Acthung Banditen

di Gianluca Bifolchi

Chi sono

Blogger: LookingBackward

Le traduzioni pubblicate sul blog sono a disposizione di chiunque voglia ripubblicarle altrove, a patto di riportare nome del traduttore e link. Gli eventuali commenti aggiunti da Gianluca Bifolchi possono essere omessi.

Per contatti

Partecipano

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 11 agosto 2008

Evo ha vinto

Piedad Cordoba e il computer di Reyes

In una nuova intervista la senatrice colombiana Piedad Cordoba afferma che il computer di Raul Reyes non esiste, e che è tutta una montatura per squalificare gli oppositori del governo Uribe.
Mi dispiace per la Cordoba, ma mentre la seconda affermazione è corretta, la prima è quasi certamente inesatta. La polemica sull'uso delle informazioni del laptop di Reyes può riguardare le interpretazioni deliberatamente capziose e distorte del suo contenuto, e persino l'alterazione degli archivi nel periodo che va dalla cattura dell'oggetto fin alla certificazione fattane dall'Interpol. Ma che nel raid del 1 marzo le forze colombiane portarono via dal sito dell'attacco alle FARC almeno un disco rigido integro e contenente dati appartenenti a Raul Reyes è praticamente certo. Ho spiegato in un 'altra occasione le mie ragioni per crederlo.


Evo Morales ha vinto

Dato l'ampio margine di errore degli exit poll in Bolivia sono stato più che cauto nel riferire della probabile vittoria di Evo Morales al referendum revocatorio di ieri. Ma con gli ultimi dati che lo collocano al 63%, e soprattutto con il riconoscimento della sconfitta da parte del prefetto di La Paz, José Luiz Paredes, il perno dell'opposizione anti-Morales*, penso di poter sciogliere le riserve e accusare il destino cinico e baro se, con la diffusione dei dati ufficiali di giovedì prossimo, si dovesse assistere ad un sostanziale ribaltamento dei risultati.
Va detto subito che il trionfo di Evo è il risultato di un suo capolavoro politico. Nei mesi passati molti osservatori (me compreso...) erano rimasti perplessi dal carattere blando della sua reazione di fronte agli intollerabili comportamenti golpisti dell'opposizione di destra. Ma i fatti gli hanno dato ragione. Conscio della precarietà delle istituzioni democratiche del paese, Evo ha rinunciato alla repressione a favore di una vibrata denuncia morale della condotta dei suoi avversari, contando che ciò avrebbe stimolato la società civile a crescere e a esprimere un rigetto per quei comportamenti inaccettabili. E' quello che è successo.
Purtroppo la sua autorità è nuovamente sfidata da Manfred Reyes, il prefetto di Cochabamba che, bocciato dal revocatorio, ha contestato i dati per rimanere in carica. Ma è dubbio che possa tenere a lungo questa posizione di assoluta illegalità. Dopo un primo rifiuto dei prefetti ad accettare la sfida del revocatorio, l'ambasciatore USA Philip Goldberg li aveva persuasi a fare buon viso a cattivo gioco. E' difficile che ora, nel presumibile isolamento in cui Reyes si verrà a trovare, l'ambasciata USA non faccia sentire le sue pressioni perché la causa dell'oligarchia boliviana non sia ulterioremente compromessa da questo atteggiamento apertamente antidemocratico.

* Eh, la fretta... in realtà quando ho scritto quella frase stavo pensando a Ruben Costas, prefetto di Santa Cruz, il vero perno dell'opposizione anti-Morales, che in realtà ha salvato le penne. Paredes è comunque anch'egli un esponente dell'opposizione. In ogni caso, pardon.

Evo: buoni exit poll!

In base agli exit poll di Captura Consulting, che dichiarano un margine di errore più ristretto di quello che Eduardo Stein, il capo degli ossevatori OEA, aveva annunciato come margine prudenziale (5% contro il 7-8%) Evo Morales avrebbe preso il 61% dei suffragi a favore (e il 39% contro), abbondantemente sopra la soglia el 53,7 necessaria per la sua ratifica.

Un secondo exit poll del network privato ATB lo colloca al 56,7%.

In ogni caso si tratta di dati assai incoraggianti.

postato da: LookingBackward alle ore 01:15 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales, revocatorio
domenica, 10 agosto 2008

Evo ha votato

Evo Morales ha votato questa mattina in una scuola del Chapare alle 9:20 ora locale (15,20 in Italia) accompagnato da membri della sua base sindacale e dai suoi due figli.

Le operazioni di voto hanno avuto inizio alle 8 (ore 14 in Italia) e si concluderanno alle 16 (le 22 in Italia).

Gli exit poll - per la cui diffusione sono state diramate direttive assai severe - saranno prontamente disponibili, ma i risultati ufficiali saranno resi noti solo giovedì 14 agosto. Ciò può dare luogo a tensioni perché il margine di errore previsto per gli exit poll oscilla, secondo il capo degli osservatori dell'OEA Eduardo Stein, tra il 7% e l'8%, tale da consentire una "cattiva gestione" dei dati statistici volta a far ritenere definitivo un risultato che non lo è. Raccomandazione dunque ad attenersi esclusivamente ai dati ufficiali.

postato da: LookingBackward alle ore 16:07 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales, revocatorio

La Bolivia decide alle urne il futuro del paese

[Traduco dallo spagnolo questo articolo di Prensa Latina come rapido compendio delle informazioni di base per seguire la giornata referendaria in Bolivia -- Gianluca Bifolchi]

La Bolivia decide alle urne il futuro del paese

Mario Hubert Garrido


La Paz, 10 agosto (PL) Quattro milioni 40 mila 686 boliviani decideranno oggi con il loro voto la continuità nelle funzioni di presidente e vicepresidente della repubblica, così come di nove governatori, passo cruciale per l'attuale processo di cambiamento.

La proposta di questa consultazione è sorta nel novembre passato per opera dei prefetti dipartimentali, come una via per affrontare la crisi politica che la nazione andina attraversava.

Nonostante che allora l'esecutivo diede poca importanza a questa misura e sostenne la via del dialogo conciliatore, lo scorso 8 maggio, con grande fretta, il cartello delle opposizioni Poder Democrático Social (PODEMOS) impose al senato la discussione e l'approvazione di questo strumento di verifica.

Quattro giorni più tardi, il presidente Evo Morales promulgò la legge, mentre si impegnava con i suoi avversari per un percorso senza sorprese fino alla data prevista del 10 di agosto.

Da maggio fino a questa domenica, vari ostacoli sono sorti per impedire la realizzazione della consultazione, secondo denunce dello stesso esecutivo.

Tra le altre manovre, hanno utilizzato Silvia Salame, magistrato supplente del Tribunale Costituzionale, che ha preteso di anullare il plebiscito, ma senza averne le competenze.

Anche i prefetti dell'opposizione, tra cui quello di Cochabamba, Manfred Reyes, presentarono accuse formali di incostituzionalità del referendum, ma senza argomenti validi.

A loro volta, i raggruppamenti politici avversi all'attuale presidente hanno sollevato dubbi sull'affidabilità dei dati anagrafici, facendo poi cadere l'accusa dopo che osservatori internazionali hanno ratificato la legittimità degli elenchi elettorali.

Come ultimo piano, i dirigenti civici dei territori della cosiddetta Mezza Luna hanno fatto incitamenti alla violenza.

Persone pagate dalle stesse prefetture, hanno occupato installazioni aeree per tenere manifestazioni che impedisssero l'arrivo del presidente Morales nei loro territori, organizzando anche scioperi della fame.

D'altra parte, si sono registrati anche scontri tra settori operai, persone disabili e maestri con le forze dell'ordine a sostegno di vecchie rivendicazioni, che già erano state attese da governo e parlamento, come è stato poi dimostrato.

Nessuno di questi espedienti è riuscito ad impedire i preparativi della consultazione.

Questa domenica, secondo la legge del revocatorio, i dirigenti boliviani per mantenere le proprie cariche non possono ricevere un numero di voti contrari superiore ai voti ottenuti quando furono eletti alle loro attuali funzioni, nel dicembre 2005.

In questo modo, il mandato del presidente Morales avrebbe termine solo se si arrivasse a un 53,7% di voti contrari, mentre il livello per i prefettti oscilla tra un 37,98% e un 48,03%.

Tuttavia, in una nuova proposta della CNE, per arrivare alla revoca le autorità dipartimentali dovranno accumulare voti contrari alla propria gestione superiori al 50% dei voti validi.

Nel caso del presidente Evo Morales e del vicepresidente, la percentuale per la revoca dovrà essere superiore al 53,7%, risultato con il quale trionfarono nel dicembre del 2005.

La proposta fu interpretata dall'esecutivo com un suggerimento tecnico, ma dovrà essere avallata dal Congresso perché sia posta in pratica, secondo Palacio Quemado [sede della presidenza della repubblica -- ndt]. All'approssimarsi di questa giornata elettorale, lo stesso Morales ha dichiarato che favorirà l'arrivo di un nuovo scenario politico.

Il presidente di origine aymara ha detto alla stampa che questa consultazione sarà la maggiore espressione di democrazia del popolo boliviano.

In tal senso ha ricordato come per più di 50 anni in Bolivia è stato proibito il suffraggio universale, esercizio che era vietato alle donne e ad altri settori sociali, emarginati dai governi di turno.

Dopo questo 10 di agosto, ha dichiarato, siamo obbligati a un nuovo incontro delle autorità per formulare il nuovo scenario che ci permetta di avanzare ancora in progetti che portino maggiori benefici ai boliviani.

Il capo di stato ha ammesso di avere grandi speranze che la nuova consultazione popolare si realizzi in maniera pacifica e tranquilla, e ha chiesto a tutti i cittadini di atteersi a questo dovere civico, per la sua importanza per il futuro del paese.

I primi sondaggi in Bolivia mostravano un gradimento de 59% alla gestione di Morales e del vicepresidente, Ãlvaro García, sebbene parlamentari del partito al governo Movimiento al Socialismo (MAS) sostenevano che sarebbe stato superato il 65%.

In base a questi stessi sondaggi sembrerebbe che i prefetti di La Paz, Cochabamca, e Tarija, sarebbero revocati, mentre manterrebbero la carica quelli di Oruro, Potosí, Santa Cruz, Pando e Beni.

La consultazione sarà monitorata da circa 300 osservatori internazionali, e da quattromila nazionali, oltre a 132 mila scrutatori locali.

Circa 37 mila effettivi della Policía Nacional sono stati mobilizzati questa domenica per assicurare la tranquillità cittadina durante la consultazione.

postato da: LookingBackward alle ore 09:41 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales, revocatorio

Bolivia: un trionfo alle porte per Evo?

Contemporaneamente alla diffusione di sondaggi secondo cui Evo Morales viaggia intorno al 60% nel referendum revocatorio di oggi (abbondantemente oltre il 53,74 con cui divenne presidente nel dicembre del 1975), assicurandosi così un trionfo sull'opposizione, un'altra tegola cade sulla testa della destra reazionaria del paese.

E' stata da poco diffusa la notizia del raggiungimento di un accordo tra il governo e la Centrale Operaia Boliviana (COB) per la ripresa del dialogo sulla riforma delle pensioni, che dovrà portare ad un accordo definitivo nei prossimi 45 giorni. Con questo accordo la COB ha deciso di sospendere le agitazioni.

Lo scontro tra la COB e il governo era stato oggetto di una intensa campagna dei media - tutti allineati sulle posizioni dell'opposizione di destra e filo-USA - tendente a presentare un paese dominato dal malcontento contro Evo Morales. La notizia dell'accordo scarica anche quest'arma della destra.

Questo scontro presentava qualche analogia con quello conclusosi un paio di settimane fa in Argentina con la sconfitta di Cristina Fernandez sul tema delle "retenciones", cioè sull'aumento delle imposte sull'esportazione di soya. Anche in quel caso il blocco peronista al potere (più o meno classificabile come un centrosinistra) aveva visto schierarsi contro di se gruppi politici e sindacali di sinistra, alleatisi di fatto con la destra.

Ma l'analogia si ferma qui. L'opposizione di gruppi di sinistra al governo di Cristina Fernandez era il risultato della timidezza, o peggio, di quest'ultimo ad affrontare a livello strutturale i temi della disuguaglianza sociale nel paese. Al contrario, al di là del suo formulario leninista, l'opposizione della COB in Bolivia era un fatto sciagurato, da inquadrare nella tendenza corporativa delle maestranze operaie - tipica dei paesi che hanno un forte settore minerario - a ritagliarsi la fetta più grossa possibile della rendita degli idrocarburi, in un rapporto esclusivo con governo e imprese nazionali e internazionali che esclude il resto della società. Anche in Venezuela c'è qualcosa di molto simile.

Speriamo che un trionfo di Morales oggi ispiri alla COB qualche riflessione sul futuro del suo ruolo in Bolivia.

postato da: LookingBackward alle ore 07:13 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales
martedì, 29 luglio 2008

BOLIVIA/USAID - Democrazia ai saldi

E' noto che la gelosia che gli Stati Uniti hanno per la propria indipendenza fa si che un qualunque politico abbia riscosso 10 dollari di contributi elettorali da un cittadino straniero è passibile di incriminazione e arresto. Il che, magari, è anche giusto. Ciò non toglie che al governo degli Stati Uniti appartegano alcune delle più possenti agenzie di destabilizzazione di governi stranieri attraverso il finanziamento a gruppi politici amici. USAID e NED sono i primi nomi che vengono in mente.

Dato che i versamenti diretti non sono più possibili, si finanziano soggetti privati e organizzazioni non governative legate ai partiti amici, che svolgono in nome della democrazia un'azione di discredito verso i gruppi politici non ricettivi verso gli interessi USA in quel paese.

La cosiddetta opposizione anticastrista, dentro e fuori Cuba, è un verminaio di corruzione; forse il caso più celebre, anche se lungi dall'essere il solo. Alcuni giorni fa, a Managua, l'ambasciata USA ha pubblicato un bando per contributi varianti da 2.000 a 40.000 dollari per finanziare progetti di "consolidamento della democrazia" in Nicaragua, il che significa creare quante più grane possibile al governo sandinista.

In Bolivia, dove l'interferenza USA conduce un'azione duplice di destabilizzazione del governo e di assistenza ai gruppi separatisti del paese, Evo Morales è particolarmente esplicito e dettagliato nel denunciare questa vergogna. In un intervento ieri ad un incontro di intellettuali latinoamericani a La Paz ha sollevato la questione.

Senza rigettare gli aiuti USA in sé il presidente ha posto come condizione che i versamenti vengano fatti con criteri di trasparenza e rapidità, e che il denaro non vada all'opposizione ma finanzi la gente che ne ha davvero bisogno.

"Che non si trami più dagli Stati Uniti; lo dico perché stiamo conducendo inchieste su alcuni spot e comunicati commmerciali contro il governo nazionale che sono pagati" da quel paese, ha assicurato MOrales, aggiungendo di non poter dire se i pagamenti sono fatti dal Dipartimento di Stato o dall'ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada.

"Abbiamo le prove, rimane da sapere da dove viene, stiamo seguendo la questione e voglio che l'ambasciata degli Stati Uniti sappia che noi non dormiamo. Abbiamo l'obbligo, in una questione di sicurezza dello stato, di democrazia, di svolgere gli accertamenti del caso".


Errata corrige: nel precedente post "Democrazia in Bolivia" io scrivo "l'azione di sabotaggio di alcuni prefetti nominati dai precedenti governi", il che non è e non può essere vero. La carica di prefetto in Bolivia, a differenza dell'Italia, non è di nomina governativa, ma è elettiva. Non potrebbe esserci infatti revocatorio se non ci fossero state elezioni.

postato da: LookingBackward alle ore 17:39 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales
lunedì, 28 luglio 2008

Democrazia in Bolivia

Questo sabato, durante un discorso a Trinidad, il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato un piano cospirativo della destra per impedire il referendum revocatorio che si terrà il 10 agosto, che dovrà dirimere la questione del dualismo di poteri in certi dipartimenti tra le prerogative presidenziali e l'azione di sabotaggio di alcuni prefetti nominati dai precedenti governi. In questo quadro ha collocato il decreto di tal Silvia Salame, magistrata unica del Tribunale Costituzionale che, a due settimane dal voto cerca di buttare il processo elettorale nel caos.

La denuncia arriva in contemporanea a dichiarazioni da parte di fonti della presidenza secondo cui l'incidente aereo di una settimana fa occorso all'elicottero presidenziale Super Puma, in cui aveva viaggiato ore prima Evo, e in cui hanno trovato la morte quattro militari venezuelani, distaccati da Hugo Chavez in Bolivia per via delle condizioni deplorevoli dei velivoli boliviani del governo, "non è casuale".

Intanto il motto dell'opposizione di destra è diventato "tumbar al Indio" (buttare giù l'indio), giacché, ideologia a parte, loro proprio non sopportano che un indio sia potuto diventare presidente.

Non è per tornare sempre sullo stesso punto, ma di recente Evo si è dichiarato sulla questione del conflitto in Colombia per dire che la guerriglia, di fronte al normale processo elettorale, che è il metodo scelto nel resto dell'America Latina, è "anacronistica".

Leggendo affermazioni come queste qualcuno potrebbe credere che la Colombia sia circondata da tante democrazie di tipo scandinavo, in cui il meccanismo istituzionale funziona liscio come l'olio per garantire l'incondizionato dispiegarsi della volontà popolare.

Ma in un normale modello costituzionale e democratico metà Bolivia dovrebbe stare sotto stato d'assedio militare, governata da una giunta d'emergenza agli ordini diretti del presidente o del vice-presidente, e metà degli attuali funzionari dello stato dovrebbe finire in galera con accuse di sedizione e attentato alla Costituzione.

Evo non lo fa perché crede nel dialogo e nel confronto democratico. E inoltre non ha la forza per farlo...

Speriamo che in questo processo di interminabile legittimazione dal basso Evo continui a spuntarla, come è accaduto con il referendum secessionista di Santa Cruz. Perché il giorno in cui volesse risolvere i problemi semplicemente facendosi forte dei poteri che la Costituzione gli assegna, potrebbe accorgersi che questi poteri non esistono. Non per l'indio.

postato da: LookingBackward alle ore 17:05 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales
giovedì, 08 maggio 2008

Bolivia: Chi ha vinto il referendum del 4 Maggio?

[Un' analisi interessante - perché nient'affatto gratuitamente indulgente verso Evo Morales - questa che segue di Martha Harnecker sul referendum separatista di domenica scorsa in Bolivia. Sociologa cilena di origine tedesca, Marta Harnecker è una voce assai lucida e penetrante della sinistra latinoamericana. Traduco dallo spagnolo - Gianluca Bifolchi]

Bolivia: Chi ha vinto il referendum del 4 Maggio?


Marta Harnecker, Rebelión, 8 Maggio 2008


Marta Harnecker

Dopo l'arrivo di qualche incerto risultato i due contendenti si sono entrambi attribuiti il trionfo nel referendum sullo Statuto Autonomo del Dipartimento di Santa Cruz di domenica scorsa 4 maggio.

Come sappiamo chi ha ragione?

Per pesare e giudicare il risultato di un'azione è utile ricordarsi la meta che l'autore si proponeva.

L'oligarchia cruceña aveva bisogno di una massiccia presenza alle urne: era l'unico espediente che potesse indebolire l'accusa del governo sull'illegalità della consultazione; colto questo obiettivo si sarebbe potuto sostenere che era sì una procedura illegale, ma legittima per la massiccia espressione di volontà popolare sul tema dello Statuto Autonomo, e il governo non poteva ignorare ciò.

Da parte sua il governo, il MAS, e i movimenti sociali si erano proposti il più alto astensionismo possibile per togliere peso ai risultati delle urne, dove si pronosticava un ampio prununciamento per il SI.

A questa consegna della propaganda ufficiale di disertare le urne, si era poi aggiunta l'indicazione per il NO di alcuni settori preoccupati dalle pressioni dell'opposizione per forzare la gente ad andare a votare.

Le cifre a disposizione non sono cifre ufficiali e probabilmente non lo saranno mai, perché non vi erano osservatori neutrali - per non dire della scoperta di schede già segnate per il SI prima di arrivare al seggio - ma se prendiamo le ultime cifre fornite dai media e citate dal governo si può dire che l'astensione è andata oltre le speranze: a Santa Cruz l'astensione fu del 17% nel referendum autonomistico del 2006, ed ora è arrivata alla cifra del 39%, e questa cifra, sommata ai voti per il NO e ai voti nulli, arriva praticamente alla metà dell'elettorato, un 48,3%. Ogni 10 elettori, circa quattro non sono andati a votare ed uno ha votato NO o ha annullato la scheda.

In base a questa analisi il governo e i suoi sostenitori possono dirsi soddisfatti. Occorre tuttavia chiedersi se si può parlare di trionfo quando poco più della metà dell'elettorato cruceño si è espresso contro il progetto di paese che Evo Morales propone, e ha appoggiato in coscienza o sotto manipolazione i grandi gruppi oligarchici che dominano economicamente, ideologicamente e politicamente la regione

Ci sarebbe anche da chiedersi se questo risultato potrà essere attribuito solo alla machiavellica azione dell'oligarchia appoggiata dall'imperialismo.

Sembra più probabile che abbiano avuto un peso anche errori e debolezze del governo e del MAS, il suo fondamentale strumento politico.[1] Evo Morales non chiamò infatti a votare per il NO nel referendum autonomistico del 2006, tenuto contemporaneamente all'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente, lasciando la bandiera dell'autonomia nelle mani della reazione (qualcosa che gli stessi dirigenti del MAS hanno più tardi ammesso)? Non si sono forse applicati nella zona est del paese schemi organizzativi e criteri che cozzano con l'idiosincrasia delle terre basse? Non si è forse etichettato come oligarchia separatista qualsiasi cosa che, seguendo un sentire comune vecchio di generazioni, si è manifestato a favore dell'autonomia, ignorando le contraddizioni che esistono tra i grandi oligarchi filoimperialisti e una parte importante dei settori medi urbani bianchi che, per quanto critici verso alcune linee dell'attuale azione governativa, in definitiva appoggiano il governo perché dà dignità ai popoli indigeni e afferma la sovranità della patria?

Ma anche se si può discutere di chi ha vinto elettoralmente, e ogni contendente con diversi argomenti può attribuirsi la vittoria, ciò che è indiscutibile è che il progetto di paese di Evo Morales ne esce rafforzato. La maggioranza dei settori popolari della Bolivia, specialmente i movimenti contadini indigeni e i lavoratori urbani, ha compreso cosa c'era dietro questo progetto dell'oligarchia cruceña, che usa demagogicamente la bandiera dell'autonomia. In questo senso hanno reagito anche importanti settori professionali e tecnici. Particolarmente significativo è che il gruppo "Santa Cruz Somos Todos", nelle fauci stesse del mostro e a rischio dell' incolumità dei suoi membri e delle loro famiglie, ha cantato fuori dal coro invitando a votare NO.

Questa oligarchia cercava e continua a cercare di abbattere il primo presidente indigeno dell'America Latina per tornare a controllare le immense ricchezze della nazione e che hanno iniziato ad essere controllate dallo stato, con la decisione del 1 Maggio del governo di procedere in questa via annunciando il recupero del controllo di maggioranza su quattro compagni3e petrolifere multanazionali e la nazionalizzazione di ENTEL, la compagnia di telecomunicazioni Un'oligarchia che non ha mai compreso l'invito a realizzare una vera riforma agraria e a distribuire in modo più equo la ricchezza in America Latina fatto quasi mezzo secolo fa dal presidente degli Stati Uniti, John Kennedy. Chi faceva questo invito era un liberale borghese che non potrebbe in alcun modo essere catalogato come comunista, e lo faceva per fermare l'avanzata della rivoluzione nella nostra America.

Ma questo popolo non solo ha compreso ciò che era in gioco, ha anche sentito la necessità di articolare le sue lotte per colpire la piccola elite che, appoggiata dal governo degli Stati Uniti, cerca di capovolgere il processo della Rivoluzione Democratica e Popolare che il paese vive. Dai giorni del trionfo di Evo Morales è stato il 1 di Maggio che il movimento operaio rappresentato dalla leggendaria Central Obrera Boliviana presieduta dal suo segretario generale, il dirigente minerario Pedro Montes, prendeva parte per la prima volta alla stessa mobilitazione dei movimenti contadini indigeni, e tutto fa pensare che questo atto unitario, che implica porre al di sopra delle differenze naturali e delle contraddizioni tra i vari gruppi l'interese della patria boliviana, è destinato a lasciare un segno profondo.

Le organizzazioni popolari boliviane sembrano aver capito che l'unità di tutti i settori che difendono il progetto di paese umanista e solidale, rispettoso delle differrenze e rispettoso della natura, promosso dal Presidente Evo Morales, è la condizione necessaria a renderlo irreversibile.

E parlando di unità desidero ricordare queste parole di Fidel, il grande artefice dell'unità del popolo cubano:

"Ho fatto parte anch'io di un'organizzazione. Ma le glorie di questa organizzazione sono le glorie di Cuba, sono le glorie del popolo, sono le glorie di tutti. E un giorno - aggiunge - ho smesso di appartenere a quell'organizzazione. Quale giorno? Il giorno in cui abbiamo fatto una rivoluzione più grande della nostra organizzazione [...] E marciando tra popoli e città, ho visto molti uomini e donne; centinaia, migliaia di uomini e donne avevano le loro uniformi rosse e nere del Movimento 26 Luglio; ma altre migliaia e migliaia non avevano uniformi né rosse né nere, ma tute da lavoratori e da contadini, e di umili uomini del popolo. E da quel giorno, sinceramente, nel più profondo del mio cuore, io passai da quel movimento che amavamo, sotto le cui bandiere avevano lottato i compagni, passai al popolo; appartenni al popolo, alla rivoluzione, perché avevamo veramente fatto qualcosa superiore a noi stessi".[2]

-------------------------------------------------------------------------------

[1]. Su questa organizzazione politica“sui géneris†apparirà presto il libro testimonianza MAS IPSP de Bolivia. Partido que se construye desde los movimientos sociales, di Marta Harnecker e Federico Fuentes su questa pagina web.

[2]. Fidel Castro, Discorso del 26 Maggio 1962, in Obra revolucionaria Nº11, 27 Marzo, 1962, pp.36—37. Testo citato in Marta Harnecker, La estrategia política de Fidel . Del Moncada a la victoria


Fonte: Rebelión

mercoledì, 07 maggio 2008

crisi in bolivia... e in italia?

di Gianluca Bifolchi

Da settimane sto seguendo il tentativo di balcanizzazione della Bolivia che ha preso forma nel referendum separarista di Santa Cruz di domenica scorsa, e per tutto il tempo ho incubato una disagio verso molti che anche in Italia se ne sono occupati esprimendo solidarietà a Evo Morales e al suo governo, e facendolo in nome di principi di democrazia, diritti umani, autodeterminazione, eccetera eccetera eccettera.

Questo disagio prende ora la forma nitida di una domanda che per me diventerà uno spartiacque per valutare il grado di lucidità con cui si guarda alle vicende della politica internazionale, e segnatamente dell'America Latina.

La domanda è: non avrete pensato che i problemi di Evo Morales sono problemi "sudamericani", vero? Non vi siete crogliolati nella comoda illusione che "questo non potrebbe capitare a casa nostra", vero? Non avete creduto che le notizie che vengono dalla Bolivia descrivono semplicemente una realtà di arretratezza e sottosviluppo, vero?

La domanda è legittima, vista la frequenza con cui posizioni di forte contestazione delle politiche neoliberiste in America Latina si combinano a casa nostra con varie e stupefacenti forme di collateralismo con il PD, che vanno dalle teorizzazioni del "voto utile", allo strumentale uso dei rigurgiti neofascisti per una rispolverata della retorica dell'arco costituzione per fare la lista dei buoni e dei cattivi (se i fascisti sono i cattivi, allora tutti gli altri...)

Perché parliamoci chiaro, se in Italia si costituisse un governo di forte appoggio popolare come quello del MAS boliviano, al di fuori delle garanzie vaticane, atlantiche e confindustriali, dovrebbe affrontare esattamente quello che sta subendo Evo Morales in questo momento.

Per essere più chiari: nell'ipotesi che questo governo ponesse mano ad una profonda revisione della Costituzione per introdurre strumenti e garanzie di reale partecipazione dalla base, che procedesse ad un piano di nazionalizzazioni laddove fosse evidente che ciò è richiesto dalle necessità della gente, che smettesse di mitizzare le istituzioni finanziarie internazionali (BCE compresa), e perseguisse una politica estera antimperialista, susciterebbe reazioni del tutto simili a quelle a cui stiamo assistendo in Bolivia.

E non mi riferisco solo alle nostre "oligarchie" che potrebbero essere tentate di seguire la "via dell'autonomia" in Padania o in Sicilia. Mi riferisco al boicottaggio della burocrazia; al terrorismo mediatico da parte di tutti i grandi mezzi di comunicazione; al tentativo di creare caos nell'economia o paura nella gente (ad esempio facendo mancare il cibo nei negozi o carburante alle pompe di banzina); alle "prove" che collegherebbero i nuovi governanti al terrorismo internazionale; al grande allarme internazionale per il restringersi del diritto d'espressione e per il deteriorarsi dei "diritti umani" in Italia.

Chi crede che in uno scenario del genere il PD starebbe dalla parte di chi difende il processo di cambiamento sociale, e non dalla parte di chi lo attacca, perfino con il ricorso a mezzi illegali ed antidemocratici, o è stupido o è in mala fede. E non si tratta tanto dell'opinione che si può avere del PD e dei suoi quadri dirigenti, quanto della profonda incomprensione di cosa è successo in questi anni in America Latina.

I movimenti popolari del sudamerica che hanno imposto il cambiamento, non hanno mandato all'opposizione solo destre retrive e scopertamente fasciste, ma "socialdemocrazie" rette da dirigenze tecnocratiche e modernizzanti che, oltre a fare la gioia di Mario Vargas Llosa, sono la più riuscita approssimazione al ruolo che il PD cerca di giocare in Italia. O si crede che è un caso se Repubblica, il più forte media a sostegno del PD, dà all'America Latina la copertura che sappiamo? Perfettamente in linea con il taglio coloniale di un giornale di "sinistra" come El Pais?

Gli storici di destra e di sinistra del nostro paese possono dividersi sull'impatto che ebbe il primo centrosinistra all'inizio degli anni sessanta, ma tutti concordano che non ci sarebbe stato alcun centrosinistra senza la luce verde di Washington data da J. F. Kennedy. Incredibilmente, ancora oggi si menziona questa circostanza come argomento a favore dell'apertura mentale di Kennedy e non dell'avvilente subalternità di una nazione che doveva ricevere l'assenso di una potenza straniera anche per la più timida apertura alle riforme.

Cosa induce a credere che le condizioni di "sovranità limitata" dell'Italia siano venute meno, nel frattempo? Si considerino le modalità con cui il governo Prodi ha concesso un'altra base militare agli USA, a Vicenza. Credete davvero che l'inevitabile conflitto che si aprirebbe con Washington, nel caso di una evoluzione politica simile a quella della Bolivia (o del Venezuela, o dell'Ecuador) vedrebbe parti importanti di questa vecchia classe dirigente schierarsi a difesa della sovranità nazionale e della non ingerenza?

Credere questo significa non imparare niente dall'esperienza.

martedì, 06 maggio 2008

bolivia: la congiura oligarchica

[ Sulla questione della minaccia separatista in Bolivia traduco questo editoriale de la Jornada, quotidiano progressista messicano - Gianluca Bifolchi]

Bolivia: la congiura oligarchica

La Jornada, editoriale

All'insegna dell'illegalità, e tramite il ricorso a metodi fraudolenti e antidemocratici, le autorità oligarchiche della provincia di Sant Cruz de la Sierra, Bolivia, hanno tenuto ieri un referendum per sottoporre ad approvazione uno "statuto autonomo" aberrante, che trasferirebbe funzioni irrinunciabili del governo centrale all'amministrazione locale: tra le 44 competenze che i governatori cruceñi [di Santa Cruz] pretenderebbero di arrogarsi spiccano l'amministrazione delle risorse naturali, la gestione del fisco, il comparto agrario, il controllo del trasporto viario, ferroviario, aereo e fluviale, la responsansibilità sulle telecomunicazioni, e persino la vigilanza aerea mediante radar, così come la salvaguardia dell'ordine pubblico, che nel sistema costituzionale spetta al governo centrale.

In breve, il progetto delle oligarchie di Santa Cruz non è autonomistico ma secessionista, e implica un processo di disintegrazione nazionale, che non è presente in nessun altro statuto autonomo del mondo, salvo forse quelli delle regioni irachene curda, sunnita e scita sotto occupazione militare statunitense.

L' enormità della proposta votata ieri - e, come era prevedibile, approvata da un'ampia maggioranza composta di cittadini reali e voti fantasma - obbedisce a due propositi di cristallina chiarezza: da una parte l'urgenza delle destre razziste boliviane, in maggioranza creole, di disfarsi di un presidente indigeno, progressista ed impegnato in trasformazioni sociali di cui il paese sudamericano ha immediato bisogno; dall'altra, l'interesse dei grandi conglomerati multinazionali a riacquisire il controllo sulle risorse naturali boliviane, controllo che gli viene lentamente tolto dal governo di Evo Morales col proposito di restituirlo alla sovranità della nazione.

Il presidente è stato chiaro nel segnalare che è il governo statunitense che "guida la cospirazione", visto che da Washington è giunto un incoraggiamento al preteso statuto autonomistico cruceño, al fine di negoziare con l'oligarchia locale l'accesso ai giacimenti di petrolio e gas, e alle risorse idriche della regione.

Una simile congiura oligarchica e straniera, realizzata in spregio alle leggi e alla Costituzione della Bolivia, non avrebbe potuto essere intrapresa, di certo, in forma pacifica e democratica. La giornata è trascorsa, come si poteva prevedere, tra violenti scontri e denunce di urne giunte ai seggi elettorali già piene di voti a favore della riforma autonomistica. E' significativo che lo spartiacque del risultato abbia rivelato un allineamento di classe: mentre i gruppi potenti e medi si pronunciavano per il si, i settori poveri e maggioritari hanno optato per l'astensione, per la scheda bianca, o in alcuni settori, per il rifiuto attivo allo svolgimento stesso del referendum.

Segno dei tempi, e non esclusivamente in Bolivia, la difesa della sovranità e dell'integrità nazionale è affidata alle classi popolari, mentre i privilegiati fanno causa comune con le multinazionali per favorire l'indebolimento dello stato e creare le condizioni favorevoli al saccheggio delle risorse naturali dei nostri paesi.

Per quanto manchi di validità legale, il voto di ieri lascia divisa la provincia in cui ebbe luogo, e apre la prospettiva di una instabilità di lungo respiro nella regione andina. Si sapeva già: l'attacco al governo progressista e indipendente di Evo Morales è in corso, e il referendum illegale e antidemocratico realizzato dagli oligarchi cruceñi è solo uno dei primi atti dell'offensiva.

Si può solo sperare che il popolo boliviano e i suoi dirigenti riescano a sventare le manovre che si avvicinano e riescano, nonostante tutto, a togliere la Bolivia dal suo stato di dipendenza, ritardo, diseguaglianza e miseria al quale l'ha condotta l'alleanza tradizionale tra i ricchi locali e ricchi di fuori.

Fonte

postato da: LookingBackward alle ore 09:44 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales
domenica, 04 maggio 2008

Blocchi stradali cercano di impedire la consulta secessionista

[Un aggiornamento da questa giornata cruciale per la Bolivia - Traduco dallo spagnolo. Gianluca Bifolchi]

Blocchi stradali cercano di impedire la consulta secessionista


di Mario Hubert Garrido

Santa Cruz, Bolivia, 4 maggio (PL) Scontri tra seguaci del governo boliviano, che rigettano un referendum sulle autonomie, e autorità elettorali dipartimentali, che insistono per la tenuta della consultazione, segnano oggi l'inizio delle operazioni di voto.

Residenti della provincia di San Julian, a circa 100 chilometri dalla capitale, sono stati i primi a bloccare le vie di accesso al territorio, considerato un bastione del Movimento al Socialismo (MAS), attualmente al governo.

Con questa prima misura di protesta, hanno spiegato a Prensa Latina i dirigenti di varie organizzazioni, si cerca di impedire la consulta che pretende di dividere il paese e dare più potere ai latifondisti.

Gente della comunità di Plan Tres Mil hanno iniziato qui una veglia di protesta contro gli statuti autonomistici, il cui contenuto non hanno preso in considerazione.

Hanno anche anticipato che potrebbero dare alle fiamme urne e schede elettorali per far fallire il piano secessionista della oligarcia di Santa Cruz, guidata dal prefetto Rubén Costas e dal presidente del comitato civico, l'imprenditore Branko Marinkovich.

Sono anche giunti a Santa Cruz i rappresentanti degli altri tre dipartimenti che compongono la cosiddetta Mezza Luna (Beni, Pando e Tarija) per dare sostegno alla consulta, che avrà luogo anche nel loro territorio nel prossimo giugno e luglio.

Da parte loro i rappresentanti della Unione Giovanile di Santa Cruz, considerata la truppa d'assalto della destra, hanno minacciato di rispondere con la violenza quanti entrano nel territorio, avendo ingiunto ai residenti di La Paz di abbandonare la regione.

Tuttavia, il presidente della Corte Dipartimentale Elettorale (CDE), Mario Orlando Parada, ha dichiarato alla vigilia che le condizioni per un pacifico svolgimeno, senza grandi contrattempi, erano presenti.

Secondo Parada dalle 07:00 alle 18:00 di questa domenica, poco più di 936.000 residenti di Santa Cruz potranno recarsi in 5. 200 seggi elettorali.

Il secessionista Costas ha assicurato che i risultati definitivi della consultazione saranno resi noti attorno al 26 maggio prossimo.

Autorità di governo, come Gabriela Montaño, delegata del presidente Evo Morales a Santa Cruz, hanno denunciato che l'opposizione locale e politica cerca di provocare l'ingovernabilità della Bolivia.

La giovane medico ha affermato che l'ologarchia locale è riuscita a far sì che i suoi interessi economici sembrino coincidere con quelli della pop0olazione in generale, attraverso la rivendicazione di una questione storica delicata: l'autonomia.

Montaño ha ribadito che l'autonomismo di Santa Cruz è motivato dagli interessi economici dei notabili della regione, che cercano di assumere il controllo della terra, degli idrocarburi e di tutte le risorse naturali.

Fonte: Prensa Latina

postato da: LookingBackward alle ore 17:25 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales
mercoledì, 30 aprile 2008

in bolivia è in gioco il futuro

[ Una breve ed efficace sintesi della posta in gioco negli imminenti referundum autonomistici in Bolivia. Traduco dallo spagnolo - Gianluca Bifolchi]

In Bolivia è in gioco il futuro

di Luis Bilbao

(America Secolo XXI). - Ogni persona di coscienza dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di quanto sta accadendo in Bolivia. Gli Stati Uniti sono sul punto di promuovere lì una guerra che scuoterà la regione intera e, in breve, arrecherebbe uno stato di turbamento e belligeranza a tutta l'America del Sud

Il pretesto è l'autonomia di quattro dipartimenti (Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija); lo strumento, l'oligarchia; i media, corpi mercenari finanziati, addestrati, e comandati dal Dipartimento di Stato attraverso la CIA e altre agenzie; l'obiettivo, frammentare la Bolivia, arrestare il processo rivoluzioario guidato da Evo Morales,introdurre un cuneo di fuoco nel Corno Sud, e creare le condizioni per un successivo attacco a Venezuela ed Ecuador. Dalla scorsa domenica, anche il Paraguay è sotto minaccia. Gli Stati Uniti hanno bisogno di una guerra. L'economia capitalista non ha ossigeno senza di essa. Sono in errore quanti pensano che l'insabbiamento in Iraq dell'imperialismo gli impedisce di aprire altri fronti di combattimento. E' vero il contrario: l'unica via di fuga che gli rimane è in avanti. Ma cercano di farlo secondo una traiettoria diagonale, ribadendo la linea d'azione già sperimentata in Medio Oriente: cercare fessure nella formazione economica, sociale, etnica e religiosa; attizzare conflitti latenti stimolare la guerra tra le fazioni, cavalcarle verso la mutua distruzione dei popoli.

La differenza con quella zona devastata dall'invasione, dalle lotte intestine, e dal costante soffiare sulle braci della guerra (i candidati alla successione di George W. Bush si dicono già pronti a "radere al suolo" l'Iran), è che in America Latina esiste il germe di un centro politico continentale.

La riunione di emergenza tenutasi nella mattinata dello scorso 23 tra Hugo Chavez, Evo Morales, Daniel Ortega, e Carlos Lage in rappresentanza di Raul Castro, e le decisioni lì adottate, stanno ad indicare che questo blocco comincia ad agire come direzione politica internazionale. Ma non è abbastanza. I partiti e le organizzazioni su cui contano questi quattro governi sono l'avanguardia rivoluzionaria del continente, ma non arrivano ancora ad essere il nucleo di un insieme operaio, contadino, giovanile e popolare che vada dal Rio Bravo alla Patagonia. Questo è ancora un compito aperto. L'unico modo per portarlo a conclusione è che queste avanguardie, in tutta la loro diversità, arrivino ad intersecare la via delle grandi maggioranze e riescano a spiegare e a persuadere milioni di persone di ciò che, per quanto chiaro, appare tuttavia oscuro: l'imperialismo, le oligarchie ad esso subordinate, e le posizioni vacillanti che esitano ad assumere fermezza davanti alla Casa Bianca, ci stanno conducendo all'abisso della guerra. Occorre fermarli.

E' necessario sommare le volontà, a più ampio spettro possibile, partendo dalla semplice comprensione della minaccia. Non si potrà impedire la violenza chiedendo ad Evo, come fa la OEA, che negozi con i cani da guerra aizzati da Washington. Si tratta di difendere incondizionatamente il legittimo governo indigeno di Bolivia. E con tutti i mezzi necessari. Urge convocare riunioni in ogni città dell'America latina per spiegare e discutere di questa drammatica congiuntura. Da queste migliaia di assemblee dovranno scaturire azioni di mobilitazione e forme di raccordo a livello nazionale e regionale. Ed essere pronti ad inviare delegazioni a La Paz, realizzare manifestazioni, concerti, incontri di ogni tipo, in ogni dove, con tutti e tutte coloro che capiscono la gravità del momento, e con l'unica consegna di legare le mani assassine dell'imperialismo.


Luis Bilbao è il direttore di América XXI

Fonte: Bolpress

postato da: LookingBackward alle ore 11:08 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, evo morales
mercoledì, 23 aprile 2008

vertice alba: emergenza bolivia

di Gianluca Bifolchi

Bene o male che noi Europei conosciamo la nostra storia, è certo che sappiamo assai poco di quella dell'America del Sud. La guerra del Chaco tra Bolivia e Paraguay, per il possesso del Chaco Boreal, duro sei anni, dal 1929 al 1935, e costò la vita a 120.000 persone. Ad un trattato di pace si arrivò solo nel 1938, a Buenos Aires, a condizioni gravemente penalizzanti per la Bolivia che ebbe solo 75.000 Km2, contro i 225.000 che andarono al Paraguay. Paese questo che a sua volta aveva pagato cara la sua debolezza verso vicino potenti, e costretto perciò a cedere grandi fette di territorio ad Argentina e Brasile.

Le spese militari furono sostenute in larga misura da finanziatori stranieri, interessati ad esiti politici che consentissero loro lo sfruttamento delle risorse naturale della zona. Primo fra tutti la Standard Oil.

Le dimensioni dello scontro, le conseguenza catastrofiche, le interferenze straniere determinarono che, anche a chiusura di conflitto, la guerra continuasse ad esigere la sua taglia. E' al Chaco che bisogna attribuire la successiva instabilità della Bolivia, durata fino ad oggi. E fu il Chaco a determinare le premesse del sistema a partito unico, incentrato sul Partido Colorado, che impose un regime autoritario e corrotto al popolo paraguayano, includendo in questo periodo i 35 anni della dittatura di Alfredo Stroessner, che mantenne la capitale Asunción sotto lo stato d'assedio per quasi tutto il tempo. Regime terminato solo questa domenica grazie alla vittoria alle presidenziali del candidato di centrosinistra Fernando Lugo.

Se si considera questa continuità di precedenti, se si considera che l'ambasciatore statunitense a La Paz, Philip Goldberg, è uno degli architetti della dissoluzione dell'ex Yugoslavia, la possibilità che il 4 Maggio il referendum incostituzionale che si terrà nel dipartimento di Santa Cruz per l'approvazione di uno statuto apparentemente autonomo, ma in realtà secessionista, precipiti il paese nel caos è tutt'altro che peregrina.

Il carattere arbitrario della consultazione, voluta dal prefetto dipartimentale Ruben Costa, è stato confermato dal rifiuto finora di qualunque nazione o ONG non statunitense a presenziare al voto con lo status di osservatore. Ma questo non fermerà il referendum, che potrà contare comunque sulla benedizione e il probabile ruolo di "osservatore" di Goldberg stesso.

E' probabile che l'interesse USA non si limiti solo alle possibilità di controllo delle risorse naturali che una dissoluzione della Bolivia schiuderebbe (idrocarburi, minerali, acqua, risorse forestali...). Un possibile tornaconto più immediato potrebbe essere una base militare nel Dipartimento, che permetterebbe di assorbire il colpo dello sfratto che il Pentagono sta subendo dal governo ecuadoriano di Rafael Correa, deciso a chiudere per il prossimo anno la base di Manta.

Parlando del suo paese, il leader dell'opposizione peruviana Ollanta Humala ha attaccato ieri il governo di Alan García, che starebbe brigando per introdurre in maniera subdola ed incostituzionale una presenza militare USA, in un disegno di "colombizzazione" del Perù. Un recente emendamento alla costituzione peruviana permetterebbe infatti l'ingresso di "personale militare non armato", aggirando l'approvazione parlamentare. In questo modo García permetterebbe l'entrata di agenti dell'intelligence, dell'antiterrorisno, dell'antidroga, di tecnici e addestratori che prima o poi avrebbero bisogno di un appoggio logistico stabile, e ciò costituirebbe il fatto compiuto per l'istallazione di una vera e propria base.

Questo modello potrebbe trovare dopo il 4 Maggio una replica nel territorio "autonomo" di Santa Cruz, e un atto di forza da parte di La Paz in difesa della sovranità nazionale, potrebbe rappresentare il casus belli che "giustifichi" il ricorso alla forza da parte statunitense. Facendo così nascere un nuovo Kosovo.

Riferisco per completezza anche dell'inquietante ipotesi avanzata da qualche analista secondo cui un possibile attacco all'Iran da parte USA non avrebbe luogo NONOSTANTE la possibile contromisura di un blocco delle esportazioni petrolifere da parte dei paesi arabi, ma proprio SPERANDO in un tale scenario, che permetterebbe alla Casa Bianca di vendere bene alla propria opinione pubblica le ragioni di "forza maggiore" per un attacco in piena regola al Venezuela, che ha il torto di essere sorto proprio sopra ai giacimenti petroliferi degli statunitensi.

Questo scenario, in questo momento, trova il suo punto di condensazione nel referendumm separatista di Santa Cruz, ed è per discutere dell'urgenza e della gravità di questo problema che oggi si terrà un vertice improvviso ed imprevisto dell'ALBA a Caracas, convocato da Hugo Chávez. Vi prenderanno parte, oltgre al presidente venezuelano, il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, il vicepresidente cubano Carlos Lage, e, naturalmente, lo stesso Morales.

Le parole con cui Chávez ha accolto Evo Morales sulla Portada Rosada del palazzo presidenziale di Miraflores, non lasciano dubbi sull'agenda del vertice: "La Bolivia è ancora sottoposta al fuoco per aver avuto l'audacia di riprendere il cammino della dignità, della libertà, della vera indipendenza. Oggi la causa della Bolivia è la causa dei popoli che hanno una dignità in America latina. Siamo e saremo con la Bolivia. Ti stringiamo la mano e ti offriamo il nostro cuore".

"Stiamo agendo per evitare ciò che a questo punto sembra inevitabile: un'esplosione".

"La Bolivia sta per saltare. E' l'Impero che a questo punto vuole che salti".

Occorre denunciare "la follia dell'estrema destra fascista, assistita una volta ancora dalla mano assassina dell'Impero". Chi trovasse enfatiche ed esagerate le parole di Chávez dovrebbe forse considerare una delle ultime dichiarazioni pubbliche del croato-boliviano Branko Marinkovich, presidente del Comitato Civico di Santa Cruz, vera regia politica del processo secessionista: "Le madri cruceñe [di Santa Cruz] sappiano che stiamo per versare il sangue dei loro figli, in maniera responsabile". I "figli" sarebbero gli aderenti all'Unione Giovanile di Santa Cruz, che agli ordini di Marinkovich sta sempre più assumendo i tratti di una gioventù hitleriana, o forse sarebbe meglio dire ustascia, date le simpatie di Marinkovich per Ante Pavelich.

Sugli esiti del referendum non c'è da stare troppo tranquilli, se si considera l'enorme potere corruttivo delle multinazionali degli idrocarburi, il controllo dei media da parte dell'elite latifondista, e l'atteggiamento della destra parlamentare nazionale che ha deciso di cavalcare le spinte secessioniste per boicottare il governo di Evo Morales.

E' prevedibile che Evo Morales riceverà un forte appoggio dai governi sudamericani, ma è certo che la soluzione è solo a La Paz, ed è qui che si misurerà la sua forza politica. Le possibilità di disinnescare la miccia secessionista attraverso un compromesso politico appaiono a questo punto tenui. A termini di Costituzione, data l'incostituzionalità del referendum e la minaccia all'integrità territoriale della nazione, rimane solo lo stato d'assedio, con l'arrestè o l'espulsione dal paese dei capi secessionisti.

La forza e la volontà di Evo Morales di ricorrere ad un simile estremo rimedio è l'unico scudo alla salvezza della Bolivia, oltrechè del processo politico progressista aperto dalla sua presidenza.

postato da: LookingBackward alle ore 11:44 | link | commenti
categorie: venezuela, america latina, alba, bolivia, chavez, evo morales
martedì, 22 aprile 2008

Evo e l'eurocentrismo del pensiero unico

di Gianluca Bifolchi

1-Mettere fine al sistema capitalistico

2-Rinunciare alle guerre

3-Un mondo senza imperialismo e colonialismo

4-Diritto all'acqua

5-Sviluppo di energie pulite

6-Rispetto della Madre terra

7-Servizi elementari considerati diritti umani

8-Combattere le disuguaglianze

9-Promuovere la diversità di culture ed economie

10-Vivere bene, non vivere meglio a spese degli altri

Quelli che precedono sono i "dieci comandamenti" che Evo Morales ha indicato per il futuro dell'umanità nel suo discorso di ieri alle Nazioni Unite in occasione dell'inaugurazione del Forum Permanente dei Popoli Indigeni.

Più avanti nel discorso ha detto: "Non è possibile che il capitalismo trasformi la Madre Terra in una merce... Se non mettiamo fine al sistema capitalistico sarà impossibile salvare la Terra".

E poi: "Che i paesi del nord paghino il debito ambientale, invece di far pagare il debito esterno ai paesi poveri".

Leggendo queste parole, pronunciate alle Nazioni Unite dal capo di stato democraticamente eletto di un'importante nazione sudamericana, verrebbe da dire che il pensiero unico è finito, e che il cosiddetto "Consenso di Washington", che a partire dagli anni 90 ha costituito il corpo di idee che ha regolato la politica, la finanza ed il commercio internazionale su scala globale, si sta segmentando sopravvivendo solo entro le linee di frattura di un Impero e di un nord industrializzato sempre più isolati dal sentire comune di masse imponenti che vivono in quello che una volta veniva chiamato Terzo Mondo.

Ma che significa "pensiero unico", e in che senso è in crisi?

E' senza dubbio vero che venti o trent'anni fa nei paesi occidentali il ventaglio delle opzioni per affrontare i problemi economici e sociali era molto più ampio. Ma i paesi del Terzo Mondo non hanno mai avuto una vera indipendenza politica, che li mettesse in grado di decidere in piena libertà un modello di sviluppo nazionale tagliato sulle loro esigenze, percepite secondo la loro cultura e il loro sistema di valori.

Prima della Seconda Guerra Mondiale il Terzo Mondo era quasi interamente assoggettato al dominio coloniale europeo. Successivamente il processo di decolonizzazione ha concesso a quei paesi una libertà ampiamente illusoria. Una guerra dalle dimensioni apocalittiche come quella del Vietnam non era che un tentativo nordamericano di impedire un modello di sviluppo diverso da quello che apriva i mercati delle materie prime e di sbocco finale dei prodotti industriali all'iniziativa delle multinazionali.

Il cosidetto "Effetto Domino", che avrebbe prodotto l'"espansione comunista" nel sudest asiatico, era un timore fondato solo nel senso che un successo economico del modello socialista, che stava già dando buoni frutti nel nord del Vietnam sotto la guida del presidente Ho Chi MIn, potesse espandersi nella regione, cioè al resto della vecchia Indocina, alla Thailandia, all'Indonesia, e Dio non voglia, all'India.

I tentativi di destabilizzazione interna della Bolivia promossa dagli USA, probabilmente i più avanzati attualmente in atto dai tempi dell'ex Yugoslavia, e facendo eccezione per Cuba, non sono che la ripetizione dello schema interventista della Guerra del Vietnam, secondo un modello che non ha certo atteso le tarde teorizzazioni sul "pensiero unico" per essere messo in pratica.

Le forme di intervento non militari (il che non significa pacifiche) messe in atto in Bolivia, sono da una parte l'eredità del movimento contro la guerra in Vietnam a cavallo degli anni sessanta e settanta, e per altro verso del fallimento militare della guerra in Iraq.

I genitori, o i nonni, di Evo Morales vivevano la doppia subalternità di essere indios aymara e di essere cittadini di una colonia, ed hanno subito un "pensiero unico" che va indietro di decenni (o di secoli).

C'è un bel po' di eurocentrismo nel concetto di pensiero unico.

postato da: LookingBackward alle ore 09:24 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia, colonialismo, evo morales
lunedì, 25 febbraio 2008

L'oratoria post-moderna di Veltroni

di Gianluca Bifolchi

E' ormai consueto ripetere che la televisione ha trasformato la comunicazione politica in peggio. Vuoi la necessità di frammentare posizioni complesse nel formato dei brevi botta e risposta dei talk show, vuoi l'adeguarsi ai contesti di infotainment, con la frequente distrazione di inserti che non hanno a che vedere con la politica, riducono a niente, o quasi, il contenuto cognitivo che arriva al telespettatore.
Sarà vero, ma ci andrei piano a dare la colpa alla sola televizione. Ieri ho sentito su Radio Radicale l'intervento di Walter Veltroni alla manifestazione per il passaggio di consegne a Francesco Rutelli per la carica di sindaco. Il discorso era assai lungo, privo di interruzioni, con tutte le condizioni che dovrebbero fare la gioia dei nostalgici dei comizi in piazza di una volta.
Ebbene ho potuto constatare che l'oratoria politica intesa in senso classico è tramontata anche in eventi politici che si consumano fuori dal tubo catodico.
Se si leggono le antiche orazioni di Demostene, Pericle o Cicerone, si vedrà come lo scopo dell'oratore era produrre persuasione nell'auditorio attraverso un processo di argomentazione razionale, attraverso la proposizione di tesi ben definite e le prove della validità di quelle tesi.
Questo non significa che un discorso politico fosse l'equivalente di un teorema matematico. Al contrario i discorsi erano pieni di paralogismi, ossi di falsi sillogismi volti a suggerire maliziose connessioni logiche tra idee che non ne avevano alcuna. Ma l'efficacia del paralogismo dipendeva proprio dall'abilità dell'oratore di spacciarlo come un argomento logicamente valido.
Niente di tutto questo nel discorso di Veltroni. La persuasione, nel suo caso, non è intesa come processo razionale, o pseudo-razionale, ma come fatto puramente emotivo. Alla pari del pubblicitario l'oratore politico si limita a gestire stati d'animo, creando un'atmosfera positiva e associando il "brand", la marca, ai momenti di picco.
Se si analizza il discorso di Veltroni appaiono due caratteristiche salienti di questa nuova retorica pubblicitaria. Da un lato scompaiono competamente gli avversari politici e la rappresentazioni delle loro posizioni. In questo modo non solo si rinforza il modulo buonista, ma ci si risparmia l'ingrato compito di addentrarsi nelle forme discorsive della confutazione, che farebbero rientrare dalla finestra quello che si è posto ogni cura a far uscire dalla porta, e cioè la logica e lo spirito critico.
Dall'altro lato il discorso è mera successione di "luoghi", che conferiscono al tutto la struttura di una catena dove ogni anello ha la stessa importanza di tutti gli altri, ed ha valore solo perché spinge il discorso verso la fine e contribuisce per la sua piccola parte di emotività. Questi "luoghi", o anelli, potrebbero essere etichettati sotto rubriche dal titolo "I funerali di Alberto Sordi", "La visita ad Awshwitz", "La festa del cinema", "Il gran cuore di Francesco Totti", e l'abilità del comiziante non sta nell'usarli per costruire una tesi complessiva ed onnicomprensiva, ma solo nello snocciolarli nella giusta sequenza con passaggi naturali e privi di scosse. Come ogni buon presentatore di varietà.
Il pubblico non va persuaso, va solo intrattenuto.
Si dirà che questo non è universalmente vero, ma è solo un esempio dell'oratoria politica veltroniana. Sarà... ma è un fatto che Veltroni è uno dei due contendenti per la carica di capo del governo, e che dall'altra parte c'è Berlusconi, la cui oratoria tribunizia ha le stesse caratteristiche strutturali, ma soltanto si rivolge ad un pubblico più di bocca buona.

* * *

A proposito di oratoria veltroniana. Si dice che il tormentone "Si può fare" sia stato preso di peso dalla campagna elettorale per le primarie in USA, e in particolare dai discorsi di Barak Obama.
Non c'è ragione di dubitare degli entusiasmi filoamericani di Veltroni, ma ieri, in occasione dell'elezione di Raúl Castro alla carica di Presidente del Consiglio di Stato, in successione a Fidel, l'agenzia di stampa cubana Prensa Latina riportava una vecchia intervista del 13 Maggio 2001 del quotidiano Juventud Rebelde a Raúl incentrata sulla figura di Fidel come leader.
Vorrei tradurne un brano:

Domanda: La sua frase [di Fidel] "Si può fare" è servita e serve a molti Cubani, a molti giovani, impegnati nello sforzo di portare alla luce difetti, pigrizie, insensibilità nelle quali si inciampa tutti i giorni, burocrazia ancora inefficiente...

Risposta: Ci sono problemi, e sempre ce ne saranno. Il mondo la società sarebbero noiosi se non ci fossero i problemi. Occorre avere la volontà di affrontarli, e farlo con la determinazione di vincere. Non ho mai visto nessuno - e mi baso su fatti concreti - che abbia avuto una forza volontà più grande di Fidel proprio nei momenti di massima difficoltà...

Eccetera, eccetera, eccetera...
Veltroni ha copiato Barak. Che barak abbia copiato Fidel?

* * *

Kosovizazione della Bolivia. Credo che i rapporti diplomatici tra la Bolivia e gli USA siano ormai sulla soglia della crisi aperta.
Le accuse di Evo Morales all'ambasciatore Philip Goldberg sono ormai aperte e dirette, impossibili da ignorare.
In un incontro con la Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia e la Central Obrera Regional di El Alto, sostenitori della riforma costituzionale promossa dall'attuale governo, Morales ha detto: "Informerò la gente sulla cospirazione di alcuni agenti interni e stranieri, agli ordini degli Stati Uniti, che rifiutano i cambiamenti profondi stabiliti dalla nuova costituzione per assicurare uguaglianza nel paese".

Ha nominato Philip Goldberg per un'aperta ingerenza che si concreta in vere e proprie azioni politiche, volte a screditare il nuovo testo costituzionale.
Alla base delle campagne diffamatorie promosse nel paese con i finanziamenti di USAID vi è anche il divieto posto dalla nuova costituzione all'istallazione di basi militari straniere in territorio boliviano.

postato da: LookingBackward alle ore 09:40 | link | commenti (2)
categorie: america latina, cuba, fidel, demagogia, evo morales