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di Gianluca Bifolchi

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Le traduzioni pubblicate sul blog sono a disposizione di chiunque voglia ripubblicarle altrove, a patto di riportare nome del traduttore e link. Gli eventuali commenti aggiunti da Gianluca Bifolchi possono essere omessi.

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giovedì, 05 giugno 2008

Torna l'olocausto dimenticato

[Interessante articolo del quotidiano messicano La Jornada sui paralleli tra l'attuale crisi alimentare e le vecchie politiche dell'impero coloniale britannico. Traduco dallo spagnolo -- Gianluca Bifolchi]

Torna l'olocausto dimenticato

Alejandro Nadal, La Jornada, 4 Giugno 2008

Sessant'anni fa in India una carestia uccise sei milioni di persone nelle province di Bihar, Orissa e Assam, sotto la ferrea occupazione coloniale inglese. Nel 1943 il prezzo del riso iniziò a crescere, e in pochi mesi quadruplicò. Intorno al 1945, quattro milioni di persone erano morte di fame per l'alto prezzo del cibo.

La storia economica del Bengala rivela che per molto tempo ci fu lì un robusto sistema produttivo, basato sull'agrobiodiversità, che gli permetteva di esportare eccedenze ed assicurava alla popolazione gli alimenti di cui aveva bisogno. Ma arrivò l'amministrazione coloniale inglese e pose fine a tutto. In effetti, la carestia fu provocata dalla rapacità della Compagnia delle Indie e dal cinismo dell'impero inglese. In base alle sue politiche, si confiscarono i raccolti, si dette impulso alle esportazioni per non "distorcere il flusso del commercio", e si posero restrizioni alle importazioni per ragioni strategiche. Infine, il progresso giapponese nel sudest asiatico e l'occupazione della Birmania ( Myanmar) convinsero gli inglesi che le risorse del Bengala non potevano cadere in mano nemica, ed applicarono una politica di terra bruciata che distrusse ciò che restava dell'agricoltura contadina.

Le lezioni di questa ed altre carestie sono importanti per capire la crisi alimentare mondiale. Il primo insegnamento è che il pianeta è ricco in biodiversità e in risorse produttive. Ma oggi 12 coltivazioni e 14 specie animali costituiscono l'80% dell'offerta globale di alimenti. La tendenza alla monocultura è uno dei principali pericoli per l'umanità: la distruzione dell'agrobiodiversità e l'erosione delle risorse genetiche sono una catastrofe silenziosa che in futuro provocherà crisi di fronte alle quali la carestia del Bengala sembrerà un picnic.

Nell'ultimo secolo si è ignorato questo principio: la ricchezza di biodiversità è la chiave per affrontare i rischi agricoli. Per questo l'agrobiodiversità è il miglior amico di milioni di produttori indipendenti del mondo. Ma per l'agricoltura capitalista i sistemi di multicoltivazione non sono l'ideale per la redditività degli investimenti, in parte perché richiedono una maggiore intensità di lavoro. Nella dimensione della contabilità capitalista, l'omogeneità e la tediosa uniformità della monocultura sono essenziali.

La seconda lezione è che i canali di commercializzazione, le agenzie di intervento pubblico e una sana struttura di produzione basata su piccoli produttori indipendenti sono i tre pilastri per mantenere un regime di produzione agricola salutare. In Bengala questa triade fu distrutta con conseguenze catastrofiche.

Dal 1982 i programmi di aggiustamento e riforma strutturali dettati dai saggi del Fondo MOnetario Internazionale, della Banca Mondiale, e dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno perseguito i medesimi obiettivi che ebbe il regime coloniale inglese in India. Primo, distruggere le basi della produzione degli alimenti per "sfruttare i vantaggi comparativi". Secondo, perturbare le reti locali di commercializzazione per consegnarle a grandi conglomerati internazionali. Terzo, eliminare l'intervento di agenzie pubbliche che precedentemente aveva permesso di stabilizzare i prezzi mediante l'amministrazione di inventari. L'obiettivo è chiaro: consegnare il mercato mondiale degli alimenti a pochi conglomerati transnazionali. Oggi, il saldo della globalizzazione è che 850 milioni di persone sono in pericolo di morire di fame, un olocausto che fa apparire piccolo quello del Bengala degli anni sessanta.

Sotto gli auspici delle Nazioni Unite è in svolgimento a Roma un vertice di capi di stato per analizzare la crisi alimentare. Mentre si riuniscono, continua la distruzione dell'agricoltura mondiale. La perdita di risorse genetiche è accelerata dalle monoculture commerciali a livello planetario. Gli oligopoli nel mercato delle sementi e i prodotti agricoli ottengono profitti osceni, ma Pascal Lamy rivolge inviti a concludere il round di Doha, come se l'Organizzazione per il Commercio Globale non avesse responsabilità nel disastro. E il contributo della Banca Mondiale e delle Fondazioni Rockefeller e Bill Gates è promuovere tutto ciò anche in Africa. Frattanto, i grandi gruppi che dominano il commercio agricolo nel mondo si proteggono sul mercato dei derivati di Chicago, aumentando la pressione sui prezzi.

I partecipanti al vertice di Roma devono prendere in conto le lezioni della storia. Il nemico è uno degli invitati d'onore nella stessa sala del convegno.



Fonte

postato da: LookingBackward alle ore 17:03 | link | commenti
categorie: globalizzazione, ecologia, fame

la fame e la buona tavola

di Gianluca Bifolchi

Nella teoria della "varianza correlata" sull'origine dell'uomo Charles Darwin riteneva che le tre peculiarità della nostra specie rispetto al resto dei primati antropomorfi - stazione eretta, linguaggio e tecnologia - fossero il risultato dell'uso di armi attraverso gli arti superiori. La parola armi va intesa letteralmente, come strumento bellico, e non genericamente come utensile per la caccia. In ciò Darwin rifletteva la mentalità imperiale nella quale era cresciuto, in cui l'ideologia vittoriana voleva che il benessere avesse come precondizione la capacità di difesa militare del territorio controllato. Nell'espistolario del naturalista troviamo frequenti riferimenti agli investimenti della sua famiglia nelle colonie, alla preoccupazone per la rivalità dei Francesi, e all'ansia di come le minacce al predominio britannico potessero mettere a repentaglio la posizione di rentier dei suoi numerosi figli. Ciò, in un uomo dal temperamento mite e pacifico.

Oggi, non solo la concezione della "varianza correlata" appare superata agli occhi degli antropologi, ma l'idea stessa che l'aggressività e la violenza abbiano avuto un ruolo pilota nell'evoluzione umana non riceve più molto credito. E' probabile anzi che lo sviluppo del linguaggio sia il risultato del complessificarsi di interazioni sociali all'insegna della cooperazione e dell'assistenza reciproca.

Ma qual è il gruppo che l'uomo è capace di percepire come proprio, e di cui percepirsi come una parte? Il sentimento di solidarietà riesce effettivamente ad andare oltre la dimensione di clan o di villaggio?

Il nazionalismo o patriottismo, che ha indotto molti esseri umani a dare la vita sui campi di battaglia, comportava davvero la dimensione del sacrificio di sé, per il proprio popolo, come il genitore è disposto a fare a favore del figlio, o ha come ingrediente fondamentale la propaganda di demonizzazione del nemico, che ha il potere di sublimare le pulsioni distruttive delle persone, facendole apparire come nobili?

La semplice verità è che della cosiddetta "natura umana" sappiamo tutti molto poco. Nè sappiamo quali sono i fattori costitutivi della nostra specie che avranno la prevalenza nella risposta a sfide globali come il riscaldamento climatico e la fame. Se si pensa alle funzioni superiori della nostra corteccia cerebrale c'è di che essere ottimisti: non si stratta di problemi senza soluzione, e con il necessario impegno possono essere risolti in maniera soddisfacente. Ma se pensiamo alla spinta ad invadere ogni habitat naturale e a sfruttarne le risorse per il nostro vantaggio, lo scenario si fa molto più cupo. Se le nostre capacità di cognizione e decisione non sono proporzionali per intensità a questo istinto espansivo all'antropizzazione ossessiva siamo perduti.

Naturalmente non sono solo problemi di tipo biologico. E' necessaria anche un'analisi dei sistemi istituzionali e dei rapporti di potere dati nella società per individuare dei percorsi di salvezza. Pensate a come i nostri mezzi di comunicazione di massa esagerano pericoli statisticamente irrilevanti, come il terrorismo, ed assumono invece un atteggiamento sostanzialmente evasivo di fronte alle imminenti catastrofi ambientali. Provare ansia rispetto ad un allarme sociale è una risposta sana radicata nel nostro istinto di sopravvivenza, e dunque nella nostra dotazione genetica, ma la scelta del tipo di allarme a cui reagire è il risultato di una scelta che riflette interessi settoriali e non della specie. Di conseguenza non si può prevedere in che modo le masse reagiranno. Anzi, ci sono elementi in abbondanza per non fare eccessivo affidamento alle loro capacità di giudizio indipendente.

Di fronte ai temi dibattuti all'ultimo vertice della FAO, i numerosi programmi di gastronomia che si affollano sulle nostre reti televisive hanno qualcosa di offensivo. Ma pensate al tipo di resistenze che dovrebbe affrontare chi volesse ridefinire le abitudini alimentari degli Italiani in base alle esigenze dietetiche reali e non al cosiddetto "piacere della buona tavola". Di che natura sono queste resistenze? Vi è senza dubbio un elemento di egocentrismo animale, ma la vicenda grottesca del consumo abnorme di acque minerali in Italia, come risultato di campagne pubblicitarie mirate, segnala anche la natura artificiale di certe abitudini di consumo.

Decifrare l'intreccio del determinismo animale (non necessariamente negativo) e delle esigenze della civilizzazione (non necessariamente positive) dovrebbe essere alla base di una nuova visione dell'essere umano che porti con se un valore di speranza.

postato da: LookingBackward alle ore 09:49 | link | commenti
categorie: ecologia, fame, consumismo
lunedì, 02 giugno 2008

la "grande libertà"

di Gianluca Bifolchi

Ho sempre provato antipatia per la massima, filosoficamente corretta, per cui non esistono diritti senza i doveri correlati. Deve essere perché tutte le volte che l'ho sentita ripetere ho avuto l'impressione che chi l'enunciava era soprattutto interessato a comprimere i diritti altrui e ad espanderne i doveri, tutto a proprio vantaggio.

Ora posso forse definire meglio il mio fastidio per questo principio. In un dibattito tv ho sentito un sostenitore dell'Alta Velocità che, rivolgendosi polemicamente a Giulietto Chiesa, diceva: "Ma non è un fatto di grande libertà poter raggiungere Parigi in treno in due ore?"

Tralascerò la risposta di Chiesa e riporterò quella che è venuta spontanea a me, anche perché mi permette di elaborare un po' meglio il tema dei diritti e dei doveri. Se fossi stato presente al dibattito avrei detto: "Naturalmente è una grande libertà per uno come te che considera la libertà come separata dalla responsabilità".

Cosa importava, infatti, a quel signore dell'impatto ambientale dell'Alta Velocità, o della non sostenibilità ecologica del nostro attuale sistema di trasporto merci e passeggeri di fronte alla sua "grande libertà" di partire dall'Italia e andare a fasi fotografare sotto la Torre Eiffel in due ore?

Sarei disposto a scommettere qualcosa sul fatto che quel signore, in altre occasioni, è il tipo che ama l'adagio che "non esistono diritti senza i doveri correlati". E si deduce da ciò che in genere per "doveri" si intende qualcosa di diverso da "responsabilità", e che comunque queste vengono percepite sempre in un'ottica miope ed egoista.

Parlano di doveri, ma ciò che intendono è mettere un gioco sulle spalle della gente, soprattutto per garantirsi le proprie "grandi libertà".

Diffidate delle "grandi libertà", e cercate la libertà tout-court.

postato da: LookingBackward alle ore 08:50 | link | commenti
categorie: comunismo, economia, ecologia, capitalismo, decrescita
domenica, 01 giugno 2008

Con chi stare: col merluzzo o col pescatore?

di Gianluca Bifolchi

Sfogliavo alcuni giorni fa una bella enciclopedia illustrata sugli animali e sono rimasto colpito alla notizia che nella prima metà del ventesimo secolo era del tutto normale che un peschereccio catturasse merluzzi di 90 chili. Oggi, per via delle dimensioni industriali prese dallo sfruttamento dei mari, un merluzzo di quindici chili è una rarità.

Quando i pescatori attualmente in sciopero contro l'elevato costo del gasolio raccontano ad un intervistatore del tg che dopo 24 ore di lavoro gli restano si e no quaranta euro di guadagno a testa, il primo moto è quello di solidarizzare con la protesta.

Ma fermarsi al primo moto è tipico delle menti anguste e semplicistiche. Non sono infatti certo che lo spropositato aumento di un fattore della produzione, come il carburante, sia un fatto negativo; ritengo anzi che, date le circostanze, è l'unica possibilità che porti ad una riduzione netta del pescato, e dunque ad un prelievo di risorse alimentari dai mari più in armonia con i cicli biologici della loro fauna.

Significa che auspico la rovina economica della piccola impresa peschereccia? No, io non auspico niente del genere, anche se ammetto che la fame che incombe sulle popolazioni povere dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina per via dell'aumento dei prezzi delle derrate alimentari mi preoccupa più della difficoltà che può incombere sulle famiglie italiane ad avere la spigola fresca o i gamberoni a tavola.

Dico però che sono un po' stanco del ricatto morale della perdita dei posti di lavoro senza che si manifesti la minima volontà nelle sfere ufficiali di rimettere in discussione il modello di sviluppo e consumo. Se Mario Draghi, col suo ricettario neoliberista incentrato sull'ossessione della crescita, riesce a mettere tutti d'accordo in Italia, e allora che il gasolio aumenti pure, e senza provvidenze statali ai pescatori. Forse, così, eviteremo che i mari diventino paludi morte e mucillaginose.

postato da: LookingBackward alle ore 09:54 | link | commenti
categorie: economia, ecologia, neoliberismo, decrescita
domenica, 18 maggio 2008

Energia e senso del pudore

di Gianluca Bifolchi

Pochi minuti di visione di un dibattito su La7 sul tema dell'energia ed eccomi là a meditare sul principio del comune senso del pudore.

Schiacciato tra una morale cattolica che ha sempre prediletto le innoque faccende della camera da letto rispetto a quelle della guerra e del denaro, ed un ordinamento economico che ha fatto del sesso un formidabile volano dei consumi (si pensi all'uso del corpo femminile nella pubblicità), il principio del comune senso del pudore è divenuto un sinonimo di bacchettoneria. Assai a torto, secondo me.

Ogni società dovrebbe poter contare su un pudore condiviso, e credo che in effetti sia sempre così, senza eccezioni. Si tratta solo di capire, caso per caso, cosa costituisce oggetto di pudico comune ripudio.

Fosse per me ristabilirei ai primi gradi della priorità la frode, o fraude, nel senso dantesco di uso capzioso del dono divino dell'intelletto per trarre illecito vantaggio sul semplice di spirito. E contennendi di prima grandezza dovrebbero essere tenuti coloro che vogliono far apparire come giusta, equa, pratica ed agevole un'espansione senza condizioni del consumo di energia elettrica nei paesi indutrializzati.

Nel detto dibattito sentivo il turbo-nuclearista Bruno Tabacci che accusava i difensori del risparmio energetico di egoismo per non tener conto di tutte quelle persone in giro per il mondo che non hanno mai potuto premere un interruttore della luce a casa loro. Da ciò seguirebbe che occorrerebbe costruire un bel po' di nuove centrali nucleari; ma non in Bolivia, Burkina Faso o Bangladesh, e consentire così l'allaccio alla rete elettrica di gente che non ha mai goduto di questo prezioso consumo, ma in Italia, dove non è più procrastinabile la sentita esigenza di sciacquoni da cesso che si azionino con controllo remoto a raggi infrarossi.

C'è poi la trovata della "furbizia" degli Italiani, che rinunciano alle centrali nucleari ma importano da oltre confine energia prodotta proprio da reattori nucleari. Peccato che la decisione di rinunciare fu presa dalla stragrande maggioranza degli Italiani (di destra e di sinistra) attraverso quello strumento di democrazia partecipativa che è il referendum, mentre la decisione di importare elettricità dall'estero, comunque prodotta, è presa da Signori dell'Energia il cui amore per la trasparenza finora non è riuscito neanche a indurli a stampare bollette che tabulino in maniera chiara ed esauriente l'intera struttura dei costi della fornitura elettrica. Diversi decisori, diverse responsabilità.

Notevole anche lo scenario di prosperità magica che si dipinge se solo superassimo le nostre irrazionali paure per l'atomo. Si lascia credere che con le centrali nucleari saremmo forniti di elettricità con la stessa abbondanza essudata dal Dio del Pentateuco che rifornisce di quaglie e di manna gli Ebrei nel deserto ai primi languorini di stomaco, senza limiti e senza condizioni. Per ciò non solo vengono presentate stime dei costi dedotte solo da segmenti dell'intera filiera di produzione e smaltimento delle scorie, ma si tace la circostanza che il materiale fissile disponibile sulla Terra è relativamente scarso, ed un'accresciuta dipendenza da esso porterebbe la gradevole novità di guerre per l'uranio che si assocerebbero alle già numerose guerre del petrolio, per l'accaparramento del prezioso minerale.

Si ricorda anche la luminosa tradizione di fisica nucleare del nostro paese, dai ragazzi di Via Panisperna al Nobel di Fermi, che sarebbe un peccato se dovesse interrompersi per sempre. Ma è un peccato anche che non riusciamo a smaltire decentemente la munnezza delle nostre città, proprio mentre vorremmo metterci a giocare con le scorie nucleari; ed è un peccato che siamo più impegnati ad inventarci le scuse che presenteremo in un prossimo futuro per i nostri fallimenti rispetto agli impegni di Kioto, che a cercare di invertire la tendenza per cominciare a ridurre davvero le emissioni di gas serra.

Non è l'opinione nuclearista o sviluppista in sé che infastidisce, ma il carattere fraudolento di essa. Se il comune senso del pudore contemplasse tra le altre cose lo sdegno che Dante aveva per la frode potremmo quasi dirci una democrazia.

postato da: LookingBackward alle ore 08:55 | link | commenti (4)
categorie: ecologia, energia, consumismo
venerdì, 18 aprile 2008

l'ingenuità dei decrescisti

di Gianluca Bifolchi

In un articolo per l'Internazionale di qualche giorno fa Beppe Grillo spiega le ragioni per cui non è andato a votare, e le riassume in uno slogan che farebbe la gioia dei decrescisti: "Meno lavoro, meno energia, meno materiali".

L'articolo, al solito, è interessante e informato, e fornisce diversi spunti per riflettere sull'insensatezza della nostra organizzazione economica.

Personalmente, resto poco convinto per l'entusiasmo che ha acceso molti di pensare all'economia solo in termini di decrescita, e dedurre da questo principio tutti i criteri che dovrebbero informare le politiche economiche dei governi. Secondo me c'è molto di New Age nella disinvoltura con cui si è accantonato un concetto molto importante come quello di sviluppo sostenibile, che ha trovato la sua massima espressione in un documento poco conosciuto come la Carta della Terra delle Nazioni Unite, in cui si cerca di tenere insieme sia il rispetto per l'ambiente che la sacrosanta aspirazioni della maggior parte dell'umanità di arrivare a più degni livelli di esistenza. A volte sospetto che molti zelatori della decrescita siano tipi che tra una settimana si stancheranno e andranno a fare un corso di campana tibetana, secondo l'eterno freackettonisno latente in tanta parte dell'opinione pubblica del nord industrializzato.

Naturalmente non c'è niente di ozioso o gratuito né nelle premesse del discorso decrescista in sé né nell'articolo di Grillo, e molta della gente che se ne occupa - tutt'altro che stupida - lo fa con interesse serio e sincero.

Rimane però la sconcertante ingenuità politica di questo discorso, tanto più irritante quanto più si accompagna alla fiducia di chi crede di aver trovato un nuovo verbo da sostituire alle decrepite "ideologie ottocentesche".

Questa ingenuità si esprime soprattutto nella riluttanza ad affrontare il problema del potere e della sua distribuzione, nell'illusione illuministica che i buoni argomenti siano di per sé sufficienti a convincere la maggior parte della gente ed avviare i necessari processi di ristrutturazione del modello economico e sociale.

Salvo accorgersi, come accade a Grillo, che "nessuno dei partiti ne parla". O salvo accorgersi che con l'acuirsi della consapevolezza dei problemi del cambio climatico i movimenti ambientalisti, paradossalmente, appaiono in fase di riflusso. O salvo accorgersi che l'avidità energetica assume un peso crescente nelle agende dei governi.

Forse più che continuare a decantare le virtù della raccolta differenziata, occorerebbe fermarsi a riflettere sul perché mentre tutti sono d'accordo che sia una cosa buona non si fanno i necessari investimenti per farne il principio di tutto lo smaltimento dei nostri rifiuti.

E' iniziato il fuoco ad alzo zero sul movimento NO-TAV, e a giudicare dalla campagna mediatica in atto vi è una nuova volontà politica di riprendere con decisione il progetto della Torino-Lione. Eppure è stato spiegato molto bene che le previsioni di crescita del traffico merci su rotaia sono del tutto fantasiose. Eppure è stata denunciata con vigore la dimensione di affarismo squalesco che ha informato l'assegnazione degli appalti, vera ragione per i propositi di sventramento della Val di Susa.

Grillo e decrescisti, tuttavia, non sono contrari solo alla TAV. Vorrebbero addirittura riformare l'intero paradigma della produzione economica nazionale, e confidano per questo sulla forza dei loro buoni argomenti.

Ma non vi è controllo dell'economia senza controllo dell'informazione, e senza controllo della politica. E la combinazione di queste forme di controllo è ciò che può vanificare le cause più degne, che si ritrovano contro l'establishment economico, politico e dell'informazione.

Queste forme di controllo, a loro volta, non sono che aspetti particolari di quell'entità che si chiama Capitale, riconducibile in ultima istanza a chi possiede i mezzi di produzione. A meno che la proprietà di questi non sia socializzata come ci si può illudere che non vengano impiegati per interessi particolari?

Non ci metterei la mano sul fuoco per Grillo, ma sono certo che molti decrescisti si rendono conto benissimo del vincolo inscindibile che c'è tra il socialismo e un'economia più rispettosa della natura e degli autentici bisogni umani. Ma evitano di parlarne sperando di non dover passare sotto le forche caudine della demonizzazione che l'idea socialista ha subito e subisce tutt'ora.

Ma questo è esattamente ciò che ridurrà i temi della decrescita ad una moda, buona per lo più come trampolino alle carriere politiche dei Daniel Kohn-Bendit o Joshka Fisher di turno.

postato da: LookingBackward alle ore 09:20 | link | commenti (1)
categorie: ecologia, consumismo, socialismo, capitalismo, decrescita