non necessariamente positive) dovrebbe essere alla base di una nuova visione dell'essere umano che porti con se un valore di speranza.

postato da: LookingBackward alle ore 09:49 | link | commenti
categorie: ecologia, fame, consumismo
domenica, 18 maggio 2008

Energia e senso del pudore

di Gianluca Bifolchi

Pochi minuti di visione di un dibattito su La7 sul tema dell'energia ed eccomi là a meditare sul principio del comune senso del pudore.

Schiacciato tra una morale cattolica che ha sempre prediletto le innoque faccende della camera da letto rispetto a quelle della guerra e del denaro, ed un ordinamento economico che ha fatto del sesso un formidabile volano dei consumi (si pensi all'uso del corpo femminile nella pubblicità), il principio del comune senso del pudore è divenuto un sinonimo di bacchettoneria. Assai a torto, secondo me.

Ogni società dovrebbe poter contare su un pudore condiviso, e credo che in effetti sia sempre così, senza eccezioni. Si tratta solo di capire, caso per caso, cosa costituisce oggetto di pudico comune ripudio.

Fosse per me ristabilirei ai primi gradi della priorità la frode, o fraude, nel senso dantesco di uso capzioso del dono divino dell'intelletto per trarre illecito vantaggio sul semplice di spirito. E contennendi di prima grandezza dovrebbero essere tenuti coloro che vogliono far apparire come giusta, equa, pratica ed agevole un'espansione senza condizioni del consumo di energia elettrica nei paesi indutrializzati.

Nel detto dibattito sentivo il turbo-nuclearista Bruno Tabacci che accusava i difensori del risparmio energetico di egoismo per non tener conto di tutte quelle persone in giro per il mondo che non hanno mai potuto premere un interruttore della luce a casa loro. Da ciò seguirebbe che occorrerebbe costruire un bel po' di nuove centrali nucleari; ma non in Bolivia, Burkina Faso o Bangladesh, e consentire così l'allaccio alla rete elettrica di gente che non ha mai goduto di questo prezioso consumo, ma in Italia, dove non è più procrastinabile la sentita esigenza di sciacquoni da cesso che si azionino con controllo remoto a raggi infrarossi.

C'è poi la trovata della "furbizia" degli Italiani, che rinunciano alle centrali nucleari ma importano da oltre confine energia prodotta proprio da reattori nucleari. Peccato che la decisione di rinunciare fu presa dalla stragrande maggioranza degli Italiani (di destra e di sinistra) attraverso quello strumento di democrazia partecipativa che è il referendum, mentre la decisione di importare elettricità dall'estero, comunque prodotta, è presa da Signori dell'Energia il cui amore per la trasparenza finora non è riuscito neanche a indurli a stampare bollette che tabulino in maniera chiara ed esauriente l'intera struttura dei costi della fornitura elettrica. Diversi decisori, diverse responsabilità.

Notevole anche lo scenario di prosperità magica che si dipinge se solo superassimo le nostre irrazionali paure per l'atomo. Si lascia credere che con le centrali nucleari saremmo forniti di elettricità con la stessa abbondanza essudata dal Dio del Pentateuco che rifornisce di quaglie e di manna gli Ebrei nel deserto ai primi languorini di stomaco, senza limiti e senza condizioni. Per ciò non solo vengono presentate stime dei costi dedotte solo da segmenti dell'intera filiera di produzione e smaltimento delle scorie, ma si tace la circostanza che il materiale fissile disponibile sulla Terra è relativamente scarso, ed un'accresciuta dipendenza da esso porterebbe la gradevole novità di guerre per l'uranio che si assocerebbero alle già numerose guerre del petrolio, per l'accaparramento del prezioso minerale.

Si ricorda anche la luminosa tradizione di fisica nucleare del nostro paese, dai ragazzi di Via Panisperna al Nobel di Fermi, che sarebbe un peccato se dovesse interrompersi per sempre. Ma è un peccato anche che non riusciamo a smaltire decentemente la munnezza delle nostre città, proprio mentre vorremmo metterci a giocare con le scorie nucleari; ed è un peccato che siamo più impegnati ad inventarci le scuse che presenteremo in un prossimo futuro per i nostri fallimenti rispetto agli impegni di Kioto, che a cercare di invertire la tendenza per cominciare a ridurre davvero le emissioni di gas serra.

Non è l'opinione nuclearista o sviluppista in sé che infastidisce, ma il carattere fraudolento di essa. Se il comune senso del pudore contemplasse tra le altre cose lo sdegno che Dante aveva per la frode potremmo quasi dirci una democrazia.

postato da: LookingBackward alle ore 08:55 | link | commenti (4)
categorie: ecologia, energia, consumismo
lunedì, 05 maggio 2008

l'alibi del fascismo

di Gianluca Bifolchi

La tentazione del PD e di Veltroni di usare i fatti di Verona come arma di attacco contro il centrodestra è insincera e strumentale. Potrà apparire giustificata se si considera il quotidiano terrorismo mediatico dispiegato dall'impero informativo berlusconiano, ma chi tiene più alla verita che all'indice di gradimento di Walter Veltroni non dovrebbe ingannarsi.

Che una tale mossa sia insincera e strumentale risulta dalla goffaggine degli strumenti di analisi adoperati (concedendo generosamente che ci sia qualcuno che sta analizzando qualcosa). Le manifestazioni dell'estremismo di destra vengono inquadrate tutte e senza esitazioni all'interno di categorie politiche che, per essere estreme, non cessano comunque di avere la loro essenza in posizioni ideologiche e dottrinarie. In questo modo si presume che un italiano possa aderire ad una formazione neonazista allo stesso titolo con cui un altro tiene per il Partito delle Autonomie di Rotondi o per l'Italia dei Valori di Di Pietro. Vi sarebbe una differenza di grado, ma non di genere.

Si chiudono gli occhi, invece, sull'estremismo di destra come manifestazione di devianza socio-culturale. E ciò risulta assai comodo, per due ragioni. La prima è, appunto, la possibilità di avere un'arma puntata su Berlusconi; la seconda, e la più profonda, è che Veltroni e il PD non hanno alcuno strumento (se anche avessero la volontà) di affrontare i fenomeni della devianza socio-culturale, perché questi hanno radici troppo profonde rispetto alla celebrazione dell'effimero che Veltroni e il PD rappresentano.

Le spiegazioni profonde, ancorché reali, vengono in genere esorcizzate citando le storie familiari di questi devianti (come si citerebbe il pedigree di un cane): dato che spesso sono "rampolli di buona famiglia", appartenenti a pieno titolo al ceto medio, non si può invocare un retroterra di emarginazione, non si può "dare la colpa alla società".

Ma il dilagare della televisione spazzatura, i suoi buoni risultati d'ascolto, il fatto che ospiti pregiate fasce di offerta pubblicitaria, sta lì a dimostrare che deprivazione culturale e alienazione si abbattono anche su gruppi sociali che hanno pieno accesso all'area dei consumi.

A scanso di equivoci aggiungo che esiste anche un estremismo di sinistra che presenta tratti simili. E inviterei inoltre a considerare il cospicuo passaggio di voti dalla Sinistra Arcobaleno alla Lega soprattutto come manifestazione di labilità delle identità politiche, di cui, in questo caso, la vacuità del bertinottismo, è l'espressione elitaria e "televisiva".

Ma Veltroni e il PD non sono disposti a prendere atto della realtà di disgregazione che si sta producendo nel tessuto sociale, perché non sono disposti a mettere in discussione i fattori che la producono. E' persino possibile che dovrebbero arrivare ad accusare se stessi per questo.

postato da: LookingBackward alle ore 08:44 | link | commenti (1)
categorie: sinistra, antifascismo, consumismo, antipolitica
venerdì, 18 aprile 2008

l'ingenuità dei decrescisti

di Gianluca Bifolchi

In un articolo per l'Internazionale di qualche giorno fa Beppe Grillo spiega le ragioni per cui non è andato a votare, e le riassume in uno slogan che farebbe la gioia dei decrescisti: "Meno lavoro, meno energia, meno materiali".

L'articolo, al solito, è interessante e informato, e fornisce diversi spunti per riflettere sull'insensatezza della nostra organizzazione economica.

Personalmente, resto poco convinto per l'entusiasmo che ha acceso molti di pensare all'economia solo in termini di decrescita, e dedurre da questo principio tutti i criteri che dovrebbero informare le politiche economiche dei governi. Secondo me c'è molto di New Age nella disinvoltura con cui si è accantonato un concetto molto importante come quello di sviluppo sostenibile, che ha trovato la sua massima espressione in un documento poco conosciuto come la Carta della Terra delle Nazioni Unite, in cui si cerca di tenere insieme sia il rispetto per l'ambiente che la sacrosanta aspirazioni della maggior parte dell'umanità di arrivare a più degni livelli di esistenza. A volte sospetto che molti zelatori della decrescita siano tipi che tra una settimana si stancheranno e andranno a fare un corso di campana tibetana, secondo l'eterno freackettonisno latente in tanta parte dell'opinione pubblica del nord industrializzato.

Naturalmente non c'è niente di ozioso o gratuito né nelle premesse del discorso decrescista in sé né nell'articolo di Grillo, e molta della gente che se ne occupa - tutt'altro che stupida - lo fa con interesse serio e sincero.

Rimane però la sconcertante ingenuità politica di questo discorso, tanto più irritante quanto più si accompagna alla fiducia di chi crede di aver trovato un nuovo verbo da sostituire alle decrepite "ideologie ottocentesche".

Questa ingenuità si esprime soprattutto nella riluttanza ad affrontare il problema del potere e della sua distribuzione, nell'illusione illuministica che i buoni argomenti siano di per sé sufficienti a convincere la maggior parte della gente ed avviare i necessari processi di ristrutturazione del modello economico e sociale.

Salvo accorgersi, come accade a Grillo, che "nessuno dei partiti ne parla". O salvo accorgersi che con l'acuirsi della consapevolezza dei problemi del cambio climatico i movimenti ambientalisti, paradossalmente, appaiono in fase di riflusso. O salvo accorgersi che l'avidità energetica assume un peso crescente nelle agende dei governi.

Forse più che continuare a decantare le virtù della raccolta differenziata, occorerebbe fermarsi a riflettere sul perché mentre tutti sono d'accordo che sia una cosa buona non si fanno i necessari investimenti per farne il principio di tutto lo smaltimento dei nostri rifiuti.

E' iniziato il fuoco ad alzo zero sul movimento NO-TAV, e a giudicare dalla campagna mediatica in atto vi è una nuova volontà politica di riprendere con decisione il progetto della Torino-Lione. Eppure è stato spiegato molto bene che le previsioni di crescita del traffico merci su rotaia sono del tutto fantasiose. Eppure è stata denunciata con vigore la dimensione di affarismo squalesco che ha informato l'assegnazione degli appalti, vera ragione per i propositi di sventramento della Val di Susa.

Grillo e decrescisti, tuttavia, non sono contrari solo alla TAV. Vorrebbero addirittura riformare l'intero paradigma della produzione economica nazionale, e confidano per questo sulla forza dei loro buoni argomenti.

Ma non vi è controllo dell'economia senza controllo dell'informazione, e senza controllo della politica. E la combinazione di queste forme di controllo è ciò che può vanificare le cause più degne, che si ritrovano contro l'establishment economico, politico e dell'informazione.

Queste forme di controllo, a loro volta, non sono che aspetti particolari di quell'entità che si chiama Capitale, riconducibile in ultima istanza a chi possiede i mezzi di produzione. A meno che la proprietà di questi non sia socializzata come ci si può illudere che non vengano impiegati per interessi particolari?

Non ci metterei la mano sul fuoco per Grillo, ma sono certo che molti decrescisti si rendono conto benissimo del vincolo inscindibile che c'è tra il socialismo e un'economia più rispettosa della natura e degli autentici bisogni umani. Ma evitano di parlarne sperando di non dover passare sotto le forche caudine della demonizzazione che l'idea socialista ha subito e subisce tutt'ora.

Ma questo è esattamente ciò che ridurrà i temi della decrescita ad una moda, buona per lo più come trampolino alle carriere politiche dei Daniel Kohn-Bendit o Joshka Fisher di turno.

postato da: LookingBackward alle ore 09:20 | link | commenti (1)
categorie: ecologia, consumismo, socialismo, capitalismo, decrescita
lunedì, 24 marzo 2008

Alla fine vincerà McCain?

di Gianluca Bifolchi

Da qualche giorno mi imbatto in dichiarazioni, provenienti da persone di diverso orientamento politico che considerano probabile una vittoria del repubblicano John McCain alle prossime presidenziali USA di novembre.

Nessuna di queste persone ci metterebbe la mano sul fuoco, nessuno sostiene che si tratterà di un trionfo senza precedenti per il candidato del partito repubblicano, e tutti ritengono che nel frattempo i pronostici potranno cambiare. Semplicemente, se richiesti di un parere, puntano per McCain.

Il meno che mi sento di dire è che coloro che hanno creduto che il disastro iracheno e l'incipiente recessione mondiale innescata dalla crisi dell'economia USA avebbe dovuto trasformare questa gara per le presidenziali in una passeggiata per il partito democratico, ha riflettuto in maniera assai ingenua.

Non perché John McCain non sia molto attento a non compromettersi con l'immagine del presidente attuale che, col suo 31 per cento di gradimento, è forse il più impopolare inquilino della Casa Bianca del secolo, verosimilmente avviato all'immondezzaio della storia, come ha osservato Fidel Castro. Ma questa semplice separazione di responsabilità, ridotta al suo aspetto puramente personale, sembra sufficiente a salvaguardare la campagna elettorale di un candidato repubblicano che non si capisce bene in cosa sarà diverso da George W. Bush, al di là del fatto di aver servito "con onore" in Vietnam, mentre il presidente attuale si imboscò (e non saprei dire cosa è peggio).

Dunque un presidente reso estremamente impopolare dai suoi insuccessi e dalle sue menzogne, sarà probabilmente sostituito da uno dal quale possiamo aspettarci più o meno le stesse cose.

Credo che al fondo occorrerebbe chiedersi in che modo si formano le opinioni politiche in un paese in cui il cittadino medio trascorre sei ore al giorno davanti alla tv, il 50 per cento della popolazione adulta assume farmaci antidepressivi, dove il massimo di esperienza sociale è una capatina da Wal-Mart (o da Starbucks, o da McDonald...), dove c'è assai poco interesse per quello che succede nel resto del mondo e quel poco di curiosità che si ha è soddisfatta da media e leader politici che dicono tutti le stesse cose.

Non possono esserci grandi cambiamenti politici (e dubito che una vittoria democratica lo sarebbe) se la gente non è neanche capace di immaginarli nella propria mente. Il conservatorismo politico, inteso nel suo senso più letterale, non ha nessua possibilità di essere scosso se il tipo di società che lo produce, e i valori su cui si basa, non vengono messi in discussione.

postato da: LookingBackward alle ore 13:37 | link | commenti (1)
categorie: consumismo, capitalismo, neoliberismo
lunedì, 17 marzo 2008

[Anti] Horror pleni.

di Sergio Mauri

Leggendo un libro come l’ultimo di Gillo Dorfles, Horror pleni. La (in)civiltà del rumore, non si può non essere d’accordo coi contenuti di critica al vetriolo nei confronti della società contemporanea. Una critica incentrata totalmente sulla sua fenomenologia. Il libro nasce da una raccolta di articoli pubblicati sul “Corriere della Sera†affiancati da una decina di saggi inediti. La pubblicazione è a cura di Castelvecchi Editore.

999Dicevo; come non essere d’accordo con Dorfles: “La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali (stimoli visivi, uditivi, tattili) fa si che l’uomo d’oggi si trovi in una situazione del tutto diversa da quella, non di secoli, ma anche solo di una cinquantina di anni fa. […] estendere il concetto di ripulsa, di rifiuto, di orrore appunto, alla situazione di cui sopra: proprio come contrapposizione a quell’opposto concetto dell’horror vacui con il quale ci si è spesso riferiti all’attività di antiche popolazioni preistoriche, i cui graffiti e i cui disegni nelle grotte aurignaziane, magdaleniane, e in generale nelle caverne e sulle pareti rocciose, avevano a quanto pare tra le altre anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza di ogni segno e di ogni traccia umanaâ€.

Tutto ciò si lega chiaramente con un concetto ampliato di homo faber. Ampliato dalle possibilità via via tecnicamente più estese. Ma non solo. Per introdurre la mia interpretazione che seguirà, voglio far parlare ancora Dorfles che scrive in questi termini del tempo contemporaneo che è un fattore parte della meccanizzazione di noi esseri umani. Una meccanizzazione portata avanti dal modo di produrre attuale.

“[…] L’ascensore del grattacielo procede con una lentezza molto superiore a quella delle nostre gambe, le code sulle autostrade portano la velocità degli automezzi a quello delle carrozze d’altri tempi (e anche meno). Le soste negli aeroporti, per un volo di un’ora, sono spesso tre volte più lunghe, e oltretutto non consentono di dedicare la nostra attenzione a questi momenti di un “tempo perduto†che potrebbe essere vissuto creativamente.â€

Tutto condivisibile. Il problema è che rimane fuori o, nella migliore delle ipotesi, è un convitato di pietra, il sistema capitalistico che ha riempito di oggetti il nostro mondo/ambiente e ha parcellizzato e meccanizzato il tempo della nostra esistenza. Nel libro pregevole manca un accenno sostanziale a questo problema. Il problema di un sistema economico e politico esemplato ed indirizzato alla riproduzione del capitale, il cui – in ultima analisi - parametro è solo questo.

La sfida - che non poteva essere raccolta da Dorfles – è quella di battersi per uscire dal circolo vizioso distruttivo (e potenzialmente apocalittico) del capitalismo. Detto questo, vi consiglio di leggere questo libro, scritto da una persona indubbiamente preparata. Un libro da non scambiare per “antimodernoâ€. Non si farebbe sbaglio peggiore di questo. E’ ciò che stiamo vivendo oggi che lo è; è un ritorno alla barbarie attraverso la inciviltà delle merci. E’ la ripulsa a questo sistema che va valorizzata e finalizzata ad un discorso – più ampio – di liberazione.

domenica, 16 marzo 2008

Cittadini o consumatori di merci?

di Gianluca Bifolchi

Un recente articolo di Tullio De Mauro sull'Internazionale riporta che, secondo valutazioni di esperti internazionali "soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea".

La parola "soltanto", par di capire, suggerirebbe che il 20 per cento sia troppo poco, e che questa cifra segnali una debolezza o una vulnerabilità dell'Italia. Per la gioia di tutti gli appassionati del tormentone "Povera Italia".

Io, invece, appena mi sono imbattuto in quel dato, mi sono ricordato del recente sondaggio secondo cui un esorbitante numero di studenti inglesi sono sicuri che Sherlock Holmes è veramente esistito, mentre Winston Churcill, Gandhi, e Charles Dickens vanno relegati nel mondo della fantasia.

Intendiamoci, io non respingo del tutto l'opinione che il nostro paese sia il ventre molle dell'Europa, e credo che gli americanofili di casa nostra possono essere giustamente orgogliosi di quanto il nostro paese assomigli sempre di più agli Stati Uniti per ciò che questi hanno di peggio, a partire dalla sconcertante ignoranza della propria popolazione.

Ma l'eroe delle saghe celtiche Winston Churchill sta lì a ricordarmi che se guardassimo alle tendenze di fondo le società occidentali si assomigliano tra loro molto di più di quanto si differenzino.

E' tanto o è poco un 20 per cento di popolazione istruita in una società tecnologica? Non saprei. Forse è poco e periodicamente occorre fare degli investimenti supplementari nell'istruzione per adeguare l'offerta e la domanda di lavoro intellettuale. Ma è anche vero che non esisterebbe società tecnologica se non esistesse, previamente, una certa capacità di produzione e riproduzione del know how. In qualche modo gli Italiani riescono a mandare avanti l'"Impresa Italia".

Altra questione, naturalmente, è se la scuola italiana, o in generale il sistema culturale del nostro paese, è adeguato alla formazione di cittadini adeguatamente attrezzati a farsi carico delle responsabilità che una democrazia pone loro sulle spalle. Ma qui rischiamo di essere vittime di un equivoco.

Non li vogliamo! Non li vogliamo i cittadini! I cittadini sono dei gran rompiscatole, ed educarli è una gran faticaccia. Chi ce lo fa fare? Immaginiamo che sforzi titanici dovremmo fare per creare delle scuole che formino veramente dei cittadini. Il primo passo da compiere sarebbe una riforma del corpo docente per tenere dentro i veri educatori e buttare fuori tutti gli altri (infatti, se l'obiettivo è creare dei cittadini, come possono degli insegnanti dare quello che non hanno?). Vi pare fattibile?

E poi per che cosa? Perché un corpo di burocrati e di politicanti di quart'ordine, con tutte le grane che ciò comporta, dovrebbero formare dei cittadini che, come primo atto civile della loro vita adulta, inizierebbero a contestare il sistema corrotto che li ha preceduti e che pretende ora di cooptarli in base alla loro disponiblità a vendersi? Francamente è una pretesa contronatura.

Invece dei cittadini non è preferibile avere dei passivi ed obbedienti consumatori di merci? Non sporcano, non fanno rumore, non berciano slogan quando sono in fila alla cassa, e i privati investono volentieri cifre colossali in campagne di marketing e di pubblicità per la loro formazione e il loro aggiornamento.

E' una sinergia eccellente: la scuola fornisce le competenze elementari del leggere, scrivere e fare di conto, e i privati sovvenzionano la "trasmissione dei valori" che serve a dare senso all'esistenza e una guida nelle scelte della vita.

Vedrete che così, in un modo o nell'altro, la società riuscirà ad andare avanti, e il 20 per cento di persone istruite non sembreranno più troppo poche.

Naturalmente sto decrivendo una società ideale, e bisognerà lavorare parecchio per arrivarci.

postato da: LookingBackward alle ore 07:23 | link | commenti
categorie: consumismo
lunedì, 25 febbraio 2008

Ideali, elettori, politica.

di Sergio Mauri

A mo’ di introduzione vorrei chiedervi una cosa: qual è la differenza tra una poesia ed un paio di scarpe in quanto beni di umana utilità? Una differenza ontologica: una poesia è inconsumabile; un paio di scarpe si consuma e velocemente. Leopardi lo possiamo leggere ed apprezzare anche oggi; il paio di scarpe che avete ai piedi difficilmente supererà l’anno di età. Tenete a mente questo paragone perché esso si attaglierà ottimamente al tema di questo articolo: quale rapporto c’è tra un ideale politico e il sistema rappresentativo per come lo conosciamo oggi.

E’ frequente udire in Tv o leggere sui giornali dichiarazioni come “tradimento della fiducia degli elettori†che, unite al modo in cui sia il ceto politico che la “società civileâ€(1) vi si conformano, fanno pensare. E fanno pensare al peggio

Il rapporto tra la classe politica e la “società civile†(ammesso e non concesso sia necessario così come la conosciamo oggi) è – nel tardo capitalismo contemporaneo – per forza un rapporto tra l’erogatore di un servizio e il suo cliente. Insomma, si tratta di una mera relazione contrattuale.

4444Lo è in virtù del fatto che il capitalismo è un rapporto sociale, nel quale chi produce non produce semplicemente merci ma, mediante quel rapporto sociale, produce umanità. E’ inevitabile che in questa produzione di relazioni umane mercificate, l’alienazione (2) svilisca tutti gli ambiti della vita umana, compresa la politica.

Anch’essa viene vilipesa, grazie alla sua riduzione a pura amministrazione dell’esistente capitalista, al punto che non vi sia più nulla di autentico. Il diaframma dei rapporti sociali ne decreta la fine programmatica di qualsiasi nuovo umanesimo.

Io, al contrario, rimango provocatoriamente convinto che la politica sia fatta di ideali non negoziabili, frutto di esperienze e teorie verificate nella pratica, alla ricerca della realizzazione dei bisogni che l’umano porta con sé. Gli ideali non c’entrano nulla con la “fiducia degli elettori†né con i sondaggi per scoprirne gli umori che, al contrario sono l’ammissione di una passività sociale che oggi va per la maggiore. Critico anche aspramente il concetto di “elettore†che sceglie un simbolo come fosse una marca di birra al supermercato, preferendogli l’essere umano coi suoi propri bisogni.

Gli ideali sono obiettivi da raggiungere che mai lo potranno essere completamente, ma ai quali si deve puntare con la più forte approssimazione possibile. Al contrario, il contratto mercificato tra ceto politico e “società civile†è ricerca di consenso tipica di una transazione economica che, una volta compiuta, si esaurisce in tutto e per tutto. Si consuma, si deteriora completamente.

Il contratto “elettori-eletti†finisce ogni qualvolta i primi si recano alle urne e, con inconsapevole assoluto distacco, mettono una croce per delegare qualcuno che gli tuteli gli interessi. Un ideale politico, al contrario, non si consuma mai, arde sempre. Le piccole gesta dei Mastella o dei D’Alema di turno non rimarranno certamente negli annali dei trattati di politologia o di Storia delle teorie politiche, tantomeno nei cuori delle persone.

L’anima del capitalismo, ben rappresentata dal consumismo odierno, si innerva in tutti gli ambiti della vita umana, rendendoli mere operazioni contabili. L’alienazione è inesorabile. Come si esce da tutto ciò?

Io sono convinto che l’Occidente, per iniziare un percorso costruttivo in politica degno di questo nome, dovrà passare attraverso la partecipazione diretta e senza mediazioni dei subalterni alla vita sociale. Questa partecipazione, per essere possibile, deve avere un grosso shock che la renda necessaria. Uno shock, un forte sconvolgimento della vita quotidiana che metta in discussione le fondamenta del sistema stesso e apra le porte ad un processo ri-fondativo della nostra società che non sia mero marketing politico (come nel caso della “sinistra radicaleâ€, ora arcobaleno).Una sorta di rito iniziatico a livello sociale. Motivi per un suo avverarsi cominciano ad essercene più d'uno.

(1) Definizione ideologica attraverso la quale le contraddizioni presenti nella società vengono diluite nell’innocuo concetto di cittadinanza.

(2) Segno della mancanza di libertà di auto-realizzazione dei soggetti sociali.