Acthung Banditen

di Gianluca Bifolchi

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Le traduzioni pubblicate sul blog sono a disposizione di chiunque voglia ripubblicarle altrove, a patto di riportare nome del traduttore e link. Gli eventuali commenti aggiunti da Gianluca Bifolchi possono essere omessi.

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venerdì, 22 agosto 2008

L'ambiguo discorso dei diritti umani

Per gli amanti dell'argomento "due pesi due misure" segnalo una ghiotta occasione di intervento. Ieri, nella stessa giornata in cui il Dalai Lama rettificava la sua precedente affermazione su una strage di tibetani compiuta proprio in questi giorni dalle forze di sicurezza cinesi, precisando di non poter garantire se i morti fossero 144, o 54, o 4 o nessuno, e cambiando subito argomento per riprendere il tema della colonizzazione Han nel suo paese, il Consiglio Legislativo Palestinese, (CLP), cioè il parlamento democraticamente eletto dell'Autorità Nazionale Palestinese, approvava una risoluzione che condiziona ulteriori negoziati con Israele allo stop alla giudaizzazione di Gerusalemme, cioè della politica intrapresa da qualche anno di marginalizzare e precarizzare la presenza cristiana e musulmana nella città santa a favore di quella ebraica. Dato che ancora stamattina, in uno dei primi notiziari della giornata, il TG1 di Riotta riprendeva le parole del Dalai Lama (col solito contorno di immagini di scontri riprese a Kathmandu, in Nepal, come ci hanno ormai abituato le simpatiche canaglie della disinformazione che si occupano di questo argomento), mentre  della decisione del CLP non si diceva niente, cedo volentieri l'argomento a chi vuole ancora dire qualcosa sul motivo "Perché questi sì e quelli no? Perché la colonizzazione Han in Tibet sarebbe peggio di quella ebraica in Palestina?"
 
Per parte mia, mi chiedo se alla milionesima volta che si solleva l'argomento - con zero risultati - non sarebbe ora di svegliarsi, e rendersi conto del problema fondamentale che sta a monte di queste fruste e inutili denunce:  per i più deboli, questa faccenda dei diritti umani è un pessimo affare. Hanno tutto da rimetterci a schermarsi dietro di essi. Per funzionare occorrerebbe che i governi fossero meno cinici di quello che hanno storicamente dimostrato di essere. E per mettere loro le briglie occorrerebbe fidare in un'opinione pubblica che in realtà è neutralizzata dalla disinformazione della stampa, che dai tempi di Gutemberg ha fornito prove abbondanti di essere solo una parte dell'apparato propagandistico-militare dello stato. Senza dire che non è chiarissimo perché l'opinione pubblica dovrebbe essere meglio dei governi per cui ha votato...
 
La cosa non sarebbe ancora troppo male se l'abuso della retorica dei diritti umani fosse confinata a governi potenti e arroganti e  ai mercenari della penna al loro servizio. Il guaio è che la criminalizzazione sotto la specie del terrorismo - condotta con mezzi formidabili - di ogni movimento di resistenza e ribellione all'oppressione, ha finito per rendere terribilmente attraente il terreno dei diritti umani, anche per coloro che sarebbero alleati di quei movimenti. Il fatto è che parlare di diritti umani ha il sottile fascino della spoliticizzazione dei conflitti, e inocula l'illusione che la soluzione si troverà nelle carte bollate, attraverso un processo che eleva le liti e le controversie dai tribunali civili e penali della nazione alle organizzazioni internazionali formalmente incaricate di "fare giustizia". Negare l'esistenza di conflitti e di situazioni di deliberata oppressione per spiegare le cose con l'incomprensione e la necessità di dialogo, o le temporanee amnesie dei diritti umani da parte di chi li viola, rende la vita più facile a chi in quei conflitti non vive, ma ha deciso per ragioni sue di prendere la parola su essi.
 
Intendiamoci, quando si può fare poco, bisognerebbe almeno fare quello. Non c'è niente di intrinsecamente sbagliato nelle denunce di violazioni di diritti umani, anzi. Il problema sorge quando non ci si accorge - o non ci si vuole accorgere, per non perdere inconfessabili tornaconti di immagine o addirittura di finanziamenti, come accade con le ONG - che l'interpretazione in chiave esclusiva di tutela di diritti umani di vecchi e complicati conflitti ha una funzione oppiacea, che ottunde la comprensione delle cause, e offusca le ragioni per cui così spesso la denuncia delle violazioni stesse resta lettera morta.
 
La pretesa di terzietà del difensore dei diritti umani - e non contemplo qui parodie come Reporters Sans Frontiers, o tutte le varie entità pagate dalla NED o da George Soros  - è qualcosa di ambiguo su cui è ora di aprire gli occhi. Nei casi più onorevoli spirito di sacrificio, onestà, passione, vanno rispettati, come vanno rispettati e valorizzati i risultati concreti che occasionalmente conseguono. Chi sta seguendo la campagna di B'Tselem che diffonde video girati da palestinesi sui quotidiani soprusi che soffrono alle mani dei coloni israeliani nei Territori Occupati non snobba davvero questi sforzi, ed è anzi grato a chi li compie. Ma per questa via si finisce per vedere i palestinesi come una specie da proteggere, i panda del Medio Oriente, e non come un popolo oppresso che va sostenuto nella sua lunga lotta per la libertà.
 
Ammettiamolo, la frase "credo nei diritti umani" è spesso il motto del filisteo, il rifugio del disertore intellettuale, la carta di identità del carrierista opportunista, del borghesuccio troppo meschino per concepire un'autentica passione politica. Questo è un fatto. Ma se i diritti umani sono uno strumento così agevole di impostura, è ora di rivedere quanto spazio è stato concesso alla retorica che li concerne nel linguaggio politico della vera opposizione.
postato da: LookingBackward alle ore 11:15 | link | commenti (2)
categorie: palestina, diritti umani, resistenza, tibet
lunedì, 04 agosto 2008

Private

L'insonnia da afa estiva è benvenuta se porta come bonus l'imprevista e non programmata visione a notte fonda, sulla Rete 3, di Private, lo stupendo lungometraggio del 2004 di Saverio Costanzo sul conflitto israelo-palestinese. L'ora era abbastanza indicata per suscitare il minimo di attriti da mettere in conto quando si raccontano verità scomode.

La storia è quasi tutta contenuta negli interni della casa di Mohammed (interpretato da uno strepitoso Mohammed Bakri, attore, regista e produttore arabo-israeliano), situata nei "territori", in cui irrompe un giorno una pattuglia dell'esercito israeliano che si installa al piano superiore, lasciando il pian terreno alla famiglia palestinese di sette persone, che a notte viene rinchiusa tutta in una sola stanza, senza neanche la possibilità di usufruire del bagno.

Il motore dell'intreccio è nel contrasto tra la brutalità e l'arroganza dei soldati israeliani, che nascondono dietro le ragioni di servizio il proposito neanche troppo velato di esasperare la famiglia e costringerla ad abbandonare la casa, e la dignitosa resistenza non violenta di Mohammed, ben deciso a non raccogliere provocazioni, e a vivere giorno dopo giorno nello sforzo di conservare il suo diritto a stare nella sua casa e sulla sua terra.

Ma in Palestina niente è facile, e Mohammed, nel suo disgusto per la violenza, deve dividere le proprie energie morali tra la fatica di attutire il peso delle angherie fatte alla sua famiglia, e la riottosità dei due figli maggiori: una ragazza che ha un pericoloso ed ambivalente atteggiamento di sfida sprezzante e umana curiosità verso i soldati; e un taciturno e introverso ragazzo affascinanto dal simbolismo di Hamas, che lo porterà ad ordire un tragico epilogo, solo suggerito dall'intreccio.

Ciò che rende contundente il film di Costanzo, è che la dimensione "domestica" del racconto opera uno scomodo rovesciamento dei presupposti rispetto all'immaginario solito che la nostra informazione coltiva nel binomio barbaro/civilizzato. I soldati berciano ordini, brandiscono armi, puntano pistole alla tempia di civili inermi, sono indifferenti alla paura che suscitano nei bambini; la casa di Mohammed è invece una bella casa, piena di libri, in cui si dà un grande valore all'istruzione, e si capisce che la sua simpatica famiglia ci vivrebbe come in Paradiso, se non fosse per l'occupazione militare.

Una abilissima demistificazione che fa capire qual è il vero universo morale in cui si collocano le Fiamma Nirenstein, i Valentino Parlato e i Furio Colombo di ogni latitudine, quali che siano i pulpiti da cui parlano fuori dalla Palestina.

postato da: LookingBackward alle ore 10:07 | link | commenti (1)
categorie: palestina, israele, medio oriente
lunedì, 21 luglio 2008

Piccoli nazisti crescono

Visto che ci sono poche possibilità che vedrete nei nostri notiziari questo video, appena rilasciato dall'organizzazione dei diritti umani israeliana B'Tselem, è bene che gli diate un'occhiata.

C'è un soldato israeliano che spara a sangue freddo una pallottola rivestita di gomma contro un palestinese bendato e ammanettato. Le immagini sono riprese da una quattordicenne palestinese presente alla scena.

postato da: LookingBackward alle ore 12:46 | link | commenti (1)
categorie: palestina, israele, medio oriente
sabato, 21 giugno 2008

Video di B'Tselem

Se un'immagine vale cento parole, un'immagine animata col sonoro vale un milione di parole. Penso davvero che dovreste vedere questi video di B'Tselem, l'organizzazione israeliana dei diritti umani. E' difficile documentare la realtà dell'occupazione della Palestina più eloquentemente di così. Difficilmente hanno mostrato qualcosa del genere al Salone del Libro di Torino di quest'anno.

Declino la responsabilità per il travaso di bile che prevedibilmente queste immagini vi daranno. Se costruite un razzo Qassam non voglio saperne niente. Sono fatti vostri.

postato da: LookingBackward alle ore 12:42 | link | commenti (1)
categorie: palestina, israele, medio oriente, razzismo
giovedì, 19 giugno 2008

Delegazione dell'Associazione Giuristi Democratici in Palestina: il report.

[Ricevo sulla mia posta elettronica e ripubblico. Desidero solo aggiungere che la cooperazione tra Israele e l'Unione Europea non è mai stata avanzata come oggi, e la tendenza è a stringere ulteriormente i legami. Qualche tentativo in passato di imporre criteri di condizionalità, e cioè di subordinare i rapporti con Israele al rispetto dei diritti umani da parte di quest'ultimo, in base a documenti di denuncia di quanto accade nei Territori Occupati emessi dalla stessa Unione Europea, sono stati abbandonati in maniera pressoché completa -- Gianluca Bifolchi]

 

Delegazione dell'Associazione Giuristi Democratici in Palestina: il report.

19-06-2008 Cisgiordania-Gaza

Dal 3 all'11 Giugno 2008, una delegazione composta da avvocati e magistrati, organizzata dai Giuristi Democratici in collaborazione con la campagna Freedom Now promossa dall'Arci Toscana (volta alla liberazione di tutti i detenuti minori palestinesi), si è recata in Palestina per uno studio sulle condizioni dei palestinesi minorenni detenuti nelle carceri israeliane.

Il 6 Giugno la delegazione ha partecipato alla terza conferenza internazionale di Bil'in Terza Conferenza Annuale (4-6 giugno) organizzata dal Comitato popolare e di resistenza nonviolenta di Bil'in, vicino Ramallah, a cui hanno preso parte la Vice Presidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, contro il Muro di separazione che ha separato la popolazione dalle terre coltivabili.http://www.dci-pal.org/

La manifestazione si svolge tutti i venerdì ed è tradizionalmente pacifica; gli abitanti hanno anche vinto un ricorso alla Corte Suprema israeliana che ha dichiarato l'illegittimità del tracciato del Muro, che deve essere rimosso, ma la sentenza non è stata eseguita così la popolazione continua la sua protesta.

Quando il nostro corteo ha raggiunto la rete di separazione, senza preavviso ed in assenza di provocazioni, i soldati hanno sparato una raffica di lacrimogeni ad altezza d'uomo, uno dei quali ha colpito il magistrato Giulio Toscano a pochi centimetri dall'occhio.

La nostra delegazione ha incontrato gli avvocati della sezione palestinese di Defence For Children International nelle loro sedi di Ramallah, Hebron e Betlemme, il Ministro per i detenuti palestinesi, oltre a altre associazioni, sia israeliane che palestinesi (Hamoked, Ichad, Al Haq, l'Hebron Riabilitiation Center, l'associazione Free Marwan Barghoutih,), che si occupano a vario titolo delle discriminazioni perpetrate dallo stato di Israele ai danni della popolazione palestinese nei territori occupati. Importanti anche gli incontri con ex detenuti minorenni, che hanno testimoniato gli abusi e le violenze subite nelle carceri israeliane.

Dall'inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000, sono stati arrestati più di 7000 minori, ed attualmente ve ne sono oltre 300 detenuti nelle carceri israeliane. Uno degli Ordini Militari israeliani che disciplinano ogni aspetto della vita nei Territori Occupati, stabilisce che i palestinesi diventano maggiorenni a 16 anni di età, in spregio alla Convenzione internazionale sui Diritti dei Fanciulli, ratificata anche da Israele, ed al fatto che, viceversa, gli israeliani (risiedano essi in Israele o nelle colonie dei Territori), raggiungono la maggiore età a 18 anni.

Per i minori palestinesi non esistono norme di procedura speciali, né un codice penale minorile, né speciali centri di detenzione, né personale specializzato nel trattamento dei minorenni.

L'arresto, l'interrogatorio, il processo, la detenzione dei minori non si differenziano per nulla rispetto ai maggiorenni; l'unica differenza consiste nella misura della pena, ma incredibilmente l'età dell'imputato è valutata con riferimento al momento della condanna, e non della commissione del reato.

I minori vengono tenuti nelle stesse celle in promiscuità con gli adulti.

Tutte le carceri per palestinesi sono site nel territorio israeliano, così come i Tribunali Militari, in violazione della IV Convenzione di Ginevra (ratificata da Israele), che vieta la deportazione della popolazione residente nel territorio occupato all'interno dello stato occupante.

La nostra delegazione ha assistito ad alcuni processi celebrati nel carcere militare di Ofer. I minori vengono portati in udienza a gruppi di due, con mani e piedi incatenati; durante l'udienza vengono tolte solo le manette ai polsi. Il processo si svolge davanti a una corte marziale composta solo da militari, e in lingua ebraica, con l'ausilio di un interprete che traduce solo una parte ridotta di quanto viene detto in udienza.

Le udienze durano circa 10 minuti per ogni imputato, e vengono continuamente introdotti altri imputati, che si avvicendano velocemente.

All'udienza possono assistere i parenti, ma è loro vietato avvicinarsi ai detenuti. Una guardia li fa sistematicamente sedere nei posti più lontani, in ultima fila.

Gli avvocati palestinesi devono conoscere la lingua ebraica e richiedere alle autorità il permesso per entrare in territorio israeliano per incontrare i clienti e partecipare ai processi; altrettanto devono fare i parenti dei detenuti; per ottenere un permesso ci vogliono spesso parecchi mesi, e sovente viene negato. Ai parenti di età compresa tra i 16 ed i 35 anni, è vietato ogni visita ai detenuti.

Ai genitori arrestati, in occasione delle visite di figli molto piccoli, è vietato anche di abbracciarli.

I detenuti della Striscia di Gaza stanno ancora peggio, in quanto da più di un anno è preclusa la visita di congiunti.

Nelle carceri le condizioni igienico-sanitarie sono disastrose, è negato l'accesso a trattamenti sanitari adeguati, così come del tutto inadeguata è la possibilità per i minori detenuti di proseguire gli studi e godere di una qualsivoglia istruzione (una media di due ore la settimana di lezione, quando ci sono, senza alcuna distinzione per classi e per età).

Il 50% delle condanne nei confronti dei minori è relativa al lancio di sassi, punito con pene fino a 10 anni di reclusione e che costituisce di per sé un crimine anche qualora questi sassi non colpiscano né persone nei veicoli ma siano semplicemente indirizzati verso "infrastrutture" di sicurezza, come ad esempio il muro di separazione, Per i reati per i quali è prevista una pena massima inferiore a 10 anni, non è prevista nemmeno la necessità dell'assistenza di un difensore.

Alcuni testimoni:

Abbiamo incontrato un ragazzo di 14 anni, prelevato da uomini in borghese presso la propria abitazione alle 4 di notte, spruzzato con il gas sulla faccia, colpito più volte anche quando era in terra, e durante gli interrogatori, costretto a firmare una confessione in ebraico, lingua a lui sconosciuta (come la gran parte degli arrestati); è stato condannato a 4 mesi e mezzo di reclusione per aver lanciato un sasso nella direzione del Muro, senza neppure colpirlo.

Durante la detenzione gli è stato consentito di vedere i genitori solo per due volte.

Ad Hebron abbiamo incontrato i bambini di una famiglia, composta da sei fratelli, tutti minorenni, la più piccola dei quali di soli 4 anni, i cui genitori da oltre tre anni sono entrambi trattenuti in detenzione amministrativa (detenzione che viene disposta per motivi di "sicurezza" per la durata massima di sei mesi prorogabili per un numero indefinito di volte e senza necessità di contestare all'imputato alcuna incriminazione). Questi sei fratellini vivono soli con la nonna materna, e hanno visto i genitori pochissime volte.

Vivono con un sussidio dell'ANP di 300 euro mensili, ed hanno smesso di andare a scuola. Israele ha offerto alla sola madre la possibilità di riacquistare la libertà a condizione che accetti di trasferirsi per sempre in Giordania.

Il quadro offerto alla delegazione di giuristi è estremamente angosciante.

La politica di Israele è volta a stroncare le nuove generazioni di palestinesi, procedendo ad arresti di massa di bambini dai 13 anni in su, trattenuti anche a più riprese per anni nelle carceri israeliane, privi di istruzione e di adeguate cure, destinati a crescere in carceri in cattive condizioni fisiche, di salute e culturali, e, molto probabilmente, marchiati per sempre da un desiderio di vendetta nei confronti degli israeliani.

"You welcome", ci ripetevano in continuazione questi ragazzi, mentre ci raccontavano le loro storie; col nodo in gola, a volte, era difficile fare delle domande.

 

Giugno 2008, Delegazione Giuristi Democratici

www.bilin-village.org/
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categorie: palestina, israele, medio oriente
sabato, 07 giugno 2008

Obama cambia la sua posizione su Gerusalemme

[Traduco dall'inglese questo articolo da Middle East Online che illustra eloquentemente il tipo di acrobazie che ogni politico americano deve compiere quando entra in contatto con AIPAC, e al tempo stesso vuole continuare a dare l'illusione di avere un pensiero indipendente sul conflitto israelo-palestinese. Dedicato a tutti gli ammiratori di Barack Obama -- Gianluca Bifolchi]

Obama cambia la sua posizione su Gerusalemme

6 Giugno 2008


Una rettifica della precente posizione


WASHINGTON - Il candidato presidenziale democratico Barack Obama ha corretto la sua dichiarazione di appoggio a Israele di giovedì, dicendo che Palestinesi e Israeliani devono negoziare il futuro della città santa.

I dirigenti palestinesi avevano reagito con rabbia e spaesamento mercoledì alle parole di Obama secondo cui Israele dovrebbe essere la indivisa capitale di Israele.

"Beh, ovviamente tocca alle parti interessate negoziare l'insieme di queste faccende, e Gerusalemme sarà parte di questi negoziati", ha detto Obama alla CNN rispondendo alla domanda se i Palestinesi potranno in futuro fare rivendicazioni sulla città.

Richiesto se è contrario ad ogni divisione di Gerusalemme, Obama ha detto: "Da un punto di vista pratico, sarebbe una cosa molto difficile da eseguire. Penso che sia saggio da parte nostra lavorare ad un sistema in cui ognuno abbia accesso agli straordinari siti religiosi della vecchia Gerusalemme, ma con Israele che ha diritto all'intera città".

A Washington, mercoledì, Obama aveva detto al Comitato per i Pubblici Affari Americano-israeliani (AIPAC), una lobby pro-Israele, che se venisse eletto presidente a Novembre, lavorerebbe per la pace con uno stato palestinese a fianco di Israele.

"Gerusalemme rimarrà la capitale di Israele, e deve rimanere indivisa", aveva detto ai membri della lobby.

Gli Stati Uniti, l'Unione Europea, e il resto della comunità internazionale non considerano Gerusalemme come la capitale d'Israele - gli USA e gli altri stati hanno le loro ambasciate a Tel Aviv - e non riconoscono l'annessione di Gerusalemme Est da parte di Israele, a seguito della sua occupazione nella guerra medorientale del 1967.

Sebbene il Congresso USA ha approvato nel 1995 una legge che, da un punto di vista americano, dice che Gerusalemme è la capitale di Israele e che l'ambasciata dovrebbe essere trasferita lì, i vari presidenti che si sono succeduti hanno sempre rifiutato di muovere l'ambasciata.

L'occupazione israeliana di Gerusalemme è illegale da un punto di vista di diritto internazionale.

Il presidente uscente, George W. Bush, ha patrocinato negoziati di pace tra Israele e i Palestinesi nella speranza di arrivare ad un accordo sullo stato palestinese prima che lasci la carica in Gennaio.

Una delle questioni più spinose è la risoluzione delle contraposte rivendicazioni israeliane e palestinesi sul futuro di Gerusalemme.

Fonte: Middle East Online

postato da: LookingBackward alle ore 05:30 | link | commenti
categorie: palestina, usa , israele, medio oriente
giovedì, 29 maggio 2008

Tutu: 'distrutto' dalle storie dei superstiti palestinesi

[Dopo la popolarità planetaria acquisita negli anni di lotta all'apartheid - che gli valsero un Premio Nobel per la pace - l'arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu è caduto in una zona d'ombra e i media non si occupano più di lui. Non perché la sua attività umanitaria e la sua lotta per i diritti umani sia declinata, al contrario. Ma perché ha deciso di occuparsi di ciò che Israele sta facendo al popolo palestinese.
Dunque sta pagando le prevedibili conseguenze del suo coraggio e della sua integrità.
Nel mio piccolo, apporto un minuscolo contributo di informazione sul suo lavoro, e segnalo questo breve articolo da Middle East Online che traduco dall'inglese -- Gianluca Bifolchi]


Tutu: è una cosa che non augureresti neanche al tuo peggior nemico

Tutu: 'distrutto' dalle storie dei superstiti palestinesi

Squadra delle Nazioni Unite incontra i sopravvissuti al bombardamento del 2006 che uccise 19 Palestinesi a Gaza

GAZA - Osservatori delle Nazioni Unite sui diritti umani guidati da Desmond Tutu mercoledì hanno incontrato i sopravvissuti ad un bombardamento israeliano del 2006 che uccise 19 civili palestinesi a Gaza, suggerendo al prelato Sudafricano che il gruppo si sentiva "distrutto" da ciò che aveva appreso.

La squadra delle Nazioni Unite si è recata nella città di Beit Hanun, nel nord di Gaza, dove i residenti hanno raccontato del cannoneggiamento israeliano nella notte dell'8 Novembre 2006, che uccise i civili - compreso cinque donne ed otto bambini - nelle loro case.

"Ero qui con mio figlio. Stavo tenendo la sua mano quando è morto. Immaginate una madre che tiene in mano gli intestini di suo figlio", dice Tahini al-Assamna tra le lacrime, descrivendo l'attacco.

Lei ha accompagnato Tutu e il suo gruppo in una visita ad una casa a tre piani che ha ancora un buco nel soffitto provocato dal fuoco dell'artiglieria. Ha anche perso tre cognati nell'attacco.

Tutu ha commentato che lo scopo della visita era la raccolta di informazioni per la stesura di un rapporto per la commissione ONU sui diritti umani, "ma vogliamo dire di sentirci distrutti".

"E' qualcosa che non augureresti al tuo peggior nemico", ha aggiunto l'arcivescovo anglicano in pensione di Cape Town.

A Febbraio l'esercito israeliano ha annunciato che non ci sarebbero state incriminazioni contro i soldati autori dell'attacco.

Dopo un'inchiesta interna, Israele ha concluso che il bombardamento delle abitazioni civili era "un raro e grave errore tecnico del sistema radar dell'artiglieria".

La commissione ONU sui diritti umani aveva deciso di inviare una delegazione a Gaza per investigare sulle uccisioni nel 206, ma Israele aveva rifiutato di concedere i visti.

Tutu e il suo gruppo hanno aggirato le restrizioni israeliane entrando nel territorio palestinese martedì attraverso il valico con l'Egitto, che era stato aperto occasionalmente per loro,

Fonte: Middle East Online

postato da: LookingBackward alle ore 05:13 | link | commenti
categorie: palestina, israele, medio oriente, apartheid
sabato, 24 maggio 2008

nakba e apartheid

[ A dire che un documento è "storico" si rischia inevitabilmente di sembrare retorici. Ma questa dichiarazione che segue - e che traduco dall'inglese - rende impossibile non tanto che d'ora in poi qualcuno continui a respingere l'accostamento tra Israele e l'apartheid sudafricano, ma che chi lo faccia non dia l'impressione - alla gente obiettiva e informata - di arrampicarsi sugli specchi -- Gianluca Bifolchi ]

Noi abbiamo combattuto l'apartheid;
Non vediamo ragione
per celebrarlo ora in Israele.


Noi Sudafricani che abbiamo affrontato la potenza dell'ingiusto e brutale meccanismo dell'apartheid in Sudafrica, e lo abbiamo combattuto con tutte le nostre forze, per poter vivere in una vera democrazia, rifiutiamo oggi di celebrare l'esistenza di uno stato apartheid in Medio Oriente. Mentre Israele e i suoi difensori nel mondo proclameranno con pompa cerimoniosa il sessantaseiesimo anniversario della nascita dello stato d'Israele questo mese, noi che abbiamo vissuto e combattuto contro l'oppressione e il colonialismo vogliamo ricordare i sei decenni di catastrofe del popolo palestinese. Sessant'anni fa 750.000 Palestinesi furono brutalmente cacciati dalla loro terra, soffrendo persecuzione, massacri, e tortura. Essi e i loro discendenti rimangono rifugiati. Non c'è ragione di fare festa.

Quando pensiamo al massacro di Sharpeville del 1960, ci ricordiamo anche del massacro di Deyr Yassin del 1948.

Quando pensiamo alla politica dei bantustan in Sudafrica, ci ricordiamo anche della bantustanizzazione che gli Israeliani compiono in Palestina.

Quando pensiamo ai nostri eroi che languivano a Robben Island o altrove, ci ricordiamo degli 11.000 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane.

Quando pensiamo al massiccio furto di terra perpetrato contro il popolo del Sudafrica, ci ricordiamo anche che il furto di terra palestinese continua attraverso la costruzione degli insediamenti israeliani e del Muro dell'Apartheid.

Quando pensiamo alla Legge sulle Aree di Gruppo ed altre tali leggi del sistema di apartheid, ci ricordiamo che il 93% di terra in Israele è riservata ai soli Ebrei.

Quando pensiamo alla gente di colore sistematicamente espropriata in Sudafrica, ci ricordiamo che Israele usa l'esproprio etnico e razziale per colpire al cuore la vita palestinese.

Quando pensiamo alle unità SADF e a come perseguitavano la nostra gente, ci ricordiamo che attacchi di carri armati, di caccia a reazione, e di elicotteri da combattimento sono l'esperienza quotidiana dei Palestinesi che vivono nei Territori Occupati.

Quando pensiamo agli attacchi delle SADF contro le nazioni vicine, ricordiamo che Israele destabilizza deliberatamente la regione mediorientale, e minaccia la pace e la sicurezza internazionale, anche con le sue centinaia di testate nucleari.

Noi che abbiamo conbattuto contro l'aparthied e che abbiamo giurato di non permettere il suo ripetersi non possiamo permettere che Israele continui a perpetrare l'apartheid, il colonialismo e l'occupazione contro il popolo originario della Palestina.

Osiamo dire che a Israele non deve essere permesso di continuare a violare il diritto internazionale impunemente.

Non staremo in silenzio mentre il bianco Israele continua ad affamare e a bombardare la gente di Gaza.

Noi che abbiamo combattuto per tutta la vita perché il Sudafrica fosse uno stato per tutto il suo popolo esigiamo che a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno alle case dalle quali furono espulsi.
L'apartheid è stata una forma di rozza violazione dei diritti umani. E' stato così in Sudafrica ed è così con la persecuzione israeliana dei Palestinesi!



Ronnie Kasrils, Minister of Intelligence / End Occupation Campaign
Blade Nzimande, General Secretary, South African Communist Party
Zwelinzima Vavi, General Secretary, Congress of South African Trade Unions
Ahmed Kathrada, former Robben Island prisoner
Eddie Makue, General Secretary, South African Council of Churches
Makoma Lekalakala, Social Movements Indaba
Dale McKinley, Anti-Privatisation Forum
Lybon Mabasa, President, Socialist Party of Azania
Costa Gazi, Pan Africanist Congress of Azania
Jeremy Cronin, South African Communist Party
Mosibudi Mangena, President, Azanian Peoples Organisation / Minister of Science and Technology
Pallo Jordan, Minister of Arts and Culture
Sydney Mufamadi, Minister of Provincial and Local Government
Mosioua Terror Lekota, Minister of Safety and Security
Alec Erwin, Minister of Public Enterprises
Essop Pahad, Minister in the Presidency
Enver Surty, Deputy Minister of Education
Roy Padayache, Deputy Minister of Communications
Derek Hanekom, Deputy Minister of Science and Technology
Rob Davies, Deputy Minister of Trade and Industry
Lorretta Jacobus, Deputy Minister of Correctional Services
Sam Ramsamy, International Olympic Committee
Enver Motala, Educationist
Yasmin Sooka, Executive Director, Foundation for Human Rights / Former commissioner of the Truth and Reconciliation Commission
Pregs Govender, Feminist Activist and Author: Love and Courage, A Story of Insubordination
Adam Habib, Deputy Vice-Chancellor, University of Johannesburg
Frene Ginwala, African National Congress
Salim Vally, Palestine Solidarity Committee
Na'eem Jeenah, Palestine Solidarity Committee
Brian Ashley, Amandla Publications
Mercia Andrews, Palestine Solidarity Group
Andile Mngxitama, land rights activist
Ben Turok, Minister of Parliament
Patrick Bond, Centre for Civil Society, University of Kwazulu- Natal
Farid Esack, Professor of Contemporary Islam, Harvard University
Dennis Goldberg, former political prisoner
Elinor Sisulu, Crisis in Zimbabwe Coalition
Andre Zaaiman
Virginia Setshedi, Coalition Against Water Privatisation
Max Ozinsky, Not in my Name
Revd Basil Manning, Minister, United Congregational Church of Southern Africa
Firoz Osman, Media Review Network
Zapiro, cartoonist
Mphutlane wa Bofelo, General Secretary, Muslim Youth Movement
Steven Friedman, academic
Ighsaan Hendricks, President, Muslim Judicial Council
Iqbal Jassat, Media Review Network
Stiaan van der Merwe, Palestine Solidarity Committee
Naaziem Adam, Palestine Solidarity Alliance
Asha Moodley, Board member of Agenda feminist journal
Suraya Bibi Khan, Palestine Solidarity Alliance
Nazir Osman, Palestine Solidarity Alliance
Allan Horwitz, Jewish Voices
Jackie Dugard, legal and human rights activist
Professor Alan Beata Lipman
Caroline O'Reilly, researcher
Jane Lipman Shereen Mills, Human rights lawyer, Centre for Applied Legal Studies
Noor Nieftagodien, University of the Witwatersrand
Bobby Peek, groundwork, Friends of the Earth
Arnold Tsunga, Chair, Crisis in Zimbabwe Coalition
Mcebisi Skwatsha, Provincial Secretary, ANC Western Cape
Owen Manda, Centre for Sociological Research, University of Johannesburg
Claire Cerruti, Keep Left
Cassiem Khan Duduzile Masango, Ecumenical Accompanier Programme, Palestine/Israel.
Lubna Nadvi, University of Kwazulu Natal
Syed Aftab Haider, Ahlul Bait Foundation of South Africa
Rassool Snyman, Palestine Support Committee
Suleman Dangor, University of Kwazulu Natal
Zaithoon Maziya, African Muslim Network
Asif Essop - Anti-Racism Education Forum
Patrick Mkhize, Steel Mining and Commercial Workers Union
Zeib Jeeva, Treasurer, International Development and Relief Foundation
Sheila Barsel, Not In My Name
NB: Organisational affiliations above are for identification purposes only and do not necessarily reflect organisational endorsement.


Organizzazioni aderenti:

Al Quds Foundation
Anti-Privatisation Forum (APF) and its 28 affiliates
Anti-Racism Education Forum
Azanian Peoples Organisation (Azapo)
Congress of South African Trade Unions (Cosatu)
Crisis in Zimbabwe Coalition
End Occupation Campaign
groundWork, Friends of the Earth
Media Review Network (MRN)
Muslim Judicial Council (MJC)
Muslim Youth Movement of South Africa (MYM)
Not In My Name
Palestine Solidarity Alliance
Palestine Solidarity Committee
Palestine Solidarity Group
Palestine Support Committee
Social Movements Indaba (SMI)
Socialist Party of Azania (SOPA)
South African Communist Party (SACP)
South African Council of Churches (SACC)
Workers Organisation for Sociliast Action (WOSA)

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categorie: palestina, medio oriente, razzismo, apartheid, nakba
domenica, 11 maggio 2008

pensiero sull'antisemitismo

di Gianluca Bifolchi

A margine del boicottaggio della Fiera Internazionale del Libro di Torino, sono tornate a fioccare con insolita frequenza le accuse di antisemitismo, e dato che io appoggio todo corde il boicottaggio di Israele - e non della sola Fiera -, e non sono antisemita, vorrei dire due parole sull'argomento.

Per cominciare dirò che se sono sempre stato un po' evasivo su questo argomento non è stato per quieto vivere, ma per una circostanza di cui porta la responsabilità Jean Paul Sartre. Nel 1946 Sartre scrisse uno straordinario saggio sull'antisemitismo, così penetrante e letterariamente pregevole, che riesce difficile aggiungere qualche parola sull'argomento, se non l'invito a leggerlo (si intitola appunto "L'Antisemitismo", ed è disponibile per pochi euro negli Oscar Mondadori). E' irritante, oltreché dispersiva, questa tendenza a ripartire sempre da zero nei dibattiti, come se mai nessuno fino a quel momento si fosse interrogato sul tema.

Ciò per cui il saggio di Sartre spicca in una maniera che lo raccomanda è che non si tratta di un'analisi sociologica o storica dell'antisemitismo europeo (anzi francese, visto che l'autore ha sotto gli occhi soprattutto gli esempi della Francia del secondo dopoguerra). Da filosofo Sartre analizza le forme del pensiero e del linguaggio antisemita, ed è talmente efficace nel caratterizzare questo comportamento che il lettore pensa di aver acquisito attraverso la lettura una particolare perspicacia nell'individuare l'antisemitismo anche nelle sue forme più larvate e mimetizzate.

Per questa ragione il lettore del saggio di Sartre, di fronte al disinvolto uso che si fa oggi dell'accusa di antisemitismo, rimarrà perplesso e penserà: "Ma di cosa diavolo stanno parlando? Hanno un'idea del significato delle parole che usano?"

Ai fini del discorso che mi interessa fare qui, a proposito della Fiera, mi rifarò ad un esempio di cliché antisemita che Sartre illustra nel suo libro. Un "vero" francese, giovane e di orientamenti moderni e liberali, che si è presentato ad un concorso pubblico di professore di liceo e che non ha avuto il posto si sente chiedere da un conoscente com'è andata. E risponde: "Male, ma che vuoi? Con tutti quegli Ebrei candidati che possibilità avevo io di farcela?" Il conoscente allora si dirà dispiaciuto dell'incidente, e il "vero" francese risponderà che non è una tragedia, che non ci teneva poi molto, e infatti non si era neanche preparato a puntino.

Sartre qui osserva che l'essersi presentato in competizione con Ebrei assume per il "vero" francese un valore di spiegazione dell'insuccesso che, singolarmente, finisce per avere un peso superiore alla sua scadente preparazione. Perché prendersi il disturbo di scendere nei dettagli di una cosa riuscita storta, quando di mezzo ci sono gli Ebrei, il che spiega già tutto?

Prendiamo ora una delle accuse ad Israele che più facilmente fanno scattare l'accusa di antisemitismo, e cioè l'affermazione che Israele è nato dalla pulizia etnica del popolo palestinese. Dire ciò è senza dubbio antisemita. Chiameremo questa affermazione la proposizione I.

Qualcuno potrebbe obiettare che questa tesi storiografica è stata elaborata soprattutto dallo storico ebreo-israeliano Ilan Pappe, ed è perciò assurdo etichettarla di antisemitismo. Ma qui si risponderà che Ilan Pappe non può certo rappresentare il popolo ebraico. Lui è parte di una insignificante e sospetta minoranza che odia Israele, mentre le opinioni e i sentimenti verso questa nazione della stragrande maggioranza degli Ebrei di tutto il mondo sono ben differenti. Chiameremo questa la proposizione II.

A questo punto, guai a dire che sarebbe auspicabile un atteggiamento più critico verso Israele da parte delle comunità della Diaspora, e che non si può pretendere di essere gli eredi morali della tragedia dell'Olocausto quando si chiudono volentieri gli occhi a tutti i rapporti delle più rispettate organizzazioni dei diritti umani del mondo che documentano in maniera dettagliata il comportamento criminale di Israele verso i Palestinesi. Vi sentirete infatti rispondere che proprio queste parole, che mescolano il concetto generale di ebraismo con le vicende politiche dello stato di Israele, provano la falsità di intenti dell'antisionismo, che in realtà è solo una forma mascherata di antisemitismo. E questa è la proposizione III.

Rileggete ora insieme le proposizioni I, II, e II, e vedete se non presentano gli stessi non sequitur del "vero" francese citato da Sartre, che accusa gli Ebrei dei suoi insuccessi professionali nel momento stesso in cui ammette le sue carenze di preparazione. E' bianco, anzi no è nero, anzi no è sia bianco che nero. E' come meglio conviene al momento.

Vi è però tra le due situazioni una profonda differenza. Sartre sostiene che è inutile cercare di far ragionare l'antisemita, perché l'antisemitismo è una passione e non un'opinione. L'antisemita ha bisogno di essere antisemita, e non rinuncerà a questa soddisfazione pulsionale solo per onorare i requisiti della logica.

In chi muove accuse infondate di antisemitismo vi è invece qualcosa di diverso, una sorta di arrogante fiducia di non avere bisogno della logica per vincere la partita. Israele è la più grande potenza militare dell'occidente, è alleata con l'unica superpotenza mondiale, gode dell'appoggio dell'establishment mediatico europeo e statunitense, e ancora riesce a grattare il fondo del barile dei sensi di colpa degli Europei per le loro storiche responsabilità verso gli Ebrei. Combinando tutti questi fattori risulta che il messaggio contro Israele è debole e sporadico, quello filoisraeliano è come la pubblicità: enfatica, onnipervasiva ed ipnoticamente ripetitiva.

Chi ha voglia, con queste carte in mano, di perdere tempo con la logica?

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categorie: palestina, israele, antisemitismo
giovedì, 08 maggio 2008

un crimine contro i diritti umani

[Ultimo intervento dell'ex presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, sulla crisi di Gaza. Spero che le parole che seguono servano a mitigare il disgusto di qualcuno per il discorso di oggi a Torino del presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Traduco dall'inglese - Gianluca Bifolchi]

Un crimine contro i diritti umani


Jimmy Carter, The Guardian, 8 Maggio 2008


Jimmy Carter

Il mondo sta assistendo a un terribile crimine contro i diritti umani a Gaza, dove un milione e mezzo di esseri umani sono stati imprigionati senza praticamente alcun accesso al mondo esterno. Un'intera popolazione sta subendo una brutale punizione.

Questo rozzo infierire sui Palestinesi di Gaza fu drammaticamente deciso da Israele, col sostegno degli Stati Uniti, dopo che i candidati politici che rappresentavano Hamas vinsero la maggioranza dei seggi nel parlamento dell'Autorità Palestinese nel 2006. Le elezioni furono unanimemente giudicate corrette da tutti gli osservatori internazionali.

Israele e gli Stati Uniti rifiutarono di accettare il diritto dei Palestinesi di formare un governo di unità nazionale con Hamas e Fatah, ed ora, dopo una lotta interna, Hamas controlla da sola Gaza. Quarantuno dei quarantatre candidati di Hamas eletti che vivevano nella West Bank sono stati imprigionati da Israele, più altri dieci che avevano assunto cariche durante la breve durata del governo di coalizione.

Qualunque cosa si pensi della lotta tra Fatah e Hamas nella Palestina occupata, dobbiamo ricordare che le sanzioni e le restrizioni alla fornitura di acqua, cibo, elettricità e carburante stanno creando grande sofferenza tra la gente innocente di Gaza, circa un milione di cui è fatto di rifugiati.

Le bombe e i missili israeliani periodicamente colpiscono l'area, causando un alto numero di vittime sia tra i militanti che tra donne e bambini innocenti. Prima dell'uccisione molto pubblicizzata la scorsa setimana di una donna e dei suoi quattro bambini, questa consuetudine era stata illustrata da un rapporto di B'Tselem, la principale organizzazione dei diritti umani di Israele, che ha riportato che 106 Palestinesi erano stati uccisi tra il 27 Febbraio e il 3 Marzo. Cinquantaquattro dei quali erano civili, e 25 avevano meno di 18 anni di età.

In un recente viaggio in Medio Oriente ho cercato di arrivare ad una migliore comprensione della crisi. Una delle mie visite fu a Sderot, una comunità di circa 20.000 abitanti nel sud d'Israele, frequentemente colpita da razzi sparati dai pressi di Gaza. Ho condannato questi attacchi come abominevoli atti di terrorismo, dato che negli ultimi anni hanno prodotto 13 vittime tra i non combattenti.

Successivamente mi sono incontrato con i leader di Hamas - una delegazione da Gaza e funzinari di alto livello di Damasco. Ho ripetuto la stessa condanna a loro, e li ho pressantemente invitati a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale o ad orchestrare con Israele un accordo per mettere termine a tutte le azioni militari a Gaza e dintorni per un lungo periodo.

Hanno risposto che un simile modo di agire da parte loro in passato non era stato corrisposto dalla controparte, e mi hanno ricordato che Hamas aveva in precedenza insistito su un cessate il fuoco in tutta la Palestina, comprendendo Gaza e la West Bank, che Israele ha rifiutato. Hamas ha allora avanzato la pubblica proposta diun mutuo cessate il fuoco nella sola Gaza, ed anche questo è stato respinto da Israele.

Vi sono argomenti molto forti da entrambe le parti riguardanti le colpe per la mancanza di pace in TerRa Santa. Israele ha occupato e colonizzato la West Bank Palestinese, che è approssimativamente un quarto delle dimensioni della nazione d'Israele come è riconosciuta dalla comunità internazionale. Alcune fazioni religiose israeliane affermano di aver diritto alla terra su entrambe i lati del fiume Giordano, altri che i loro 20 insediamenti per un totale di circa 500.000 persone sono necessari per la "sicurezza".

Tutte le nazioni arabe si sono dette d'accordo a riconoscere in pieno Israele se accetterà le risoluzioni chiave emesse dalle Nazioni Unite. Hamas si è detta d'accordo ad accettare qualunque soluzione di pace negoziata tra Israele e il presidente della utorità palestinese, Mahmoud Abbas, se sarà approvata dal popolo palestinese attraverso un referendum.

Tutto ciò appare promettente, ma nonostante gli squilli di fanfara e le dichiarazioni di apertura fatte alla conferenza di pace lo scorso novembre ad Annapolis, il processo è andato indietro. Novemila nuove unità di abitazione sono state annunciate in Palestina; il numero dei blocchi stradali nella West Bank è aumentato; e lo stragolamento di Gaza è stato intensificato.

Un conto è rivolgersi agli USA per gli aspetti chiave del processo negoziale, altra cosa è che il mondo rimanga in silenzio mentre gente innocente viene trattata con crudeltà. E' ora che forti voci in Europa, negli USA, in Israele, e altrove si levino per condannare con forza la tragedia di diritti umani che si è abbattuta sul popolo palestinese.


Originale

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categorie: palestina, israele, medio oriente
martedì, 06 maggio 2008

il delfino di almirante e israele

di Gianluca Bifolchi

Delle parole di Gianfranco Fini, che ha definito ieri il rogo di una bandiera d'Israele un atto peggiore di un assassinio compiuto da una banda neonazista, mi preoccupa una sola cosa: la serenità di spirito di chi, partecipando alla manifestazione di Torino, è stato investito da una simile oscenità, proferita da un'alta carica dello stato, con grande potenza mediatica e senza che nessuno, ma proprio nessuno, stavolta, invocherà il diritto al contraddittorio.

A queste persone voglio raccomandare di tener presenti due cose.

La prima è che Fini, questo Torquemada degli antisemiti, è stato il delfino politico di Giorgio Almirante, direttore durante il ventennio della rivista "La difesa della razza", edita proprio a ridosso della promulgazione delle leggi razziali. Poi ha cambiato parere sulla materia, e oggi è forse la personalità politica italiana più apprezzata dalla diplomazia israeliana. E questo ci dice cosa vale Gianfranco Fini e cosa vale Israele.

Secondo. Sentirsi dare degli antisemiti non è mai piacevole. Ma ricordatevi che esiste un'alta possibilità statistica che stanotte, nella West Bank, qualche camionetta di IDF è andata a fermarsi davanti ad una casa palestinese, la porta è stata buttata a terra, gli inquilini sono stati strappati dal sonno con urla e sottoposti ad abusi di ogni genere, secondo un copione del terrore scientificamente studiato dagli "esperti". I maschi adulti potrebbero essere stati deportati in Israele senza la possibilità di parlare con un avvocato e senza la possibilità di rivedere i propri cari per uno o due anni, in spregio alle Convenzioni di Ginevra. Se ai Palestinesi tocca sopportare questo, noi possiamo bene sopportare le miserie della politica italiana e dei suoi miserabili protagonisti.

Se ci facciamo intimidire da questo non possiamo essere di nessun aiuto ai Palestinesi.

Palestina libera!

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categorie: palestina, israele, fascismo, antisemitismo
sabato, 03 maggio 2008

l' "accanimento" contro israele

di Gianluca Bifolchi

Spesso si chiede come mai tanta gente mostri accanimento nell'attaccare Israele quando ci sono molti altri luoghi nel mondo in cui capitano cose ben peggiori di quelle patite dai Palestinesi.

Quest'ultima affermazione potrebbe essere respinta osservando che la vergogna che si sta verificando a Gaza non ha paragoni con ciò che accade in nessun'altra regione del globo. E chi sostiene disinvoltamente che "c'è chi sta peggio" dei Palestinesi, è perché ignora e non si è mai occupato della situazione dei Territori Occupati.

Non si nega per questo che esistano molte altre crisi che meriterebbero uguale denuncia, e ciò lascia aperta la domanda perché esista un "accanimento" particolare contro Israele. La risposta è semplice: vi è "accanimento" contro Israele per la stessa ragione che governi e media occidentali investono enormi risorse - molto più che altrove - per far apparire decenti e nobili i comportamenti di una nazione che il più delle volte si comporta in maniera ignobile e indecente.

Al primo posto vi sono le ragioni geostrategiche dell'alleanza con gli USA in una zona dove si controllano i flussi del petrolio. Ma vi sono anche altre ragioni, più sottili ed attinenti ai domini simbolici della politica internazionale.

I Palestinesi hanno imparato sulla loro pelle che possono essere buttati fuori dalla loro casa, scacciati dalla loro terra, uccisi, mutilati, incancerati senza processo, stuprati, assediati e ridotti alla fame, ed il mondo non muoverà un dito per andare a soccorrerli. Guardate Gaza. Dall'altra parte c'è un occidente che ha usato i miti di fondazione dello stato d'Israele, a partire dal "mai più" post-olocausto, per costruirsi una fruttuosa immagine di difensore dei diritti umani.

Cosa accadrà quando l'opinione pubblica capirà, con la stessa nettezza con cui i Palestinesi hanno appreso dall'esperienza, come si è prodotta la tragedia del popolo palestinese? Come si impancheranno a tutori dei diritti umani nazioni che hanno permesso che un'immane pulizia etnica si compisse sotto i loro occhi complici e distratti, mentre continuavano a dire "mai più" per tutto il tempo?

L'"accanimento" contro Israele è una concentrazione di energia critica nel punto dove più forti sono le difese erette a proteggere e lasciare indisturbata l'ingiustizia. Se si sconfigge questa, ogni altra ingiustizia può essere sconfitta.

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categorie: palestina, israele, medio oriente
venerdì, 04 aprile 2008

Gli Israeliani vogliono la pace. Davvero?

di Gianluca Bifolchi

Non raccontiamoci storie. L'affermazione secondo cui il popolo israeliano vuole la pace è falsa.

Si potrà tutt'al più dire che agli Israeliani piacerebbe svegliarsi una mattina ed accorgersi di non avere più nemici. Ma se si tratta di rimboccarsi le maniche e pagare gli inevitabili costi che la pce comporta, allora no, gli Israeliani - e non semplicemente la loro classe dirigente - non vogliono la pace.

Chi crede che sia un'idebita generalizzazione e preferisce continuare a diffondere la balla del popolo israliano tradito nella sua speranza di pace da una classe politica inesorabilmente guerrafondaia dovrebbe spiegare i risultati di un recente sondaggio svolto dal canale televisivo della Knesset, il parlamento israleiano, da cui risulta che il 75% degli Ebrei d'Israele sono a favore dell'espulsione dei cittadini arabi palestinesi.

Alla domanda "C’è un motivo per chiedere l’espulsione dei cittadini arabi israeliani verso le aree dello Stato palestinese, quando esso nascerà?", solo il 25% ha risposto di no, in una bella dimostrazione di negazionismo di tutte le ragioni storiche del popolo palestinese.

Finiamola con l'ipocrisia. Ci vogliono le sanzioni internazionali, sia perché sono l'unico fattore che può indurre Israele a vedere i negoziati di pace come qualcosa di converniente, sia perché, obiettivamente, se lo meritano.

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categorie: palestina, israele, medio oriente
lunedì, 31 marzo 2008

Di certo Rafael Correa non è Mahmoud Abbas

di Gianluca Bifolchi

Se è vero che la Colombia è l'Israele dell'America Latina, è ancor più vero che i paesi latinoamericani assomigliano assai poco alle satrapie mediorientali che circondano Israele. E ricordando la tutt'ora aperta crisi diplomatica tra Colombia ed Ecuador è quanto mai certo che Rafael Correa non è Mahmoud Abbas.

Al vertice dei paesi arabi tenutosi a Damasco sabato e domenica, metà dei 22 paesi della Lega Araba non si sono presentati a motivo della presunta interferenza che la Siria sta esercitando sulla crisi libanese che da mesi blocca le istituzioni del paese sul problema della rielezione di un nuovo presidente. I più stretti alleati degli Stati Uniti nella regione, Arabia Saudita, Egitto e Giordania, tutti e tre assenti al vertice, avevano in precedenza ricevuto l'invito del Dipartimento di Stato a pensarci due volte prima di prender parte al summit.

La Siria sta veramente boicottando la nomina del generale Michel Sleiman alla carica di presidente della Repubblica libanese? Nel suo discorso di apertura Bashar al-Assad lo ha negato recisamente. Ma è singolare che ci si preoccupi dell'interferenza siriana sulle cose libanesi quando gli stati più importanti della regione riconoscono agli Stati Uniti un diritto di veto sulla loro libertà di accettare o meno l'invito a presenziare ad un vertice in una capitale araba.

Per mantenere il parallelo con la realtà latinoamericana è come se si fosse ancora ai tempi della vecchia OEA, quando questo organismo detto il "ministero USA delle colonie latinoamericane" su istruzioni di Washington appoggiava la deposizione violenta di Arbenz in Guatemala, espelleva la Cuba rivoluzionaria, e faceva finta di guardare da un'altra parte quando Panama veniva invasa dai marine.

Mahmoud Abbas, la più docile delle marionette nelle mani degli Americani, non poteva però mancare a Damasco. Proprio perché USA e Israele hanno bisogno di una facciata araba per il controllo totale che hanno sulla Palestina, il presidente Abbas non poteva snobbare la Siria, come hanno fatto Sauditi, Giordani ed Egiziani. Non solo. Abbas ha colto anche l'occasione per recitare la parte dell'indignazione araba che di prammatica si suppone sgorghi ogni volta che si citi la questione palestinese.

"La soluzione che Israele sta progettando consiste in un gruppo di cantoni su una terra divisa dagli insediamenti, il muro di separazione e i blocchi stradali", ha dichiarato Abbas. "Questo tipo di soluzione non fa che rafforzare l'occupazione e la colonizzazione e mira ad impedire la creazione di uno stato palestinese indipendente".

E' veramente singolare. La assai dubbia legittimazione di Abbas riposa tutta nel cosiddetto "processo di pace", ovvero la finzione diplomatica vergognosamente avallata non solo dagli USA ma anche dalle Nazioni Unite, dall'UE e dalla Russia, secondo cui dopo un po' di strette di mano tra il presidente dell'Autorità nazionale Palestinese ed il primo ministro di Israele, Ehud Olmert, debitamente immortalate dai flash delle agenzie di stampa e scaglionate nel tempo, nascerà uno stato palestinese indipendente.

Eppure Mahmoud Abbas al vertice di Damasco ha dichiarato che non ci crede neanche lui!

Quelle parole le pronunciava sabato. Nello stesso giorno, nella sua tradizionale trasmissione radiofonica settimanale il presidente ecuadoriano Rafael Correa avvertiva che la crisi diplomatica con la Colombia, successiva all'attacco armato del 1 Marzo ad un accampamento delle FARC nel territorio dell'Ecuadoriano cui furono uccise 24 persone, tra cui quattro studenti messicani e un fabbro ecuadoriano, era tutt'altro che da considerarsi chiusa.

"Lunedì [oggi per chi legge] darò una risposta a tutti gli abusi che abbiamo subito dalla Colombia, non solo in occasione dell'incursione del 1 Marzo ma dagli ultimi anni".

"Continueremo a dare questo tipo di risposte di fronte a un simile abuso e a tanta insolenza", ma "non sarà una risposta di guerra, non sarà una risposta di violenza, noi non conosciamo questo linguaggio".

Correa si riferiva soprattutto alla recente dichiarazione del ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, secondo cui un accampamento delle FARC è un obiettivo militare "legittimo" a prescindere da ogni altra considerazione.

Nel corso della trasmissione Correa ha minacciato di ritirare le sue truppo dalla frontiera, dove sono dispiegate per impedire il filtraggio in territorio ecuadoriano dei guerriglieri delle FARC e dell'ELN. Per queste operazioni Quito spende il 25% del suo bilanzio della difesa, mentre l'impego di effettivi da parte della Colombia è relativamente ridotto.

"Non cadremo nel tranello in cui stanno cadendo alcuni analisti, i quali sostengono che l'Ecuador deve badare alle sue frontiere, che le nostre forze armate devono far fronte al dovere di impedire il passaggio agli insorti colombiani sul territorio nazionale".

"Quale sarebbe il dovere delle nostre Forze Armate, badare a ciò a cui la Colombia non bada?", "la Colombia mantiene le sue frontiere totalmente prive di controllo".

"Che vadano a cercare di intimidire qualcun altro", ha concluso, dopo aver ribadito che lunedì la Colombia "comincerà ad avere quello che si merita".

Per sapere di che si tratta è ormai questione di qualche ora.

domenica, 30 marzo 2008

Grimaldi, le Farc e Hamas

di Gianluca Bifolchi

Non mi piacciono i toni perennemente abrasivi o la programmaticità degli attacchi ad hominem negli scritti di Fulvio Grimaldi (meno ancora mi piace il suo recente 'amen' alla repressione cinese in Tibet). Ma è difficile dargli torto per le sue staffilate all'ipocrisia del giornalismo progressista italiano, specie quando si viene alla Palestina o alla Colombia, o per essere più precisi ad Hamas o ale Farc.

Sembra che su questi argomenti nessuno sappia dire qualcosa di decente senza prima pagare il pegno della manciata di fango su Hamas o sulle Farc.

La Palestina. Mi sono spesso chiesto se l'intransigenza con cui Hamas ha difeso la legittimità del suo mandato popolare, almeno dallo scorso giugno in poi, dopo la rottura violenta dei rapporti con Fatah, non stesse facendo pagare un prezzo troppo alto alla gente della Striscia di Gaza. Forse c'è un limite passato il quale le durezze fatte subire alla popolazione civile per una scelta di irriducibile resistenza trasformano quest'ultima in un ostaggio (per usare un'espressione di uno dei pochi Israeliani che tuttavia rispetto, come Amira Hass). Ma in primo luogo ho cercato sempre di tenere presente cosa significa esercitare un mandato democratico in un paese in cui un occupante illegale straniero può scagliarti un missile a guida laser da 5.000 metri di altezza e proprio in virtù del tuo status di leader, mentre stai percorrendo in auto un popoloso circondario, e in condizioni di completa impunità internazionale. In secondo luogo, con lo scrupolo con cui ho sempre preso atto dei sondaggi che si facevano tra i Palestinesi, anche quando segnavano una forte perdita di consensi per Hamas, ne prendo atto ora che vedono Hamas in forte ripresa. Dunque dov'è la popolazione civile in ostaggio di Hamas di cui parla Amira Hass?

La Colombia. Non mi piace che le Farc facciano prigionieri tra i non combattenti e non mi piace che usino Ingrid Betancourt come una briscola mediatica. Ma ci vuole una bella faccia tosta per protestare contro l'uccisione di 11 (dicesi undici) sindacalisti dall'inizio dell'anno, e non prendere atto della piena legittimità di una scelta di resistenza armata in un paese in cui la critica contro il governo, superato un certo limite di accettabilità, comporta l'eliminazione rituale ad opera delle Aquile Nere con un colpo di pistola sparato in piena faccia appena esci da casa. Lo stratagemma ipocrita dei progressisti italici consiste nel dire che Uribe è 'peggio' delle Farc, e così ci si salva la coscienza, omettendo di dire che dai tempi di Pastrana ogni apertura di dialogo da parte delle Farc per una chiusura pacifica del conflitto, non ha fatto altro che mettere nelle mani dei sicari del governo gli indizi che permettessero di rintracciare i delegati delle Farc ed assassinarli, come è successo con Raúl Reyes.

Agli ipocriti del giornalismo progressista italiano le rivoluzioni e i movimenti di resistenza piacciono solo a babbo morto, cioè quando hanno vinto (come a Cuba). Nel frattempo si fa gli schizzinosi per non compromettere le partecipazioni giornalistiche e lo status di 'esperto' per qualche comparsata nei salotti mediatici ammanniti dall'establishment radiotelevisivo.

postato da: LookingBackward alle ore 09:47 | link | commenti (3)
categorie: palestina, america latina, informazione, farc, colombia