Come spiega la teoria economica l'attuale crisi delle principali economie capitaliste del mondo? La verità è che se analizzaiamo la teoria economica che predomina nelle banche centrali e nei ministeri del tesoro, vediamo che non può spiegare la crisi. Anzi, per questa teoria la crisi non dovrebbe neanche esserci. Per spiegarlo dobbiamo addentrarci nell'arcano mondo della teoria economica.
Negli anni settanta si presenta una doppia crisi nella teoria economica. Nella cosiddetta teoria microeconomica la crisi è terminale: nel 1974 è ormai dimostrato che non esiste una base scientifica per ritenere che i mercati assegnino le risorse della società in maniera efficiente. Ciò avrebbe dovuto essere sufficiente per dichiarare chiuso il programma di investigazione teorica basato sulla fede nella bontà del libero mercato. Ma nel mondo accademico gli economisti perferirono ignorare i problemi e continuarono a torturare i propri studenti insegnando loro la parte priva di interesse della teoria dell'equilibrio generale, evitando di menzionare che con questa teoria non si può dimostrare come si formano i prezzi di equilibrio. Da allora, vediamo uscire dalle università legioni di economisti che credono (senza fondamento) che da qualche parte esiste una teoria rigorosa che dimostra che i mercati assegnino le risorse della società in maniera efficiente.
In campo macroeconomico accadde qualcosa di peggio. Negli anni sessanta gli economisti che si richiamavano a Keynes scoprirono la cosiddetta curva di Phillips e pensarono di poterla utilizzare per completare e difendere il pensiero del loro maestro. Grosso modo, questa curva diceva che c'è una relazione inversa tra disoccupazione e inflazione: quando aumenta l'inflazione la disoccupazione diminuisce, e vicecersa. Ma negli anni settanta si presentò un episodio di inflazione con disoccupazione. Stando al modello, era una cosa che non doveva succedere.
La stagflazione segnò la sconfitta di questa concezione keynesiana e l'auge del pensiero monetarista. Sotto la guida di Milton Friedman sorse una visione dell'economia secondo la quale "l'inflazione è sempre e comunque un fenomeno monentario". In base a questo ragionamento, la variabile chiave per stabilizzare i prezzi sarebbe l'offerta monetaria. Senza un'analisi scientifica seria, Friedman giunse alla conclusione che questo risultato ( tenere sotto controllo l'inflazione) era compatibile con livelli adeguati di occupazione. La base di tutto questo ragionamento è la fede irrefragabile nella stabilità dei mercati in un'economia capitalista (esattamente il contrario di ciò che la teoria microeconomica aveva scoperto nel 1974).
In un saggio pubblicato nel 1968 Friedman arrivò all'idea sorprendente che per ogni livello di piena occupazione, vi è un tasso "naturale" di disoccupazione. Questo tasso naturale corrisponde a ciò che viene definito disoccupazione frizionale (determinata dal tempo che passano i lavoratori a cercare un nuovo impiego). Da qui si giunse alla NAIRU, acronimo inglese che corrisponde al tasso di occupazione compatibile con un tasso di inflazione senza accelerazione nell'incremento dei prezzi. Tutto questo edificio teorico serviva a giustificare che l'obiettivo unico della politica monetaria doveva essere il controllo dell'inflazione.
Negli anni 90, economisti come Bob Eisner distrussero le basi analitiche della NAIRU. E nei fatti il tasso di disoccupazione si ridusse diverse volte senza impennate inflazionistiche. Anzi, l'offerta monetaria ebbe forti oscillazioni e l'inflazione non aumentò. Tutto ciò smentiva brutalmente la credenza fondamentale dei monetaristi sulla relazione tra offerta monetaria e inflazione.
Quanto all'instabilità nei mercati finanziari, la serie di crisi degli anni novanta dovevano almeno scuotere la fede dei monetaristi sulla stabilità dei mercati capitalisti e portarli a concludere che era necessario tornare a regolare il settore finanziario. Non fu così. E' perché sono stupidi? No, quello che succede è che le autorità monetarie agiscono subordinate agli interessi del settore finanziario.
Oggi osserviamo che alla Federal Reserve continua a dominare lo schema monetarista. Perciò il problema per la politica macroeconomica si definisce come prima: occorre trovare il livello preciso di offerta monetaria per tenere sotto controllo l'inflazione e mantenere l'occupazione a un livello adeguato. La Fed sbaglia di nuovo: l'origine della crisi va cercata nella deregolamentazione finanziaria e in una politca monetaria alimenta le bolle speculative.
Perciò le teorie che dominano alla Fed (e in molte banche centrali) non possono dire nulla di rilevante sulla crisi: né sulle sue origini, né sulla politica per affrontarla. Il vero problema è che il mercato capitalista è intrinsecamente instabile e la crisi è la forma naturale di vita di questo sistema economico. In una cornice riformista occorrerebbe almeno convenire che la risposta politica corretta è la regolamentazione e l'intervento pubblico.
Ho sempre provato antipatia per la massima, filosoficamente corretta, per cui non esistono diritti senza i doveri correlati. Deve essere perché tutte le volte che l'ho sentita ripetere ho avuto l'impressione che chi l'enunciava era soprattutto interessato a comprimere i diritti altrui e ad espanderne i doveri, tutto a proprio vantaggio.
Ora posso forse definire meglio il mio fastidio per questo principio. In un dibattito tv ho sentito un sostenitore dell'Alta Velocità che, rivolgendosi polemicamente a Giulietto Chiesa, diceva: "Ma non è un fatto di grande libertà poter raggiungere Parigi in treno in due ore?"
Tralascerò la risposta di Chiesa e riporterò quella che è venuta spontanea a me, anche perché mi permette di elaborare un po' meglio il tema dei diritti e dei doveri. Se fossi stato presente al dibattito avrei detto: "Naturalmente è una grande libertà per uno come te che considera la libertà come separata dalla responsabilità ".
Cosa importava, infatti, a quel signore dell'impatto ambientale dell'Alta Velocità , o della non sostenibilità ecologica del nostro attuale sistema di trasporto merci e passeggeri di fronte alla sua "grande libertà " di partire dall'Italia e andare a fasi fotografare sotto la Torre Eiffel in due ore?
Sarei disposto a scommettere qualcosa sul fatto che quel signore, in altre occasioni, è il tipo che ama l'adagio che "non esistono diritti senza i doveri correlati". E si deduce da ciò che in genere per "doveri" si intende qualcosa di diverso da "responsabilità ", e che comunque queste vengono percepite sempre in un'ottica miope ed egoista.
Parlano di doveri, ma ciò che intendono è mettere un gioco sulle spalle della gente, soprattutto per garantirsi le proprie "grandi libertà ".
Diffidate delle "grandi libertà ", e cercate la libertà tout-court.
Sfogliavo alcuni giorni fa una bella enciclopedia illustrata sugli animali e sono rimasto colpito alla notizia che nella prima metà del ventesimo secolo era del tutto normale che un peschereccio catturasse merluzzi di 90 chili. Oggi, per via delle dimensioni industriali prese dallo sfruttamento dei mari, un merluzzo di quindici chili è una rarità .
Quando i pescatori attualmente in sciopero contro l'elevato costo del gasolio raccontano ad un intervistatore del tg che dopo 24 ore di lavoro gli restano si e no quaranta euro di guadagno a testa, il primo moto è quello di solidarizzare con la protesta.
Ma fermarsi al primo moto è tipico delle menti anguste e semplicistiche. Non sono infatti certo che lo spropositato aumento di un fattore della produzione, come il carburante, sia un fatto negativo; ritengo anzi che, date le circostanze, è l'unica possibilità che porti ad una riduzione netta del pescato, e dunque ad un prelievo di risorse alimentari dai mari più in armonia con i cicli biologici della loro fauna.
Significa che auspico la rovina economica della piccola impresa peschereccia? No, io non auspico niente del genere, anche se ammetto che la fame che incombe sulle popolazioni povere dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina per via dell'aumento dei prezzi delle derrate alimentari mi preoccupa più della difficoltà che può incombere sulle famiglie italiane ad avere la spigola fresca o i gamberoni a tavola.
Dico però che sono un po' stanco del ricatto morale della perdita dei posti di lavoro senza che si manifesti la minima volontà nelle sfere ufficiali di rimettere in discussione il modello di sviluppo e consumo. Se Mario Draghi, col suo ricettario neoliberista incentrato sull'ossessione della crescita, riesce a mettere tutti d'accordo in Italia, e allora che il gasolio aumenti pure, e senza provvidenze statali ai pescatori. Forse, così, eviteremo che i mari diventino paludi morte e mucillaginose.
Il 7 maggio, a Managua, si sono riuniti i presidenti e primi ministri del Nicaragua, Costa Rica, Bolivia, Ecuador, Honduras, Haiti, San Vicente, le Granadine, il vicepresidente di Cuba, i ministri degli esteri di Messico e Venezuela, e i rappresentanti della FAO, della Banca Mondiale, e della Banca Interamericana di Sviluppo. Lo scopo era coordinare le azioni necessarie a fronteggiare la crisi alimentare che colpisce vari paesi dell'area, ed analizzare l'impatto di questa crisi su Africa ed Asia, ed America Latina.
Le cause della crisi sono note. L'attuale produzione di alimenti è insufficiente a soddisfare la domanda prodotta dalla crescita economica di Cina ed India, paesi che ospitano più di un terzo della popolazione mondiale, e la cui produzione di alimenti è inferiore è inferiore al consumo interno che genbera questa crescita. Ogni anno, in questi due paesi decine di milioni di persone accedono ad un consumo di alimenti migliore per quantità e qualità . I biocombustibili sono una causa ulteriore, facendo uso di cereali vitali nella dieta umana - come il mais - per alimentare le automobili. Lo stesso si può dire dei cambiamenti climatici, con siccità che distruggono le coltivazioni ed uragani che le devastano. Il protezionismo dei paesi ricchi, infine, che rovina milioni di agricoltori.
I calcoli che sono stati fatti indicano che nei prossimi anni e decenni, l'umanità avrà bisogno di raddoppiare la produzione di alimenti, e ciò richiederà l'aumento delle aree di coltivazione e, in modo particolare, il miglioramento delle tecniche di sfruttamento zootecnico, in maniera che si copra la domanda alimentare senza esaurire le risorse naturali.
Date le circostanze è bene meditare sulla responsabilità e l'opportunità che ha una regione tanto vasta come l'America Latina, al fine di porsi in prima fila nello sforzo mondiale per risolvere questo problema. Nella regime vi sono alcuni paesi a rischio di fame - Haiti, in primo luogo -, ma ciò è più il risultato della diseguale distribuzione della ricchezza e della carenza di investimenti strategici, che non di impedimenti naturali. Accade il contrario. L' America Latina possiede in abbondanza tre dei cinque fattori che rendono possibile la produzione massiccia di alimenti: il clima, terra buona ed abbondante, e acqua in quantità . Ne mancano due: primo, che i governi comprendano le possibilità che offre la domanda mondiale di alimenti (di cui approfittare per uscire dalla povertà e l'arretratezza). Secondo, che assumano la sfida, pendente da quasi duecento anni, di realizzare una rivoluzione agraria, che permetta di fare della regione un granaio del mondo.
L'America Latina ha 20 milioni di km2 e 530 milioni di abitanti. Cina e India arrivanoa 12,8 milioni di km2 2 due miliardi e quattrocento milioni di abitanti. A questa estensione territoriale occorre sottrarre il poco fertile altipiano tibetano e i deserti sterili. Il Bangladesh, con 144.000 km2, ha 150 milioni di persone. Il Nicaragua con 130.000 km2, ha 5,5 milioni di abitanti. Il Giappone praticamente non ha terre agricole e la Corea del Sud ha montagne sull'80% del suo territorio. Le risorse idriche di questa regione, inoltre, sono al limite o lo hanno superato.
L'America Latina ha i maggiori indici di acqua pro capite del mondo. Il Sudamerica è attraversato da fiumi immensi, come l'Orinoco, il Rio delle Amazzoni e il Rio de la Plata. Il Nicaragua, nella sua relativa piccolezza, ha un lago di 8.000 km2, oltre a generose fiumane che scorrono verso il Mar dei Caraibi. A ciò bisogna aggiungere la sterminata lunghezza delle sue coste, che si proiettano libere sull'Oceano Pacifico e, nel Sud, anche nell'Atlantico.
In altre parole, l'America Latina possiede risorse necessarie a produrre ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di alimenti con cui provvedere ai bisogni del mondo. Manca solo che i governi comprendano l'opportunità , dato che ciò che si produce in alimenti troverà facilmente mercato in America e Asia. Paesi come il Messico o il Venezuela consumano più di quanto producono, mentre Cina e India sono ai limiti della propria capacità produttiva, e tutti essi hanno eccedenze monetarie. La sovrappopolata ed esaurita Asia necessiterebbe della spopolata e ricca America Latina, mentre l'America Latina ha bisogno di investimenti e mercati asiatici che siano motori sicuri di crescita e sviluppo.
Il maggiore ostacolo perché questo succeda è la pessima distribuzione della terra, cioè, un anacronistico latifondismo, che mantiene paralizzate le economie e le società . Assumere la sfida alimentare richiede che si dia inizio a una rivoluzione agraria, che è qualcosa di più profondo di una semplice ripartizione della terra. Una rivoluzione agraria implica la riforma del possesso della terra, che si forniscano risorse finanziarie, e che si introduca tecnologia di punta perché si produca con la massima efficienza. Che si aprano strade che collegano zone produttive con le aree di stoccaggio, e queste con autostrade e porti. Che i produttori vengano educati alla bontà dell'associazione cooperativa (che ha tanto successo in Europa), insegnandogli a organizzarsi in maniera solidale. Che si introducano sistemi di razionalizzazione nell'uso dell'acqua, per ridurre gli sprechi e consumarla in maniera più efficiente; che si attuino programmi di riforestazione di bacini fluviali e lacustri, per salvaguardare il prezioso liquido. Si tratta, in definitiva, di strappare la regione al secolo XVIII, e farle fare un salto nel XXI.
Non sarà facile, ma non è impossibile. Occorre radunare le volontà in un enorme, necessario e urgente sforzo produttivo, che permetterebbe di risolvere i grandi mali della regione e contribuire a risolvere il bisogno di cibo nel mondo. Il fattore più incerto di qualunque investimento è l'esistenza di mercati sufficienti. Oggi ci sono i mercati e i fondi. Occorre solo mettere mano all'opera e comprendere che è ora di produrre.
Augusto Zamora è professore presso la Universidad Autónoma de Madrid, ed ambasciatore del Nicaragua in Spagna
Se volete farvi un'idea di cosa ha significato Internet nel creare uno strato di popolazione altamente informata e capace di pensiero critico e indipendente, potreste notare come gente di diverso orientamento politico è capace di spaccare il capello in quattro quando di tratta dei più comuni temi oggetto della disinformazione ufficiale, dal Tibet all'Iraq, dall'ex Yugoslavia alla Palestina, dall'Iran di Ahmadinejoad al Venezuela di Chávez.
Ma queste stesse persone, quando si tratta di un fenomeno storico che all'avvento della Rete era già entrato nel cono d'ombra della cronaca, per essere solo oggetto di discussioni accademiche - ad esempio la parabola dei paesi socialisti dell'est europeo - ripetono automaticamente e pappagallescamente tutti i cliché e gli stereotipi della Guerra Fredda.
Intendo dire che non si limitano a riportare le imperfezioni di quei sistemi, come ad esempio il considerevole grado di autoritarismo politico (il che sarebbe giusto ed opportuno giusto ed opportuno), ma sembrano davvero credere che si trattasse di campi di concentramento diretti da una burocazia che amministrava il potere in stile Gestapo, che viveva un'esistenza dorata sulle spalle di un popolo ridotto alla fame, e che reprimeva il dissenso con tecniche genocidiarie.
In pratica non c'è alcuna distanza critica tra l'immagine propagandistica che la CIA e il Dipartimento di Stato crearono e diffusero nel mondo di quei regimi, e il bagaglio di associazioni mentali con cui molta gente, per altri versi critica ed informata, continua a riferirsi a quel capitolo del XX secolo.
E si che la tragedia personale di Slobodan Milosevich, per certi versi un erede del "socialismo reale", che fa da trait d'union tra l'epoca pre-Internet e l'epoca di Internet, dovrebbe rendere più cauti ed avvertiti verso la massiccia diffamazione e la scientifica operazione di discredito condotta in Occidente verso il fenomeno del socialismo dell'Europa dell'Est.
Invece, chi è diventato refrattario e giustamente scettico verso le molte "rivoluzioni colorate" che si manifestano qui e lì nel mondo, in punti nevralgici per l'espansionismo imperiale USA, è spesso disposto ad accettare incondizionatamente che la "Caduta del Muro", nel 1989, sia stato un punto di svolta positivo per la storia dell'Europa.
Al di là di quello che si può pensare dei Muri (buoni quando vengono costruiti nella West Bank o al confine con il Messico, e infami quando vengono costruiti a Berlino) vorrei chiedere a costoro se sanno che al momento della "caduta del Muro" la Repubblica Democratica Tedesca era la decima potenza industriale del mondo, e che aveva un sistema di assistenza sociale ammirevole anche in base a parametri scandinavi. E che la Cecoslovacchia seguiva a ruota.
Negli anni 90 il fatto che le capitali dell'est erano al buio, dato che la gente dormiva e non andava per night club, era considerato un motivo sufficiente per snobbare sistemi sociali e politici che avevano realizzato conquiste sociali come la piena occupazione, una casa per tutti, assistenza medica gratuita, buona scolarizzazione di massa e bassi livelli di criminalità . Mi chiedo quanti oggi, nell'era della precarietà senza fine, sarebbero pronti a snobbare con altrettanta disinvoltura tutto ciò se il messaggio venisse riproposto con la dovuta energia e con un grado sufficiente di informazione.
Facevo queste riflessioni quando la popolarità che certe idee recenti dell'ex ministro berlusconiano Giulio Tremonti sta acquisendo in certi ambienti da cui ti aspetteresti di più, mi ha ricordato il detto "quando sei nel deserto e hai sete, una goccia d'acqua ti sembrerà il paradiso".
Dunque, questo ex-pazdaran della globalizzazione neoliberista si è accorto, da qualche anno a questa parte, che gli industrialotti del suo colleggio elettorale, non potendo più contare sul doping della liretta svalutata (che tutta la nazione pagava importando inflazione), ed avendo la Cina cessato di essere mercato di sbocco per merci occidentali, per trasformarsi in terribile competitore internazionale, non ce la fanno più a difendere le vecchie quote di mercato. Ed ecco il Nostro che, sfoderando saccenteria professorale, si inventa la dottrina di una "Nuova Bretton Wood" che serva a dare rispettabilità accademica ad una politica di ripristino dei vecchi privilegi attraverso le barriere doganali, visto che la svalutazione non è più possibile.
Come se fosse una cosa nuova! Come se nei decenni immediatamente successivi all'unificazione d'Italia non si dissanguò l'economia meridionale per permettere lo sviluppo dell'industria del nord al riparo di barriere protezionistiche!
Dei vecchi leoni del dibattito sul "libero scambio" nell'Inghilterra della prima metà del XIX secolo, venti o trent'anni dopo non se ne trovava più uno, perché alla necessità di importare grano a basso prezzo ed agevolare lo sbocco continentale delle merci inglesi, si era sostituita la necessità di chiudere le porte del mercato interno a una nuova potenza industriale, la Germania, che senza le risorse di un immenso impero coloniale stava comunque spezzando le ossa all'industria britannica.
Solo ignorando questi capitoli della storia economica europea un ciarlatano come Giulio Tremonti può essere preso sul serio come il proponente di un'alternativa più equa e razionale.
L'Italia di oggi ha le risorse economiche e le capacità tecniche per sfide più ambiziose di qualunque cosa Giulio Tremonti possa proporre. Perché perdere tempo con le dispute tra le varie sette della religione dell'economia di mercato? Come si può ancora essere succubi della credenza che essa rispecchi le leggi di natura e non sia invece un'organizzazione di comodo della produzione?
Ho citato le esperienze del socialismo dell'Europa orientale come una immensa miniera di esempi degli sbagli da evitare, ma anche delle realizzazioni che furono compiute e che solo la propaganda ostile della Guerra Fredda poté passare sotto silenzio.
Se si vuole un'economia equa e razionale si cominci a pensare in base a principi di equità e razionalità , e non ai sofismi retrogradi dettati da esigenze padronali incapaci di confrontarsi con le nuove sfide.
C'è bisogno di coscienza politica, non di nuovi mandarini.
Capita talvolta di leggere attacchi alla politica economica di Hugo Chávez incentrati sull'alto livello di inflazione. Si tratta di un dato innegabile, che pone il Venezuela in posizioni di vertice nella classifica dei paesi sudamericani. Ovviamente con l'inflazione, come per tutti gli indicatori economici e sociali, sono le tendenze che contano.
Nel corso di una riunione del consiglio dei ministri di ieri il presidente venezuelano ha dichiarato che un 19,5% di inflazione media nei nove anni della rivoluzione bolivariana sono decisamente un successo, se confrontati con la media del 44,2% dell'amministrazione di Carlos Andrés Pérez, e con il 57,6% dell'amministrazione di Rafael Caldera.
I summenzionati attacchi sembrano comunque poco interessati alle tendenze.
Parlando poi della disoccupazione:
"Nel gennaio del 1999 [anno dell'arrivo al potere di Chávez] la disoccupazione era del 16,6%; nel 2000 scese al 15%. Nel gennaio del 2001 si ridusse al 14%. Poi, dopo la destabilizzazione operata dall'opposizione, nel 2002 [anno del tentato golpe e della serrata petrolifera], si registrò un salto al 20,7%. Successivamente, tornò a scendere nel 2004, a 19,10 %, e nel 2007 si ubicò all'11,8%, mentre a gennaio del 2008 è scesa al 10,20%".
Il 10,20% a gennaio è un minimo storico di lunga durata, ben oltre gli anni del governo Chávez.
Barak Obama vuole “dare respiro†ai contribuenti/elettori americani indebitati nella crisi del settore immobiliare, con mutui che non riescono a pagare, concedendogli alcuni miliardi di prestito.
E’ una misura in puro spirito caritatevole keynesiano che sortirà l’effetto di indebitare ulteriormente i poveri, agganciandogli per sovrapprezzo alla mammella statale anche sul piano psicologico. A guadagnarne, infatti, è ancora il sistema capitalista che finanzia se stesso. Mentre i contribuenti/elettori americani in difficoltà , appartenenti alle classi sociali più svantaggiate o alla classe media proletarizzata, identificheranno quello Stato “comitato d’affari dei capitalisti americani†nel loro salvatore, dispensatore di piccoli e grandi favori, prebende e sussistenza.
Quale misura migliore per un sistema che si regge sullo sfruttamento, quella di dare un contentino interessato a coloro che lo subiscono. Sono queste le misure che, in buona parte, allietano tutta la sinistra, esonerandola da prese di responsabilità politiche (rappresentanza delle classi subalterne) che non intende proprio prendersi. Diamogli un po’ di soldi, che intanto tacciano!
Sullo stesso versante bisognerebbe chiarire che la creazione di posti di lavoro (altro cavallo di battaglia della sinistra americana e non solo), in America, sono stati tutti in settori che dovremmo osteggiare con la più ferma convinzione: dalle agenzie dei contractor che combattono in Irak al settore petrolifero, dall’industria delle armi a quella dei “marines-lanzichenecchiâ€.
Cose di cui si preferisce non parlare. A questo tipo di atteggiamento preferisco chi manifesta chiaramente il proprio cinismo.
Leggendo un libro come l’ultimo di Gillo Dorfles, Horror pleni. La (in)civiltà del rumore, non si può non essere d’accordo coi contenuti di critica al vetriolo nei confronti della società contemporanea. Una critica incentrata totalmente sulla sua fenomenologia. Il libro nasce da una raccolta di articoli pubblicati sul “Corriere della Sera†affiancati da una decina di saggi inediti. La pubblicazione è a cura di Castelvecchi Editore.
Dicevo; come non essere d’accordo con Dorfles: “La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali (stimoli visivi, uditivi, tattili) fa si che l’uomo d’oggi si trovi in una situazione del tutto diversa da quella, non di secoli, ma anche solo di una cinquantina di anni fa. […] estendere il concetto di ripulsa, di rifiuto, di orrore appunto, alla situazione di cui sopra: proprio come contrapposizione a quell’opposto concetto dell’horror vacui con il quale ci si è spesso riferiti all’attività di antiche popolazioni preistoriche, i cui graffiti e i cui disegni nelle grotte aurignaziane, magdaleniane, e in generale nelle caverne e sulle pareti rocciose, avevano a quanto pare tra le altre anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza di ogni segno e di ogni traccia umanaâ€.
Tutto ciò si lega chiaramente con un concetto ampliato di homo faber. Ampliato dalle possibilità via via tecnicamente più estese. Ma non solo. Per introdurre la mia interpretazione che seguirà , voglio far parlare ancora Dorfles che scrive in questi termini del tempo contemporaneo che è un fattore parte della meccanizzazione di noi esseri umani. Una meccanizzazione portata avanti dal modo di produrre attuale.
“[…] L’ascensore del grattacielo procede con una lentezza molto superiore a quella delle nostre gambe, le code sulle autostrade portano la velocità degli automezzi a quello delle carrozze d’altri tempi (e anche meno). Le soste negli aeroporti, per un volo di un’ora, sono spesso tre volte più lunghe, e oltretutto non consentono di dedicare la nostra attenzione a questi momenti di un “tempo perduto†che potrebbe essere vissuto creativamente.â€
Tutto condivisibile. Il problema è che rimane fuori o, nella migliore delle ipotesi, è un convitato di pietra, il sistema capitalistico che ha riempito di oggetti il nostro mondo/ambiente e ha parcellizzato e meccanizzato il tempo della nostra esistenza. Nel libro pregevole manca un accenno sostanziale a questo problema. Il problema di un sistema economico e politico esemplato ed indirizzato alla riproduzione del capitale, il cui – in ultima analisi - parametro è solo questo.
La sfida - che non poteva essere raccolta da Dorfles – è quella di battersi per uscire dal circolo vizioso distruttivo (e potenzialmente apocalittico) del capitalismo. Detto questo, vi consiglio di leggere questo libro, scritto da una persona indubbiamente preparata. Un libro da non scambiare per “antimodernoâ€. Non si farebbe sbaglio peggiore di questo. E’ ciò che stiamo vivendo oggi che lo è; è un ritorno alla barbarie attraverso la inciviltà delle merci. E’ la ripulsa a questo sistema che va valorizzata e finalizzata ad un discorso – più ampio – di liberazione.
“Il Manifestoâ€, 3.2.1988. Articolo di Carlo Ghezzi.
“….Le ragioni di crisi (sindacale, ndr.) (ma anche, probabilmente, di ripresa) stanno più in generale nella rapida trasformazione di una società che ha visto modificarsi profondamente gli equilibri tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, tra lavoratori […] storicamente sindacalizzabili e lavoratori che pongono esigenze particolari, spesso assolutamente inedite.
Di questa evoluzione, all’interno e all’esterno delle tradizionali categorie professionali, in particolare nel loro rapporto istituzionalizzato o “corporativizzato†con la società si è occupata una ricerca guidata da Willem Tousijn, con Alberto Febbraio, Vittorio Olgiati, Luca Boneschi, Lorenzo Speranza, Nedo Fanelli, Rosaria Fiorentini, Fabio Bugarin, pubblicata dal Mulino, dal titolo “Le libere professioni in Italiaâ€.
Ghezzi: “I livelli occupazionali nel nostro Paese seguono da tempo, tendenze ben definite : all’interno di un leggero aumento dell’occupazione, accompagnato da una fortissima e crescente domanda di lavoro con forti prevalenze femminili e giovanili, assistiamo ad un ridislocarsi delle occasioni di lavoro che passano da una occupazione industriale ed agricola, in calo, ai settori del terziario pubblico e privato, in costante aumento. Si accresce il lavoro autonomo. Così al fianco di figure tradizionali nascono figure professionali nuove; con velocità impressionante si scompongono, si ricompongono, si enucleano nuove professioni che operano con tempi di lavoro e caratteristiche assai diverse da quelle con le quali ci si poteva misurare in tempi relativamente recenti.
Proprio questo settore continua ad attraversare una fase di sconvolgimenti e di novità forse superiore ad altri settori , pur coinvolti in un vorticoso e repentino rinnovamento. In tutto il mondo del lavoro si attenuano i tradizionali confini tra industria e terziario; si attenuano altresì, per molte figure, i confini tra lavoro dipendente e non. Queste figure di frontiera sono oggi presenti in tanti segmenti del mondo del lavoro, in particolare nelle grandi aree urbane dove i processi di trasformazione sono più avanzati; sono figure di lavoratori con più lavori, con più rapporti di lavoro dipendente, oppure con un rapporto di lavoro dipendente a tempo parziale e con altre attività lavorative, prestate come lavoratore autonomo, in collegamento con uno o con più imprese o con altre figure professionali similari.
A mo’ di introduzione vorrei chiedervi una cosa: qual è la differenza tra una poesia ed un paio di scarpe in quanto beni di umana utilità ? Una differenza ontologica: una poesia è inconsumabile; un paio di scarpe si consuma e velocemente. Leopardi lo possiamo leggere ed apprezzare anche oggi; il paio di scarpe che avete ai piedi difficilmente supererà l’anno di età . Tenete a mente questo paragone perché esso si attaglierà ottimamente al tema di questo articolo: quale rapporto c’è tra un ideale politico e il sistema rappresentativo per come lo conosciamo oggi.
E’ frequente udire in Tv o leggere sui giornali dichiarazioni come “tradimento della fiducia degli elettori†che, unite al modo in cui sia il ceto politico che la “società civileâ€(1) vi si conformano, fanno pensare. E fanno pensare al peggio
Il rapporto tra la classe politica e la “società civile†(ammesso e non concesso sia necessario così come la conosciamo oggi) è – nel tardo capitalismo contemporaneo – per forza un rapporto tra l’erogatore di un servizio e il suo cliente. Insomma, si tratta di una mera relazione contrattuale.
Lo è in virtù del fatto che il capitalismo è un rapporto sociale, nel quale chi produce non produce semplicemente merci ma, mediante quel rapporto sociale, produce umanità . E’ inevitabile che in questa produzione di relazioni umane mercificate, l’alienazione (2) svilisca tutti gli ambiti della vita umana, compresa la politica.
Anch’essa viene vilipesa, grazie alla sua riduzione a pura amministrazione dell’esistente capitalista, al punto che non vi sia più nulla di autentico. Il diaframma dei rapporti sociali ne decreta la fine programmatica di qualsiasi nuovo umanesimo.
Io, al contrario, rimango provocatoriamente convinto che la politica sia fatta di ideali non negoziabili, frutto di esperienze e teorie verificate nella pratica, alla ricerca della realizzazione dei bisogni che l’umano porta con sé. Gli ideali non c’entrano nulla con la “fiducia degli elettori†né con i sondaggi per scoprirne gli umori che, al contrario sono l’ammissione di una passività sociale che oggi va per la maggiore. Critico anche aspramente il concetto di “elettore†che sceglie un simbolo come fosse una marca di birra al supermercato, preferendogli l’essere umano coi suoi propri bisogni.
Gli ideali sono obiettivi da raggiungere che mai lo potranno essere completamente, ma ai quali si deve puntare con la più forte approssimazione possibile. Al contrario, il contratto mercificato tra ceto politico e “società civile†è ricerca di consenso tipica di una transazione economica che, una volta compiuta, si esaurisce in tutto e per tutto. Si consuma, si deteriora completamente.
Il contratto “elettori-eletti†finisce ogni qualvolta i primi si recano alle urne e, con inconsapevole assoluto distacco, mettono una croce per delegare qualcuno che gli tuteli gli interessi. Un ideale politico, al contrario, non si consuma mai, arde sempre. Le piccole gesta dei Mastella o dei D’Alema di turno non rimarranno certamente negli annali dei trattati di politologia o di Storia delle teorie politiche, tantomeno nei cuori delle persone.
L’anima del capitalismo, ben rappresentata dal consumismo odierno, si innerva in tutti gli ambiti della vita umana, rendendoli mere operazioni contabili. L’alienazione è inesorabile. Come si esce da tutto ciò?
Io sono convinto che l’Occidente, per iniziare un percorso costruttivo in politica degno di questo nome, dovrà passare attraverso la partecipazione diretta e senza mediazioni dei subalterni alla vita sociale. Questa partecipazione, per essere possibile, deve avere un grosso shock che la renda necessaria. Uno shock, un forte sconvolgimento della vita quotidiana che metta in discussione le fondamenta del sistema stesso e apra le porte ad un processo ri-fondativo della nostra società che non sia mero marketing politico (come nel caso della “sinistra radicaleâ€, ora arcobaleno).Una sorta di rito iniziatico a livello sociale. Motivi per un suo avverarsi cominciano ad essercene più d'uno.
(1) Definizione ideologica attraverso la quale le contraddizioni presenti nella società vengono diluite nell’innocuo concetto di cittadinanza.
(2) Segno della mancanza di libertà di auto-realizzazione dei soggetti sociali.
La questione, per come è affrontata dal nostro governo, rientra nella lista dei “peccati d’omissioneâ€. Si omette, infatti, che si è dato corso, da parte occidentale, ad una etnicizzazione del conflitto balcanico. Dopo le anodine dichiarazioni di D’Alema (colui che alza il pugno chiuso ad ogni fine congresso di partito, qualsiasi esso sia, non sappiamo bene se per ricordare il suo passato “picista†o come minaccia) sul Kosovo, riguardo la “inevitabilità del riconoscimento della sua indipendenza†un paio di domande sorgono spontanee.
Sarebbe interessante che il ministro D’Alema ci delucidasse, senza timidezze, sui motivi che fecero scontrare lo stato italiano negli anni ’60 col separatismo altoatesino che, in virtù della maggioranza tedesca che abitava l’Alto Adige/Sud Tirol poteva (e come!) rivendicare di staccarsi dal nostro paese per unirsi all’Austria o, per lo meno, per essere uno stato indipendente, sebbene ruotante nell’ambito austriaco. Esso non fu riconosciuto come movimento politico, anzi, contro di esso fu condotta una politica di scontro aperto, anche militare, attraverso elementi dell’estrema destra italiana, arruolati per compiere atti poco ortodossi con la “giustificazione†di dover rispondere alla politica separatista.
Risalendo ancora più indietro nel tempo, sarebbe interessante capire come mai, non si sia segnata una discontinuità tra il fascismo che, in Alto Adige, seminò odio e la Repubblica nata dalla Resistenza. Come mai, a “Liberazione†avvenuta, non si sono riconosciuti i diritti della maggioranza tedesca della regione all’autodecisione, come in qualsiasi contesto civile sarebbe stato giusto fare.
Continuando a forzare la timidezza del Ministro e più in generale di tutta la nostra classe dirigente, sarebbe interessante capire perché al confine orientale, con gli sloveni e croati, abitanti autoctoni di quelle zone (Venezia Giulia ed Istria) si sia seguita una politica di pulizia etnica, di negazione identitaria e culturale, sulla base di una presunta inferiorità razziale di quei popoli.
Sarebbe bello che egli lo spiegasse non solo a noi italiani ma anche ai cittadini serbi. Non solamente a quelli che hanno manifestato per le strade del loro paese ma pure a coloro che hanno manifestato 3 giorni fa a Trieste, cioè in Italia. I quali sono persone che lavorano e “producono benessere†(concetti, questi, molto cari ma solo retoricamente, alla sinistra “responsabile†e di governo) per il nostro paese allo stesso modo in cui lo producono gli italiani.
Bisogna ricordare agli immemori ministri che le etnie vengono comprese nelle nazioni e non viceversa e che, in diverse importanti nazioni del pianeta molti raggruppamenti “allogeni†hanno partecipato molto attivamente alla costruzione di entità nazionali che non li escludevano. Basti ricordare, la Russia, la Cina, l’India, il Brasile e moltissimi altri.
Che riconoscendo per interesse geo-politico (oltre che di pecunia) un’etnia e il suo stato-fantoccio, svilendone l’apporto alla costruzione del progetto nazionale che pur deteneva all’interno della Federazione Jugoslava, si fanno pericolosi passi indietro verso quella etnicizzazione del conflitto che sta già toccando le fondamenta delle nostre case, all’interno della “fortezza occidentaleâ€.
Il nuovo guru dell'economia venezuelana
Per cominciare, vorrei chiarire che sono d'accordo con diversi aspetti che lui sottolinea nel suo articolo, ma che non vanno oltre il meramente descrittivo: la nomina di ministri improvvisati e la scarsa formazione specifica per ruoli importanti (a cui aggiungerei l'alta rotazione che si produce in questi ministeri con ciò che essa implica in termini di mancanza di continuità dei progetti intrapresi); la superficialità e il carattere erratico del discorso economico ufficiale (prodotto a sua volta dalla mancanza di formazione economica dei ministri del ramo); o la tremenda facilità che mostrano nel dare la colpa dell'inefficienza della loro gestione a trame cospirative, che non nego che esistano, ma contro le quali vi sono tutti gl strumenti per perseguirle, o almeno contrastarle.
Ma anche sulla base di queste posizioni comuni - che non si possono non condividere -, quando Dieterich abbandona il descrittivo ed entra nello strettamente analitico i punti di disaccordo si radicalizzano. E sarebbe difficile che così non fosse se si tiene conto della superfirialità della sua visione e del fatto che gli strumenti analitici che utilizza si inseriscono nel convenzionalismo economico più ortodosso e monetarista.
Inflazione ed esaurimento di merci in Venezuela nel Dieterich-pensiero.
Sotto il pretenzioso titolo di "Inflazione e carenza di merci alla luce della scienza economica", Dieterich cerca di offrire la sua versione dei principali - ma non unici - problemi dell'economia venezuelana, ricoprendola di un alone scientista come se quella che offrisse fosse l'unica spiegazione possibile
Così, secondo Dieterich, la forma più semplice perché il "cittadino non economista" (si mette nel gruppo?) capisca il problema dell'inflazione e "si liberi dalle mistificazioni" è mediante la cosiddetta equazione quantitativa della teoria quantitativa del denaro.
Secondo questa teoria l'inflazione viene provocata da un eccesso nella quantità di denaro in circolazione in relazione alla quantità di prodotto esistente. Questo eccesso di denaro, di fronte ad una offerta costante di prodotti, si traduce in una pressione sui prezzi che finisce per farli lievitare e, con ciò, generando inflazione.
L'inflazione venezuelana sarebbe allora provocata dall'incremento di liquidità monetaria nell'economia. Inoltre, nel suo articolo Dieterich scarta apertamente che potrebbe essere generata dall'aumento dei prezzi internazionali dei prodotti (inflazione importata) o da un boicottaggio economico (scarsità di merci provocata o contrabbando). Su altre possibili cause non dice nulla, così che dovremmo pensare che o le ha scartate o non le conosce.
Seguendo nel suo ragionamento, il tedesco sottolinea che l'iniezione di liquidità nell'economia si produsse come conseguenza delle decisioni prese in questo senso dal governo negli anni elettorali 2006 e 2007, ma nel 2008, tuttavia - anch'esso anno elettorale - simili decisioni sarebbero disfunzionali o insostenibili.
D'altro canto, e in relazione al problema della carenza di merci, Dieterich sottolinea che questa si spiega con i prezzi di vendita che, amministrati dallo stato per gli articoli essenziali del canestro alimentare, non coprono i costi e, pertanto, disincentivano la produzione. E al tempo stesso, perché la riduzione di questi prezzi stimola il contrabbando verso la Colombia o il mercato nero (sebbene in questo secondo caso occorrerebbe puntualizzare che non esiste problema di carenza di merci ma di vendita al di sopra dei prezzi amministrati).
Dieterich è diventato un monetarista?
Insomma, con questa spiegazione del fenomeno inflazionario Dieterich si dà per soddisfatto e contrappone, con supponenza, il rigore scientifico della sua spiegazione a quella del governo venezuelano che, nella sua opinione, si rifiuta di "spiegare scientificamente la realtà ai cittadini".
Posso anche essere d'accordo col fatto che in governo venezuelano non sta azzeccando né nella spiegazione mediatica, né nelle politiche economiche (se ne ha messo in atto qualcuna) contro l'inflazione. Ma dove non posso essere affatto d'accordo con Dieterich è nella diagnosi che lui fa dell'inflazione, e nelle ricette di politica economica che propone per affrontarla. Vediamo perché.
In primo luogo, e per principio, non posso essere d'accordo con qualcuno che sostiene una teoria monetaria, la teoria quantitativa, che si incontra alla base di tutta l'economia neoclassica, la quale a sua volta, costituisce la base di tutta la politica economica neoliberista. Inoltre, la teoria quantitativa del denaro è, con alcune modificazioni, il fondamento di tutta la teoria monetarista a cui dette impulso Milton Friedman, e che rafforza ancor più, nell'orbita monetaria, le politiche neoliberiste.
Ma questa, che è una questione di principio, trova il suo complemento col fatto che la teoria quantitativa del denaro, come qualunque studente di economia sa o dovrebbe sapere, non è di per sé una spiegazione dell'inflazione, ma una tautologia che non chiarisce nulla sulle ragioni del fenomeno. Inoltre, è una tautologia che cerca di attribuire il fenomeno inflazionario a spiegazioni di carattere esclusivamente monetario, dimenticando altri fattori economici di natura reale o, che è più grave, le sue determinanti politiche e sociali.
In effetti, l'unica cosa che l'equazione dei cambi dell'economia quantitativa ci dice è che il denaro pagato dai compratori è uguale a quello guadagnato dai veditori. Pura tautologia che racchiude una modesta verità che è certa nelle sue linee generali, ma che in sé stessa si ferma al punto in cui dovrebbe cominciare a offrire spiegazioni.
Spieghiamolo con la stessa metafora che usava José Luis Sampedro nel suo classico sull'inflazione.
Dunque, il lettore deve immaginare che il sindaco di una città colpita da frequenti inondazioni chiama un tecnico al quale affida la soluzione del problema. Dopo un po' di tempo il tecnico gli si presenta provvisto di parecchie statistiche, e come soliuzione, dice: "Signor sindaco, l'unica maniera di controllare le inondazioni è ridurre il tasso di crescita della quantità di acqua. Non ho notizia di alcuna inondazione nella storia che non sia stata accompagnata da una rapida crescita nella quantità di acqua".
Cosa intendo con ciò? Beh, fondamentalmente affermare che l'inflazione si produce per un eccesso di denaro rispetto alla quantità di merci presenti è come dire che le inondazioni si producono per un eccesso della portata idrica rispetto all'alveo del fiume. Cioè una stupidaggine.
Ma, evidentemente, la spiegazione di Dieterich non poteva essere tenuta a questo livello e, come detto più su, si finisce per attribuire l'incremento nella quantità di denaro in circolazione all'irresponsabilità del governo venezuelano che, in periodi elettorali, inietta massicciamente liquidità nell'economia. Qualcosa per cui, d'altra parte, si scusa dicendo che "è normale per qualunque governo" e che, in alcuni casi (come nel venezuelano), si accompagna al controllo dei prezzi dei beni e dei servizi elementari.
Ciò che sorprende è che basando la sua spiegazione sull teoria quantitativa del denaro, dica successivamente "questa ricetta fu possibile per l'anno elettorale elettorale 2006 e l'anno elettorale 2007; ma in questa forma è disfunzionale e insostenibile per l'anno elettorale 2008".
E soprende perché se questo è il "comportamento normale per qualunque governo" in epoca elettorale, in Venezuela dove, da che governa Chávez, si sono avuti processi elettorali nel 1999, 2000, 2004 e 2005, oltre ai già menzionati 2006 e 2007, perché durante questi periodo, ed eccezion fatta per ragioni evidenti per l'aumento dei prezzi legato alla serrata petrolifera, la tendenza dell'inflazione era discendente e non ascendente, come accade ora? Se questo fosse il "comportamento normale" dei governi dovrebbe essersi prodotto lo stesso fenomeno in flazionista in quei momento, e tuttavia, le cose non andarono così.
Insisto, se si presume che questo suole essere il comportamento normale del governo e che, in conseguenza, operò allora in questa forma, iniettando liquidità nell'economia, l'equazione quantitativa pronosticherebbe un rialzo dell'inflazione (salvo che si producano variazioni nel prodotto interno o nella velocità di circolazione del denaro, casi ai quali in nessun caso Dieterich fa allusione). Tuttavia, l'inflazione durante questi anni è scesa sistematicamente ed è stata vicina a porsi sotto il 10% nel giugno 2006, un anno e mezzo dopo il revocatorio, e uno degli anni elettorali nei quali, secondo Dieterich, avrebbe dovuto essersi prodotto questo incremento di circolazione monetaria.
Questo significa che c'è qualche manchevolezza nell'impostazione di Dieterich: o il governo non sta iniettando tanta liquidità come l'autore suppone (nel qual caso, e per difendere la sua ipotesi, sarebbe stato opportuno includere dati al riguardo e non darlo per presunto) o lo strumento analitico utilizzato non gli permette di spiegare più che il caso di quest'ultimo periodo e, anche così, neanche l'anno 2006 potrebbe essere incluso in questo.
Un limitato ricettario di politica economica
Con questo approccio analitico, tutto brillantemente incluso nella più pura ortodossia monetarista e, come dettaglierò più in basso, così semplicistico che finisce per essere erroneo, le ricette per la soluzione del problema non potevano essere neanche molto elaborate.
Così, nell'opinione di Dieterich, il presidente Chávez ha solo due opzioni (naturalmente in nessun modo l'autore aveva la modestia di dire ai lettori che a lui "venivano in mente solo due opzioni").
Da un lato ridurre l'eccessiva liquidità mediante:
a) politiche fiscali, cioè, aumento delle tasse. Qui l'autore dimostra la sua scarsa conoscenza della politica economica venezuelana e dovrebbe sapere che la politica fiscale in Venezuela è stata usata per ridurre la liquidità generata endogenamente dal trasferimento di rendite dall'industria petrolifera, ma non nella forma che lui indica - cioè, mediante aumenti delle imposte -, ma mediante l'emissione di titoli di debito pubblico a breve termine, molti dei quali denominati in dollari.
b) misure monetarie, cioè, incremento dei tassi di interesse. Davanti a questa proposta uno può solo chiedersi con stupore 'ancora? se già ora sono a livelli nominali superiori al 25% a che punto bisogna portarli?'
c) o redistributive. Qui sinceramente mi riconosco incapace di intendere cosa vuole dire con misure redistributive che siano capaci di frenare l'inflazione. Colpa mia.
Queste tre misure le scarta considerando che non sono applicabili in un anno elettorale come quello che vivrà il Venezuela nel 2008, con le elezioni dei sindaci e dei governatori che avranno luogo a novembre di quest'anno.
Ma persino nello scartare si sbaglia. In questo senso, basta a confutare la sua affermazione il ricordargli che a ottobre del 2007, a due mesi dal referendum costituzionale e, pertanto, durante quello che lui considera un anno elettorale, il governo venezuelano ha creato una Imposta sulle Transazioni Finanziarie per le imprese ed ha aumentato l'Imposta sul Valore Aggiunto sul tabacco (di un 20%) e sui liquori alcolici (tra il 6,5% e il 10%). Si può pensare a misure più impopolari?
E l'altra opzione è che lo stato assuma il costo dell'inflazione generando un sistema di rendita che sussidi i produttori. Quello che capiamo è che questa seconda proposta globale si pone come una misura di soluzione alla carenza di merci e non all'inflazione perché, evidentemente, l'unica cosa che ha in relazione con quest'ultima è l'assumere la sua esistenza e far si che non si ripercuota selettivamente sui consumatori finali.
Questo sistema di sussidi dovrebbe accompagnarsi ad un massiccio programma di importazioni nel quale lo stato assumerebbe la differenza tra i prezzi internazionali dei prodotti e i prezzi amministrati a livello interno.
In definitiva, di fronte a questo ricettario ci ritroviamo nella paradossale situazione per cui Dieterich dimentica all'improvviso di ciò che lui considera la causa principale dell'inflazione, cioè, l'eccesso di liquidità monetaria. E così, nega al governo venezuelano la responsabilità di adottare gli strumenti politici efficaci al suo controllo per via dell'anno elettorale e, persino, la capacità di immaginazione per applicarne altri diversi da quelli che vengono in mente a lui.
E l'unica cosa sulla quale insiste, allora, è il problema della carenza di merci puntando sull'intensificazione dei sussidi alla produzione e sull'importazione massiccia di beni di prima necessità .
Col che, ci lascia nel dubbio se infine sa o non sa come affrontare il problema dell'inflazione, o se ciò di cui voleva occuparsi era solo la carenza di merci e il suo fantasioso piano per affrontarla.
Un piano che passa per l'utilizzo della rete scolastica (nega all'esercito la capacità di distribuire gli alimenti tra la popolaziojne, ma non ci spiega perché) e per fare un invito a livello latinoamericano ed europeo per importare "quadri umani, con audacia, visione strategica, capacità organizzativa ed etica", valori e capacità che, par di capire, nega anche ai Venezuelani.
Tanta analisi scientifica dell'inflazione per arrivare a questo. Non so se il viaggio valeva la pena di tutti questi bagagli.
Quello che Dieterich dovrebbe sapere e non sa dell'inflazione venezuelana
Se le sue conoscenze di economia, in generale, e dell'economia venezuelana in particolare fossero più solide, Dieterich avrebbe potuto risparmiarsi questo naufragio tra le procelle di un problema particolarmente complesso per la quantità di fattori che influiscono e per le interazioni tra di essi.
In effetti, senza l'intendimento di essere esaustivo e, allo stesso tempo senza che l'ordine in cui appaiono implichi importanza relativa nel loro grado di incidenza sul fenomeno inflazionario, possiamo sottolineare una serie di fattori che stanno marcando in questi due ultimi anni il livello generale dei prezzi in Venezuela.
In primo luogo, non bisogna dimenticare, in effetti, l'aumento della liquidità monetaria che, invece di crescere in modo armonico a come è cresciuta l'economia reale, è cresciuta smisuratamente negli ultimi anni. Questo aumento non si produce negli anni indicati da Dieterich, attribuendolo a motivi elettorali (cioè, 2006 e 2007), ma ha luogo tra l'anno 2005, quando la percentuale tra la liquidità monetaria (M2) e il PIL, misurato in termini reali, passa dal 23,3% al 30,3% per poi discendere al 28,5% nel 2007.
Cioè, con una semplice occhiata ai dati statistici pubblicati dalla Banca Centrale del Venezuela, Dieterich avrebbe potuto rendersi conto che la sua impostazione non quadrava con la realtà economica del paese.
In ogni caso, continua ad essere una percentuale di liquidità rispetto al prodotto reale molto elevata, dato che la media dell'ultimo decennio è oscillata in venezuela intorno al 20%, e può contribuire a spiegare in parte il fenomeno inflazionario.
In secondo luogo, e data la rispercussione che ha avuto su questo aumento della liquidità nelle mani del pubblico, occorre tener conto dei cambiamenti erratici che si sono prodotti nella gestione del debito pubblico nell'ultimo anno. E occorre considerarli perché, come si è segnalato, il debito pubblico è stato utilizzato ultimamente in Venezuela con una doppia finalità . Da un lato, drenare la liquidità eccedente del sistema; e, d'altro canto, e mediante l'emissione di titoli denominati in dollari, ridurre il differenziale tra il tasso di cambio ufficiale del dollaro e il tasso di cambio nel mercato parallelo.
E' qui che ci ricolleghiamo con il terzo dei fattori da tenere in conto: l'incremento della valutazione del dollaro nel mercato parallelo.
Così, i colli di bottiglia che si produssero nell'anno 2007 nella gestione delle divise per l'importazione da parte di CADIVI (Commissione per l'Amministrazione delle Divise, cioè l'agenzia incaricata della gestione del controllo dei cambi venezuelani) hanno contribuito ad aggravare il differenziale tra il tasso di cambio ufficiale e quello del mercato parallelo.
In tal senso, tutti quei prodotti che erano importati e pagati al tasso di cambio parallelo e, persino, quelli che non lo erano ma i cui fornitori volevano approfittarsi della situazone per incrementare i propri margini di profitto, si videro repentinamente rincarati. E' significativo, al riguardo, l'aumento dei prezzi nel settore di ristoranti ed hotel durante l'anno 2007 (un 42,8%) o dell'alimentazione e delle bevande analcoliche che aumentarono quasi di un 31%.
Allo stesso modo, occorre tenere conto che la pressione sul tasso di cambio del dollaro sul mercato parallelo aveva contribuito alla domanda di questa divisa come deposito di valore da parte degli agenti economici nazionali.
In effetti, in un contesto di inflazione al rialzo e di restrizione delle emissioni di titoli del debito pubblico interno denominati in dollari, i Venezuelani starebbero esercitando pressione sulla domanda di dollari nel mercato parallelo per mantenere il potere d'acquisto dei propri risparmi e, con ciò, aumentando il differenziale tra il tasso di cambio ufficiale e parallelo di quesa divisa. Ciò renderebbe più profondi gli effetti conseguenti già segnalati sul prezzo dei prodotti importati che sono pagati con dollari acquisiti sul mercato parallelo.
In quarto luogo, è bene non sottovalutare l'influenza che hanno avuto le modificazioni nella struttura tributaria che hanno avuto luogo nell'ultimo anno. Così, la creazione dell'Imposta sulle Transazioni Finanziarie che gravava per un 1,5% sul valore delle transazioni finanziarie d'iimpresa tra il 1 novembre e il 31 dicembre del 2007 si è probabilmente ripercossa sul prezzo finale di vendita al pubblico dei loro prodotti da parte degli imprenditori.
E a tutto ciò occorre unire l'aumento, già segnalato, dell'IVA sulle sigarette per un 20% e tra il 6,5% e il 10% sui liquori. Questo incremento ha provocato un aumento dei prezzi dentro a questo gruppo di prodotti del 78,14% durante il 2007 contribuendo, di sicuro, ad aggravare il tasso generale di inflazione.
Inoltre, queste misure non sono state compensate da una diminuzione dell'IVA per determinati prodotti di base che ebbe luogo nello scorso anno e che, invece di contribuire a ridurre i prezzi, ha incrementato il margine di guadagno degli imprenditori.
In quinto luogo, occorre anche tenere conto della pressione che la domanda interna e, più concretamente, il consumo privato stanno realizzando sulla produzione nazionale. Così, il PIL pro-capite venezuelano è passato da 3,285 dollari nell'anno 2003 a una stima di quasi 8.000 dollari per l'anno 2007. In questo modo la percentuale che nella domanda aggregata determina il consumo privato è passata dal 15,4% nel 2004 al 18,7% nel 2007.
Ci troviamo, pertanto, con una domanda aggregata che preme costantemente su una produzione che, sebbene cresca a tassi molto elevati, ha una tendenza decrescente negli ultimi anni (passata dal 10,3% nel 2006 all'8,4% nel 2007).
Questo ci porta al sesto dei fattori da sottolineare e che, a sua volta, influisce sul problema della carenza di alimenti. Si tratta, in questo caso, del fatto che la capacità produttiva in determinati settori - in concreto su certe voci alimentari come il latte, ad esempio - si trova ad un livello massimo e, pertanto, si può solo ricorrere all'importazione per complementare la domanda non soddisfatta.
Se si tiene in conto il contesto di crisi alimentare globale, troviamo che la mancanza di previsione del governo venezuelano insieme agli ostacoli burocratici e alla restrizione alle divise a cui sono stati sottoposti gli imprenditori privati da parte di CADIVI durante l'anno passato spiegherebbero parte dell'attuale carenza di merci.
Ma questa non è l'unica ragione. E così, il settimo fattore da tenere in conto - e che Dieterich indica - è l'esistenza di un controllo dei prezzi che, data la sua mancanza di flessibilità nel riadattarsi in funzione dell'evoluzione della struttura dei costi delle imprese, provoca disincentivi all'investimento e alla produzione.
In questo senso, la carenza di merci non si produrrebbe solo perché, per determinati beni, le imprese si trovano al loro massimo livello di produzione ma anche per un effetto contrario, cioè, che c'è capacità produttiva oziosa che non si utilizza perché non risulta redditizia nella struttura di prezzi amministrati vigente.
In questo modo, una misura implementata per garantire l'accesso della popolazione a beni di consumo di base si converte nel suo contrario, cioè, nella carenza di merci e nel rincaro degli stessi perché, quando arrivano sui mercati, sono subito acquistati e accaparrati per la rivendita aprezzi più elevati.
Per non dire che nella zona frontaliera il contrabbando verso i paesi vicini dove i prezzi non sono regolati (fondamentalmente la Colombia) ha costituito un fattore addizionale per la carenza dei generi principali nel canestro elementare.
Di preciso, la versione che con maggior intensità maneggia il governo nella spiegazione della carenza di merci e dell'inflazione è il comportamento accaparratore di imprenditori e consumatori contrari al processo bolivariano. Costoro vengono accusati di nascondere i prodotti per creare la sensazione della scarsità e, con quella, per generare scontento e avversione popolare contro il governo.
Ma, anche se potrebbe essere effettivamente così, non può essere considerata come l'unica causa né, probabilmente, come la più importante. Di fatto, come si può capire da tutto quanto è stato esposto fin qui, l'importanza di questi comportamenti accaparratori per spiegare l'evoluzione dell'inflazione è eccessivamente semplicistica e, di conseguenza, dà luogo a misure semplici che, in questo caso, non fanno che aggravare il problema.
Così, la promulgazione di una legge contro l'accaparramento e la speculazione ha fatto sì che, per il timore di essere accusati di tali attività , gli imprenditori hanno diminuito le proprie giacenze e, con ciò, hanno aggravato il problema dei rifornimenti per i ritardi che impone il controllo dei cambi sull'importazione.p> Allo stesso modo, il timore che i camion con prodotti possano essere confiscati nei loro movimenti all'interno del paese in base all'accusa di accaparramento ha anche provocato carenza di merci in determinate zone più lontane dai centri di accumulo e distribuzione.
Pertanto, e per questa questione in concreto, la ricerca di soluzioni semplici a problemi complessi sta solo creando nuovi problemi o intensificando quelli già esistenti, già piuttosto intensi di per sé.
Infine, e ricollegandoci con l'inizio di questo articolo, vale la pena segnalare che le persone che hanno occupato incarichi ministeriali implicati nella elaborazione delle politiche destinate a prevenire e, nel loro caso, trovare una soluzione a questo problema non sono state delle più idonee.
In questo senso, e durante lo scorso anno, alcune autorità economiche hanno sostenuto un discorso erratico, eccessivo e aggressivo nella retorica, e generatore di incertezza più che di stabilità . Questa incertezza seguiva la negativa evoluzione di alcune variabili importanti per il problema che discutiamo: l'aumento del rischio paese (con il rincaro del costo dei prestiti internazionali), i comportamenti accaparratori, i movimenti speculativi, la diminuzione dell'investimento privato, eccetera.
Un breve avvertimento finale
In conclusione, l'inflazione in Venezuela in questo momento - che chiuse a 22,5% nel 2007- è un grave problema che inizia a essere percepito come tale dalla popolazione e che va affrontato in tutte le sue dimensioni, tanto di corto come di lungo periodo, e in maniera equilibrata se non si vuole che finisca per squilibrare ulteriormente l'economia venezuelana.
Non affrontarlo così, in tutta la sua complessità , e cadere nei canti di sirena di quanti credono di avere la capacità di pontificare sul divino e sull'umano è una prova di irresponsabilità che il Venezuela e il processo bolivariano non si possono permettere.
Alberto Montero Soler è professore di Economia Applicata dell'Università di Malaga e membro della Fndazione CEPS. Altri suoi scritti possono essere letti sul suo blog La otra economia
Fonte: Rebelión
Ventiquattr'ore dopo che Walter Veltroni annuncia l'intenzione, in caso di vittoria, di elevare i salari minimi a "mille-mille e cento euro", la BCE pubblica il suo bollettino di Febbraio nel quale risulta non solo un rallentamento della crescita (0,4% nell'ultimo trimestre, la metà del trimestre precedente), ma anche il possibile consolidarsi a breve termine della tendenza all'aumento dell'inflazione (3,2% a gennaio).
In queste condizioni, per la BCE è "indispensabile che tutte le parti coinvolte mostrino senso di responsabilità e che siano evitati effetti di secondo impatto sul processo di formazione dei salari".
Chiedere a Veltroni di misurarsi con questa contraddizione sarebbe come fare domande a Humphrey Bogart mentre sul piccolo schermo stanno trasmettendo Casablanca.
Invece, un commento della UIL, che vede nelle ammonizioni "un rischio concreto di deriva tecnocratica nelle indicazioni della Banca Centrale Europea", fornisce lo specimen del tipo di reazioni che sarà prevedibile registrare presso la cosiddetta "sinistra radicale".
Deriva tecnocratica... suona bene, vero? Si inserisce bene nel cencioso populismo rivendicativo della cosiddetta "sinistra radicale", tutto mirato alla conquista delle prebende di altri cinque anni di cretinismo parlamentare, attentissimi a non superare mai il Rubicone che gli alienerebbe ogni possibilità di alleanza con quell'espressione della destra economica che è ormai il PD.
E se avesse ragione la BCE? Se i dati econometrici a sua disposizioone non consentissero altra conclusione che una probabile ripresa dell'inflazione come conseguenza di un aumento delle dinamiche salariali?
Una sinistra degna di questo nome comincerebbe a denunciare che la totemizzazione dell'inflazione, appetto di tanti altri parametri, come l'occupazione, è il risultato di una campagna iniziata in Italia nella prima metà degli anni 80, con il referendum sul punto unico di scala mobile, che aveva lo scopo di rendere impossibili vere politiche economiche che non fossero pure politiche monetarie. E che a livello europeo questo processo è culminato in una moneta unica che consacra gli interessi del mondo bancario e finanziario, attraverso l'assunzione a dogma della sicurezza degli investimenti e della rendita finanziaria.
Una sinistra degna di questo nome organizzerebbe una sfida politica e sociale al blocco di interessi che è dietro tutto questo, e non aspetterebbe scondinzolando e con la lingua penzoloni che i padroni gli facciano un fischio, offrendogli qualche cadrega ministeriale.
La Cosa Rossa... Ma guardateli, offrono ospitalità alla mummia di Lenin e intanto votano le spese di guerra! Ma davvero votereste ancora per questa gente?