Non sarà la prima volta che succede, ma certo io faccio fatica a trovare un precedente per ciò che sta accadendo in questi giorni con l'Alitalia. A differenza di altre megafrodi o megacrack, come quello dell'Ambrosiano o della Parmalat, non si tratta di qualcosa che viene alla luce a cose fatte, o che si palesa solo ai lettori occhiuti, pignoli e diffidenti delle pagine interne dei giornali. No, si tratta di un raggiro che abbiamo seguito dai primi vagiti sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e nelle notizie di apertura di tutti i Tg. E l'eminenza niente affatto grigia di tutto l'accaduto è un presidente del Consiglio che viaggia alto nei sondaggi di gradimento degli italiani.
Non mi unirò ai fastidiosi fremiti di indignazione di Eugenio Scalfari e Nanni Moretti per il tramonto dell'opinione pubblica italiana. Da costoro, infatti, preoccupati di salvare le proprie partecipazioni azionarie all'avventura del centrosinistra, non sentirete certo che l'atto di nascita dello scandaloso meccanismo che porta alla bad company fu la decisione di Romano Prodi, prossimo a lasciare l'incarico di Presidente del Consiglio, di concedere un "prestito ponte" all'Alitalia di 300 milioni di euro. Ben sapendo che non sarebbero mai tornati indietro, e dopo aver assicurato gli italiani che la vendita all'Air France era l'ultima spiaggia per salvare la compagnia di bandiera. Ma come tacere che la nostra democrazia riposa sulle spalle di una plebe lazzarona che ci ostiniamo a chiamare "cittadini", e che non ha capacità di giudizio - e soprattutto nessun interesse - se non per ciò che gli cade nel ventre?
So bene che il costume di appioppare etichette, invece di indagare le ragioni storiche per cui un popolo si comporta come si comporta, è tipico del pensiero reazionario. Ma a parte il fatto che chiamare la maggioranza degli italiani "plebe lazzarona" ha il suo fondamento storico, non fosse altro perché chiarisce la natura borbonica del processo di putrefazione che sta minando la società italiana, chi dice che anche l'insulto non abbia la sua funzione progressiva? Chi dice che qualche italiano, trovandosi sempre sbattuta sotto gli occhi l'abiezione in cui ha scelto di vivere, non abbia alla fine qualche palpito di coscienza civile?
A volte mi chiedo che resistenze potrebbe mai incontrare nella "società civile" italiana un nuovo Mussolini in ascesa, ammesso che l'autoritarismo postmoderno abbia ancora bisogno di buffoni in orbace per imporsi. Non parlo qui della resistenza attiva dei cittadini a difesa delle proprie libertà civili. Molto più banalmente mi chiedo se una palingenesi neofascista avrebbe bisogno di imporre cambiamenti significativi ai costumi degli italiani per farsi regime. La maggior parte di questi, nella Spagna franchista della prima metà degli anni settanta, si sarebbe probabilmente trovata come il topo nel formaggio. Nei bar non si parlava di politica, l'Opus dei si prendeva cura delle anime, e per il resto ci si concedeva tutta l'esistenza godereccia che era alla portata del proprio portafogli. Si, nei bar e sui treni d'Italia si parla ancora di politica, ma se agli italiani si dicesse che questo piccolo sacrificio è necessario per non avere più tra i piedi zingari e marocchini?
Il collettivo La Haine mi ha chiesto alcuni giorni fa la mia opinione sugli ultimi avvenimenti riguardanti le FARC. Per via della mancanza di tempo non posso elaborare un testo più ampio e profondo e mi limito a presentare le seguenti tesi.
1. L'offensiva contro le FARC-EP nelle Americhe e che si estende ormai all'Europa, è parte dell'offensiva generale del capitalismo contro l'umanità lavoratrice. Sebbene la sua causa primaria vada ricercata all'interno della Colombia e nella regione circostante, fino ad abbracciare tutta l'America, non dobbiamo dimenticare la questione decisiva dell'esaurimento del lungo ciclo espansivo capitalista durato quasi circa cinquant'anni -- i "gloriosi trenta" più i due decenni che il sistema è riuscito a prolungare grazie al neoliberismo, alla finanziarizzazione e al "denaro a basso costo", la "nuova economia", l'" economia immateriale" o dell'"intelligenza", la sfera finanziario-immobiliare, il keynesismo militare, i bassi prezzi dell'energia, etc. --, che ora sembra arrivare al suo termine, senza entrare qui nella discussione sui cicli di Kondratiev, le fasi lunghe e altre teorie al riguardo.
2. Quello che è chiaro è che l'imperialismo si scontra con nuovi problemi, e problemi classici di lungo periodo, come la lenta e persistente caduta del tasso medio di profitto a livello mondiale, più decisivo di quanto si creda a prima vista, ad esempio. Come vedremo nelle tesi, la sincronizzazione e confluenza di questi problemi nuovi e classici, "crisi parziali" che come affluenti si uniscono in un grande torrente, in una prevedibile "crisi sistemica" più grave delle precedenti, ci obbliga ad avanzare tesi sul futuro. Dopo tutto, nel contesto nuovo nel quale sembra che siamo travasati, le FARC-EP, al pari di altre organizzazioni rivoluzionarie degne di tale nome, che pratichino o no la lotta armata, assumono un ruolo chiave sia nella pratica che nella teoria.
3. L'incremento di repressione che tutte esse subiscono, pratichino o no in reazione la violenza politica, non risponde solo alla lotta presente, e ciò non ve dimenticato o sottovalutato, ma anche al loro potenziale pratico per il futuro che si avvicina, e che in molte cose è già presente immediato. Come sappiamo, l'imperialismo ha apparati dedicati esclusivamente a prevedere le tendenze evolutive forti, quelle plausibili, ma soprattutto le più prossime, e ad apprestare tattiche e strategie per intervenire con sufficiente anticipo. Da vari anni, l'imperialismo sta prestando molta attenzione ai cosiddetti "scenari critici" che proliferano ovunque sorgano le resistenze attive o passive contro l'imperialismo. La persecuzione delle FARC-EP e delle sinistre rivoluzionarie in generale è parte delle strategie ideate con anticipo, così come l'invasione dell'Irak era stata pensata prima dell'11 settembre 2001.
4. Le tesi che qui presento vanno molto oltre le interpretazioni in uso, idee comuni che si ripetono meccanicamente e che riducono il problema a semplici questioni interne colombiane, arrivando in alcuni casi a intravedere il problema generale delle Americhe e della loro funzione all'interno dei progetti nordamericani. Ma queste tesi sono inconciliabili con il grosso delle idee della sinistra tradizionale e del cosiddetto riformismo "duro". Per studiare questa opposizione frontale bisogna partire da lontano, perché una delle peggiori conseguenze che ebbe per il marxismo la degenerazione parlamentarista -- che è tutto il contrario dell'uso rivoluzionario del parlamento borghese come una tattica in più di lotta politica rivoluzionaria -- che cominciò a darsi alla fine del secolo XIX, fu quella di abbandonare nella pratica e poi di combattere apertamente nella teoria il ruolo che fino ad allora aveva avuto l'elemento militare nel corpo centrale della prassi rivoluzionaria.
5. L'elemento "militare" nel senso marxista, e non nel borghese, è una teoria unica che integra quattro grandi blocchi interrelati: uno, il ruolo degli eserciti nella produzione economica dall'antichità a oggi; due, il ruolo degli stati sfruttatori e dei loro apparati di violenza repressiva specificamente sociopolitica e ideologica; tre, il ruolo della violenza nelle lotte rivoluzionarie come insieme di tattiche, metodi e alternative di azione che si scontravano, o che presto o tardi si sarebbero scontrate, con le forze repressive e violente del'oppressore, e che perciò dovevano e debbono adattarsi ai cambiamenti nei rapporti di forza, e alle necessità della lotta, tattiche transitorie sempre soggette agli obiettivi storici e alle strategie adeguate; e, quarto e ultimo, il ruolo dell'etica rivoluzionaria per spiegare il diritto/necessità della violenza difensiva delle masse sfruttate in ognuno di questi punti particolari e nella teoria marxista nel suo insieme .
6. L'effetto devastatore del parlamentarismo si moltiplicò esponenzialmente con la "teoria della pacifica coesistenza" tra l'URSS e l'imperialismo, specialmente in Europa occidentale, dove la mescola tra marxismo libresco e accademico, che odiava la pratica e dormiva nei chiostri, e il riformismo eurocomunista dettero come risultato l'estinzione del marxismo in quanto teoria della rivoluzione comunista. Al suo posto, il mercato delle ideologie "alternative" al sistema fu inondato da mode fugaci e futilità pacifiste -- qualcuno si ricorda del "Partito Radicale" italiano, dei "verdi ecopacifisti tedeschi", per non parlare del più recente post-modernismo? -- fabbricate industrialmente dalla casta intellettuale, che spazzarono via rapidamente i resti maoisti e marxisti-leninisti, e che ora stanno mettendo fine anche ai trotzkisti, obnubilati da un " anticapitalismo" elastico che può arrivare a giustificare quasi tutto.
7. Data la considerevole influenza di questo euroentrismo riformista in buona parte delle sinistre di altri continenti e culture, non c'è da stupirsi che l'elemento militare scomparisse anch'esso in molte altre organizzazioni, eccetto quelle che in vari modi continuarono ad applicare il metodo marxista,la sua ortodossia in senso lukacsiano. Le FARC-EP sono una di esse, e ne parleremo più avanti. Ora dobbiamo continuare a descrivere il processo degenerativo che ha fatto sì che nell'attuale crisi capitalista, che può sfociare in un caos distruttore più serio della crisi sistemica del 1939, e naturalmente della crisi struttrale della fine degli anni sessanta e degli inizi dei settanta, di fronte a questa deriva attuale verso il caos, praticamente nessuno che sia "marxista ortodosso" tiene in conto l'elemento militare come una parte essenziale della totalità capitalista nel suo divenire storico.
8. Concetti come "guerra globale permanente", "capitalismo di guerra", la guerra come "modello del capitalismo", "guerra preventiva", "guerra asimmetrica", "guerra senza limiti", "nuova guerra dei cent'anni", etc., sono assai frequenti nelle analisi sulla situazione attuale. Sono persino concetti obbligati in molti testi perché la brutalità imperialista è tanto sfacciata e cinica che qualunque studio sul presente che cerchi un minimo di credito deve fare una qualche menzione indiretta al ruolo della violenza sfruttratrice nelle sue diverse forme, dagli eserciti "privati" fino alle basi yankee situate ovunque, passando per l'interazione tra guerre di differenti "generazioni", compresa la "quarta" contro le classi e i popoli insorti di mezzo mondo, compreso Euskal Herria nel cuore dell'"Europa democratica", nel mantenimento del sistema imperialista agli inizi del secolo XXI.
9. Ma con troppa frequenza c'è un evidente abisso tra questi riferimenti quasi obbligati, quasi topici, e la teoria marxista della violenza nella storia in generale e nel capitalismo in particolare. Una sintesi di questa teoria la offre marx nella sua lettera a Engels del 25 settembre 1857:
"La storia dell'esercito prova, più di ogni altra cosa, l'esattezza del nostro punto di vista circa la connessione tra le forze produttive e le relazioni sociali. In generale, l'esercito ha importanza nello sviluppo economico. Il salario, ad esempio, si sviluppò pienamente e per la prima volta negli antichi eserciti. Il peculium castrense è anche, a Roma, la prima forma giuridica nella quale si riconosce la proprietà mobiliare di chi non era capofamiglia. Lo stesso può dirsi del regime corporativo, che sorse per la prima volta tra le corporazioni dei fabbicanti ... [lacuna nel testo - ndt]. Anche qui osserviamo per la prima volta l'applicazione delle macchine in grande scala. Persino il valore speciale dei metalli e il loro uso come denaro sembra risalire originariamente - appena superata l'età della pietra di cui parla Grimm - alla sua importanza militare. Anche la divisione del lavoro all'interno dello stesso ramo d'industria sembra essere applicato per la prima volta negli eserciti. In essi osserviamo inoltre, in forma chiara e succinta, tutta la storia della società civile. Se hai tempo un giorno dovresti analizzare il problema da questo punto di vista.
Gli unici punti che hai tralasciato nel tuo scritto sono a mio avviso: 1) l'apparizione di autentiche truppe mercenarie, per la prima volta, in grande scala, e subito, tra i cartaginesi (per il nostro uso privato consulterò un libro sullesercito cartaginese scritto da un berlinese e della cui esistenza sono venuto a conoscenza da poco); 2) lo sviluppo dell'esercito in Italia nel secolo XV e agli inizi del XVI. Qui, precisamente, nacquero le arguzie militari di tipo tattico. (...). E infine, 3) il sistema militare asiatico, come apparve all'inizio tra i persiani e, successivamente, nelle più diverse varietà , tra i mongoli, i turchi, etc..." 10. Non c'è da stupirsi, pertanto, che basandosi su questa teoria enunciata nel 1857 da Marx, che era in corso di sviluppo da più di un decennio, e sarebbe stata completata in seguito nel brillante capitolo sull'accumulazione originaria nel volume III del Capitale, Engels poteva dire due decenni più tardi nell'Anti Dürhing, testo le cui pagine economiche sono state scritte da Marx, che la grande corazzata moderna era un intero compendio della socità capitalista. Questa affermazione è del tutto certa perché mostra come la logica dello sfruttamento sociale, dell'ottenimento di plusvalore, e della dittatura del tempo salariato, o tempo borghese, vigono in tutta la società capitalista, nei suoi sistemi tecnoscientifici e nei suoi apparati militari e statali. La disciplina militare, del tempo, del lavoro e morale regnante ad esempio nella IV Flotta yankee che minaccia direttamente la pace precaria dei popoli sovrani delle Americhe, è la quintessenza dell'ordine disciplinare che agisce, in maniera conscia e inconscia, nel seno della società capitalista e yankee.
11. Ad esempio, la IV Flotta così come le migliaia di soldati e mercenari yankee che agiscono impunemente nelle Americhe funzionano con la febbrile disciplina capitalista perché sono sotto l'impero cieco della temporalità borghese, dell'esigenza di massima accumulazione nel minimo tempo possibile, e dell'abbandono dell'obsoleto spazio materiale e del lavoto dequalificato a favore delle priorità dei nuovi spazi materiali e simbolici della produzione e del lavoro qualificato che gli è inerente. Se la flotta attacca non sarà solo un "intervento militare" nel normale senso del termine, ma una politica generale di innesto del capitalismo yankee più moderno nel cuore delle Americhe, cioè, una specie di inserto artificiale, o per meglio dire, la inoculazione del virus mortale della selvaggia civiltà yankee, dei "diavoli biondi", nelle culture e forme di vita ei popoli americani, già piuttosto deteriorate, ma che possono ancora peggiorare con l'infezione della "civiltà del nord".
12. Le altre tre componenti interne della teoria marxista della violenza o del "militare" mostrano qui il loro valore vitale giacché spiegano, da un lato, il ruolo chiave dello stato borghese e del suo sistema repressivo come garanti della passività obbediente della forza lavoro sfruttata; d'altro lato, le risposte offensive o difensive dei popoli lavoratori sfruttati, e da ultimo, l'importanza della lotta teorica e etica contro l'ideologia borghese. Una delle virtù di questa visione dialettica e integrale del problema è che ci permette, ed esige da noi, di tenere sempre in conto la dipendenza delle sedicenti " borghesie nazionali" dalle sorelle straniere, le borghesie imperialiste.
13. Da questa prospettiva, lo sviluppo del capitalismo e le sue crisi sono inseparabili dall'azione interna dell'elemento militare nella sua globalità , sebbene sempre considerando l'aspetto chiave per cui la produzione di armi, sebbene a breve periodo disinnesca determinate crisi puntuali, nel medio e lungo termine è una spesa improduttiva, uno sperpero irrazionale che zavorra e frena il proceso di accumulazione ampliata del capitale. L'evoluzione dell'imperialismo durante un secolo non ha fatto che confermare la correttezza storica di questa teoria nella sua essenza, ampliandola e migliorandola nei suoi aspetti particolari.
14. Le regolarità genetico-strutturali confermate nel tempo mostrano come resistenze di ogni tipo - compreso quelle pacifiche e non violente - dei popoli sfruttati e delle loro classi lavoratrici sono state decisive per accelerare, su scala mondiale, nella totalità concreta del sistema capitalista, l'interazione tra le contraddizioni endogene o strettamente economiche e quelle esogene o politiche, nazionali, culturali o ambientali. La soluzione di una presunta e falsa separazione assoluta e artificiale tra l'endogeno e l'esogeno dentro la totalità , si ottiene semplicemente comprendendo che il socioeconomico è inseparabile dal sociopolitico, essendo il sociale il nesso interno coesivo dele diverse istanze che debbono essere analiticamente e diacronicamente studiate e sinteticamente e sincronicamente interpretate.
15. Non si tratta pertanto di sostenere che, "ora" e di fronte alla crisi che avanza, il capitalismo ricorre alla guerra perché non ha altra opzione, il che è certo, ma si tratta di sapere che, primo, storicamente, senza guerra non ci sarebbe capitalismo e che, pertanto e secondo, le guerre attualmente in corso e quelle in preparazione ad opera della borghesia internazionale rispondono alla cieca necessità dell'accumulazione. Questo vuol dire che sebbene grazie all'attenzione congiunta delle forze mondiali democratiche, progressiste e rivoluzionarie, possiamo e dobbiamo evitare il maggior numero possibilie di conflitti militari, questa o quella guerra concreta, questo o quel conflitto bellico regionale e, soprattutto, evitare lo scatenarsi di una spirale irrazionale e incontrollabile verso l'ecatombe nucleare che si concluda con lo sterminio totale, essendo ciò necessario e desiderabile, tuttavia questa constatazione è solo una parte del problema, perché l'altra, la decisiva, è la questione di quale classe detiene il potere politico-militare e la proprietà privata delle forze di produzione e di distruzione.
16. Fin tanto che la seconda cruciale questione non viene storicamente risolta il pericolo dell'ecatombe nucleare sarà ancora presente, così come quello di guerre sempre più atroci, per la semplice ragione che le contraddizioni obiettive e soggettive del capitalismo superano il limite della passiva sottomissione dell'umanità lavoratrice, della disponibiltà di riserve energetiche e alimentari nel contesto di crescita e consumismo attuale, e della capacità di resistenza, assorbimento e riciclaggio della natura. In questo contesto, l'antica consegna romana 'si vis pacem para bellum' ha acquisito tutto il suo contraddittorio valore. Non è certo che alla guerra imperialista si possa rispondere esclusivamente con la pace, perché tutta la storia del secolo XX, ad esempio, ha dimostrato che l'unico freno che può fermare la borghesia più fondamentalista e fascista è la diretta minaccia di una violenza difensiva superiore da parte degli sfruttati.
17. Al fascismo e al neofascismo, al militarismo e alle presunte "democrazie autoritarie" (?), all'ascesa di grandi poteri criminali che già violano le proprie stesse leggi perché hanno bisogno dell'impunità assoluta, dalle detenzioni e arresti illegali fino alle torture permanenti al margine di qualunque legge borghese, passando per il razzismo più reazionario e agli ingenti investimenti nelle nuove tecniche di controllo, vigilanza, repressione e sterminio, a questa tendenza ascendente nel capitalismo attuale si può opporre solo una decisa mobilitazione cosciente dell'umanità lavoratrice, che mostri nelle sue azioni una potenza rivoluzionaria che dissuada la borghesia da qualunque avventurismo inumano.
18. Per comprendere nella sua piena urgenza quanto fin qui detto, occorre essere coscienti di quello che è in gioco, in definitiva il transito da una fase in esaurimento a una nuova fase del modo di produzione capitalista nella quale il classico dilemma popolarizzato da Rosa Luxemburg nel 1915, Socialismo o Barbarie, consegna pur valida per molti anni, è stata superata in senso dialettico, cioè confermata, arricchita e integrata, in un'altra superiore, ossia Comunismo o Caos. Verso la fine degli anni settanta, e in maniera cresciente, questa consegna va aprendosi il passo in mezzo alla logica incompresione dei dogmatici, del rifiuto esplicito dei riformisti, e dell'aspettativa creativa di movimenti rivoluzionari sempre più numerosi. Non è un caso che ci siano stati alcuni indipendentisti baschi che lottano in un contesto nel quale bollono tutte le passate e le presenti contraddizioni, materiali, simboliche, culturali e identitarie possibili nel capitalismo imperialista e patriarcale, quelli che più hanno insistito nell'attualità di questo dilemma.
19. In estrema sintesi, si apprezza il seguente progresso relativo alle parole d'ordine, che va dal Manifesto Comunista nel 1848 che lancia la formula fondamentale: "Proletari di tutto il mondo, unitevi!". La seconda è del 1850 nel Messaggio al Comitato Centrale della Lega dei Comunisti: "Il vostro grido di battaglia deve essere: la rivoluzione permanente". La terza è del 1871 negli Statuti dell'Internazionale: "L'emancipazione della classe oèeraia deve essere opera della classe operaia". La quarta è di Rosa Luxemburg: "Socialismo o Barbarie". La quinta è di Lenin nel 1917: "Tutto il potere ai soviet". La sesta è l'insieme di parole d'ordine delle lotte rivoluzionarie di liberazione nazionale, tra le quali sottolineiamo per poterci capire: "Popolo o imperialismo", e "Patrio o morte, vinceremo", utilizzate da Che Guevara tra molte altre, e la settima " Comunismo o morte".
20. Ogni consegna riflette l'importanza di una determinata direzione pratica nelle lotte verso un obiettivo prioritario, decisivo, nelle diverse aree della lotta tra il capitale e il lavoro. Ma l'importanza delle due sulle quali ci soffermiamo dipende dal fatto che pongono il dito sulla piaga della sopravvivenza della specie umana, e nell'urgenza sempre più imperiosa di porre fine alla proprietà privata e al potere distruttore de capitalismo. In effetti, nei quasi cento anni trascorsi dal 1915, e in special modo negli ultimi due decenni, sono peggiorati quasi tutti gli indici che allora si potevano impiegare sulla situazione del pianeta, alcuni in forma relativa, ma altri in forma assoluta, e, ciò che è innegabile, non erano sorti i problemi che oggi ci pongono al limite del caos.
21. Oggi la specie umana si trova di fronte a problemi di stretta sopravvivenza, impensabili nel 1915, problemi inconcepibili allora per la semplice ragione che non si erano ancora sviluppate tutte le forze distruttive del capitalismo. Non è questo il luogo per esporre per esteso questa tematica, compito che sarà svolto in un testo successivo. Ma dobbiamo dire che una delle lezioni che si ricavano dal salto da una all'altra consegna è semplicemente quella della riduzione drammatica, anche se non tragica, del tempo disponibile per sconfiggere il capitale, evitare che attivi le sue forze distruttive, ed espriare e socializzare la proprietà privata. La crisi che attualmente il capitalismo sta incubando, sicuramente va ad accorciare il tempo disponibile. Questa concezione si oppone con forza al determinismo catastrofista sulla fine automatica del capitalismo senza il deciso intervento cosciente dell'umanità lavoratrice, che dovrà seppellirlo.
22. Al contrario, la lucida visione dei problemi di sopravvivenza che affrontiamo ora e che hanno tempi di soluzione più brevi di un secolo fa, questa scarna avvertenza teoricamente constatabile, esige più che mai la prassi rivoluzionaria. La borghesia non si estinguerà da sola, consumata nel suo stesso putridume, se non sarà per mano dell'umanità lavoratrice. Se questo non accade, la borghesia continuerà a sfruttare, ma in condizioni così estreme e atroci che potremo comprenderle solo paragonandole al caos, un caos che già avanza in Africa, un continente che agli inizi degli anni 90 cominciò ad essere " prescindibile" per il capitalismo, eccetto in spazi determinati in cui vi erano vitali risorse strategiche. E'l'inumano destino imposto all'Africa si sta estendendo ad altre parti della terra.
23. Solo a partire da questa concezione storica del presente possiamo capire ciò che è in gioco con le FARC-EP, e in generale con tutte le sinitre che, al di là del fatto che pratichino o no la violenza di risposta in qualunque delle sue forme, non si lasciano incatenare dalle imposizioni restrittive e repressive borghesi, praticano la propria indipendenza politica di obiettivi, strategia e tattica, e affermano esplicitamente che il loro fine e il loro mezzo è la rivoluzione comunista. Ciò che accade con le FARC-EP e con altre organizzazioni dentro e fuori delle Americhe, è che, secondo le circostanze, sono in prima linea su tuti i fronti di combattimetìnto contro l'imperialismo.
24. Perfino nel caso in cui le FARC-EP potessero passare a una forma di azione politica non militare per la conclusione di un accordo democratico che cancelli gli inevitabili ostacoli repressivi che attualmente impediscono la vita democratica in Colombia, internazionalmente noti, persino così le FARC-EP continueranno ad essere il peggior pericolo per la borghesia della regione, e non solo della Colombia, per via della loro enorme legittimità , esperienza e forza sociale raggiunta. Dovranno commettere errori molto seri per dilapidare questo patrimonio accumulato, come quelli commessi da altre forze ex guerrigliere che hanno debilitato la propria essenza rivoluzionaria per essere accettate all'interno dei ristretti margini del parlamentarismo ufficiale.
25. L'esperienza storica delle FARC-EP deve essere analizzata in periodi o fasi differenti a seconda delle trasformazioni del capitalismo colombiano e internazionale, ma mantenendo intoccabili i principi della lotta. E' indubbio che per tanti anni si sono prodotti adattamenti e miglioramenti nelle dottrine antinsurrezionali, con innovazioni di ogni tipo che hanno assestato colpi alle forze rivoluzionarie. E' altresì innegabile che i cambiamenti interni nello sfruttamento capitalista e nell'insieme delle relazioni sociali hanno propiziato trasformazioni politiche e culturali che hanno permesso alla borghesia colombiana di implementare spettacolari campagne di manipolazione psicologica e propagandistica, sfruttate dall'industria politico-mediatica a livello internazionale.
26. Tuttavia, la realtà è tanto ostinata, quanto brutale e corrotta è la dittatura pratica del regime uribista narcotrafficante e paramilitare, difeso dalla passività complice della borghesia nel suo insieme, e nel silenzio della Chiesa, senza dimenticare il decisivo appoggio degli USA. La propaganda ufficiale che sostiene che esiste una crescita economica in Colombia occulta, primo, che il cancro del narcocapitalismo rende tutto putrido; secondo, che i beneficiari di tale crescita sono i borghesi e non il popolo; terzo, che l'aiuto militare yankee è decisivo perché questa crescita corrotta si mantenga; quarto, che nel medio periodo il costo di un esercito enorme finirà per pesare persino sui profitti extra del narcocapitalismo; quinto, che questo deterioramento può essere arrestato solo mediante l'indurimento repressivo verso un maggiore autoritarismo neofascista interno, se non fascista; sesto, che in queste condizioni obiettive prima o poi si amplieranno le simpatie popolari per le FARC-EP, se queste non commettono seri errori di settarismo, e settimo, che queste tendenze vanno confluendo con quelle simili che ricorrono nella Patria Grande Latinoamericana.
27. Un esempio della vetusta obsolescenza delle sinitre tradizionali che guardano senza vedere quello che sta accadendo, sono le affermazioni secondo cui le FARC-EP non hanno mai brillato per le proprie elaborazioni teoriche, sono lontane dal popolo colombiano e dalle sue condizioni di vita avendo perso l'appoggio di cui una volta godevano, sono cadute nel militarismo, nel verticalismo e nel pragmatismo, sono isolate dal resto delle lotte per i cambiamenti mondiali dal tempo della caduta dell'URSS, cominciano ad essere demoralizzate e afflitte dal problema delle diserzioni, e sono la scusa perfetta perché l'uribismo giustifichi o aumenti i propri crimini, mentre pongono in serie difficoltà l'"opposizione democratica". Questi critici finiscono col dire che le se FARC-EP dessero inizio ad un dibattito internazionale e nazionale sulle condizioni politiche, economiche e militari per abbandonare le armi, metterebbero il regime uribista in difficoltà .
28. Le FARC-EP e l'insieme delle forze rivoluzionarie latinoamericane hanno argomenti in avanzo per colare a picco queste critiche. Dall'Europa e da Euskal Herria possiamo solo aggiungere varie cose rimanendo nei limiti finora tracciati. La prima è che tali idee non sono rivolte esclusivamente alle FARC-EP e non sono nuove, ma vengono ripetute a oltranza contro altre forze rivoluzionarie che non si piegano ai dogmi libreschi degli autoproclamati "partiti dirigenti", "intellettuali indipendenti", o persino "raffinati analisti". La superbia di questa gente è tale che arriva ad accusare di analfabetismo teorico i movimenti di liberazione nazionale che non si attengano alle loro raccomandazioni. Dimenticano il principio marxista di apprendere dalle masse che lottano, dalle loro innovazioni e successi, e, al contrario, si pongono al di sopra di esse e dalla sicura comodità della distanza impartiscono dottrina, con le proprie lenti di piombo, mentre il mondo reale si dirige verso combattimenti ancora più duri.
29. La seconda cosa da dire è che hanno perduto ogni precauzione metodologica di fronte alla alienante e manipolatrice efficacia dell'industria politico-mediatica, e di fronte al fallimento delle proprie convinzioni. Seduti di fronte alle televizioni dell'imperialismo, leggendo la stampa dell'"opposizione democratica" e di collettivi affini, questi intellettuali finiscono per credere alla versione data dall'industria della manipolazione, con i ritocchi aggiunti dai gruppi affini a essi. E se la realtà non coincide con i loro desideri e con queste versioni, peggio per la realtà . Tesi identiche sono state sostenute dal dogmatismo stalinista e trotzkista, passando per un'amplia gamma intermedia. Ma va detto che se i popoli avessero appena fatto caso a costoro non ci sarebbero stati processi rivoluzionari.
30. La terza cosa da dire è che la proposta che le FARC-EP inizino un amplio dibattito internazionale e nazionale per concretare le condizioni del proprio abbandono delle armi ha evidentemente una elusiva filigrana per evitare la questione centrale: come prepararsi per vincere i piani controrivoluzionari che l'imperialismo sta ideando nelle Americhe, con la collaborazione delle borghesie autoctonone, delle loro forze armate legali, private e illegali, con l'estensione crescente delle reti del narcotraffico e con l'appoggio di altri servizi segreti internazionali. Al margine di come evolveranno queste variabili, occorre sempre applicare il saggio criterio leninista di prepararsi al peggio, per essere in condizione di rispondere alle mosse più dure del nemico di classe, nazionale e di genere sessuale, criterio che non disprezza ma che esige che vi siano anche alternative meno dure, ma sempre mantenendo la propria indipendenza politica.
31. La quarta cosa da dire è che al fondo di queste posizioni vi è una incapacità assoluta di capire che, al di là dell'applicazione o meno della violenza di risposta come atteggiamento tattico, ciò che va discusso è la giustezza o no della teoria marxista dell'"elemento militare" con le sue quattro componenti di base su esposte, come teoria sorta nelle viscere delle contraddizioni sociali e che si può applicare totalmente o parzialmente secondo le necessità e le circostanze. Questo è uno dei dibattiti permanenti che ricorrono nella storia rivoluzionaria da che il primo marxismo iniziò a differenziarsi tanto dal pacifismno come dal blanquismo, e di sicuro in questo secondo caso, mantenendo sempre una profonda ammirazione e affetto personale verso Blanqui, eroe rivoluzionario.
32. Il parlamentarismo, la teoria della "pacifica coesistenza", l'accademismo o il riformismo eurocomunista, in sintesi, imposero una visione rinunciataria al riguardo, come abbiamo detto al principio, che finì per collaborare con le forze repressive capitaliste per strozzare fisicamente le forze rivoluzionarie che si rifiutavano di accettare il monopolio borghese della violenza. Ma anche dalle sinistre rivoluzionarie che optavano per la cosiddetta "violenza delle masse" e criticavano la cosiddetta "violenza individualista" o "piccolo-borghese", o semplicemente "lotta armata", da queste ci fu e continuò ad esserci una opposizione pratica e teorica giustificata con l'argomento che "non esistono condizioni obiettive" per il passaggio alla "violenza delle masse", e ancor meno alla "lotta armata".
33. La necessità di una spiegazione teorica permanente sulla dialettica tra l'arma della critica e la critica delle armi, per utilizzare concetti di Marx, appare esposta già nei primi testi del marxismo. L'esperienza accumulata posteriormente in tutte le lotte sociali che sono arrivate ad un livello di antagonismo irreconciliabile con l'oppressore è conclusiva al rispetto, mostrando la convenienza per cui le masse sfruttate conoscano almeno l'essenziale della teoria marxista della violenza, del "militare", anche se non la praticano. La conoscano nelle sue implicazioni psicologiche, cioè, che assumano coscientemente il fatto che può arrivare il momento in cui sarà necessario passare all'autodifesa, che debbono essere praparate a ciò con anticipo, il che richiede conoscenza teorica e una preparazione psicologica.
34. Ricordiamo cosa è successo agli albori del fascismo, quando bastavano pochi provocatori addestrati militarmente per rovinare con mazze e bastoni, sedi e locali sindacali, socialisti e comunisti, luoghi di vendita della stampa e libri di sinistra o progressisti, assemblee e riunioni di lavoratori, manifestazioni di uomini e donne e bambini. La socialdemocrazia e lo stalinismo avevano abbandonato la preparazione psicologica suffiente e l'addetramento minimo in autodifesa della classe lavoratrice. Gli operai passivi, intimoriti e inerti, pacifisti e parlamentaristi, fuggivano, si disperdevano, e assumevano una catastrofica sensazione disfattista, di inutilità di ogni resistenza, di rassegnazione di fronte a ciò che si avvicinava ..
35. Questo esempio, che si imponeva con lo sterminio dei consigli operai e anarchici, degli spartachisti e comunisti dal 1918, ad opera dei pre-nazisti in Germania sotto la direzione socialdemocratica, si è ripetuto vcon snervante frequenza nel capitalismo successivo, e non solo in Europa: ricordiamo la Cina del fine degli anni 20. La sfacciata opzione filocapitalista della socialdemocrazia e l'interclassismo della Russia stalinista, con l'abbandono dell'indipendenza politica della classe operaia a favore delle esigenze della "borghesia democratica e antifascista", il frontepopulismo, queste due correnti maggioritarie, condussero - con diversa responsabilità - il movimento operaio al pacifismo suicida; la prima in forma direttamente pratica e teorica, la seconda in forma indiretta, con argomenti sulla necessità tattica di posporre la lotta rivoluzionaria alla previa salvaguardia della "democrazia".
36. Durante la guerra del 1939-45 nell'Europa capitalista, buona parte delle sinistre iniziarono tenaci lotte di liberazione nazionale contro il fascismo occupante e contro i collaborazionisti interni, per la maggior parte borghesi e imprenditori, ma anche operai e contadini di estrema destra. Guerre rivoluzionarie di liberazione nazionale e sociale che nel 1945, al ritirarsi degli invasori e con essi di molti collaborazionisti, crearono situazioni di doppio potere, nelle quali il popolo in armi era una delle autorità , essendo l'altra l'esercito alleato sotto la direzione degli USA e della Gran Bretagna; e in molte altre zone dove non ci fu il dualismo di poteri di fatto, proliferarono veri contropoteri popolari basati sulle guerriglie armate. La borghesia europea era molto esautorata e delegittimata di fronte al popolo lavoratore per il suo attivo collaborazionismo con nazisti e fascisti. Le occupazioni di fabbriche abbandonate dagli imprenditori fuggiti o nascosti erano costanti. Se non erano ormai date le condizioni obiettive e soggettive per una rivoluzione sociale, mancava poco.
37. Come è noto, i patti tra l'URSS e gli USA, più la socialdemocrazia e le chiese cristiane, salvarono un capitalismo europeo in agonia. Non distendiamoci in questa amara esperienza generale, se non per sollevare due questioni di base per il tema che stiamo discutendo: una, la deliberata distruzione della memoria collettiva europea di questi avvenimenti, e l'altra, simultaneamente, la generalizzazione di una ideologia interclassista, pacifista e parlamentarista all'estremo, che isieme a quanto già detto, creò una società europea amorfa, progressista nell'esteriorità ma conservatrice al suo intimo. Le grandi maggioranze parlamentari socialdemocratiche, laburiste, e di centro-sinistra, occultavano l'altra realtà che sarebbe apparsa più in là .
38. Gli eroici sacrifici della lotta guerrigliera, il massiccio collaborazionismo della borghesia con i nazisti, le situazioni di doppio potere e contropotere generate nel 1945, le occupazioni di fabbriche, l'applicazione della giustizia popolare contro i collaborazionisti, queste e molte altre cose furono messe a tacere e gettate nell'oblio mentre si disarmavano le guerriglie e si obbligavano i lavoratori ad accettare lo sfruttamento capitalista. Al loro posto si impose una mescola di amnesia sociale, silenzio mediatico, e sfacciata menzogna creata con i famosi "film ulla Resistenza" nei quali esplodevano treni e camion nazisti, ma che non spiegavano affatto cosa era accaduto.
39. Contemporaneamente, nel mezzo della cosiddetta "guerra fredda" e creando e manipolando il terrore sociale verso una guerra nucleare con l'URSS, tanto la sociologia quanto la teoria politica e giuridica borghesi, crearono il mito antimarxista del presunto "Stato del benessere" (?), occultando la sua natura classista e imperialista, occultando le eccezionali condizioni storiche che lo avevano propiziato, e occultando che in altre zone dell'"Europa democratica" esistevano selvagge dittature fasciste. I patti inteclassisti, l'opportunismo calcolatore della borghesia, la passività dell'URSS e la presenza onnopotente degli USA, garantirono "la pace, la democrazia e il profitto" nell'Europa capitalista.
40. Ebbe così inizio il declino pre-mortem di quelli che un tempo erano stati poderosi partiti comunisti che videro come la crisi della fine degli anni 60 e dell'inizio dei 70, generava un movimento di lotta che arrivò a sfiorare momenti rivoluzionari, e che li mise definitivamente fuori questione. La loro risposta fu quella classica degli anni 30: porsi al servizio del capitale, smobilitare gli operai che continuavano a credere a essi come a un'"avanguardia", e aiutare a reprimere i rivoluzionari, specialmente quelli che optarono per la lotta armata. Anni di parlamentarismo e accettazione incondizionale dell'ideologia pacifista borghese avevano disarmato teoricamente, politicamente e psicologicamente ampi settori della classe operaia che, dopo una partecipazione iniziale alle lotte e sotto le pressioni congiunte dei loro dirigenti e dei borghesi, si scoraggiarono, smobilizzarono, e furono incapaci di rispondere efficacemente all'offensiva capitalista, al neoliberismo, lanciata pochi anni dopo.
41. Va fatta una speciale menzione qui al Partito Comunista di Spagna, la cui base aveva lottato con eroismo encomiabile, soprattutto la guerriglia, e che fu poi abbandonata e tradita da una direzione politica decisa per il trionfo della manovra continuista del potere borghese, che abbandonò alcune forme del franchismo, quelle ormai inservibili, mantenne i suoi apparati fondamentali e ne creò di nuovi, tutti protetti dalla corona lasciata dal dittatore Franco. Una eclettica zuppa di argomenti socialdemocratici, eurocomunisti e stalinisti formava la "teoria" del PCE, che giustificava la collaborazione incondizionale con la "borghesia democratica" e con le forze repressive, battezzate come "lavoratori dell'ordine" (sic). 42. In questo modo, e per continuare con l'esempio europeo, una gran parte, quella maggioritaria, del movimento operaio con sicura coscienza di classe non solo fu abbandonata al suo destino nell'elaborazione teorica, ma fu inolttre pressata a che accettasse con più forza l'ideologia borghese parlamentarista e pacifista. Una simile debacle fu indirettamente rafforzata con la tesi delle sinistre tradizionali che non esistevano le condizioni né per la preparazione psicopolitica della militanza per ciò che riguardava la teoria marxista della violenza, né tanto meno per esercitare forme di autodifesa collettiva come parte minore della "violenza delle masse", tutto all'interno di un rigetto assoluto della "lotta armata individualista e piccolo borghese". Non sarebbe passato molto tempo prima che i resti della sinistra tradizionale, molto indeboliti, abbandonassero il concetto di "lotta armata" e accettassero quello ufficiale di "terrorismo", come si esigeva da parte della classe dominante.
43. Oltre ad altre ragioni di peso che aiutano molto a spiegare la sparizione del PCI, e la sparizione in pratica del PCF e del PCE, così come di molti altri "partiti di avanguardia", e che spiegano anche il rifiorire del neofascismo e del fascismo, dell'autoritarismo più reazionario grazie anche a decine di migliaia di voti ex comunisti delle cinture urbane rosse nel processo di deindustrializzazione post-fordista, oltre a queste ragioni, dobbiamo considerare l'effetto demolitore del parlamentarismo e del pacifismo borghese sulla assai precaria e debole base teorica, politica e psicologica dei settori più consapevoli o meno imborghesiti del movimento operaio e rivoluzionario.
44. Il movimento rivoluzionario poteva evitare di perdersi in questa autentica "Via morte" che lo condusse in buona misura alla stazione finale del capitalismo? Penso che si poteva evitarlo in misura maggiore o minore, o che almeno che si potesse sopravvivere alla sconfitta con migliori condizioni soggettive, di organizzazione, di coscienza e di capacità teorica, etc ...., sufficienti, una volta riattivate, a rispondere con molta più forza ed efficacia all'offensiva neoliberista. E' certo che non tutto è perduto, che il movimento operaio europeo ha resistito nella difensiva su molte questioni, anche se è innegabile che l'arretramento in materia di diritti e condizioni di lavoro è notevole. Ma non è questo il momento per mettersi a fare la storia con i se, di sommergerci in facili elucubrazioni ed entrare in analisi più dettagliate che esigono rigore metodologico.
45. La domanda è: potrà il nuovo movimento rivoluzionario che sta emergendo non commettere lo stesso errore strategico se non impara le lezioni apportate dalla teoria marxista dell'elemento militare? Penso di no, che tornerà a ripeterlo se non applica le lezionin teoriche apprese a costo di tante sconfitte, e anche grazie ad alcune vittorie. Una di queste lezioni consiste nello sviluppare una visione critica molto più piena dell'unità strutturale tra guerra e capitalismo, in tutti i sensi. Un'altra consiste nell'attualizzare la teoria marxista dello stato come centralizzatore strategico delle violenze borghesi in qualunque delle loro forme molteplici e interattive. Inoltre, si deve sviluppare la teoria delle tattiche, da quelle pacifiche e non violente fino all'autodifesa legale e istituzionale, passando per l'ampia gamma intermedia. Per ultimo occorre massificare l'etica della resistenza, del diritto/necessità della ribellione.
46. A questo punto, per concludere, l'ultima domanda è: che contributo portano le FARC-EP alla luce di tutto ciò? Fondamentalmente, tre cose: una, che di fronte alle più prevedibili realtà estreme di sfruttamento su scala planetaria che l'imperialismo sta sviluppando, è più importante che mai attualizzare la dialettica tra la componente ribelle inestinguibile disposta ai sacrifici più eroici, e la componente di ricerca di soluzioni democratiche mediante il dialogo e il negoziato tra le parti, ossia, la famosa dialettica rivoluzione/riforma, tra programma-minimo e programma
48. La dialettica riforma/rivoluzione, in nessun modo sostiene che il programma-massimo, la socializzazione della proprietà privata, l''estinzione dello stato, etc., garantisce automaticamente l'aspettativa della sua conquista pacifica. No. Sebbene dalla sua stessa origine il marxismo ha riconosciuto la possibilità e la volontà della transizione pacifica al comunismo, ha sempre subito aggiunto che questa possibilità era la più remota, la più labile e la più fugace di tutte, quasi impossibile di fatto, una rara e anormale singolarità storica, mentre la più probabile, quasi ineluttabile, è che la borghesia resista fino alla fine dei suoi giorni ricorrendo come sempre a tutte le violenze immaginabili e inimmaginibili. Pertanto, occorre essere preparati psicologicamente e materialmente per l'evenienza più dura, anche se si esplora la via negoziale, riformista e pacifica fino ad esaurimento. Le FARC-EP, da marxisti, sanno che quanto più efficace e potente è la preparazione per l'evenienza più dura, più possibilità si avranno di accorciare al minimo le situazioni di dolore e sofferenza, inevitabili in qualunque conflitto violento, purtroppo.
49. Questa lezione acquista importanza nell'attualità quando la borghesia ha necessità di portare il suo dominio nei recessi più reconditi dell'umano. La gente deve conoscere le dinamiche, le fluttuazioni e le dissociazioni possibili dalle lotte che inizieranno in difesa dei suoi diritti ogni giorno più conculcati. Occorre sapere come prepararsi in anticipo, sviluppare individualmente e collettivamente la prontezza mentale ad affrontare il peggio, apprendere da altre lotte per evitare gli errori, e occorre studiare la migliore o la meno peggiore e dolorosa delle soluzioni possibili. Non è possibile iniziare la resistenza dalla più supina ignoranza storica, e meno ancora dall'ideologia pacifista e parlamentarista borghese, che incatena mentalmente e materialmente le persone. Facendolo, ripeteranno gli errori del passato e torneranno a essere inghiottite nel buco nero del capitalismo. La continuità delle FARC-EP è, in questo senso, una preziosa lezione.
50. Terzo e ultimo, la tendenza al caos al quale ci spinge il capitalismo presume, tra molti altri disastri, anche quello dell'annichilimento delle culture, delle lingue e identità dei popoli - e dunque di essi stessi - che resistono - e noi resistiamo con loro - per non essere disintegrati come tali e quindi trasformati in semplice mercanzia a disposizione del profitto borghese. Le FARC-EP sono assai coscienti del pericolo reale che incombe sui popoli delle Americhe e dell'umanità intera. L'insistenza che esse e altre forze rivoluzionarie pongono a sintetizzare l'eredità del bolivarismo, del pensiero di Martà e di altri padri nobili, con il marxismo e il socialismo, questo compito ha un decisivo contenuto emancipatore, perché riunisce quanto c'è di buono, democratico, progressista e rivoluzionario nei popolo sfruttati al limite dell'estinzione.
51. Quando la cultura borghese si volge all'irrazionale, al misterico o all'esoterico, rinforzando il fondamentalismo cristiano e i suoi dogmi più oscurantisti e maschilisti, mentre la casta intellettuale rimane cieca, muta e sorda di fronte a questa sconfitta, o la appoggia in modo surrettizio o sfacciato; mentre la guerra, la fame, l'infermità e la catastrofe ecologica, i nuovi cavalieri dell'apocalisse, cavalcano per il mondo, la (ri)costruzione democratica delle culture popolari e il suo inserimento pratico nella lotta rivoluzionaria appare come una delle priorità urgenti addirittura all'interno del capitalismo imperialista, "centrico" o del "nord".
Nell'Unione Europea più di 25.000 immigrati vivono in centri di internamento in condizioni di vita peggiori di quelle delle carceri, ci dice uno studio recente.
Il Parlamento Europeo ha finanziato uno studio per conoscere meglio le condizioni nelle quali vivono gli immigrati nei più di 160 centri di detenzione del Vecchio Continente. Tuttavia, i risultati hanno avuto poca diffusione e per la direzione che la Commissione Europea ha preso verso l'approvazione della Direttiva di Ritorno degli immigrati, anche poca influenza.
La differenza di criteri in materia di immigrazione nei vari paesi europei aveva impedito che in principio si approvasse un testo che appare definitivo, a dispetto dell'opposizione di gruppi politici e ONG di diversi paesi che denunciavano la violazione di diritti fondamentali, che non si possono detenere persone come "presunti colpevoli" di diritti che non hanno commesso.
Preoccupano le situazioni "patogene" che i detenuti soffrono, particolarmente gli anziani, i bambini e le donne incinte. Nonostabte i 18 mesi fissati dalla Direttiva del Ritorno come tempo massimo di internamento nei centri per gli immigrati clandestini, il rapporto raccomanda di ridurre questo periodo ad un massimo di cinque o sei mesi. Il Regno Unito, l'Olanda, la Polonia, la Finlandia, Cipro, la Danimarca, la Lituania, l'Estonia e la Svezia non pongono nemmeno limiti a questo periodo di tempo.
Gli investigatori hanno trovato persone detenute da più di tre anni in Estonia e Cipro. In Italia ci sono persone che sono state detenute per otto anni di seguito.
Se il disbrigo delle pratiche in Francia dura 15 giorni, come spiegare detennzioni fino ad un anno e mezzo senza i diritti che vengono riconosciuti per i detenuti delle carceri, come nel caso delle visite? La vicepresidente del governo spagnolo ha classificato come xenofobe le proposte del governo italiano di considerare reato l'immigrazione clandestina, ma nel suo paese vivono migliaia di immigrati in detenzione permanente in cella, e con poche possibilità di avere l'ora d'aria.
In Spagna, i centri di Internamento per Stranieri sono gestiti dalla polizia. Il tempo massimo di internamento massimo è di 40 giorni, ma una volta fuori, si può tornare dentro e accumulare vari periodi di 40 giorni, come succede a vari immigrati.
La televisione pubblica spagnola trasmetteva alcuni giorni fa un programma che descriveva la situazione di molti immigrati costretti ad andar via dalle inondazioni, la fame, e la povertà dell'India e del Bangladesh. Con una grande mappa a fare da sfondo, uno dei Bengalesi intervistati indicava con un dito il suo viaggio fino al Marocco, dove visse la fase più dura del viaggio, mangiando solo ogni due giorni e senza potersi lavare. Giunto in Spagna a bordo di una scialuppa insieme ad altre dodici persone, vive ora in un centro di internamento di Algeciras.
Sebbene alcune ONG dedichino sforzi per insegnare loro lo spagnolo e lottino per migliorare le condizioni di vita di questi stranieri, un'operatrice sociale spiegava che, dopo aver trascorso mesi nei centri di internamento, molti immigrati sono condotti in auto senza previo avviso in aeroporto, dove un aereo li attende per deportarli. Se li deportano, si chiedeva, perché far perdere loro anni di vita?
Costituisce una mancanza di sensibilità e di memoria storica che gli immigrati vivano in condizioni carcerarie ma con meno protezione legale e meno possibilità di partecipare ad attività culturarali, di ricreazione o di reinserimento, e che il primo consiglio dei ministri del terzo governo di Silvio Berlusconi abbia deciso che si considerino reati l'immigrazione clandestina e la mendicità . Non c'è continente nel mondo che non abbia accolto gli immigrati europei che fuggivano dalla fame, dalla guerra, dalle persecuzioni religiose, e che cercavano di fare affari nel corso degli ultimi secoli.
Darebbe maggiori frutti perseguire le mafie che trafficano in esseri umani e dare impulso alla cooperazione, piuttosto che criminalizzare ed espellere i cittadini di uno stato membro dell'Unione Europea, come è il caso della Romania, creando un problema ad altri vicini della stessa Unione.
E' relativamente facile rispettare diritti e libertà in tempi di prosperità . Europa e Stati Uniti stanno fallendo la prova di riuscirci in tempi di difficoltà economica che, di sicuro, ricade più pesantemente sugli immigrati che forniscono manodopera negli alberghi, nell'edilizia e nel giardinaggio, a favore di quelli che vogliono espellerli.
Fonte: Alainet
Delle parole di Gianfranco Fini, che ha definito ieri il rogo di una bandiera d'Israele un atto peggiore di un assassinio compiuto da una banda neonazista, mi preoccupa una sola cosa: la serenità di spirito di chi, partecipando alla manifestazione di Torino, è stato investito da una simile oscenità , proferita da un'alta carica dello stato, con grande potenza mediatica e senza che nessuno, ma proprio nessuno, stavolta, invocherà il diritto al contraddittorio.
A queste persone voglio raccomandare di tener presenti due cose.
La prima è che Fini, questo Torquemada degli antisemiti, è stato il delfino politico di Giorgio Almirante, direttore durante il ventennio della rivista "La difesa della razza", edita proprio a ridosso della promulgazione delle leggi razziali. Poi ha cambiato parere sulla materia, e oggi è forse la personalità politica italiana più apprezzata dalla diplomazia israeliana. E questo ci dice cosa vale Gianfranco Fini e cosa vale Israele.
Secondo. Sentirsi dare degli antisemiti non è mai piacevole. Ma ricordatevi che esiste un'alta possibilità statistica che stanotte, nella West Bank, qualche camionetta di IDF è andata a fermarsi davanti ad una casa palestinese, la porta è stata buttata a terra, gli inquilini sono stati strappati dal sonno con urla e sottoposti ad abusi di ogni genere, secondo un copione del terrore scientificamente studiato dagli "esperti". I maschi adulti potrebbero essere stati deportati in Israele senza la possibilità di parlare con un avvocato e senza la possibilità di rivedere i propri cari per uno o due anni, in spregio alle Convenzioni di Ginevra. Se ai Palestinesi tocca sopportare questo, noi possiamo bene sopportare le miserie della politica italiana e dei suoi miserabili protagonisti.
Se ci facciamo intimidire da questo non possiamo essere di nessun aiuto ai Palestinesi.
Palestina libera!
In un dibattito online molto interessante sull'uribismo si è discusso l'imbarazzante tema dell'innegabile popolarità del presidente Alvaro Uribe, come risulta dai sondaggi bimestrali di Gallup-Colombia.
Si tratta di dati da prendere con le molle, sia perché l'indice di gradimento non esprime gli orientamenti di voto della popolazione, come risulta da dati forniti dall'entourage di Uribe stesso, sia perché Gallup-Colombia assegna una grande popolarità a personaggi che, a torto o a ragione, esprimono valori percepiti come antagonistici rispetto a Uribe (Ingrid Betancourt), sia infine per i sospetti che si possono avere sui metodi di campionamento di Gallup-Colombia, istituto assai vicino al regime. Chiarito che queste riserve non possono mettere comunque in dubbio che Uribe sia un personaggio molto popolare in Colombia, i dettagli della questione possono essere trovati tanto nel dibattito che segnalo che in diversi post di questo blog, e passo oltre.
Vorrei dire infatti qualche parola sul gioco di opposti schematismi che si innescano per esorcizzare verità imbarazzanti, come la popolarità dell'uribismo, e che si esprimono ora nella negazione dei dati di fatto (sondaggi taroccati, scarsa libertà di epressione degli intervistati, eccetera), ora nell'atteggiamento opposto che pretende sia deposto qualunque atteggiamento critico verso un fenomeno politico che ottiene "legittimazione democratica". Questo secondo atteggiamento trova una variante nel mantenere la critica solo alle elite politiche, astenendosi dal discutere le basi sociali del loro potere, sempre in forza della "legittimazione democratica".
Io credo che esista una chiave di lettura dell'uribismo per cui non dobbiamo né negare la realtà , né assumere un atteggiamento di accettazione senza resistenze: è sufficiente considerare l'uribismo una manifestazione peculiare di fascismo.
La difficoltà ad accettare un dato tanto evidente è il risultato dell'assimiliazione completa della dottrina forgiata dopo la seconda guerra mondiale, per scopi propagandistici, secondo cui la democrazia liberale ed il fascismo sono entità politiche ontologicamante diverse ed autoescludentesi. Se è possibile (ed è possibile) rintracciare nell'assetto istituzionale della Colombia le forme della costituzionalità liberaldemocratica, come accettare che il personaggio politico più popolare della nazione sia un fascista? Necessariamente, se ne conclude, Uribe, per quanto discutibile, non è un fascista.
Altra foschia concettuale deriva dalla sottile ed onnipervasiva demagogia del parlamentarismo liberale che consiste nel dire con toni da comiziante, e contro ogni verità storica, che la gente non vuole mai il fascismo, e quando questo nonostante tutto si impone è sempre grazie alla violenza e all'intimidazione.
Naturalmente sono tutte sciocchezze. Il carteggio Churchill-Mussolini negli anni 30 dimostra quanto fosse radicata nell'Europa d'allora la nozione che democrazia liberale e fascismo fossero espressione dello stesso dominio adattato a climi diversi, anche se la storiografia post-bellica di regime farà credere che tale tesi fosse sostenuta solo dalla Terza Internazionale
E soprattutto come sostenere che il falangismo spagnolo - per non parlare sempre di Hitler e Mussolini - non avesse un enorme e convinto seguito di massa, con tanto di benedizione ecclesiastica? Dopo di che, che succede? Che morto Franco la Spagna avvia una mutazione genetica, e cessando di colpo di essere ciò che era prima, diventa qualcosa di completamente diverso? Che ciò che si poteva dire prima della società spagnola non lo si può più dire dopo il 1976, dato che il paese riceve l'unzione rigenerante del passaggio alla democrazia?
Una delle cose più riuscite del ciclo di romanzi del personaggio Pepe Carvalho, di Manuel Vazquez Montalban, è lo sfondo di una Barcellona vitale e dinamica, eppure una Barcellona in cui il sottile mantello della nuova democrazia copre appena la Spagna di sempre, grazie all'opportunismo di una classe dirigente che capisce come i suoi interessi possono essere serviti assai meglio dalla "democrazia", che non dall'autoritarismo franchista. Ma entra in una stazione della Guardia Civil, e vedi se le cose ora sono diverse...
Il personaggio più tragicamente riuscito del ciclo, è a mio avviso il franchista Bromuro, risolutamente estraneo alla nuova democrazia e perennemente nostalgico del suo passato di legionario in Marocco. L'antifascista ed ex perseguitato politico Vazquez Montalban lo dipinge con i tratti di una simpatia, un'integrità ed un'umanità che lo pongono molti gradini al di sopra degli scribi della neo-democrazia spagnola, a partire dalle truppe d'assalto del PSOE di Felipe Gonzalez. E Bromuro, che con Franco aveva trovato una dignità e un senso alla sua esistenza, muore nell'emarginazione e nella miseria nera di una scintillante e "democratica" Barcellona.
Potete trovare un indizio più eloquente della continuità franchista in Spagna dell'insolente ossequio che José MarÃa Aznar rivolge ad ogni potere costituito, politico ed economico, nazionale ed internazionale? L'episodio più rivelatore di questa insolenza vede come protagonista non Aznar stesso, ma il re Filippo di Borbone, che in un recente vertice iberoamericano interrompe in modo villano con le parole "¿Porque no te callas?" ("Perché non taci?") il presidente del Venezuela Hugo Chávez, che aveva osato ricordare il provato coinvolgimento di Aznar nel fallito golpe del 2002.
E la Colombia? Dobbiamo avere più riguardi per la Colombia che per la Spagna? Anche se Uribe è un perfetto equivalente creolo dei valori in cui crede José MarÃa Aznar?
Vi sono fondati motivi per ritenere che l'uribismo e la parapolitica colombiana abbiano aspetti di brutalità e vantino un bilancio di vittime civili che si lasciano dietro persino il pinochettismo. Ma Pinochet era a capo di una dittatura militare, e quindi possiamo disinvoltamente usare con lui l'epiteto di macellaio fascista, mentre Uribe è a capo di una democrazia, e per non offendere quelli che l'hanno votato (senza essere stati corrotti o intimiditi), non possiamo chiamarlo fascista. E' assurdo! Non ci si rende conto che così le parole hanno perso ogni significato?
E se anche si volesse limitare l'espressione "fascista" solo a regimi che presentano determinate strutture istituzionali (non "democratiche"), non è forse evidente che dobbiamo coniare termini nuovi, che rendano conto della continuità nelle forme di gestione del potere, sotto la diversità delle forme costituzionali?
Proprio in relazione ad Uribe ho sentito usare il termine demo-fascista, anche se non sono sicuro che sia stato coniato ad hoc. L'espressione mi sembra perfetta. Perché non cominciare ad esaminare con la lente del demo-fascismo tutto ciò che ci viene venduto come democrazia?
La morte del partigiano garibaldino Padoan ha dato la stura ad alcuni servizi giornalistici e televisivi falsificatori e di pessimo gusto. In questi servizi che non esito a definire privi di qualsiasi onestà e professionalità , si cancellano i fatti e i contesti storici mentre si travisano le poche informazioni che rimangono.
Anche oggi la quotidiana dose di manipolazione ideologica ad uso e consumo degli USA e dei loro sostenitori europei, “fari di civiltà †e…. mistificazione. Non potevo quasi crederci: a corto di argomenti su cui speculare, gli "accortissimi" media occidentali hanno (ri)scoperto i Hmong. I sopravissuti guerriglieri Hmong (Meo), al soldo degli americani durante la guerra di liberazione laotiana, fatti passare, dopo aver combattuto contro il loro paese, per delle povere vittime. Reti Rai, pagate col canone dei cittadini, in perfetto stile “imperialista occidentaleâ€, altro che “Rai rossaâ€.
La storia antifascista è quella di Josip Tomazic, nato a Trieste il 20 marzo del 1915 in una famiglia della borghesia slovena. Dopo aver vissuto il duro periodo della snazionalizzazione, della distruzione di tutte le espressioni culturali, politiche ed economiche degli sloveni e dei croati di Trieste, ad opera del fascismo, egli si avvicina alla militanza comunista. Nel periodo fascista, sebbene in clandestinità , nella Venezia Giulia i comunisti e le organizzazioni irredentiste slave di destra o di sinistra (dalla “T.I.G.R.†alla “Borba†dipendente dalla prima) sono gli unici ad opporsi ed esporsi (con pochi e disperati mezzi) al fascismo. E’ naturale, quindi, che un giovane umiliato dal regime trovi in quella direzione le risposte ai propri problemi. Egli un diviene comunista al tempo ste