Non sarà la prima volta che succede, ma certo io faccio fatica a trovare un precedente per ciò che sta accadendo in questi giorni con l'Alitalia. A differenza di altre megafrodi o megacrack, come quello dell'Ambrosiano o della Parmalat, non si tratta di qualcosa che viene alla luce a cose fatte, o che si palesa solo ai lettori occhiuti, pignoli e diffidenti delle pagine interne dei giornali. No, si tratta di un raggiro che abbiamo seguito dai primi vagiti sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e nelle notizie di apertura di tutti i Tg. E l'eminenza niente affatto grigia di tutto l'accaduto è un presidente del Consiglio che viaggia alto nei sondaggi di gradimento degli italiani.
Non mi unirò ai fastidiosi fremiti di indignazione di Eugenio Scalfari e Nanni Moretti per il tramonto dell'opinione pubblica italiana. Da costoro, infatti, preoccupati di salvare le proprie partecipazioni azionarie all'avventura del centrosinistra, non sentirete certo che l'atto di nascita dello scandaloso meccanismo che porta alla bad company fu la decisione di Romano Prodi, prossimo a lasciare l'incarico di Presidente del Consiglio, di concedere un "prestito ponte" all'Alitalia di 300 milioni di euro. Ben sapendo che non sarebbero mai tornati indietro, e dopo aver assicurato gli italiani che la vendita all'Air France era l'ultima spiaggia per salvare la compagnia di bandiera. Ma come tacere che la nostra democrazia riposa sulle spalle di una plebe lazzarona che ci ostiniamo a chiamare "cittadini", e che non ha capacità di giudizio - e soprattutto nessun interesse - se non per ciò che gli cade nel ventre?
So bene che il costume di appioppare etichette, invece di indagare le ragioni storiche per cui un popolo si comporta come si comporta, è tipico del pensiero reazionario. Ma a parte il fatto che chiamare la maggioranza degli italiani "plebe lazzarona" ha il suo fondamento storico, non fosse altro perché chiarisce la natura borbonica del processo di putrefazione che sta minando la società italiana, chi dice che anche l'insulto non abbia la sua funzione progressiva? Chi dice che qualche italiano, trovandosi sempre sbattuta sotto gli occhi l'abiezione in cui ha scelto di vivere, non abbia alla fine qualche palpito di coscienza civile?
A volte mi chiedo che resistenze potrebbe mai incontrare nella "società civile" italiana un nuovo Mussolini in ascesa, ammesso che l'autoritarismo postmoderno abbia ancora bisogno di buffoni in orbace per imporsi. Non parlo qui della resistenza attiva dei cittadini a difesa delle proprie libertà civili. Molto più banalmente mi chiedo se una palingenesi neofascista avrebbe bisogno di imporre cambiamenti significativi ai costumi degli italiani per farsi regime. La maggior parte di questi, nella Spagna franchista della prima metà degli anni settanta, si sarebbe probabilmente trovata come il topo nel formaggio. Nei bar non si parlava di politica, l'Opus dei si prendeva cura delle anime, e per il resto ci si concedeva tutta l'esistenza godereccia che era alla portata del proprio portafogli. Si, nei bar e sui treni d'Italia si parla ancora di politica, ma se agli italiani si dicesse che questo piccolo sacrificio è necessario per non avere più tra i piedi zingari e marocchini?
Tra ordine e caos
Predizione e costruzione di futuri
In genere quando pensiamo al futuro estrapoliamo da ciò che stiamo vivendo. A voltre consideriamo tendenze più sofisticate che includono cicli di diverse dimensioni. In essi collochiamo variabili economiche, militari, sociali e politiche. Vaticiniamo un aumento o una diminuzione del PIL, delle guerre, dei suicidi e dei crimini, fenomeni di crisi o di crescita. Arriviano persino a pensare in termini di fine del sistema o della sua continuità assicurata.
Secondo come cambiamo di prospettiva passiamo a pensare al futuro immediato e ai prossimi anni come qualcosa legato alla nostra vita o a quella dei nostri figli e nipoti, pensando in termini di decenni e dei primi trenta, cinquanta o cento anni che ci aspettano. In tutti questi casi possiamo focalizzarci su ciò che dobbiamo fare come individui o collettività per raggiungere obiettivi vitali nel futuro previsto, o limitarci ad essere osservatori e commentatori sperando che i fatti si sviluppino in maniera più o meno fatale o predeterminata.
Alla scelta di una posizione passiva contribuiscono grandi tradizioni religiose e ideologiche, alcune delle quali molto recenti, come lo strutturalismo, nel quale il soggetto scompare. Questa posizione senza soggetto, senza attore, è la meno indicata per comprendere un futuro nel quale i fenomeni di costruzione sono tanto importanti come chi li costruisce. Oggi, più che mai nella storia dell'uomo, la costruzione di "futuri conservatori" e "alternativi", attraverso la strutturazione e il confronto di attori e di piani, di sistemi e di scenari, costituisce l'essenza della comprensione del cambiamento. Parodiando Wallenstein potremmo dire che "l'uscita dipenderà dai dettagli della lotta organizzata attuale".
Nelle più avanzate correnti della ricerca tecnico-scientifica, sono ricchissimi gli apporti in relazione ai sistemi organizzati, ai loro contesti e scenari alternativi. Tra le conquiste, importantissima è quella che vede il caos e l'organizzazione come una sola unità . A differenza del concetto classico di caos, l'attuale non oppone l'idea del caos a quella dell'ordine stabilito, ma analizza piuttosto come si passa dall'organizzazione al caos, e come dal caos emerge l'organizzazione.
Le ricerche tecnicoscientifiche sulle organizzazioni e il caos hanno oggi un enorme impatto nella costruzione dei futuri. Penseremmo poco e male sul futuro immediato se non pensiamo a queste organizzazioni e alle loro relazioni con i fenomemi caotici attuali ed emergenti. Il nostro pensiero si vedrà assai limitato anche se non consideriamo che queste organizzazioni determineranno in buona misura i risultati della lotta in condizioni di turbolenza, instabilità , disequilibrio, anarchia di fatto. Tutto avrà luogo all'interno del complesso ordine-disordine mondiale in cui viviamo e che, in larga misura, corrisponde all'unità di caos e organizzazione all'interno del modo di dominazione e accumulazione capitalista che prevale nel mondo. Ma tanto le organizzazioni dominanti come quelle alternative giocheranno all'interno del dell'ordine e caos mondiale un ruolo storico al quale non siamo epistemologicamente preparati. All'interno dell'ordine e caos mondiale i cosiddetti "complessi militari-industriali" e le "grandi imprese" sostituiranno la "mano invisibile del mercato" con la "mano visibile" dell'organizzazone, come sostiene Peter Meskins. I movimenti alternativi devono avere molto chiara l'importanza delle megaorganizzazioni nella storia presente. Questo è il primo punto da sottolineare.
Una volta accettata la necessità di considerare le organizzazioni e il caos dalla prospettiva delle tecnoscienze si deve passare all'analisi storica, o allo studio dell'evoluzione recente delle organizzazioni nella crisi, nelle turbolenze, nelle destabilizzazioni, nei disequilibri, e alla storia delle forme complesse in cui le crisi sono state superate mediante riorganizzazioni delle imprese, degli stati, dei mercati, e mediante ristrutturazioni dei sistemi di dominazione appropriazione, riproduzione allargata, distribuzione, esclusione, repressione, depredazione, parassitismo, sfruttamento. Nello studio si richiederà di includere l'analisi della storia delle mediazioni che permettono al sistema di "cambiare per sopravvivere", e di quelle che, nel campo alternativo, hanno cercato di impiantare un nuovo sistema e furono sviate, cooptate, o eliminate, sebbene ebbero successi effimeri o parziali, il cui carattere cumulativo è oggetto di una fondamentale conoscenza.
In ogni caso questo secondo fenomeno pone problemi teorici che possono contribuire a chiarire i limiti scientifici e tecnici dell'impostazione detta, e portarci ai problemi etico-pratici della costruzione di un'alternativa radicale che elimini i tratti depredatori e autodistruttivi della società attuale.
Le limitazioni dello studio tecnicoscientifico egemonico sulle organizzazioni e il caos si avvertono con chiarezza quando si vede il rigetto cognitivo degli "specialisti" verso le categorie articolate della dominazione e dell'accumulazione del capitale. Quando arrivano ad analizzarle le slegano l'una dall'alta, e dalla categora dello sfruttamento. Quando analizzano la dominazione in generale la slegano dall'accumulazione e dallo sfruttamento.
Queste categorie, tabu per le tecnoscienze egemoniche sono state in compenso approfondite dalle diverse correnti del pensiero alternativo socialista, in particolar modo quello marxista. Ma nello studio della costruzione del futuro, le nuove correnti alternative non devono solo mettersi al corrente di ciò che si riferisce alle scienze dominanti, e fare un'autocritica profonda, ma anche, nel disegnare una nuova alternativa, non possono separare il socialismo dalla democrazia, né la democrazia dal socialismo, né l'uno e l'altro dalla liberazione, come è spesso avvenuto durante più di un secolo e mezzo. In ogni caso i costruttori di un'alternativa devono vedere fino a che punto le tecnoscienze delle organizzazioni e delle strutture dominanti costituiscono nuovi ostacoli e nuovi vantaggi per raggiungere i loro obiettivi. E' anche necessario che combinino i loro obiettivi in un complesso concreto per il trionfo della liberazione, della democrazia, e del socialismo nel mezzo dell'ordine e del caos, che studino e applichino le "scienze della complessità " delle forze dominanti. Questo è il secondo punto da sottolineare.
Vogliamo affrontare questi due punti, vedendo per prima cosa come appare il futuro delle organizzazioni e del caos nello studio dell'attuale tecnoscienza della guerra, e come gli studi sui sistemi complessi propongano nuove possibilità di strutturazione, riflessione e azione alle organizzazioni alternative. L'obiettivo è conoscere il pensiero attuale dei guerrieri vincolati ai dirigenti, e ciò che può essere rilevante per i movimenti alternativi, sistemici ed antisistema.
La conoscenza dell'organizzazione: suo funzionamento e strategie
"Una volta di più scopriamo che il modo di arricchirci e di fare la guerra sono strettamente connessi", dicono i coniugi Toffler che, a loro modo, danno a conoscere "la rivoluzione nell'arte della guerra" come una "rivoluzione nell'arte della pace".
Le grandi compagnie stanno smantellando o hanno già smantellato le loro vecchie strutture per stabilire "centri di profitto" ("profit centers") o "centri di coordinamento" e "comando" ("coordination and managing centers"), con grande diversità di alleanze strategiche, di "rischi imprenditoriali condivisi" ("joint ventures"), di associazioni e consorzi, molto transnazionali. I nuovi "complessi" richiedono livelli sempre più alti di organizzazione della conoscenza e dell'informazione, non solo in relazione alle organizzazioni che le costituiscono, ma alla ristrutturazione di queste o di alcuni dei suoi componenti e "processi", compiti propri della "reingegneria" e delle tecnoscienze che operano nella produzione e nei mercati, e negli scenari politici, militari, economici, sociali e culturali.
La filosofia delle "risposte flessibili" negli affari e nella guerra si pratica in complessi integrati per unità relativamente autonome. La loro filosofia corrisponde a quanto vi è di più avanzato nelle pratiche di organizzazioni e strategie. L'uso di "comandanti di campo" con autonomia di comando si applica in forma simile ai "dirigenti" periferici delle unità transnazionali e ai "presidenti" associati dei paesi dipendenti. All'interno di linee generali fissate dal comando centrale resta un margine di libertà più o meno ampio per i titolari delle organizzazioni minori. Con questi si condivide l' "autorità dall'alto al basso" ("top-down authority"), e tutti la revisionano e la flessibilizzano, secondo i messaggi e le conoscenze ricevute dal basso.
Nei ciber-affari e nelle ciber-guerre si conosce tutto il possibile dell'avversario (o concorrente) nel momento in cui gli si impedisce di conoscere la controparte e il contesto. La lotta consiste nel volgere "la bilancia dell'informazione e della conoscenza a favore di una sola parte". Alla fine, tanto i complessi militari come "le corporazioni e le compagnie" acquisiscono, processano, distribuiscono e proteggono informazione e conoscenza, negandoli agli avversari, e persino agli alleati, o rilasciandoli in forma selettiva.
La nuova politica, degli affari e della guerra, parte dal presupposto che la conoscenza e l'informazione sono inutili in certe mani e in certe teste, o quando sono intempestive ("in the wrong hands at the wrong time). Suggerisce che la conoscenza e le informazioni appropriate finiscano solo nelle teste giuste, e a suo tempo. Conoscenza e informazione che circolano senza pause nei centri di riflessione, analisi, educazione e pubblicità della "rete delle compagnie" o degli "alleati dello zio Sam".
La nuova politica si estende alle reti dell'istruzione a tutti i suoi livelli, dalle elementari ai corsi posat-laurea o alla ricerca: i militari i manager e i politici della "terza onda" danno un'importanza decisiva all'addestramento e all'istruzione a tutti i livelli. I loro sistemi per fornire "addestramento adeguato al potere adeguato" sono parte del processo di distribuzione della conoscenza".
Nella guerra, come negli affari, "apprendere, disapprendere e riapprendere corrispondono a un processo continuo in tutte le categorie politiche".
I "generali intelligenti" ("smart generals") si complementano con i "manager intelligenti" ("smart managers") e con i " politici intelligenti" ("smart politicians") addestrati nelle lotte, nelle guerre e nelle pacificazioni, simulate al computer, prima di produrle nella realtà .
Alla politica della conoscenza e della informazione si aggiungono quella della de-conoscenza e dell'anti-conoscenza, e della de-informazione. Coscienti del valore commerciale, governativo e militare della conoscenza, i complessi "imprenditoriali- militari" elaborano strategie per "la difesa dei propri attivi di conoscenza contro qualunque attacco nemico". Al corrente dei fenomeno complessi non lineari sanno che negare o dare un po' di informazione o conoscenza può avere effetti catastrofici. Negano questo minimo di conoscenza o lo concedono per convenienza e col contagocce. E sempre lo considerano come "un attivo", come una proprietà che condividono con alcuni e da cui escludono altri, in accordo con i fini di accumulazione e dominazione del sistema.
La conoscenza e l'informazione dei "complessi" si relaziona anche ai suoi messaggi e alle sue azioni di terrore, con i " depredatori virali", con i loro servizi di controintelligenza e disinformazione, di paramilitari e azioni civiche. Molti dei loro atti "umanitari" sono paternalistici e caritativi; assieme ale intimidazioni si propongono di dominare la dignità e la coscienza di nemici e trasformarli nei propri "servitori", nella misura completa in cui è possibile.
Le "strategie della conoscenza" articolano il pensare, il dire e il fare dei complessi che oggi governano il mondo. Includono un'alta precisione nei bombardamenti e anche la possibilità riconosciuta e il diritto di commettere errori. Successi ed errori si calcolano come formule di sottomissione al razionale e, anche, all'irrazionale. Inoltre formano parte dell'apprendistato delle organizzazioni dominanti.
Il livello di sofisticazione della conoscenza delle organizzazioni è molto alto. Leon Roger, direttore esecutivo della " Servizi di apprendimento organizzato, 3M" afferma che questi hanno come tradizione di lasciare che i propri componenti commettano errori. Una volta che li commettono sanno che li hanno commessi e imparano a non commetterli di nuovo. Non c'è nessuno che gli dica "stai attento". Non c'è bisogno.
La conoscenza formale e informale che raggiunge ognuno dei membri o dei componenti del complesso, (o di una compagnia) si dà attorno agli obiettivi comuni dello stesso chiaramente definiti. L'insegnamento e l'apprendistato sono parte del lavoro, come lo sono le prove e le anti-prove. Professori e studenti rinnovano il loro impegno con i valori culturali del complesso, o della corporazione o della compagnia, "la lezione più importante che si insegna e che apprendono è che tutto cambia". I componenti del complesso non si limitano a cambiare tutto per conservare l'essenziale, ma rimangono aperti a tutti i cambiamenti per raggiungere gli obiettivi, gli interessi e i valori del complesso, della corporazione o della compagnia.
La conoscenza è un "capitale intellettuale", un attivo. La guerra economica o militare è una guerra di conoscenza, organizzazione e volontà . Tra i suoi promotori commerciali ci sono Irujiro Nonalia, Hirotaka Takeuchi e Takeuchi Noaken, autori di un libro che in inglese si traduce The Knowledge-Creating Company ("L'impresa intelligente"), o Tom Stewart con Intellectual Capital ("Capitale intellettuale"), o Tom Davemport con Working Knowledge ("La conoscenza applicata"), o Karl Sveiby con Managing Know How ("Il sapere del manager"). Con tutte le riserve, limitazioni e critiche che suscita la conoscenza del citale e dell'imperialismo, non si può ignorare né la sua esistenza né il suo funzionamento.
Le corporazoni che producono "conoscenza per la vendita" ("Knowledge for Sale") hanno proliferato moltissimo come consulenti o destinatarie di conoscenze; come esportatrici e importatrici, e come produttrici, ma anche come utenti. La grandezza e l'efficacia proclamate dalle imprese di punta è che tutte le loro attività e discorsi sono "basati sulla conoscenza" (" Knowlewdge based"), e che riposano in strutture articolate del conoscere, del comunicare e del fare. L'epistemologia delle organizzazioni ha "interfasi" con l'azione delle stesse nella produzione e dominazione dei mercati del mondo. Le loro strategie includono la teoria e la pratica di un futuro di biforcazioni e creazione di sorprese tra l'ordine e il caos. Costituiscono la pratica del complesso.
"La pianificazione di scenari esige che i manager abbandonino l'idea di una linea da seguire, la presupposizione che esiste solo un futuro determinato che ci riguarda. Nella pianificazione di scenari c'è sempre più di uno scenario", sostiene Ariede Gens, uno degli autori che scrivono libri per manager. Coloro che progettano scenari militari pensano allo stesso modo. Con gl uni e gli altri che dominano il mondo entriamo nel periodo 2000-2050. Se le loro limitazioni a sapere ciò che realmente accade sono immense, la loro conoscenza strumentale non rimane indietro. Questo è il paradosso.
Le organizzazioni alternative complesse verso il secolo XXI
Tecnoscienze e scienze della complessità si manifestano in tutta chiarezza nel capitalismo organizzato che agisce nel mezzo dell'ordine e del caos. Le tecnoscienze e le scienze della complessità contribuiscono alla costruzione di sistemi autoregolati e adattativi che si ristrutturano in forme interattive, cioè si ridefiniscono e ridefiniscono i propri associati e subordinati, e persino i nemici. La complessità delle organizzazioni dell'attuale sistema capitalista ha così importanti implicazioni per i movimenti alternativi. Questi non solo si vedono obbigati a ristrutturare i propri concetti, ma anche la relazione tra i propri concetti e le proprie azioni. Innovare le proprie informazioni e discorsi non basta. I movimenti alternativi devono impostare gli atti-conoscenze delle proprie organizzazioni con un monitoraggio costante per interagire con successo di fronte alle organizzazioni complesse dominanti.
I movimenti alternativi devono sapere che le organizzazioni dominanti si ridefiniranno e li ridefiniranno. Devono partire dal presupposto che le proprie organizzazioni alternative, i loro concetti-atti, le loro informazioni-discorsi-azioni, non saranno in futuro come sono oggi. Si vedranno anche obbligati a ridefinirsi nel corso dei processi interattivi tra sistemi. Devono sempre pensare alla propria ridefinizione, e farsi e rifarsi in forme che gli permettano di mantenere la propria identità e agire meglio nella lotta per la liberazione, la democrazia e il socialismo.
I movimenti alternativi devono considerare in forma prioritaria le trasformazioni delle organizzazioni semplici del sistema dominante che si sono trasformate in veri complessi di corporazioni imprenditoriali, militari e politiche con reti di mediazione, repressione e appropriazione variabile secondo gli spazi centrali e periferici, e secondo i periodi storici " post-industriali", "post-moderni" o "neoliberisti", che corrispondono alla fine del "socialismo reale", "dello stato benefattore" e dello "stato populista".
Agli ideologi e dirigenti dei movimenti alternativi non sarà facile accettare che loro - e i loro eredi - vivranno in una fase di instabilità e caos prolungati con destrutturazione e ristrutturazione accentuata delle organizzazioni e dei complessi in lotta. Più difficile gli risulterà capire che le strutture non lineari "interne" delle organizzazioni o complessi e le strutture non lineari dei loro contesti "esterni" faciliteranno o renderanno più difficili le azioni delle organizzazioni o dei complessi in lotta.
Molti movimenti alternativi, o le loro basi, saranno esposti a "biforcazioni di biforcazioni" del tipo che sfocia in fenomini caotici, e che si possono affrontare solo conreto, e fuzioni, sapendo che senza reti di unità articolate, le unità disarticolate sono oggetto di facile distruzione.
I complessi di liberazione saranno più efficaci se si integrano - come quelli di oppressione - in unità o "nodi" autonomi e plurali, e se oltre ai vincoli - tra le unità autonome - stabiliscono gerarchie con i rami "centrali" e disciplinate da " sicurezza alternativa" nella lotta contro la dominazione, la mediazione, la repressione e l'appropriazione escludente. Le diverse combinazioni saranno determinanti per l'epilogo dei processi e potranno impostare scenari in cui si metta fine prima ai complessi industriali che al mondo, o in cui eventualmente si negozi un cambiamento storico perchè non si metta fine al mondo. Questi scenari non possono essere scartati.
La costruzione di una strategia alternativa implica che si ponga in questione il nostro modo di pensare in sistemi semplici. Per senso comune siamo abituati a pensare e ad agire con forme di ragionamento che corrispondono a sistemi semplici. Non è sempre una cosa da scartare, e in tutte le circostanze, questi modi di pensare, predire, agire, organizzare e lottare; ci sono fenomeni lineari che continuano ad essere molto significativi anche in tempi e spazi ampi; funzioni, interazioni o relazioni sociali che in certi momenti e circostanze - come nelle crisi - occupano un secondo piano ma tendono a riapparire, per quanto sotto nuove fogge. Non possiamo scartare oranizzazioni centralizzate con linee gerarchiche funzionali per molti fini di resistenza e sopravvivenza; né impedire che nei processi di decentralizzazione circoli tutta l'informazione necessaria in tutte le reti o nodi del sistema autoregolato. Ma alla nostra conoscenza accumulata e al nostro pensiero critico abbiamo bisogno di aggiungere il monitoraggio delle informazioni e l'analisi sui fenomeni emergenti nei quali variano i concetti, le opzioni, le azioni, in maniera creativa e innovativa, a volte sorprendente, come accade nel lungo corso della rivoluzione cubana iniziata nel 1959, o del movimento zapatista che emerse in Messico nel 1994. Registrare i concetti-atti, le informazioni di ciò che si fa, le narrative e i discorsi vincolati ad azioni e a progetti di azione al fine di decifrare ciò che cambia e ciò che si conserva, i loro effetti immediati e laterlai, previsti e imprevisti, attesi e sorprendenti, è un compito fondamentale per pensare, parlare (o ascoltare), proporre e agire in sistemi complessi.
Rispetto ai sistemi lineari nei quali i comportamenti sono facili da dedurre e predire, i sistemi complessi generano biforcazioni alle quali i movimenti alternativi devono stare attenti; o effetti sproporzionati nei quali una piccola azione si moltiplica al di là di qualunque esperienza anteriore; o ridefinizioni nelle quali le organizzazioni e reti alternative, dopo una battaglia, non sono più le stesse di prima, come non lo sono quelle che dominano il sistema. Alla seconda battaglia, le une e le altre si presentano diverse. All'adattarsi della condotta di ogni parte per le esperienze passate - o come retroazione ("feedback") - si aggiungono le variazioni nelle aspettative dei suoi membri individuali o collettivi, e nella struttura delle condotte per affrontare sviluppi futuri ("feadforward"). In questi non solo si considerano gli "effetti laterali positivi" per sé, ma i "danni collaterali" che si possono infliggere al nemico...
Quando si pensa a un sistema complesso come il capitalismo organizzato è necessario pensare a due o tre sistemi autoregolati e contraddittori. Sono sempre due o più i sistemi che lottano o si accordano, opprimono o si liberano,si dissociano o si associano. Il concetto di un sistema unico, per significativo che sia, non è quello di un sistema complesso. Nè è quello di un sistema dialettico. Il concetto di un sistema unico nel capitalismo è fonte di errori elementari frequentemente occultati con un gioco di specchi conosciuto come "alienazione" o "reificazione" dell'altro e delle sue possibilità di ristrutturazione autoregolata, e come razionalizzazione e enfatizzazione del sistema nel quale si è dominanti, o dal quale uno lotta per il dominio. Nel primo caso gli altri sistemi sono considerati solo alla stregua di "contesto"; nel secondo non si pensa sempre alla capacità che hanno i sistemi dominanti di rifarsi, di ridefinirsi come hanno già fatto alla fine del secolo XIX con l'avvento del capitalismo monopolistico e dell'imperialismo.
Non è neppure possibile ignorare che gli altri attori, dentro o fuori del sistema, si possono sommare apertamente o intensamente alla lotta generando crisi maggiori di quelle previste, crisi esponenziali. Prendere in conto solo gli attori originali di un conflitto o un contesto ed estrapolare dalla loro lotta o dalla loro cooperazione verso il futuro significa non capire i sistemi complessi, pieni di mediazioni e molto più capaci di "assorbire colpi" di quello che all'inizio si pensava. Rispetto alle organizzazioni semplici alle quali siamo abituati, con centralizzazione piramidale di decisioni, è necessario pensare in termini di organizzazioni di corporazioni e di complessi che combinano le reti con autonomie e gerarchie. Le organizzazioni alternative non si distingueranno per maggiori autonomie e minori gerarchi ma per la maggiore partecipazione dei loro membri alla ridefinizione delle une e delle altre.
Nelle organizzazioni complesse del sistema dominante si cerca di non slegare i concetti dagli atti, né gli uni e gli altri dall'informazione e dai discorsi. Si cerca di articolare in maniea funzionale il sistema, i concetti, le discussioni, le informazioni e gli atti. Ci si propone di revisionare costantemente il loro "funzionamento" per controllare meglio le " fluttuazioni impreviste" di attori e contesti interattivi. Le strutturazioni e ristrutturazioni di sistemi di attori e contesti interattivi sono motivo di uno studio sistematico sulla "sorpresa" e sulla pianificazione informata, e che si informa. I movimenti e le organizzazioni alternative devono adottare un comportamento simile includendo l'analisi delle disfunzioni e delle contraddizioni.
Rispetto alla debole interazione delle componenti di molte organizzazioni alternative - caratteristica dei sistemi semplici - rispetto alle loro sub-culture e settarismi, si impone così la necessità di costruire pluralismi culturali, religiosi e idologici, e articolazioni di concetti-informazioni-discorsi-atti di interesse comune, tutti fattori di creazione di sistemi complessi, di alleanze, fronti, reti, tanto nei "centri" come alle "periferie".
Che queste alleaze, fronti e reti non abbandonino il referente delle classi e cerchino l'egemonia dei lavoratori è un obiettivo da precisare con le definizioni e ridefinizioni dei popoli, dei cittadini e degli stessi lavoratori in lotta per la democrazia, la liberazione e il socialismo. L'eredità dei movimenti rivoluzionari, delle loro contraddizioni interne di classe e del consolidamento del progetto liberatore, democratico e socialista, in cui Cuba spicca a livello mondiale, deve essere motivo di una riflessione anch'essa mondiale, di carattere prioritario, che combini la narrativa con la storia e la ristrutturazione dei movimenti rivoluzionari e radicali di maggiore successo, e di quelli che si sono persi lungo il cammino .
I sistemi di rete autonomi, combinati con sottosistemi di comando centrali e di centri coordinatori avranno nei movimenti alternatici maggiore importanza che i sistemi di "partiti" e organizzazioni relativamente omogenei propri dei sistemi semplici, e delle coalizioni rese omogenee da una classe, una ideologia o un partito. Porranno problemi di creazione storica nella cultura, nella politica, nell'economia e nella società di un "mondo fatto da molti mondi". Proporranno la democrazia plurale - rispettosa di razze, religioni e filosofie -, al tempo stesso partecipativa e rappresentativa, come l'ideologia più funzionale per un progetto mondiale alternativo. Il suo successo dipenderà , in larga misura, dalla ridefinizione includente delle comunità scientifiche e umanistiche, critiche, alternative e rivoluzionarie delle diverse nazioni del mondo, in quanto assumano come problema epistemologico, articolatore, l'etica come potere, dato che non si tratta solo di prevedere il futuro ma di costruirlo e lottare per la sua costruzione.
In tempi recenti concetti come ordine e caos, determinismo e imprevedibilità , incertezza e biforcazione sono stati separati eccessivamente da quelli che si riferiscono ai sistemi autoregolati, adattativi e autopoietici. Sebbene gli uni e gli altri contengano contraddizioni, i sistemi autoregolati si ridefiniscono da sé stessi e ridefiniscono il proprio contesto per continuare a dominare e sfruttare le risorse naturali e umane.
Nell'attuale capitalismo corporativo i movimento sociali antisistema hanno bisogno di dominare la nuova impostazione dei sistemi complessi che dominano il mondo tra ordine e caos. Con Henri Lefébvre bisogna ricordare "la capacità di recupero del capitalismo" e "la possibilità di catastrofi" irrimediabili se non si costruisce un mondo alternativo.
La tribù si divide in due partiti: quello di chi accusa la stampa italiana di adempire in maniera ignobile alla sua missione di informare la gente, e quello che invece crede, sia pur trovandosi nel campo opposto, che la stampa italiana faccia in realtà un ottimo lavoro.
La seconda posizione è apparentemente paradossale, e andrebbe forse spiegata. Aderendo io a questa seconda osservanza sono forse nella posizione di dire due parole al riguardo.
Occorre un bel po' di ingenuità per credere che quanto è frode, distorsione, omertà e aperta menzogna nei commenti e nei pezzi di cronaca sul Sud America sia qualcosa che si produce nel segmento dell'operato professionale che va dalla raccolta delle informazioni del reporter al lavoro di desk per impaginazioni e titolazioni. Sembra di capire che con uno sforzo supplementare di onestà e scrupolo professionale da parte dei giornalisti - alimentato a fervorini democratici da parte del settore più avveduto dei loro lettori - si avrebbe un "prodotto migliore", con grande soddisfazione di tutti e inni da sciogliere alla democrazia.
E' certo un fatto notevole che queste illusioni si mantengano nonostante chi abbia vissuto gli anni 90 nell'età della ragione abbia potuto constatare la rapidità con cui il sistema dei media occidentali si convertì dalle campagne anticomuniste a quelle in appoggio alla "lotta al terrore", in conformità alle esigenze dell'amministrazione USA di mantenere viva la percezione di un incombente minaccia dall'esterno per congelare dinamiche sociali e precostituire i pretesti per interventi militari oltremare.
A proposito del Sud America, abbiamo in Italia l'esempio lampante della mascalzonesca adesione del quotidiano "comunista" Liberazione ai canovacci della CIA, della Sociedad Interamericana de Prensa e del Grupo Prisa, consumatasi in simultanea all'infittirsi delle apparizioni di Bertinotti a Porta a Porta, e al miglioramento del suo guardaroba.
Insomma, mi domando e vi domando, cosa deve accadere perché la gente capisca che la "stampa libera" non esiste? Per fare l'informazione ci vogliono i soldi. Internet può offrire una debole supplenza nel settore dell'analisi e dell'approfondimento, ma la confezione e la diffusione della notizia richiedono una dimensione professionale e imprenditoriale che non è alla portata dei guerriglieri della tastiera. Senza parlare dell'accesso a Radio, TV e carta stampata che continuano ad essere i canali privilegiati di formazione dell'opinione pubblica.
Concentratevi su questo binomio, denaro/confezione della notizia, e chiedetevi chi è che ha il denaro e che interesse può avere al tipo di informazione completa ed obiettiva che insegnano alle scuole di giornalismo.
Ecco perché io credo che, nonostante tutto, la stampa italiana faccia un buon lavoro sull'America Latina, dato che il suo obiettivo non è informare la gente, ma creare consenso intorno a posizioni politiche preesistenti e convenienti. Tutto sommato, ci riesce.
A onor del vero Bakunin disse che quando la Rivoluzione sarebbe arrivata in Europa, avrebbe avuto come palcoscenico della prima l'Italia o la Spagna. Ma degli Italiani e degli Spagnoli Bakunin elogiava l'individualismo, non l'appartenenza alla "sinistra", che era per lui un concetto abbastanza risibile. E comunque sbagliò la previsione.
A pensarci bene è strano che la straordinaria fortuna che nel 1789 ebbe l'idea dell'ala radicale dell'Assemblea Nazionale di sedersi a sinistra, e di quella conservatrice di sedersi a destra, non ha comportato una simmetria nel modo di etichettare i popoli. I popoli, in quanto popoli, o sono di destra, o non sono niente.
Questa bizzarria potrebbe trovare una spiegazione nel principio che gli organismi, quelli sociali non meno che quelli biologici, tendono alla conservazione dell'equilibrio, e che il progresso non è che l'accumulo di piccoli miglioramenti di problemi pratici via via che si presentano (prospettiva non ripudiata dai conservatori). Ma allora perché destra e sinistra, nei parlamenti di impronta liberale, sono sempre divisi grosso modo a metà e metà ? E che le uniche varianti a questo schema dipendono da quanto sono grandi le paludi dei cosiddetti "centri"?
La mia spiegazione è che le sinistre parlamentari hanno in genere una retorica più ardita e sfacciata delle destre. I loro esponenti vengono dagli stessi ambienti sociali della controparte, e ne condividono i valori di fondo. Ma hanno bisogno di accenti propagandistici più immaginifici e visionari, tanto per giustificare il loro ruolo e differenziarsi sulle schede elettorali. Ma alla lunga il carattere fittizio di questo scontro si rivela, e la gente preferisce le destre conclamate perché le avverte più in contatto con la realtà . Quando il ciclo si ripete più volte, in caso di vittoria della sinistra si ha l'impressione di una vacanza generale prima di tornare a fare sul serio.
Ma se le cose stanno così la questione non è se un popolo è di destra o di sinistra, ma perché gli interessi prevalenti di un paese, quelli che hanno meno da guadagnare dai cambiamenti, riescono ad esprimere l'intera classe dirigente, anche nelle porzioni che a parole vogliono le riforme (nella vecchia accezione del termine). Si capisce che nello scontro di alternative fittizie quella che si sente alla fine è sempre la solita solfa.
Da settimane sto seguendo il tentativo di balcanizzazione della Bolivia che ha preso forma nel referendum separarista di Santa Cruz di domenica scorsa, e per tutto il tempo ho incubato una disagio verso molti che anche in Italia se ne sono occupati esprimendo solidarietà a Evo Morales e al suo governo, e facendolo in nome di principi di democrazia, diritti umani, autodeterminazione, eccetera eccetera eccettera.
Questo disagio prende ora la forma nitida di una domanda che per me diventerà uno spartiacque per valutare il grado di lucidità con cui si guarda alle vicende della politica internazionale, e segnatamente dell'America Latina.
La domanda è: non avrete pensato che i problemi di Evo Morales sono problemi "sudamericani", vero? Non vi siete crogliolati nella comoda illusione che "questo non potrebbe capitare a casa nostra", vero? Non avete creduto che le notizie che vengono dalla Bolivia descrivono semplicemente una realtà di arretratezza e sottosviluppo, vero?
La domanda è legittima, vista la frequenza con cui posizioni di forte contestazione delle politiche neoliberiste in America Latina si combinano a casa nostra con varie e stupefacenti forme di collateralismo con il PD, che vanno dalle teorizzazioni del "voto utile", allo strumentale uso dei rigurgiti neofascisti per una rispolverata della retorica dell'arco costituzione per fare la lista dei buoni e dei cattivi (se i fascisti sono i cattivi, allora tutti gli altri...)
Perché parliamoci chiaro, se in Italia si costituisse un governo di forte appoggio popolare come quello del MAS boliviano, al di fuori delle garanzie vaticane, atlantiche e confindustriali, dovrebbe affrontare esattamente quello che sta subendo Evo Morales in questo momento.
Per essere più chiari: nell'ipotesi che questo governo ponesse mano ad una profonda revisione della Costituzione per introdurre strumenti e garanzie di reale partecipazione dalla base, che procedesse ad un piano di nazionalizzazioni laddove fosse evidente che ciò è richiesto dalle necessità della gente, che smettesse di mitizzare le istituzioni finanziarie internazionali (BCE compresa), e perseguisse una politica estera antimperialista, susciterebbe reazioni del tutto simili a quelle a cui stiamo assistendo in Bolivia.
E non mi riferisco solo alle nostre "oligarchie" che potrebbero essere tentate di seguire la "via dell'autonomia" in Padania o in Sicilia. Mi riferisco al boicottaggio della burocrazia; al terrorismo mediatico da parte di tutti i grandi mezzi di comunicazione; al tentativo di creare caos nell'economia o paura nella gente (ad esempio facendo mancare il cibo nei negozi o carburante alle pompe di banzina); alle "prove" che collegherebbero i nuovi governanti al terrorismo internazionale; al grande allarme internazionale per il restringersi del diritto d'espressione e per il deteriorarsi dei "diritti umani" in Italia.
Chi crede che in uno scenario del genere il PD starebbe dalla parte di chi difende il processo di cambiamento sociale, e non dalla parte di chi lo attacca, perfino con il ricorso a mezzi illegali ed antidemocratici, o è stupido o è in mala fede. E non si tratta tanto dell'opinione che si può avere del PD e dei suoi quadri dirigenti, quanto della profonda incomprensione di cosa è successo in questi anni in America Latina.
I movimenti popolari del sudamerica che hanno imposto il cambiamento, non hanno mandato all'opposizione solo destre retrive e scopertamente fasciste, ma "socialdemocrazie" rette da dirigenze tecnocratiche e modernizzanti che, oltre a fare la gioia di Mario Vargas Llosa, sono la più riuscita approssimazione al ruolo che il PD cerca di giocare in Italia. O si crede che è un caso se Repubblica, il più forte media a sostegno del PD, dà all'America Latina la copertura che sappiamo? Perfettamente in linea con il taglio coloniale di un giornale di "sinistra" come El Pais?
Gli storici di destra e di sinistra del nostro paese possono dividersi sull'impatto che ebbe il primo centrosinistra all'inizio degli anni sessanta, ma tutti concordano che non ci sarebbe stato alcun centrosinistra senza la luce verde di Washington data da J. F. Kennedy. Incredibilmente, ancora oggi si menziona questa circostanza come argomento a favore dell'apertura mentale di Kennedy e non dell'avvilente subalternità di una nazione che doveva ricevere l'assenso di una potenza straniera anche per la più timida apertura alle riforme.
Cosa induce a credere che le condizioni di "sovranità limitata" dell'Italia siano venute meno, nel frattempo? Si considerino le modalità con cui il governo Prodi ha concesso un'altra base militare agli USA, a Vicenza. Credete davvero che l'inevitabile conflitto che si aprirebbe con Washington, nel caso di una evoluzione politica simile a quella della Bolivia (o del Venezuela, o dell'Ecuador) vedrebbe parti importanti di questa vecchia classe dirigente schierarsi a difesa della sovranità nazionale e della non ingerenza?
Credere questo significa non imparare niente dall'esperienza.
"Nihil admirari", diceva Orazio, non ti stupire di niente. Massima fatta oggi propria da quanti vogliono esibire la nonchalance dell'uomo di mondo, e che ha un equivalente nazional-popolare nella gag "Ho fatto tre anni di militare a Cuneo".
Anch'io ho fatto tre anni di militare a Cuneo, ma non posso evitare sorpresa ed "admiratio" all'atmosfera di smobilitazione e avvilimento che ho colto ieri sera in molti ambienti di sinistra, in reazione ai risultati elettorali.
Non parlo qui soltanto della stolta inclinazione che ha condotto molti nelle settimane passate a confondere i desideri con la realtà , e a ignorare pervicacemente i sondaggi che consegnavano assai chiaramente la vittoria nelle mani di Berlusconi.
Mi riferisco piuttosto alla stupefazione mentale con cui molti, a sinistra, hanno vissuto i due anni di governo Prodi, mancando di cogliere tutti i significati di quell'esperienza e temendo ora il peggio senza essersi accorti che il peggio era già arrivato.
Nei due anni del governo Prodi abbiamo assistito alla più forte impennata delle spese militari della storia repubblicana, e al rifinanziamento di tutte le missioni di guerra col voto della sinistra "pacifista". Abbiamo assistito all'assalto ai servizi pubblici affidato alla Lanzillotta, per l'ultima orgia di liberalizzazioni e privatizzazioni sulla scia della direttiva Bolkestein, di cui Prodi era stato ostetrico a Bruxelles ai tempi della presidenza della commissione dell'UE . Abbiamo assistito al Protocollo del Welfare e all'assoluzione della Legge Biagi contro cui nella precedente legislatura tutto il centrosinistra, dai banchi dell'opposizione, aveva votato contro.
Ora ci si straccia le vesti perché dei due blocchi neoliberisti ha vinto il più sdrucito e caciarone. In fondo non è questo la politica: una passerella su cui sfilano contendenti da giudicare per bon ton, disinvoltura, look, bella presenza e cultura generale?
Si dice: ma la Lega razzista e xenofoba è andata avanti!
Ma che ci si poteva aspettare in un paese in cui il sindaco di Roma, che aveva annunciato di ritirarsi dalla vita politica per andarsi ad occupare dei bambini poveri dell'Africa, approfitta dell'omicidio di Giovanna Reggiani per lanciare la sua candidatura a Primo Ministro soffiando sulle braci di un'atmosfera da pogrom anti-rom e anti-romeno che provoca addirittura un incidente diplomatico con Bucarest?
Ma Berlusconi candida Ciarrapico. Allarmi son fascisti...
E perché mai Ciarrapico fa scandalo quando è candidato nelle liste di Berlusconi, e non quando si scambia affettuosità e piacevolezze a Roma col regista della campagna elettorale di Veltroni, Goffredo Bettini?
I più queruli di tutti sono quelli che da sinistra hanno avvilito la propria dignità di cittadini piegandosi al ricatto del "voto utile" e mettendo la crocetta sul simbolo del PD, accettando ancora una volta come proprio motto il "no pasaran" contro le falangi berlusconiane. Come se Veltroni fosse un anti-berlusconiano! Come se l'esperienza delle politiche del 1996 e del 2006, vinte dal centrosinistra, non illustri ad abundantiam che non esiste alcuna volontà politica in quei lidi di affrontare il nodo del conflitto di interessi e che non una sola delle leggi ad personam fatte per salvare dalla galera Berlusconi sarebbe stata toccata nel caso improbabilissimo di una vittoria del PD.
Annah Arendt diceva che la scelta del meno peggio è la via che porta al peggio, ma sembra che in Italia quella del meno peggio continui ad essere una formidabile esca per imbecilli. E no, non mi scuserò con quelli che stanno leggendo e che hanno per l'appunto fatto, una volta ancora, la scelta del meno peggio. Se io mi do tanto spesso dell'imbecille da solo per una volta posso darlo anche voi: imbecilli.
Ma la mia esasperazione per i piagnistei di sinistra ha qualcosa di più fondamentale, che è il succo di osservazioni come quelle che precedono ed altre ancora che si potrebbero fare.
Quello che mi fa infuriare è la stoltezza di non voler capire che il sistema politico italiano che si è presentato alle urne, per le regole che negli anni si è dato, e per le forze politiche a cui aveva permesso di svilupparsi e prosperare, non è affatto l'arena in cui si manifesta e si esercita la sovranità popolare - se mai lo è stato in passato-, è solo la casa degli specchi necessaria a crearne e perpetuarne l'illusione.
Guardate un po' le preoccupazioni che ora si manifestano a destra e a sinistra perché i manigoldi della Sinistra Arcobaleno sono stati buttati fuori dal parlamento. Berlusconi ha detto di temere che ora la "sinistra radicale" si riversi nelle piazze. E ne ha ben donde. Venuta meno la funzione di oppiaceo istituzionale che Bertinotti & C. hanno esercitato finora, c'è il "rischio" che le istanze sociali espresse dai conflitti reali del paese si manifestino nella loro vera urgenza e drammaticità . Come li si prenderà in giro ora? Come gli si darà l'illusione che il piatto di lenticchie dato ai loro rappresentanti parlamentari (venduti!) sia una risposta alle loro rivendicazioni?
La risposta peggiore che si potrebbe dare - e qui smetto di occuparmi della processione di flagellanti che si disperano per il ritorno di Berlusconi, per parlare solo di chi ha un interesse nel futuro della sinistra italiana - sarebbe quella che, essendoci felicemente liberati dalla coorte di parassiti della Sinistra Arcobaleno, cominciamo a preoccuparci di chi mettere al loro posto. Questa dipendenza psicologica dai leader di partito e dai gruppi parlamentari è una stolta coazione a ripetere gli errori del passato senza voler indagare le cause degli inciampi e prendere provvedimenti perché non si ripetano in futuro.
Ho letto ieri un formidabile saggio della sociologa spagnola Angeles Diez, che meriterebbe davvero di essere tradotto. L'autrice dice che siamo condizionati a chiamare democrazia il sistema politico in cui viviamo, quando la sua definizione più acconcia sarebbe piuttosto "sistema di governo a base rappresentantiva". In realtà la democrazia rappresentativa non è nata per dare corpo ai principi della democrazia, ma al contrario per contenere le spinte popolari che si manifestavano nel corpo del morente ancien regime, e permettere un ordinato passaggio di poteri alle elite borghesi. Il movimento liberale delle origini - inventore del concetto di rappresentanza politica - era in realtà ferocemente antidemocratico, e sarebbe facile fare una silloge di citazioni dagli autori del pensiero liberale che mettano in evidenza il loro odio e la loro paura per un ruolo politico attivo del popolo. Agli albori dei sistemi rappresentativi il termine democrazia, derivato dalla dottrina classica che vedeva appunto nel popolo la fonte della sovranità , era profondamente detestato ed usato quasi come un insulto.
Il recupero in senso elogiativo del vocabolo è più tardo, coincidente con il superamento degli steccati censitari nell'elettorato attivo e l'avvento del suffragio universale. Ma tale passaggio di fase non cambiava la sostanza del problema, dato che l'allargamento del suffragio si manifestava nel contesto di un potenziamento dei mezzi di comunicazione di massa e del loro totale controllo da parte del Capitale, che si assicurava così una manipolazione quasi completa dell'opinione pubblica. Citando Chomsky l'autrice dice che i mass media stanno alla democrazia come il manganello sta alla dittatura. In questa cornice la parola "democrazia" è un vestito nuovo che si mette su un corpo vecchio che ha assai poco di democratico, e che storicamente è addirittura antagonistico al principio classico di democrazia.
E' per questo che l'idea di sostituire la Sinistra Arcobaleno con qualcosa di "meglio" è un'autentica presa per i fondelli, senza una chiara presa di coscienza che in questo sistema una vera sinistra non può che soccombere.
Le "rifondazioni comuniste" portano solo a un nuovo clero del cretinismo parlamentare (espressione leniniana, e non mussoliniana). Ciò di cui c'è bisogno è piuttosto una "rifondazione democratica" che contesti dal basso tutte le stenosi e le distorsioni del sistema istituzionale vigente che rendono illusoria la sovranità popolare, e denunci l'uso manipolatorio che si fa del termine democrazia.
I processi di revisione costituzionale in atto in paesi dell'America latina come il Venezuela e la Bolivia sono interessanti esperienze pilota che dovrebbero fornire ispirazione per la sinistra europea. Organismi di democrazia diretta e autogestione nelle comunità locali o formule di referendum revocatorio che interrompano a metà termine il mandato rappresentativo di chi ha tradito la sua base elettorale - tutte cose attualmente sperimentate in America Latina - , sono indicazioni dello sforzo che andrebbe compiuto per restituire alla parola democrazia il suo significato originario, e liberarlo dalle interpretazioni spurie e interessate di trecento anni di pensiero politico liberal-borghese.
Ma il compiersi di questi esperimenti in America Latina non è un frutto caduto dall'alto. E' al contrario il risultato di imponenti movimenti popolari di contestazione del neoliberismo sorti nel corso degli anni 90, in reazione alla consegna della nazione alla predazione di multinazionali europee e statunitensi. La "Sinistra radicale" che scende in piazza paventata da Berlusconi sarebbe, per l'appunto, un'analoga liberazione di energie popolari nel contesto italiano ed europeo da utilizzare in una lotta di conquista di una vera democrazia, intesa come potere del popolo e per il popolo.
L'umiliante decesso del bertinottismo e dei suoi annessi e connessi è la condizione provvidenziale perché le energie antagonistiche necessarie ad una rigenerazione democratica del paese - ma sarebbe meglio dire per la costruzione di una democrazia autentica, che non ha veri precedenti nel nostro paese - non vengano prosciugate nelle tattiche dilatorie del parassitismo burocratico-professionale che non ha altra mira che costruirsi un confortevole nido nelle istituzioni.
E' per questo che a me i risultati di ieri non dispiacciono. Già , proprio così, a me non dispiacciono affatto.
In un dibattito online molto interessante sull'uribismo si è discusso l'imbarazzante tema dell'innegabile popolarità del presidente Alvaro Uribe, come risulta dai sondaggi bimestrali di Gallup-Colombia.
Si tratta di dati da prendere con le molle, sia perché l'indice di gradimento non esprime gli orientamenti di voto della popolazione, come risulta da dati forniti dall'entourage di Uribe stesso, sia perché Gallup-Colombia assegna una grande popolarità a personaggi che, a torto o a ragione, esprimono valori percepiti come antagonistici rispetto a Uribe (Ingrid Betancourt), sia infine per i sospetti che si possono avere sui metodi di campionamento di Gallup-Colombia, istituto assai vicino al regime. Chiarito che queste riserve non possono mettere comunque in dubbio che Uribe sia un personaggio molto popolare in Colombia, i dettagli della questione possono essere trovati tanto nel dibattito che segnalo che in diversi post di questo blog, e passo oltre.
Vorrei dire infatti qualche parola sul gioco di opposti schematismi che si innescano per esorcizzare verità imbarazzanti, come la popolarità dell'uribismo, e che si esprimono ora nella negazione dei dati di fatto (sondaggi taroccati, scarsa libertà di epressione degli intervistati, eccetera), ora nell'atteggiamento opposto che pretende sia deposto qualunque atteggiamento critico verso un fenomeno politico che ottiene "legittimazione democratica". Questo secondo atteggiamento trova una variante nel mantenere la critica solo alle elite politiche, astenendosi dal discutere le basi sociali del loro potere, sempre in forza della "legittimazione democratica".
Io credo che esista una chiave di lettura dell'uribismo per cui non dobbiamo né negare la realtà , né assumere un atteggiamento di accettazione senza resistenze: è sufficiente considerare l'uribismo una manifestazione peculiare di fascismo.
La difficoltà ad accettare un dato tanto evidente è il risultato dell'assimiliazione completa della dottrina forgiata dopo la seconda guerra mondiale, per scopi propagandistici, secondo cui la democrazia liberale ed il fascismo sono entità politiche ontologicamante diverse ed autoescludentesi. Se è possibile (ed è possibile) rintracciare nell'assetto istituzionale della Colombia le forme della costituzionalità liberaldemocratica, come accettare che il personaggio politico più popolare della nazione sia un fascista? Necessariamente, se ne conclude, Uribe, per quanto discutibile, non è un fascista.
Altra foschia concettuale deriva dalla sottile ed onnipervasiva demagogia del parlamentarismo liberale che consiste nel dire con toni da comiziante, e contro ogni verità storica, che la gente non vuole mai il fascismo, e quando questo nonostante tutto si impone è sempre grazie alla violenza e all'intimidazione.
Naturalmente sono tutte sciocchezze. Il carteggio Churchill-Mussolini negli anni 30 dimostra quanto fosse radicata nell'Europa d'allora la nozione che democrazia liberale e fascismo fossero espressione dello stesso dominio adattato a climi diversi, anche se la storiografia post-bellica di regime farà credere che tale tesi fosse sostenuta solo dalla Terza Internazionale
E soprattutto come sostenere che il falangismo spagnolo - per non parlare sempre di Hitler e Mussolini - non avesse un enorme e convinto seguito di massa, con tanto di benedizione ecclesiastica? Dopo di che, che succede? Che morto Franco la Spagna avvia una mutazione genetica, e cessando di colpo di essere ciò che era prima, diventa qualcosa di completamente diverso? Che ciò che si poteva dire prima della società spagnola non lo si può più dire dopo il 1976, dato che il paese riceve l'unzione rigenerante del passaggio alla democrazia?
Una delle cose più riuscite del ciclo di romanzi del personaggio Pepe Carvalho, di Manuel Vazquez Montalban, è lo sfondo di una Barcellona vitale e dinamica, eppure una Barcellona in cui il sottile mantello della nuova democrazia copre appena la Spagna di sempre, grazie all'opportunismo di una classe dirigente che capisce come i suoi interessi possono essere serviti assai meglio dalla "democrazia", che non dall'autoritarismo franchista. Ma entra in una stazione della Guardia Civil, e vedi se le cose ora sono diverse...
Il personaggio più tragicamente riuscito del ciclo, è a mio avviso il franchista Bromuro, risolutamente estraneo alla nuova democrazia e perennemente nostalgico del suo passato di legionario in Marocco. L'antifascista ed ex perseguitato politico Vazquez Montalban lo dipinge con i tratti di una simpatia, un'integrità ed un'umanità che lo pongono molti gradini al di sopra degli scribi della neo-democrazia spagnola, a partire dalle truppe d'assalto del PSOE di Felipe Gonzalez. E Bromuro, che con Franco aveva trovato una dignità e un senso alla sua esistenza, muore nell'emarginazione e nella miseria nera di una scintillante e "democratica" Barcellona.
Potete trovare un indizio più eloquente della continuità franchista in Spagna dell'insolente ossequio che José MarÃa Aznar rivolge ad ogni potere costituito, politico ed economico, nazionale ed internazionale? L'episodio più rivelatore di questa insolenza vede come protagonista non Aznar stesso, ma il re Filippo di Borbone, che in un recente vertice iberoamericano interrompe in modo villano con le parole "¿Porque no te callas?" ("Perché non taci?") il presidente del Venezuela Hugo Chávez, che aveva osato ricordare il provato coinvolgimento di Aznar nel fallito golpe del 2002.
E la Colombia? Dobbiamo avere più riguardi per la Colombia che per la Spagna? Anche se Uribe è un perfetto equivalente creolo dei valori in cui crede José MarÃa Aznar?
Vi sono fondati motivi per ritenere che l'uribismo e la parapolitica colombiana abbiano aspetti di brutalità e vantino un bilancio di vittime civili che si lasciano dietro persino il pinochettismo. Ma Pinochet era a capo di una dittatura militare, e quindi possiamo disinvoltamente usare con lui l'epiteto di macellaio fascista, mentre Uribe è a capo di una democrazia, e per non offendere quelli che l'hanno votato (senza essere stati corrotti o intimiditi), non possiamo chiamarlo fascista. E' assurdo! Non ci si rende conto che così le parole hanno perso ogni significato?
E se anche si volesse limitare l'espressione "fascista" solo a regimi che presentano determinate strutture istituzionali (non "democratiche"), non è forse evidente che dobbiamo coniare termini nuovi, che rendano conto della continuità nelle forme di gestione del potere, sotto la diversità delle forme costituzionali?
Proprio in relazione ad Uribe ho sentito usare il termine demo-fascista, anche se non sono sicuro che sia stato coniato ad hoc. L'espressione mi sembra perfetta. Perché non cominciare ad esaminare con la lente del demo-fascismo tutto ciò che ci viene venduto come democrazia?
Prima che il movimento dei diritti civili negli USA vincesse le sue battaglie contro la segregazione razziale, negli anni 60, negli stati del sud esisteva il literacy test, ovvero un esamino durante il quale chi voleva esercitare il suo diritto di voto doveva dimostrare di saper leggere e scrivere. La misura era evidentemente discriminatoria, dato che non solo i tassi di analfabetismo erano più alti tra la gente di colore, ma si poneva ogni cura nel far sì che le cose rimanessero così per sempre.
Oggi negli USA le forme disciminatorie sono più sottili. Permane l'obbligo di iscrizione alle liste elettorali, si vota solo nei giorni feriali, ed esiste il famigerato recall, ovvero la possibilità di un delegato ai seggi dei partiti in lizza di contestare il diritto di voto di un qualunque cittadino (in base a liste del casellario giudiziale fornitegli dal suo comitato elettorale), e mettendo sulle sue spalle l'onere della prova di essere a posto con i requisiti di legge.
Da noi esiste una mentalità diversa, e si pone ogni cura ad agevolare l'esercizio del diritto di voto, e questa è una cosa buona. Dovrei allora essere contento che Berlusconi sollevi la questione delle liste elettorali, e l'alto rischio che esse presentino di indurre l'elettore in errore grazie ad un discutibile design che è stato fissato per legge da Berlusconi stesso.
E invece a me questa idea della democrazia a prova di imbecille non piace e non convince. Berlusconi si nasconde dietro l'immagine proverbiale della vecchina intimidita dall'ambiente e con la vista bassa che va tutelata. Ma io non credo che, anche con le liste Berlusconi-style, il livello di abilità cognitiva per mettere una croce su un simbolo superi di molto quella richiesta dal mettere un fagiolo sulla cartellina della tombola. Se fossi un presidente di seggio e vedessi entrare la vecchina dell'aneddotica berlusconiana mi comporterei con cordialità e inviterei la signora a prendersela calma, che tanto non gli corre dietro nessuno. E se anche così sbaglia, ciccia! Io non credo che andrebbe incoraggiata l'idea che l'esercizio delle funzioni di cittadinanza sia una cosa semplice, alla portata di qualunque idiota.
Io non me la bevo questa preoccupazione per le difficoltà al seggio che può trovare un cittadino. Gramsci raccontava che durante la sua infanzia era normale che in Sardegna i poliziotti e i carabinieri presenti ai seggi facessero scivolare un coltello nella tasca dei contadini, per poi perquisirli e trarli in arresto così da non farli votare. Non sono più quei tempi. L'unico problema oggi è quello di una democrazia esclusivista che riserva il potere e la conoscenza a ristrette elite e la tv spazzatura a tutti gli altri. Preoccuparsi dei possibili errori del cittadino decerebrato solo il giorno del voto è troppo tardi e troppo comodo. Specie per chi conta con particolare zelo proprio sul consenso di questo tipo di cittadini.
* * *
Vedo sulla prima pagina di Repubblica la pubblicità dell'ultimo libro scritto da Carla Del Ponte. Titolo: La caccia. Sottotitolo: Io e i criminali di guerra. Immagine: la ghirba teutonica della Del Ponte, che farebbe perdere il sonno al più incallito criminale di guerra.
La Del Ponte subentrò alla canadese Louise Arbour (attualmente alto funzionario alle Nazioni Unite) come pubblico ministero presso il tribunale per i crimini di guerra nella ex-Yugoslavia. Entrambi si distinsero per la rapidità con cui insabbiarono ogni richiesta di investigare i crimini della NATO in Kosovo, presentati sia dal governo serbo che da organizzazioni dei diritti civili in tutto il mondo.
Poco importa che da quel che sappiamo oggi (ma in fondo anche allora) i peggiori criminali di guerra in Kosovo fossero propri i militari della NATO e la guerriglia UCK.
E’ sentire comune che, nella società occidentale contemporanea, ci sia una profonda crisi della rappresentanza elettorale. Più in generale ed in profondo, una crisi della rappresentanza dei bisogni sociali. Dobbiamo, per inquadrare il problema, partire dalla constatazione che la rappresentanza oggi ha una sua connotazione particolare. Non stiamo, quindi, parlando di rappresentanza in senso generale ma di rappresentanza in una società avanzata di tipo capitalistico-borghese.
Essa si delinea come un sistema nel quale, dei professionisti della politica, stipendiati dallo Stato, esercitano il potere di mediazione fra le varie componenti sociali, fermo restando il sistema produttivo capitalistico – rappresentato, questo si, dallo Stato stesso - che necessariamente non deve essere messo in discussione. Si tratta, perciò, di una rappresentanza “aperta†ma fino ad un certo punto: fino al punto in cui non mette in discussione posizioni sociali, privilegi, miserie, sfruttamento…insomma finchè non si discutono le fondamenta del sistema.
Questo sistema è fondato sulla accettazione - spinta da un forte processo di ideologizzazione seguito alla parcellizzazione di tutte le funzioni sociali tipica di una collettività articolata e complessa - della delega. Ma, ci siamo accorti da molto tempo, la delega è discutibile. Non funziona veramente. Soprattutto perché chi è delegato non ha nessuna spinta a lavorare seriamente per chi gli fornisce la delega mentre preferisce essere in ottimi rapporti con lo Stato che lo stipendia. Se il delegante, avesse la possibilità di rimuovere in qualsiasi momento il delegato, allora con molta probabilità quest’ultimo non si comporterebbe come si comporta la classe politica oggidì (ovviamente parliamo del sistema nel complesso e non di singole personalità ).
Quindi, il cosiddetto “popoloâ€, composto da tutte le classi sociali, in realtà non ha di per sé un potere reale di controllo nei confronti di questo sistema che si regge indipendentemente dalla legittimazione che il popolo stesso gli può dare. I delegati, funzionari del capitalismo, devono esistere comunque. Si salva l’apparenza delle cose, spedendo il “popolo†a votare ogni tot anni. Si tratta di sondaggi più che di votazioni. E’ la classe dominante che sonda gli umori delle folle per confezionargli poi una rappresentanza politica (che abbiamo visto è fittizia) che lo mette a tacere per un po’ di tempo…fino alle prossime elezioni-sondaggio.
Ma, siamo sicuri che sia un problema nuovo, che si è fatto così pressante solo in questi ultimi anni? Nulla di più falso. Questo è il problema della rappresentanza borghese praticamente dalla sua nascita. Il movimento operaio voleva sostituire insieme al modo di produrre anche il sistema della rappresentanza. Dalla “Comune di Parigi†alla rivoluzione bolscevica, esperimenti di questo tipo ne sono stati fatti e se non hanno avuto un successo totale, ma solo storicamente contingente, la colpa è da addebitare principalmente al diverso rapporto di forza tra capitale e lavoro, assolutamente sbilanciato in favore del primo soprattutto in termini militari.
Tutto il movimento comunista è stato pervaso da questa coscienza ed una delle conseguenze politiche di essa fu proprio la scelta politica di cambiare il sistema dall’esterno e non attraverso progressive e pazienti modifiche dall’interno dello stesso. Oggi tutto ciò è dimenticato, le più elementari lezioni della storia sembrano fuori dal bagaglio culturale dei comunisti e di tutta la sinistra. Che è alla ricerca dei suoi “15 minuti di notorietà â€, promettendo cose che dall’interno delle istituzioni (che giustamente pretendono obbedienza) non potranno mai darci.
Il problema della rappresentanza e la risoluzione dello stesso non è stato solo della parte politica di sinistra. Storicamente, i regimi fascisti si sono affermati proprio in ottemperanza alle necessità più conseguenti del capitalismo, in veste di auto-tutela dal “pericolo rossoâ€, e by-passando i laccioli del sistema capitalistico-borghese. Quei regimi furono la risposta alla crisi profonda che attraversava il sistema nel complesso e, in particolare, quella risposta fu la “via d’uscitaâ€, la dimostrazione di che cosa il sistema stesso si concedeva di fare pur di salvarsi. Sappiamo, a conferma di ciò, quali furono le connivenze interessate del capitalismo a quei regimi.
Anche questa ideologizzazione della crisi della rappresentanza, quindi, è un espediente per continuare a parlare di politica, una politica nuova, “leggeraâ€, dove non sono più importanti i contenuti ma le forme e le più minuscole variazioni sul tema, per farci credere che qualcosa cambia. Anche se i rapporti sociali rimangono tali e quali.