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giovedì, 05 giugno 2008

Torna l'olocausto dimenticato

[Interessante articolo del quotidiano messicano La Jornada sui paralleli tra l'attuale crisi alimentare e le vecchie politiche dell'impero coloniale britannico. Traduco dallo spagnolo -- Gianluca Bifolchi]

Torna l'olocausto dimenticato

Alejandro Nadal, La Jornada, 4 Giugno 2008

Sessant'anni fa in India una carestia uccise sei milioni di persone nelle province di Bihar, Orissa e Assam, sotto la ferrea occupazione coloniale inglese. Nel 1943 il prezzo del riso iniziò a crescere, e in pochi mesi quadruplicò. Intorno al 1945, quattro milioni di persone erano morte di fame per l'alto prezzo del cibo.

La storia economica del Bengala rivela che per molto tempo ci fu lì un robusto sistema produttivo, basato sull'agrobiodiversità, che gli permetteva di esportare eccedenze ed assicurava alla popolazione gli alimenti di cui aveva bisogno. Ma arrivò l'amministrazione coloniale inglese e pose fine a tutto. In effetti, la carestia fu provocata dalla rapacità della Compagnia delle Indie e dal cinismo dell'impero inglese. In base alle sue politiche, si confiscarono i raccolti, si dette impulso alle esportazioni per non "distorcere il flusso del commercio", e si posero restrizioni alle importazioni per ragioni strategiche. Infine, il progresso giapponese nel sudest asiatico e l'occupazione della Birmania ( Myanmar) convinsero gli inglesi che le risorse del Bengala non potevano cadere in mano nemica, ed applicarono una politica di terra bruciata che distrusse ciò che restava dell'agricoltura contadina.

Le lezioni di questa ed altre carestie sono importanti per capire la crisi alimentare mondiale. Il primo insegnamento è che il pianeta è ricco in biodiversità e in risorse produttive. Ma oggi 12 coltivazioni e 14 specie animali costituiscono l'80% dell'offerta globale di alimenti. La tendenza alla monocultura è uno dei principali pericoli per l'umanità: la distruzione dell'agrobiodiversità e l'erosione delle risorse genetiche sono una catastrofe silenziosa che in futuro provocherà crisi di fronte alle quali la carestia del Bengala sembrerà un picnic.

Nell'ultimo secolo si è ignorato questo principio: la ricchezza di biodiversità è la chiave per affrontare i rischi agricoli. Per questo l'agrobiodiversità è il miglior amico di milioni di produttori indipendenti del mondo. Ma per l'agricoltura capitalista i sistemi di multicoltivazione non sono l'ideale per la redditività degli investimenti, in parte perché richiedono una maggiore intensità di lavoro. Nella dimensione della contabilità capitalista, l'omogeneità e la tediosa uniformità della monocultura sono essenziali.

La seconda lezione è che i canali di commercializzazione, le agenzie di intervento pubblico e una sana struttura di produzione basata su piccoli produttori indipendenti sono i tre pilastri per mantenere un regime di produzione agricola salutare. In Bengala questa triade fu distrutta con conseguenze catastrofiche.

Dal 1982 i programmi di aggiustamento e riforma strutturali dettati dai saggi del Fondo MOnetario Internazionale, della Banca Mondiale, e dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno perseguito i medesimi obiettivi che ebbe il regime coloniale inglese in India. Primo, distruggere le basi della produzione degli alimenti per "sfruttare i vantaggi comparativi". Secondo, perturbare le reti locali di commercializzazione per consegnarle a grandi conglomerati internazionali. Terzo, eliminare l'intervento di agenzie pubbliche che precedentemente aveva permesso di stabilizzare i prezzi mediante l'amministrazione di inventari. L'obiettivo è chiaro: consegnare il mercato mondiale degli alimenti a pochi conglomerati transnazionali. Oggi, il saldo della globalizzazione è che 850 milioni di persone sono in pericolo di morire di fame, un olocausto che fa apparire piccolo quello del Bengala degli anni sessanta.

Sotto gli auspici delle Nazioni Unite è in svolgimento a Roma un vertice di capi di stato per analizzare la crisi alimentare. Mentre si riuniscono, continua la distruzione dell'agricoltura mondiale. La perdita di risorse genetiche è accelerata dalle monoculture commerciali a livello planetario. Gli oligopoli nel mercato delle sementi e i prodotti agricoli ottengono profitti osceni, ma Pascal Lamy rivolge inviti a concludere il round di Doha, come se l'Organizzazione per il Commercio Globale non avesse responsabilità nel disastro. E il contributo della Banca Mondiale e delle Fondazioni Rockefeller e Bill Gates è promuovere tutto ciò anche in Africa. Frattanto, i grandi gruppi che dominano il commercio agricolo nel mondo si proteggono sul mercato dei derivati di Chicago, aumentando la pressione sui prezzi.

I partecipanti al vertice di Roma devono prendere in conto le lezioni della storia. Il nemico è uno degli invitati d'onore nella stessa sala del convegno.



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postato da: LookingBackward alle ore 17:03 | link | commenti
categorie: globalizzazione, ecologia, fame

la fame e la buona tavola

di Gianluca Bifolchi

Nella teoria della "varianza correlata" sull'origine dell'uomo Charles Darwin riteneva che le tre peculiarità della nostra specie rispetto al resto dei primati antropomorfi - stazione eretta, linguaggio e tecnologia - fossero il risultato dell'uso di armi attraverso gli arti superiori. La parola armi va intesa letteralmente, come strumento bellico, e non genericamente come utensile per la caccia. In ciò Darwin rifletteva la mentalità imperiale nella quale era cresciuto, in cui l'ideologia vittoriana voleva che il benessere avesse come precondizione la capacità di difesa militare del territorio controllato. Nell'espistolario del naturalista troviamo frequenti riferimenti agli investimenti della sua famiglia nelle colonie, alla preoccupazone per la rivalità dei Francesi, e all'ansia di come le minacce al predominio britannico potessero mettere a repentaglio la posizione di rentier dei suoi numerosi figli. Ciò, in un uomo dal temperamento mite e pacifico.

Oggi, non solo la concezione della "varianza correlata" appare superata agli occhi degli antropologi, ma l'idea stessa che l'aggressività e la violenza abbiano avuto un ruolo pilota nell'evoluzione umana non riceve più molto credito. E' probabile anzi che lo sviluppo del linguaggio sia il risultato del complessificarsi di interazioni sociali all'insegna della cooperazione e dell'assistenza reciproca.

Ma qual è il gruppo che l'uomo è capace di percepire come proprio, e di cui percepirsi come una parte? Il sentimento di solidarietà riesce effettivamente ad andare oltre la dimensione di clan o di villaggio?

Il nazionalismo o patriottismo, che ha indotto molti esseri umani a dare la vita sui campi di battaglia, comportava davvero la dimensione del sacrificio di sé, per il proprio popolo, come il genitore è disposto a fare a favore del figlio, o ha come ingrediente fondamentale la propaganda di demonizzazione del nemico, che ha il potere di sublimare le pulsioni distruttive delle persone, facendole apparire come nobili?

La semplice verità è che della cosiddetta "natura umana" sappiamo tutti molto poco. Nè sappiamo quali sono i fattori costitutivi della nostra specie che avranno la prevalenza nella risposta a sfide globali come il riscaldamento climatico e la fame. Se si pensa alle funzioni superiori della nostra corteccia cerebrale c'è di che essere ottimisti: non si stratta di problemi senza soluzione, e con il necessario impegno possono essere risolti in maniera soddisfacente. Ma se pensiamo alla spinta ad invadere ogni habitat naturale e a sfruttarne le risorse per il nostro vantaggio, lo scenario si fa molto più cupo. Se le nostre capacità di cognizione e decisione non sono proporzionali per intensità a questo istinto espansivo all'antropizzazione ossessiva siamo perduti.

Naturalmente non sono solo problemi di tipo biologico. E' necessaria anche un'analisi dei sistemi istituzionali e dei rapporti di potere dati nella società per individuare dei percorsi di salvezza. Pensate a come i nostri mezzi di comunicazione di massa esagerano pericoli statisticamente irrilevanti, come il terrorismo, ed assumono invece un atteggiamento sostanzialmente evasivo di fronte alle imminenti catastrofi ambientali. Provare ansia rispetto ad un allarme sociale è una risposta sana radicata nel nostro istinto di sopravvivenza, e dunque nella nostra dotazione genetica, ma la scelta del tipo di allarme a cui reagire è il risultato di una scelta che riflette interessi settoriali e non della specie. Di conseguenza non si può prevedere in che modo le masse reagiranno. Anzi, ci sono elementi in abbondanza per non fare eccessivo affidamento alle loro capacità di giudizio indipendente.

Di fronte ai temi dibattuti all'ultimo vertice della FAO, i numerosi programmi di gastronomia che si affollano sulle nostre reti televisive hanno qualcosa di offensivo. Ma pensate al tipo di resistenze che dovrebbe affrontare chi volesse ridefinire le abitudini alimentari degli Italiani in base alle esigenze dietetiche reali e non al cosiddetto "piacere della buona tavola". Di che natura sono queste resistenze? Vi è senza dubbio un elemento di egocentrismo animale, ma la vicenda grottesca del consumo abnorme di acque minerali in Italia, come risultato di campagne pubblicitarie mirate, segnala anche la natura artificiale di certe abitudini di consumo.

Decifrare l'intreccio del determinismo animale (non necessariamente negativo) e delle esigenze della civilizzazione (non necessariamente positive) dovrebbe essere alla base di una nuova visione dell'essere umano che porti con se un valore di speranza.

postato da: LookingBackward alle ore 09:49 | link | commenti
categorie: ecologia, fame, consumismo
martedì, 20 maggio 2008

La fame degli agroaffari

[ Cosa viene fuori se mettete insieme una possente spinta politico-mediatica per far passare una infamia giuridica come il reato di immigrazione clandestina e la crisi alimentare che sta gettando milioni di persone di fronte allo spettro della fame? Risposta: viene fuori l'Italia del 2008. E noi ci viviamo.

Traduco dallo spagnolo - Gianluca Bifolchi ]

La fame degli agroaffari

Silvia Ribeiro, ALAI, 12 maggio 2008

In tutto il mondo continuano ad aumentare i prezzi degli alimenti e nei paesi più vulnerabili si danno situazioni intollerabili come le carestie, spesso combinate a siccità o inondazioni, effetti perversi del cambio climatico. Di fronte alla gravità della crisi, le maschere cadono e i discorsi rivelano il proprio vuoto, come nel caso degli agrocombustibili e i presunti benefici del libero commercio e dell'agricoltura da esportazione.

Robert Zoellick, ora nelle sue vesti di presidente della Banca Mondiale, annuncia che i prezzi rimarranno alti per vari anni, e che è necessario rafforzare l' "aiuto alimentare" per la gestione delle crisi. Zoellick, che è passato a quasta carica dopo essere stato capo negoziatore degli Stati Uniti nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sa di cosa parla: nel suo precedente incarico fece tutto quanto gli era possibile per rompere la sovranità alimentare delle nazioni, per favorire gli interessi delle grandi multinazionali dell'agroaffare. Persino ora, la ricetta dell' "aiuto alimentare" è ancora una forma di subdolo aiuto alle stesse multinazionali, che tradizionalmente sono le fornitrici a pagamento di granaglie del Programma Alimentare Mondiale, "caritevolmente" consegnate agli affamati a condizione che non producano in proprio gli alimenti di cui hanno bisogno.

I grandi vincitori della crisi alimentare sono anche attori centrali e grandi beneficiari nella promozione degli agrocombustibili: le multinazionali che si accaparrano il commercio nazionale o internazionale dei cereali, le imprese di sementi, i fabbricati di pesticidi.

In questi due ultimi casi si tratta spesso delle stesse imprese: a livello globale, la Monsanto è la principale impresa di sementi commerciali e la quinta nei pesticidi. Bayer è la prima nei pesticidi e la settima nelle sementi, Syngenta è la seconda nei pesticidi e la terza nelle sementi, Dupont è la seconda nelle sementi e la sesta nei pesticidi. Insieme a BASF e a Dow (terza e quarta nei pesticidi), queste sei imprese controllano il totale delle sementi transgeniche nel mondo, che casualmente è anche la soluzione che propongono a tutti i nuovi problemi (per la nascita dei quali esse stesse hanno avuto una parte fondamentale).

Insieme a quelli che dominano più dell'80% del commercio mondiale di cereali: Cargill, ADM, ConAgra, Bunge, Dreyfus; tutte hanno avuto guadagni assolutamente impudichi, grazie alla scarsità degli alimenti, la promozione e i sussidi agli agrocombustibili, e il rialzo del prezzo del petrolio (i pesticidi sono dei derivati del petrolio). Un eccellente rapporto di Grain (L'affare di uccidere per fame, www.grain.org ), informa su questi profitti: nel 2007, Cargill ha aumentato i suoi profitti del 36%; ADM, del 67%; ConAgra, del 30%; Bunge, del 49%; Dreyfus, del 77%, nell'ultimo trimestre del 2007. La Monsanto ha avuto 44% in più che nel 2006, e Dupont-Pioneer il 19%.

A questa situazione va a sommarsi che i grandi fondi di investimento speculativo - a fronte della crisi finanziaria e immobiliaria - hanno trasferito somme enormi di denaro per controllare il mercato internazionale delle commodities. Si stima che attualmente questi fondi controllino il 60% del grano, ed alte percentuali in altre granaglie di base. La maggior parte del raccolto di soya dei prossimi anni è già stato acquistato con contratti "future". Questi alimenti sono diventati un'ulteriore possibilità di speculazione di borsa, e il loro prezzo si modifica (e aumenta) in funzione della spinte speculative, non dei mercati locali o delle necessità della gente.

Nonostante questa sconfitta globale della gente comune, peggiore ancora per i dispossessati, le multinazionali non sono soddisfatte e vogliono di più. Ora preparano il prossimo assalto, monopolizzando attraverso i brevetti, le caratteristiche genetiche che considerano utili per produrre piante resistenti alla siccità, alla salinità e ad altri impervi fattori climatici.

I governi al loro servizio, come il Messico, vorrebbero spegnere il fuco gettandoci su benzina: invece della sovranità alimentare e il controllo contadino delle sementi e degli altri fattori di produzione, propongono transgenici ancora più modificati e più rischiosi, mais transgenico per aumentare la contaminazione e la dipendenza; e che persino i contadini più poveri, con sostegno pubblico, seminino agroconbustibili invece di derrate alimentari.


- Silvia Ribeiro, ricercatrice del Gruppo ETC.

Fonte: ALAI

postato da: LookingBackward alle ore 08:54 | link | commenti
categorie: fame, neoliberismo
mercoledì, 14 maggio 2008

L'America Latina e la crisi alimentare globale

[ Traduco dallo spagnolo questo articolo di Público sulla crisi alimentare globale e le prospettive positive, oltreché i problemi, che essa schiude per l'America Latina - Gianluca Bifolchi ]

L'America Latina e la crisi alimentare globale


Augusto Zamora R., Público, 14 Maggio 2008

Il 7 maggio, a Managua, si sono riuniti i presidenti e primi ministri del Nicaragua, Costa Rica, Bolivia, Ecuador, Honduras, Haiti, San Vicente, le Granadine, il vicepresidente di Cuba, i ministri degli esteri di Messico e Venezuela, e i rappresentanti della FAO, della Banca Mondiale, e della Banca Interamericana di Sviluppo. Lo scopo era coordinare le azioni necessarie a fronteggiare la crisi alimentare che colpisce vari paesi dell'area, ed analizzare l'impatto di questa crisi su Africa ed Asia, ed America Latina.

Le cause della crisi sono note. L'attuale produzione di alimenti è insufficiente a soddisfare la domanda prodotta dalla crescita economica di Cina ed India, paesi che ospitano più di un terzo della popolazione mondiale, e la cui produzione di alimenti è inferiore è inferiore al consumo interno che genbera questa crescita. Ogni anno, in questi due paesi decine di milioni di persone accedono ad un consumo di alimenti migliore per quantità e qualità. I biocombustibili sono una causa ulteriore, facendo uso di cereali vitali nella dieta umana - come il mais - per alimentare le automobili. Lo stesso si può dire dei cambiamenti climatici, con siccità che distruggono le coltivazioni ed uragani che le devastano. Il protezionismo dei paesi ricchi, infine, che rovina milioni di agricoltori.

I calcoli che sono stati fatti indicano che nei prossimi anni e decenni, l'umanità avrà bisogno di raddoppiare la produzione di alimenti, e ciò richiederà l'aumento delle aree di coltivazione e, in modo particolare, il miglioramento delle tecniche di sfruttamento zootecnico, in maniera che si copra la domanda alimentare senza esaurire le risorse naturali.

Date le circostanze è bene meditare sulla responsabilità e l'opportunità che ha una regione tanto vasta come l'America Latina, al fine di porsi in prima fila nello sforzo mondiale per risolvere questo problema. Nella regime vi sono alcuni paesi a rischio di fame - Haiti, in primo luogo -, ma ciò è più il risultato della diseguale distribuzione della ricchezza e della carenza di investimenti strategici, che non di impedimenti naturali. Accade il contrario. L' America Latina possiede in abbondanza tre dei cinque fattori che rendono possibile la produzione massiccia di alimenti: il clima, terra buona ed abbondante, e acqua in quantità. Ne mancano due: primo, che i governi comprendano le possibilità che offre la domanda mondiale di alimenti (di cui approfittare per uscire dalla povertà e l'arretratezza). Secondo, che assumano la sfida, pendente da quasi duecento anni, di realizzare una rivoluzione agraria, che permetta di fare della regione un granaio del mondo.

L'America Latina ha 20 milioni di km2 e 530 milioni di abitanti. Cina e India arrivanoa 12,8 milioni di km2 2 due miliardi e quattrocento milioni di abitanti. A questa estensione territoriale occorre sottrarre il poco fertile altipiano tibetano e i deserti sterili. Il Bangladesh, con 144.000 km2, ha 150 milioni di persone. Il Nicaragua con 130.000 km2, ha 5,5 milioni di abitanti. Il Giappone praticamente non ha terre agricole e la Corea del Sud ha montagne sull'80% del suo territorio. Le risorse idriche di questa regione, inoltre, sono al limite o lo hanno superato.

L'America Latina ha i maggiori indici di acqua pro capite del mondo. Il Sudamerica è attraversato da fiumi immensi, come l'Orinoco, il Rio delle Amazzoni e il Rio de la Plata. Il Nicaragua, nella sua relativa piccolezza, ha un lago di 8.000 km2, oltre a generose fiumane che scorrono verso il Mar dei Caraibi. A ciò bisogna aggiungere la sterminata lunghezza delle sue coste, che si proiettano libere sull'Oceano Pacifico e, nel Sud, anche nell'Atlantico.

In altre parole, l'America Latina possiede risorse necessarie a produrre ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di alimenti con cui provvedere ai bisogni del mondo. Manca solo che i governi comprendano l'opportunità, dato che ciò che si produce in alimenti troverà facilmente mercato in America e Asia. Paesi come il Messico o il Venezuela consumano più di quanto producono, mentre Cina e India sono ai limiti della propria capacità produttiva, e tutti essi hanno eccedenze monetarie. La sovrappopolata ed esaurita Asia necessiterebbe della spopolata e ricca America Latina, mentre l'America Latina ha bisogno di investimenti e mercati asiatici che siano motori sicuri di crescita e sviluppo.

Il maggiore ostacolo perché questo succeda è la pessima distribuzione della terra, cioè, un anacronistico latifondismo, che mantiene paralizzate le economie e le società. Assumere la sfida alimentare richiede che si dia inizio a una rivoluzione agraria, che è qualcosa di più profondo di una semplice ripartizione della terra. Una rivoluzione agraria implica la riforma del possesso della terra, che si forniscano risorse finanziarie, e che si introduca tecnologia di punta perché si produca con la massima efficienza. Che si aprano strade che collegano zone produttive con le aree di stoccaggio, e queste con autostrade e porti. Che i produttori vengano educati alla bontà dell'associazione cooperativa (che ha tanto successo in Europa), insegnandogli a organizzarsi in maniera solidale. Che si introducano sistemi di razionalizzazione nell'uso dell'acqua, per ridurre gli sprechi e consumarla in maniera più efficiente; che si attuino programmi di riforestazione di bacini fluviali e lacustri, per salvaguardare il prezioso liquido. Si tratta, in definitiva, di strappare la regione al secolo XVIII, e farle fare un salto nel XXI.

Non sarà facile, ma non è impossibile. Occorre radunare le volontà in un enorme, necessario e urgente sforzo produttivo, che permetterebbe di risolvere i grandi mali della regione e contribuire a risolvere il bisogno di cibo nel mondo. Il fattore più incerto di qualunque investimento è l'esistenza di mercati sufficienti. Oggi ci sono i mercati e i fondi. Occorre solo mettere mano all'opera e comprendere che è ora di produrre.


Augusto Zamora è professore presso la Universidad Autónoma de Madrid, ed ambasciatore del Nicaragua in Spagna

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postato da: LookingBackward alle ore 10:49 | link | commenti (1)
categorie: economia, america latina, fame
lunedì, 05 novembre 2007

Note sull'etnicizzazione della forza lavoro.

di Sergio Mauri

In queste righe intendo dare una lettura ai fenomeni di etnicizzazione in cui sta incorrendo la classe lavoratrice europea anche per poter capire meglio come fare un lavoro politico in una situazione di una tale complessità. Che peraltro è e sarà sempre più diffusa a livello continentale. Le righe seguenti sono una mia elaborazione dalla lettura del saggio "Razza, Nazione, Classe", di Etienne Balibar ed Immanuel Wallerstein.

Nel tempo in cui la nostra Europa si stà sempre più avvicinando - dal punto di vista sociale e culturale - al modello americano e, il continente è sempre più percorso da genti di diversa provenienza, per uscire dalle secche del dibattito pro-contro l’immigrazione, pro-contro la società multi-etnica, pro-contro il razzismo, dobbiamo sgombrare il campo dalle contrapposizioni ideologiche tra “buoni†e “cattivi†in cui ognuno può, moralmente, riconoscersi.

Per prima cosa il razzismo non è un bubbone che cresce sul corpo sano del Capitalismo.

Ne è altresì parte integrante, col processo di gerarchizzazione, etnicizzazione, razzizzazione della forza lavoro. Gli Stati Uniti insegnano. Fu lì che si riscoprirono il sistema schiavile e servile in nome di una divisione e separazione fra i soggetti componenti la forza lavoro. La società americana è, riguardo l’etnicizzazione, paradigmatica: i lavoratori razzizzati ed etnicizzati si dividono e si scontrano tra bianchi, neri, latinos, asiatici…

Un sistema produttivo che ha i subalterni in lotta, in concorrenza tra di loro è un sistema produttivo che può affrontare meglio le sfide dell’accumulazione di capitale. Sistema produttivo che è parimenti e al tempo stesso in concorrenza con altri sistemi nazionali nella ripartizione delle quote di profitti a scala planetaria, nella divisione internazionale del lavoro.

Il razzismo non è incapacità di sostenere le differenze.

Come già sostenuto da Balibar questa interpretazione è “paradossalmente comune alle teorie più opposte tra loro per problematica filosofica, ispirazione etica e obiettivi politiciâ€. Come osservato da Wallerstein, il razzismo non è semplicemente un atteggiamento di disprezzo e paura nei confronti di appartenenti ad altri gruppi definiti con criteri genetici o sociali non è, quindi, xenofobia, che è rifiuto ed esclusione del “barbaro †dal luogo fisico della comunità. Il capitalismo, infatti, non può escludere forza lavoro: per esso sarebbe una perdita, cioè diventerebbe sconveniente. Di qui il ricorso al razzismo, per minimizzare i costi e l’opposizione della forza lavoro. Il razzismo oggi prende la forma della etnicizzazione della forza lavoro: le comunità etnico-religiose e razziali vengono ordinate gerarchicamente. L’etnicizzazione della forza lavoro consente di espandere o contrarre il numero di coloro che sono disponibili per i salari più bassi e i lavori peggiori, secondo le esigenze del capitale.

Il razzismo non è solo una teoria o un discorso ma anche un motore e deviatore di affetti e passioni, “vero “fenomeno sociale totaleâ€, il quale si iscrive in pratiche (forme di violenza, disprezzo, intolleranza, umilia­zione e sfruttamento), in discorsi e rappresentazioni che sono altrettante elabo­razioni intellettuali del fantasma della profilassi o della segregazione (necessità di purificare il corpo sociale, di preservare l’identità del sé, del noi, da qual­siasi promiscuità, meticciato e invasione), che si articolano intorno agli stigmi dell’alterità (nome, colore della pelle, pratiche religiose)â€. Poiché il razzismo è un complesso di pratiche che si basano sì su teorie e discorsi, ma che sono mos­se da passioni e risentimenti, dallo spostamento di amore e odio, tanto meglio riesce la razzizzazione di determinati gruppi sociali, dislocati a un certo livello all’interno del mercato del lavoro, quanto più facilmente sono distinguibili de­terminati stigmi razziali: gli Usa anche in questo sono un modello, avendo avu­to la “fortuna†di avere a che fare con uno stigma razziale totalmente visibile come quello del colore della pelle dei neri. In altri casi la razzizzazione deve basarsi su operazioni più complesse e sofisticate, (la lingua, la tradizione cultu­rale, i costumi, o semplicemente tratti immaginari e invisibili…).

Ovviamente il razzismo non svolge solo la funzione economica descritta dal Wallerstein di legittimare ideologicamente i lavoratori razzizzati nel segmento di mercato del lavoro che offre i lavori peggiori, pericolosi e sottopagati ma anche una funzione politica di dirottare verso gli strati inferiori (razzizzati) della gerarchia sociale del mercato del lavoro quella carica di risentimento ed odio dei lavoratori nel loro complesso. E’ su queste realtà, su questi parametri che affondano il loro consenso certe formazioni politiche dall’ estrema destra alla Lega Nord.

Balibar: “E’ perfettamente chiaro che le ideologie e le pratiche razziste sono utilizzate dai gruppi socialmente dominanti per riprodurre le condizioni del loro dominio. Prendendo di mira massicciamente i lavoratori immigrati, dividendo gli sfruttati tra loro il razzismo gioca questo ruolo funzionale al profitto del capitalismo) in quanto combina la circolazione internazionale dei capitali e della forza lavoro con l’organizzazione del potere statale in una forma politica nazionale): diverse analisi recenti hanno messo in luce questa relazione tra la segmentazione del mercato del lavoro e la disorganizzazione preventiva delle lotte operaieâ€.

domenica, 04 novembre 2007

Atto d'accusa.

di Sergio Mauri

Per comprendere a fondo le ragioni dei nostri problemi sociali, che investono le relazioni tra le persone, problemi che - per il loro radicamento - finiscono col diventare dei problemi esistenziali; per capire da che cosa sono determinati, non possiamo che rimuovere l'idea che ci è stata inculcata che vorrebbe spiegare i problemi con le opinioni che su di essi ci siamo fatti.
L'assunto - falso - da cui parte tutta la mistificazione è il seguente: sono le idee che fanno la storia. Ora, questo tipo di armamentario ideologico è sempre stato presente nella storia dell'umanità; ha fatto il suo percorso, ha avuto le sue casse di risonanza.
Il tipo di idealismo(1)che domina oggi, nella nostra società, è quello che è stato interpretato dalla borghesia come classe dominante nel rapporto sociale capitalistico (quella che detiene i mezzi di produzione) a proprio uso e consumo. In primo luogo come diaframma da opporre alla "società civile" per mistificare il proprio operato e deviare tutte le critiche che a lei vengono rivolte. Essa ci racconta la sua storia di classe, attraverso ciò che non dice, ciò che non confessa. E la lista di cose non dette è piuttosto lunga. Per cominciare:

- Essa non ci dice che detiene come proprio esclusivo interesse i mezzi di produzione materiale ed ideologica della società, trattando chi non fa parte di questa classe sociale come un suo salariato, per quanto prezzolato egli sia;

- Essa non ci dice che il profitto su cui fonda la propria volontà (privatistica, che cioè priva, toglie ad altri la medesima) di riproduzione viene estorto al lavoro salariato e non solo a quello produttore di beni materiali nella classica fabbrica fordista o post-fordista essa sia;

- Essa non ci dice che è classe mondiale, con interessi internazionali ed internazionalistici a scala planetaria, sebbene giochi alla finzione nazionale o agli assemblaggi-alleanze di nazioni al solo scopo di raggiungere i suoi fini economici che solo per questo dovrebbe essere debitamente rigettata da tutti i cittadini con un minimo di sale in zucca;

- Essa non ci dice che rastrella il di più del lavoro altrui - la "cresta" - in quei paesi della periferia capitalistica, la cui classe borghese, mette a disposizione uomini e mezzi in cambio della propria riproduzione come classe dominante e mediatrice, riproducendo anche in periferia lo sfruttamento da sempre esistente nelle centrali economiche del capitalismo, ripercorrendo addirittura alcune fasi dell'orribile trattamento riservato alle classi lavoratrici europee all'inizio della rivoluzione industriale;

- Essa non ci dice di ripudiare qualsiasi idealismo, in favore del più bieco materialismo, del più criminale calcolo, dappertutto esso sia realizzabile, senza indugio sulle spalle degli indifesi;

- Essa non ci dice di aver raggirato, creato false contrapposizioni tra popoli e classi sociali, prodotto essi stessi del suo modo di essere ed esistere, imponendo false visioni del mondo a delle masse sempre più controllate e al centro dell'attenzione dei media emanazione del proprio potere economico e politico - il quinto potere - e di continuare su quest'onda oscurando - ad esempio - l'ecatombe Irachena, quella dell'Europa orientale, uscita con le ossa rotte dal confronto economico con l'Occidente ed oggi carne da macello per i "liberi" industriali e il padronato del "paradiso capitalista", di preparare un'escalation contro l'Iran, reo di voler essere come i propri nemici;

- Essa infine, non ci dice, di essere disposta ad usare qualsiasi mezzo, ma proprio qualsiasi, come un animale ferito, contro tutti noi, per non farsi togliere lo scettro del comando e continuare la sua strada verso la distruzione del pianeta.

Dobbiamo, perciò, sforzarci di confessare che questo è il "peggiore dei mondi possibili" rispetto alle conquiste tecniche oltrechè del pensiero umano;di comprendere che il rozzo, bieco materialismo di cui si servono i dominatori del pianeta è coperto dall'ipocrita velo dell'idealismo, che confessa - tra le altre cose - la loro indisponibilità a mettere in discussione le categorie economiche che esso obnubila così bene. Sarebbe bene - piuttosto - da parte nostra, come parte di una grande comunità di persone che hanno a cuore i destini del pianeta e della sua maltrattata umanità, continuare ad analizzare - preparandone politicamente la fossa - il capitalismo non per porvi rimedio, perchè a questo tumore economico e sociale un rimedio è impossibile, ma per mandarlo finalmente e definitivamente in soffitta, tra i ferri vecchi dell'esperienza di un'umanità immatura, e dare corso ad un socialismo finalmente coerente con i propri dettami e non nei limiti tragici voluti ed imposti anche col benenplacito dell'Occidente in tutto il periodo del Socialismo Reale.(2)

(1) Teoria filosofica che vorrebbe - appunto - che tutta la realtà si spiegasse attraverso le idee che di essa abbiamo.

(2) Brevemente, a questo proposito voglio ricordare che la forza della Rivoluzione Comunista mondiale si infranse contro la barriera politica e sociale, costruita dal "libero" occidente per contenerne la potenza emancipatrice,dall'embargo economico imposto alla Russia Sovietica post-rivoluzionaria, dall'attacco proditorio contro di essa, dal massacro della seconda guerra mondiale (il lavoro sporco operato dai tedeschi contro il "bolscevismo"), finendo col riflettersi duramente su tutta l'agenda politica del comunismo, costretto a ripiegare fino a non andare mai oltre il Capitalismo di Stato, oltrechè in "un paese solo", una delle massime negazioni delle conquiste politiche del movimento comunista internazionale.
sabato, 27 ottobre 2007

Esperimenti sulla disperazione

Se si riuscisse a conseguire il cinismo con cui quotidianamente tanti "scienziati sociali" , nei dipartimenti universitari o negli istituti di ricerca governativi o confindustriali, giustificano l'esistente ed elaborano politiche per preservarne gli equilibri da ogni istanza antagonista, l'assedio che da molti mesi lo stato d'Israele conduce sulla popolazione palestinese della Striscia di Gaza potrebbe essere visto come un affascinante esperimento sugli effetti sociali della disperazione.
Alle prese con tanti studi il cui "focus panel" riguarda un consumatore alle prese con gli annosi problemi della ricarica del cellulare e della scheda del Gratta&Vinci (rappresentazione, per la verità, un po' datata, a fronte del progressivo emergere anche in Italia del fenomeno della povertà), potrebbe essere interessante, tanto per cambiare, analizzare cosa succede quando la preoccupazione primaria è reperire un banale ma introvabile antidolorifico per l'artrite che sta tormentando tua madre, o mettere in tavola qualcosa di più che una tazza di tè e una fetta di pane e marmellata per il pranzo dei tuoi figli.
Una collettività organizzata in cui la mattina i bambini a scuola sono incapaci di concentrarsi per la fame (se dobbiamo fare fede ai rapporti da Gaza dell'UNRWA, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi) rappresenterebbe una novità, rispetto alle allarmate voci dei nostri nutrizionisti per la precoce obesità dei bambini italiani dovuta alle overdose di merendine, la cui pubblicità assedia le fasce pomeridiane dei palinsesti tv.
Naturalmente la fame e la disperazione non sono affatto un'esclusiva della gente di Gaza, ma solo Gaza offre ottimali condizioni sperimentali, dato che si tratta di un'enclave completamente sigillata, le cui frontiere sono controllate a vista dal civilissimo, democraticissimo, tecnologicamente sofisticatissimo esercito israeliano. Ogni settimana le riunioni di gabinetto dei ministri israeliani discutono questioni come "adesso gli togliamo la farina, poi gli faremo assaggiare 36 ore senza acqua potabile, poi gli ridaremo la farina, ma intanto 24 ore di black out elettrico". La goliardia del portavoce del governo israeliano, Dov Weissglass, che commentò la vittoria di Hamas alle elezioni politiche del Gennaio 2006 dicendo "Non moriranno di fame, farano solo un po' di dieta", è ancora ricordata con divertimento da tutti in suoi amici.
Il seguente articolo, che traduco dal Christian Science Monitor, niente affatto estremo nei toni, è solo una delle decine di servizi che ogni mese vengono scritti per documentare cosa sta accadendo a Gaza, e che tolgono ogni scusa a quanti, verosimilmante, in futuro diranno "noi non sapevamo". Non "sapevano" perché non volevano sapere, dato che le informazioni circolavano eccome -- Gianluca Bifolchi



Israele si muove per isolare ulteriormente Gaza
Joshua Mitnick, The Christian Science Monitor, 25 Ottobre 2007

Aumentando la pressione sui Palestinesi nella Striscia di Gaza controllata da Hamas, Israele è ora pronto a tagliare le forniture di elettricità agli abitanti di Gaza come misura di rappresaglia per un'escalation degli attacchi alla frontiera con razzi e mortai da parte di militanti palestinesi.

Dopo aver dichiarato a Settembre Gaza "entità nemica", Israele ha mantenuto le frontiere di Gaza sigillate contro l'arrivo di cibo e medicine. Questa politica ha scatenato una drammatica inflazione, ha portato alla chiusura di negozi, ed ha incrementato la richiesta per beni da mercato nero contrabbandati attraverso tunnel che una volta venivano usati da corrieri di armi e spacciatori.

"Attualmente il mercato assorbe tutto il cibo di contrabbando, oltre ai pezzi di ricambio e le medicine", dice Hashem, che ha un tunnel nella città di frontiera di Rafah, che parla a condizione dell'anonimato sul suo cognome.

Gli analisti dicono che l'obiettivo della politica di Israele di isolare Gaza sembra essere la pressione degli abitanti di questa città da rivolgere contro Hamas, che ha governato l'area da quando strappò il controllo all'Autorità Palestinese a Giugno. Altri osservatori rilevano che la pressione pobabilmente sarà controproducente, creando più volontari per i gruppi militanti e suscitando simpatia verso Hamas.

La stretta arriva mentre l'Autorità Palestinese ed Israele arrivano ad una dichiarazione congiunta sulla cornice dei negoziati di pace, un documento che dovrebbe essere al centro della conferenza regionale di Annapolis, Maryland, prevista per la fine dell'autunno.

"L'economia non sta funzionando. La gente che soffre rimane priva del diritto di lavorare, e dipendendo dalle organizzazioni di beneficenza religiose non diventerà più moderata", dice Sari Bashi, il direttore esecutivo di Gisha, un'organizzazione non-profit di Tel Aviv che opera per alleggerire le restrizioni al movimento dei Palestinesi. Nei quattro mesi dalla conquista di Hamas, Israele non ha permesso quasi alcun transito di merci finite o di derrate agricole in uscita dalla Striscia di Gaza. Con l'arrivo dell'inverno e della stagione delle fragole e dei pomodorini, si prevede che milioni di dollari di prodotto marciranno.

Per compensare l'alto prezzo del petrolio, i meccanici di Gaza stanno installando i dispositivi che permettono di usare il gas di cucina come combustibile. Ma dire che l'economia si è voltata al mercato nero per via dei tunnel significherebbe sovravvalutare la capacità dei tunnel di compensare la caduta del traffico alla frontiera con Israele. "Queste sono condizioni estreme", dice Bashi.

Il vice ministro della difesa d'Israele Matan Vilanai ha riferito alla radio dell'esercito israeliano mercoledì dei piani per ridurre "drasticamente" -- di circa due terzi -- l'elettrictà fornita alla Striscia di Gaza. I commenti hanno seguito di un giorno il lancio di 10 razzi da Gaza dentro Israele, con uno che ha colpito un edificio residenziale nella città frequentemente sotto attacco di Sderot.

Il portavoce del ministero degli esteri israeliano Mark Regev ha difeso le sanzioni, dicendo che dal momento che Hamas ha dimostrato la sua capacità di ridurre il caos nella Striscia di Gaza, Israele è meno propensa al perdono quando si tratta di sanzioni a largo raggio.

"Se si vuole parlare di export da Gaza ad Israele, oggi il solo export è quello delle granate di mortaio e dei razzi Qassam. Quando abbiamo dichiarato Gaza un'entità ostile, stavamo solo descrivendo la realtà, cioè che un'entità terrorista estremista aveva assunto il controllo di Gaza", ha detto. "Chi può aspettarsi che Israele si comporti come prima nella sua politica verso Gaza? Al contrario, il 'come prima' è impossibile".

Dai giorni della conquista di Hamas, il gruppo ha cercato di regolare il traffico di merci illecite. "Hamas ha detto che si può contrabbandare tutto meno armi e droghe", ha detto il contrabbandiere Hashem. E' quindi passato dal traffico di AK-47 e pallottole al formaggio, al pesce salato e agli antidolorifici.

I funzionari dell'intelligence dicono che rapporti israeliani indicano che sofisticate armi antitank e razzi ancora scorrono dentro Gaza.

Lungo la costa, la politica di Israele di bloccare l'import ha lasciato gli scaffali dei negozi così vuoti che è impossibile trovare una lattina di soda. Il prezzo delle sigarette è raddoppiato, spinto in alto da una tassa che Hamas impone ai contrabbandieri. Il prezzo di una sacco di 50 chili di farina è salito dell'80% fino a 180 shekel (45 dollari).

L'assenza di materie prime ha costretto molte ditte a chiudere, o a lavorare a minimo regime; la mancanza di cemento ha portato alla sospensione del 95% dei progetti di costruzione a Gaza. Secondo le agenzie dele Nazioni Unite circa 70.000 persone hanno perso il lavoro in un territorio dove l'80% già vive in povertà.

La scorsa settimana c'è anche stato un picco di violenza interna nella Striscia di Gaza. Uomini armati di Hamas si sono scontrati in occasioni separate con combattenti della JIhad Islamica per il controllo di una moschea nella città di frontiera di Gaza, oltre a scontri contro armati del clan Hillis, alleato a Fatah.

Munir Dweik, un tassista che passa la maggior parte della giornata attendendo clienti sul lato palestinese del valico di frontiera di Erez dice che, sebbene gli scontri non fossero legati alle sanzioni economiche, la gente di Gaza è diventata nel complesso più incline alla violenza.

Ma invece di criticare solo Hamas per le condizioni di Gaza, le dite puntano al presidente palestinese Mahmoud Abbas, chiamato anche Abu Mazen, per la parte che sta avendo nella crisi. Moti a Gaza credono che il governo a guida Fatah a Ramallah ha dato implicito sostegno alle sanzioni. "La gente se la prende con entrambe i governi, a Ramallah e a Gaza", dice. "La gente è vittima sia del governo di Abu Mazen che di quello di Hamas".

Fonte: MIFTAH

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categorie: palestina, politica, economia, fame
sabato, 13 ottobre 2007

Secondo l'ONU ogni giorno 24.000 persone muoiono di fame e denutrizione

di Gianluca Bifolchi

[Traduco questo articolo da Rebelión. Alla viglia delle primarie del PD, che consacreranno Walter Veltroni leader del nuovo partito, pare opportuno ricordare il problema della fame, a cui l'attuale primo cittadino della capitale ha detto che si sarebbe presto dedicato, mettendo fine alla sua carriera politica. Sappiamo come sta onorando l'impegno, tra conciliaboli con Luca Cordero di Montezemolo e inviti ad entrare nel suo partito di Vip rivolti persino alla moglie di Berlusconi.
Per questa strumentalizzazione dei problemi dell'Africa a fini di immagine si può decidere di prendersela con la piattezza morale del personaggio o, più propriamente a mio giudizio, si può puntare il dito ad un sistema che: 1) rifiuta di regolamentare le borse merci internazionali che trattano derrate agricole, perché all'enorme bolla speculativa che generano -- e che impedisce l'accesso al cibo a paesi poveri, che non hanno sufficiente valuta pregiata -- sono legati interessi finanziari troppo grandi; 2) distrugge ogni anno migliaia di tonnellate di generi alimentari per sostenere i prezzi proprio mentre assiste con contributi pubblici l'agricoltura interna, permettendogli di penetrare mercati esteri che non possono competere con questo regime di produzione assistita e vedono pertanto smantellare le basi della propria indipendenza alimentare; 3) destina a foraggio la grande maggioranza dei raccolti mondiali per sostenere l'industria zootecnica e permettere gli abnormi consumi di carne delle popolazioni ricche, mandando alle stelle il prezzo di grano e riso su cui si basa l'alimentazione di miliardi di persone.
Per quanti poi credono ancora all'elevato sentimento morale dell'Unione Europea si faccia attenzione al passo dell'articolo il cui si parla degli aiuti umanitari usati dall'Europa come arma di ricatto per ottenere l'accesso a mercati di paesi bisognosi attraverso gli accordi di libero commercio.
Rispetto a tutto ciò Veltroni non è che un modesto procuratore d'affari.-- Gianluca Bifolchi ]


Secondo l'ONU ogni giorno 24.000 persone muoiono di fame e denutrizione

M. Hurtado, EFE, 13 Ottobre 2007

Stabilire una moratoria di cinque anni per l'attuale produzione di biocarburanti e consacrare il diritto alla non deportazione delle persone affamate sono due delle soluzioni per ridurre il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo, secondo l'ONU. Così ha detto ieri in una conferenza stampa il relatore speciale per le Nazioni Unite per il Diritto all'Alimentazione, lo svizzero Jean Ziegler, che tra breve presenterà il suo rapporto provvisorio su questo diritto all'Assemblea Generale dell'ONU. Ogni giorno muoiono 24.000 persone di fame.

In questa sede Ziegler sosterrà che il potersi nutrire è il diritto umano elementare, "qualcosa che paesi come gli USA non considerano tale", ha assicurato il relatore, che ha approfittato per felicitarsi con il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moonm per il "suo coraggio nel difendere questo tema".

Secondo dati ricavati dal suo gruppo "la fame continua ad espandersi anno dopo anno, ogni giorno muoiono 24.000 persone per un totale di 35 miliomi di decessi ogni anno".

"Quando secondo i dati della FAO (il fondo dell'ONU per l'agricoltura e l'alimentazione), nel mondo si producono alimenti per nutrire 12 miliardi di persone, cioè il doppio della popolazione mondiale, ogni bambino che muore di fame equivale ad un assassinio", ha aggiunto Ziegler.

Per questo il relatore afferma che il problema non è tanto di contenere il numero delle persone affamate, ma di evitare che aumentino, per la qual cosa propone di dichiarare il diritto delle persone che non possono alimentarsi a non essere deportate, ed evitare che i terreni agricoli smettano di produrre alimenti per essere destinati alla fabbricazione del biocombustibile.

"In Africa ci sono 202 milioni di persone che soffrono la fame e che rischiano la propria vita per arrivare in Europa e poter vivere, e noialtri dovremmo permetterglielo".

Ziegler crede che è possibile creare un diritto alla non deportazione perché quando il Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU fu insediato nel 2006, "ricevette il mandato di creare nuovi strumenti se era necessario, ed io chiedo solo che venga rispettato".

"E' una tragedia quello che accade tutti i giorni sulle coste atlantiche e mediterranee, migliaia di persone che muoiono per annegamento", ha aggiunto, e ha criticato l'Unione Europea (UE) per la sua volontà di concludere un accordo di libero commercio con il gruppo dei paesi ACP (ex colonia europee di recente resesi indipendenti in Africa, Caraibi e Pacifico) che, secondo lui, "è a esclusivo beneficio del Nord".

Secondo Ziegler i paesi ACP non hanno margini di manovra per negoziare a causa dei legami che hanno con l'UE per gli aiuti che ricevono da essa. "L'acco0rdo farà solo aumentare il numero delle persone affamate".

854 milioni di persone sottonutrite

In modo più preciso Ziegler ha dichiarato che una misura che potrebbe evitare l'aumento del numero di persone sottonutrite, che è già di 854 milioni, sarebbe quella di stabilire una moratoria di cinque anni nella produzione dei biocombustibili.

"La massiccia trasformazione delle piantagioni destinate agli alimenti a favore della produzione di biocombustibili causerà delle ecatombi", ha dichiarato. E ha spiegato che per produrre cinque litri di etanolo sono necessari 230 chili di mais, una quantità che alimenterebbe un bambino per un anno. "Comprendo la necessità di controllare le emissioni, ma non si può porla come prioritaria davanti alla gente che muore"

Per questo chiede la moratoria, così che gli scienziati possano sviluppare tecniche che permettano di produrre biodiesel da prodotti non commestibili, come i cactus". "Purtropo le zone aride aumentano al ritmo di 1,2 chilometri l'anno, ma almeno avremo i cactus". Ziegler ha presentato pubblicamente i dati oggi per ricordare la Giornata Mondiale dell'Alimentazione, che si celebra il prossimo 16 Ottobre.

Fonte: Rebelión