Alla notizia che Roberto Calderoli diventava ministro alla "Semplificazione" mi è subito venuta in mente una celebre massima di Einstein: "Bisogna rendere le cose più semplici possibili, ma non più semplici". Credo che stesse fissando un parametro di stupidità .
Non credo affatto che Roberto Calderoli sia personalmente stupido, tutt'altro. Io lo considero piuttosto una specie di fool shakesperiano dalle insospettate profondità tragiche. Ma con lui è la stupidità e l'ottusità che vanno al governo. E non nel senso dell'avanzante leghismo, ma come essenza dello stesso berlusconismo (da intendersi come ideologia popolare e non come ciò che davvero passa in testa al Cavaliere).
Non mi sono mai scandalizzato del fatto che Berlusconi, nell'ormai lontano 93, fosse arrivato alla conclusione che se non "scendeva in campo" con l'obiettivo di diventare il Dominus della politica italiana (sia che stesse al governo o all'opposizione) c'era il rischio di essere associato alle patrie galere o persino di perdere "la roba".
Il mio motivo di scandalo è che tutto gli sia riuscito così facilmente, come se questo paese non stesse aspettando altro che lui.
Ciò è stato possibile non tanto perché poteva usare le televisioni, ma perché le aveva già usate per tanti anni, con tutto il tempo che voleva per preparare culturalmente il terreno, nei termini della produzione attiva di larghi strati di opinione pubblica sostanzialmente estranei ai più fondamentali requisiti della democrazia e dello spirito repibblicano. Primo tra tutti la separazione dell'interesse pubblico e dell'interesse privato.
Da questo punto di vista "La ruota della Fortuna" e l'essere presidente del Milan hanno potuto infinitamente di più che non Emilio Fede.
Naturalmente il compito gli era stato facilitato da decenni di dominio democristiano sui ceti moderati. Pasolini - un autore che non amo particolarmente - aveva definito la DC "un nulla ideologico-mafioso", e c'è da chiedersi se di fronte alla "discesa in campo" di Berlusconi c'era proprio bisogno di Mani Pulite per produrre la dissoluzione della decotta Balena Bianca. Pensate a Giovanardi.
Ma la stupidità era anche dall'altra parte, come sottoprodotto dell'ebbrezza di potere di una "sinistra" che era arrivata a pensare a Palazzo Chigi come la Merchant Bank del potere finanziario italiano, e a pensarsi insostituibile per questa ragione. Per costoro il conflitto di interessi esisteva soltanto durante le campagne elettorali, per intercettare il consenso di un elettorato in cui persistevano residui dello spirito della Costituzione repubblicana. Presi i voti, l'unico problema che restava era come farli fruttare al meglio nel trattare un modus vivendi con Berlusconi, la cui unica costante fosse l'intangibiltà di tutto ciò che interessava personalmente al Cavaliere.
La stupidità di questa sinistra si coglie abbastanza bene dai sorrisi tirati e nervosi che i suoi "leader" esibiscono di fronte alle telecamere a tanti giorni ormai da una sconfitta così piena ed umiliante. Si vede che non se l'aspettavano. Non si aspettavano il "pernacchio" insegnato da Eduardo De Filippo in un memorabile episodio de L'oro di Napoli (anche se il "pernacchio" di Eduardo aveva una nobiltà plebea che le schiere dei berluscones non si sognano neppure).
Ora Veltroni e Bettini stanno riflettendo sull'amara verità che combattere il Presidente del Milan a colpi di endorsement di Francesco Totti è come il tradizionale fico secco a un festino di nozze.
Da settimane sto seguendo il tentativo di balcanizzazione della Bolivia che ha preso forma nel referendum separarista di Santa Cruz di domenica scorsa, e per tutto il tempo ho incubato una disagio verso molti che anche in Italia se ne sono occupati esprimendo solidarietà a Evo Morales e al suo governo, e facendolo in nome di principi di democrazia, diritti umani, autodeterminazione, eccetera eccetera eccettera.
Questo disagio prende ora la forma nitida di una domanda che per me diventerà uno spartiacque per valutare il grado di lucidità con cui si guarda alle vicende della politica internazionale, e segnatamente dell'America Latina.
La domanda è: non avrete pensato che i problemi di Evo Morales sono problemi "sudamericani", vero? Non vi siete crogliolati nella comoda illusione che "questo non potrebbe capitare a casa nostra", vero? Non avete creduto che le notizie che vengono dalla Bolivia descrivono semplicemente una realtà di arretratezza e sottosviluppo, vero?
La domanda è legittima, vista la frequenza con cui posizioni di forte contestazione delle politiche neoliberiste in America Latina si combinano a casa nostra con varie e stupefacenti forme di collateralismo con il PD, che vanno dalle teorizzazioni del "voto utile", allo strumentale uso dei rigurgiti neofascisti per una rispolverata della retorica dell'arco costituzione per fare la lista dei buoni e dei cattivi (se i fascisti sono i cattivi, allora tutti gli altri...)
Perché parliamoci chiaro, se in Italia si costituisse un governo di forte appoggio popolare come quello del MAS boliviano, al di fuori delle garanzie vaticane, atlantiche e confindustriali, dovrebbe affrontare esattamente quello che sta subendo Evo Morales in questo momento.
Per essere più chiari: nell'ipotesi che questo governo ponesse mano ad una profonda revisione della Costituzione per introdurre strumenti e garanzie di reale partecipazione dalla base, che procedesse ad un piano di nazionalizzazioni laddove fosse evidente che ciò è richiesto dalle necessità della gente, che smettesse di mitizzare le istituzioni finanziarie internazionali (BCE compresa), e perseguisse una politica estera antimperialista, susciterebbe reazioni del tutto simili a quelle a cui stiamo assistendo in Bolivia.
E non mi riferisco solo alle nostre "oligarchie" che potrebbero essere tentate di seguire la "via dell'autonomia" in Padania o in Sicilia. Mi riferisco al boicottaggio della burocrazia; al terrorismo mediatico da parte di tutti i grandi mezzi di comunicazione; al tentativo di creare caos nell'economia o paura nella gente (ad esempio facendo mancare il cibo nei negozi o carburante alle pompe di banzina); alle "prove" che collegherebbero i nuovi governanti al terrorismo internazionale; al grande allarme internazionale per il restringersi del diritto d'espressione e per il deteriorarsi dei "diritti umani" in Italia.
Chi crede che in uno scenario del genere il PD starebbe dalla parte di chi difende il processo di cambiamento sociale, e non dalla parte di chi lo attacca, perfino con il ricorso a mezzi illegali ed antidemocratici, o è stupido o è in mala fede. E non si tratta tanto dell'opinione che si può avere del PD e dei suoi quadri dirigenti, quanto della profonda incomprensione di cosa è successo in questi anni in America Latina.
I movimenti popolari del sudamerica che hanno imposto il cambiamento, non hanno mandato all'opposizione solo destre retrive e scopertamente fasciste, ma "socialdemocrazie" rette da dirigenze tecnocratiche e modernizzanti che, oltre a fare la gioia di Mario Vargas Llosa, sono la più riuscita approssimazione al ruolo che il PD cerca di giocare in Italia. O si crede che è un caso se Repubblica, il più forte media a sostegno del PD, dà all'America Latina la copertura che sappiamo? Perfettamente in linea con il taglio coloniale di un giornale di "sinistra" come El Pais?
Gli storici di destra e di sinistra del nostro paese possono dividersi sull'impatto che ebbe il primo centrosinistra all'inizio degli anni sessanta, ma tutti concordano che non ci sarebbe stato alcun centrosinistra senza la luce verde di Washington data da J. F. Kennedy. Incredibilmente, ancora oggi si menziona questa circostanza come argomento a favore dell'apertura mentale di Kennedy e non dell'avvilente subalternità di una nazione che doveva ricevere l'assenso di una potenza straniera anche per la più timida apertura alle riforme.
Cosa induce a credere che le condizioni di "sovranità limitata" dell'Italia siano venute meno, nel frattempo? Si considerino le modalità con cui il governo Prodi ha concesso un'altra base militare agli USA, a Vicenza. Credete davvero che l'inevitabile conflitto che si aprirebbe con Washington, nel caso di una evoluzione politica simile a quella della Bolivia (o del Venezuela, o dell'Ecuador) vedrebbe parti importanti di questa vecchia classe dirigente schierarsi a difesa della sovranità nazionale e della non ingerenza?
Credere questo significa non imparare niente dall'esperienza.
Dopo tante analisi del voto sulle politiche e le amministrative mi pare che a voler trovare una morale si potrebbe dire che una destra che parla al ventre degli Italiani ha sbaragliato una sinistra (PD + Arcobaleno) che non parla a niente e a nessuno. E dato che questo vuoto di comunicazione della sinistra non è il frutto di un ritardo culturale, in sé scusabile e rimediabile, ma piuttosto del distacco dalla realtà di una corporazione chiusa nella difesa dei propri privilegi, la destra ha meritato di vincere, perché il ventre degli Italiani è pur sempre un'entità più nobile delle nebulose ipocrisie di Veltroni, Rutelli, Bertinotti, e compagnia cantando.
Rozza e grossolana come appare, questa sintesi mi trova abbastanza d'accordo.
Noto però che tra tanti critici non sospetti di questa sinistra - e dico non sospetti perché, come me, non hanno aspettato l'esito delle urne per maramaldeggiare contro gli sconfitti - emergono espressioni ed atteggiamenti che mi confortano nel netto e determinato rifiuto che ho sempre opposto alla suggestione di considerare superate le vecchie distinzioni tra destra e sinista.
Ah, certo, sinistra e sindacati non difendono più da anni gli operai! Sicuro, chi viaggia in auto blu, come i papaveri dell'ultimo governo, non si accorge dei problemi della gente comune a contatto quotidano con il degrado delle città ! E come no? l'immigrazione ha fatto comodo perché forniva manodopera a basso costo e moderava le richieste e le aspettative dei lavoratori italiani...
Tutte affermazioni queste che, considerate singolarmente, contengono ognuna un certo ammontare di verità . Ma il genere di critici a cui mi sto riferendo ora non si ferma qui. Ecco infatti scivolare, quasi per caso, la frasetta ammirata per il pragmatismo della Lega. Ecco l'affiorare di vocaboli come il "lassismo delle autorità ", che lascia indovinare la subdola ed implicita accettazione dei presupposti dell'allarmismo securitario. Ecco il sempre più frequente riferimento a Rom ed immigrati come "problema", con l'invito a percepirli come tali. Si denuncia l'ipocrisia del candidato di sinistra sotto ballottaggio che, dopo aver fatto strame di ogni eredità antifascista, cerca di spremere gli ultimi voti dal limone del 25 Aprile prima di buttarlo via, e intanto si insinua: ma ha ancora senso questo 25 Aprile?
Osservate un po' come parlano della globalizzazione. Non è che la critichino perché è ingiusta e devastatrice. No, no, no: la globalizzazione è da buttare via perché sta disarticolando la nostra bella e confortevole Italietta. E il nuovo pensiero economico che emerge si colloca tra le angosce legate a orde di baffuti idraulici polacchi che vengono a installarsi a casa nostra e il panegirico alle nuove e mirabolanti intuizioni teoriche di quel luminare dell'economia politica che è Giulio Tremonti. Le merci cinesi non le vogliamo, ma il nostro industrialotto del nord-est deve continuare a esportare, se necessario con l'aiuto di dogane e sussidi per far fuori la competizione di paesi più deboli.
Questa cosa la chiamano "superare la vecchia dicotomia tra destra e sinistra". Ma più che un superamento è una joint-venture tra destra e sinistra. La sinistra mette retorica e truppe cammellate, la destra mette contenuti e direzione strategica. Se vi piace così...
Non ho certo parlato bene di Gian Antonio Stella su questo blog, benché usando spesso il termine "casta" in polemica con la classe dirigente di questo paese, ho indirettamente reso omaggio alla sua dura requisitoria contro il Palazzo (e secondo me "casta" rende bene l'idea di una degenerazione del ceto politico che, rispetto, ai tempi della denuncia pasoliniana, ha addirittura perso dignità ideologica a favore della semplice difesa del privilegio).
Rendo ancora merito a Stella per il coraggioso libro che scrisse qualche anno fa sulla storia dell'emigrazione italiana, L'Orda, quando i subumani additati al disprezzo e alla diffidenza in terra straniera eravamo noi.
Pensate a quanto suona patetico oggi l'adagio molto in voga qualche anno fa secondo cui, essendo noi stati un popolo di emigranti, siamo oggi per ciò stesso umani ed ospitali con chi arriva qui in cerca di un lavoro.
In effetti la parola d'ordine xenofoba è diventato uno dei principali strumenti di ricerca del consenso elettorale della destra, scarsamente osteggiato dalla "sinistra" (chiamiamola così) che semmai cede sempre più spesso alla tentazione di competere sullo stesso terreno (Domenici, Zanonato, Cofferati...).
Quello che la gente non capisce, naturalmente, è il carattere del tutto artificioso dell'allarme. Chissà cosa penserebbe una persona civile, preoccupata in buona fede dalla profluvie di notizie di cronaca nera che vedono come protagonisti immigrati clandestini, se potesse assistere segretamente alla riunione di redazione di un giornale o di un tg, in cui il direttore esordisce dicendo: "Allora, ce l'abbiamo lo zingaro, il romeno, il marocchino da mettere in prima pagina (o nei titoli di testa?)"?
Se dovessi indicare una delle più grandi battaglie che i progressisti potrebbero vincere (e sono lontanissimi da ciò) è quella in cui si riesce a far capire alla gente che quando i media o i politici emettono messaggi che generano ansia, nove, volte su dieci la cosa è studiata a tavolino, dato che non c'è nulla che rende l'opinione pubblica più docile o manipolabile come la paura.
PS. Piccola consolazione: alle presidenziali del Paraguay ha vinto Fernando Lugo.
Se volete farvi un'idea di cosa ha significato Internet nel creare uno strato di popolazione altamente informata e capace di pensiero critico e indipendente, potreste notare come gente di diverso orientamento politico è capace di spaccare il capello in quattro quando di tratta dei più comuni temi oggetto della disinformazione ufficiale, dal Tibet all'Iraq, dall'ex Yugoslavia alla Palestina, dall'Iran di Ahmadinejoad al Venezuela di Chávez.
Ma queste stesse persone, quando si tratta di un fenomeno storico che all'avvento della Rete era già entrato nel cono d'ombra della cronaca, per essere solo oggetto di discussioni accademiche - ad esempio la parabola dei paesi socialisti dell'est europeo - ripetono automaticamente e pappagallescamente tutti i cliché e gli stereotipi della Guerra Fredda.
Intendo dire che non si limitano a riportare le imperfezioni di quei sistemi, come ad esempio il considerevole grado di autoritarismo politico (il che sarebbe giusto ed opportuno giusto ed opportuno), ma sembrano davvero credere che si trattasse di campi di concentramento diretti da una burocazia che amministrava il potere in stile Gestapo, che viveva un'esistenza dorata sulle spalle di un popolo ridotto alla fame, e che reprimeva il dissenso con tecniche genocidiarie.
In pratica non c'è alcuna distanza critica tra l'immagine propagandistica che la CIA e il Dipartimento di Stato crearono e diffusero nel mondo di quei regimi, e il bagaglio di associazioni mentali con cui molta gente, per altri versi critica ed informata, continua a riferirsi a quel capitolo del XX secolo.
E si che la tragedia personale di Slobodan Milosevich, per certi versi un erede del "socialismo reale", che fa da trait d'union tra l'epoca pre-Internet e l'epoca di Internet, dovrebbe rendere più cauti ed avvertiti verso la massiccia diffamazione e la scientifica operazione di discredito condotta in Occidente verso il fenomeno del socialismo dell'Europa dell'Est.
Invece, chi è diventato refrattario e giustamente scettico verso le molte "rivoluzioni colorate" che si manifestano qui e lì nel mondo, in punti nevralgici per l'espansionismo imperiale USA, è spesso disposto ad accettare incondizionatamente che la "Caduta del Muro", nel 1989, sia stato un punto di svolta positivo per la storia dell'Europa.
Al di là di quello che si può pensare dei Muri (buoni quando vengono costruiti nella West Bank o al confine con il Messico, e infami quando vengono costruiti a Berlino) vorrei chiedere a costoro se sanno che al momento della "caduta del Muro" la Repubblica Democratica Tedesca era la decima potenza industriale del mondo, e che aveva un sistema di assistenza sociale ammirevole anche in base a parametri scandinavi. E che la Cecoslovacchia seguiva a ruota.
Negli anni 90 il fatto che le capitali dell'est erano al buio, dato che la gente dormiva e non andava per night club, era considerato un motivo sufficiente per snobbare sistemi sociali e politici che avevano realizzato conquiste sociali come la piena occupazione, una casa per tutti, assistenza medica gratuita, buona scolarizzazione di massa e bassi livelli di criminalità . Mi chiedo quanti oggi, nell'era della precarietà senza fine, sarebbero pronti a snobbare con altrettanta disinvoltura tutto ciò se il messaggio venisse riproposto con la dovuta energia e con un grado sufficiente di informazione.
Facevo queste riflessioni quando la popolarità che certe idee recenti dell'ex ministro berlusconiano Giulio Tremonti sta acquisendo in certi ambienti da cui ti aspetteresti di più, mi ha ricordato il detto "quando sei nel deserto e hai sete, una goccia d'acqua ti sembrerà il paradiso".
Dunque, questo ex-pazdaran della globalizzazione neoliberista si è accorto, da qualche anno a questa parte, che gli industrialotti del suo colleggio elettorale, non potendo più contare sul doping della liretta svalutata (che tutta la nazione pagava importando inflazione), ed avendo la Cina cessato di essere mercato di sbocco per merci occidentali, per trasformarsi in terribile competitore internazionale, non ce la fanno più a difendere le vecchie quote di mercato. Ed ecco il Nostro che, sfoderando saccenteria professorale, si inventa la dottrina di una "Nuova Bretton Wood" che serva a dare rispettabilità accademica ad una politica di ripristino dei vecchi privilegi attraverso le barriere doganali, visto che la svalutazione non è più possibile.
Come se fosse una cosa nuova! Come se nei decenni immediatamente successivi all'unificazione d'Italia non si dissanguò l'economia meridionale per permettere lo sviluppo dell'industria del nord al riparo di barriere protezionistiche!
Dei vecchi leoni del dibattito sul "libero scambio" nell'Inghilterra della prima metà del XIX secolo, venti o trent'anni dopo non se ne trovava più uno, perché alla necessità di importare grano a basso prezzo ed agevolare lo sbocco continentale delle merci inglesi, si era sostituita la necessità di chiudere le porte del mercato interno a una nuova potenza industriale, la Germania, che senza le risorse di un immenso impero coloniale stava comunque spezzando le ossa all'industria britannica.
Solo ignorando questi capitoli della storia economica europea un ciarlatano come Giulio Tremonti può essere preso sul serio come il proponente di un'alternativa più equa e razionale.
L'Italia di oggi ha le risorse economiche e le capacità tecniche per sfide più ambiziose di qualunque cosa Giulio Tremonti possa proporre. Perché perdere tempo con le dispute tra le varie sette della religione dell'economia di mercato? Come si può ancora essere succubi della credenza che essa rispecchi le leggi di natura e non sia invece un'organizzazione di comodo della produzione?
Ho citato le esperienze del socialismo dell'Europa orientale come una immensa miniera di esempi degli sbagli da evitare, ma anche delle realizzazioni che furono compiute e che solo la propaganda ostile della Guerra Fredda poté passare sotto silenzio.
Se si vuole un'economia equa e razionale si cominci a pensare in base a principi di equità e razionalità , e non ai sofismi retrogradi dettati da esigenze padronali incapaci di confrontarsi con le nuove sfide.
C'è bisogno di coscienza politica, non di nuovi mandarini.
Non so quanto ci sia di vero nei discorsi di quanti dicono che la Sinistra Arcobaleno abbia perso voti a favore della Lega. Diffido dalle spiegazioni date a caldo perché la loro strumentalità è direttamente proporzionale all'attenzione dei media, ancora prevalentemente focalizzata sull'evento elettorale. So per esperienza che analisi del voto più meticolose ed obiettive, elaborate in tempi posteriori, fanno spesso giustizia delle spiegazioni interessante fatte circolare ad urne appena chiuse.
Dico però che la possibilità non mi pare del tutto inverosimile, e neanche il mio disprezzo per la Sinistra Arcobaleno può risparmiarmi un senso di fastidio per il fatto che la sua emorragia di voti possa aver ingrossato le fila di una formazione xenofoba e razzista. Forse è un argomento degno di una breve riflessione.
Se queste voci fossero confermate, io ne dedurrei che si tratta della condanna a morte dell'illusione tradeunionista della sinistra, dell'idea cioè che un partito che si identifica essenzialmente con gli interessi della sua burocrazia riesca a lucrare una posizione di rendita elettorale perché è percepito come il difensore degli interessi di certi ceti, di certi gruppi, e di certe corporazioni (non uso di proposito il termine classe, che è più nobile e profondo).
Come i fatti hanno dimostrato, a meno che non si goda dell'appoggio dei media è una posizione assai precaria. In questo senso la Sinistra Arcobaleno ha cessato di essere un investimento affidabile per la sua base elettorale vuoi per l'impopolarità del governo Prodi, vuoi perché chi vota per i propri interessi settoriali non si orienta verso forze che portano su di sé il segno del perdente. E' elementare buon senso.
E' senza dubbio una cosa molto buona tener presenti i problemi del pensionato che non riesce a pagare l'imposta sull'immondizia, del precario senza prospettive, della donna di casa che ha difficoltà a far quadrare i conti di casa o dello studente che fa i salti mortali per mantenersi agli studi. Ma se il rapporto tra il soggetto politico e queste persone è puramente di scambio (tu mi voti e io in parlamento difendo i tuoi interessi), esso può funzionare solo finché l'interlocutore politico si presenta come uno che può mantenere le sue promesse. Senza questa condizione, il patto elettorale non si conclude.
Naturalmente ci si potrebbe chiedere cosa c'è di male a voler aiutare i pensionati, i precari, gli studenti, le donne di casa, e farlo con misure legislative che rispondano concretamente ai loro bisogni e ai loro problemi.
Secondo me la risposta è proprio in un travaso di voti che non ha avvantaggiato Berlusconi, ma la Lega Nord. Un partito, cioè, che presenta una forte proposta identitataria, e che dà molto peso a valori politici e ideologici, per quanto spregevoli.
Il fatto è che a molta gente non piace una politica che esprime a pieno la deriva tecnocratica del neoliberismo che, nella sua apologia verso i meccanismi asettici del mercato, diffida delle passioni a favore di un atteggiamento "pragmatico" che cerchi "soluzioni concrete" ai problemi.
Del resto questa posizione del neoliberismo non rappresenta affatto una vittoria della fredda ragione sugli istinti irrazionali, il che sarebbe una cosa buona. I problemi a cui si vuole trovare una "soluzione" in modo "pragmatico" si indentificano con gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari, e sono i loro bilanci a definire l'agenda politica, che si tratti di Veltroni o di Berlusconi.
Dietro la preferenza che la gente esprime per la Lega vi è una muta protesta verso questa riduzione del cittadino alla semplice dimensione di consumatore, che equivale a non essere niente. Se non si è niente, si vota per la Lega, che ti dà almeno la soddisfazione di essere Padano.
Un fenomeno molto simile ha luogo nella Bible Belt, la zona sudorientale degli Stati Uniti dove predomina un forte e crescente conservatorismo di matrice evangelico-protestante. Se ci si ferma all'integralismo o al fanatismo, quando non addirittura alla posizioni fascistoidi, non si capisce che questa gente sta cercando un'alternativa esistenziale ad un destino fatto di ore e ore passate ogni giorno davanti alla tv via cavo a 500 canali o al centro commerciale. Nell'assenza di ogni altra prospettiva si fa fondamentalista evangelica.
In questo senso, credo la rinuncia alla falce e martello da parte della Sinistra Arcobaleno, sia stata un altro catalizzatore della perdita di voti, perché la gente ha intuito la logica di pura autoconservazione degli apparati che c'era dietro quella lista. E non c'è bisogno di credere alle virtù taumaturgiche della falce e martello, o assumere le pose un po' ridicole di foklore politico che spesso si accompagnano a questo emblema, per capire che un ubi consistam simbolico è necessario per chi vuole comunicare un'idea di politica fondata su valori e non su interessi materiali, fossero pure gli interessi materiali sacrosanti dei ceti più disagiati. In un'altra occasione scomoderò Jung per approfondire questo argomento dei simboli in politica.
Se c'è una lezione da trarre da tutto ciò è che difficilmente risorgerà una sinistra parlamentare che si affidi solo alla sua abilità di costruirsi clientele elettorali di sinistra, secondo una logica tradeunionistica dura a morire. O si dà qualcosa al bisogno della gente di ricoscersi in un'idea che trascenda i suoi interessi materiali diretti, o la gente continuerà a rifornirsi sul mercato politico attuale, che non ha bisogno di alcuna sinistra per funzionare a modo suo.
Leggo che Gianni Vattimo è preoccupato dal fatto che questi gruppi dirigenti non accettino ora di farsi da parte. Ma vorrei rassicurare Vattimo almeno da questo punto di vista: queste persone non hanno probabilmente alcuna capacità di comprendere i propri errori e le proprie colpe, e sia che si facciano da parte sia che non lo facciano, se rinascerà una vera sinistra loro non ne faranno parte comunque, perché non li vuole nessuno.
Prima che il movimento dei diritti civili negli USA vincesse le sue battaglie contro la segregazione razziale, negli anni 60, negli stati del sud esisteva il literacy test, ovvero un esamino durante il quale chi voleva esercitare il suo diritto di voto doveva dimostrare di saper leggere e scrivere. La misura era evidentemente discriminatoria, dato che non solo i tassi di analfabetismo erano più alti tra la gente di colore, ma si poneva ogni cura nel far sì che le cose rimanessero così per sempre.
Oggi negli USA le forme disciminatorie sono più sottili. Permane l'obbligo di iscrizione alle liste elettorali, si vota solo nei giorni feriali, ed esiste il famigerato recall, ovvero la possibilità di un delegato ai seggi dei partiti in lizza di contestare il diritto di voto di un qualunque cittadino (in base a liste del casellario giudiziale fornitegli dal suo comitato elettorale), e mettendo sulle sue spalle l'onere della prova di essere a posto con i requisiti di legge.
Da noi esiste una mentalità diversa, e si pone ogni cura ad agevolare l'esercizio del diritto di voto, e questa è una cosa buona. Dovrei allora essere contento che Berlusconi sollevi la questione delle liste elettorali, e l'alto rischio che esse presentino di indurre l'elettore in errore grazie ad un discutibile design che è stato fissato per legge da Berlusconi stesso.
E invece a me questa idea della democrazia a prova di imbecille non piace e non convince. Berlusconi si nasconde dietro l'immagine proverbiale della vecchina intimidita dall'ambiente e con la vista bassa che va tutelata. Ma io non credo che, anche con le liste Berlusconi-style, il livello di abilità cognitiva per mettere una croce su un simbolo superi di molto quella richiesta dal mettere un fagiolo sulla cartellina della tombola. Se fossi un presidente di seggio e vedessi entrare la vecchina dell'aneddotica berlusconiana mi comporterei con cordialità e inviterei la signora a prendersela calma, che tanto non gli corre dietro nessuno. E se anche così sbaglia, ciccia! Io non credo che andrebbe incoraggiata l'idea che l'esercizio delle funzioni di cittadinanza sia una cosa semplice, alla portata di qualunque idiota.
Io non me la bevo questa preoccupazione per le difficoltà al seggio che può trovare un cittadino. Gramsci raccontava che durante la sua infanzia era normale che in Sardegna i poliziotti e i carabinieri presenti ai seggi facessero scivolare un coltello nella tasca dei contadini, per poi perquisirli e trarli in arresto così da non farli votare. Non sono più quei tempi. L'unico problema oggi è quello di una democrazia esclusivista che riserva il potere e la conoscenza a ristrette elite e la tv spazzatura a tutti gli altri. Preoccuparsi dei possibili errori del cittadino decerebrato solo il giorno del voto è troppo tardi e troppo comodo. Specie per chi conta con particolare zelo proprio sul consenso di questo tipo di cittadini.
* * *
Vedo sulla prima pagina di Repubblica la pubblicità dell'ultimo libro scritto da Carla Del Ponte. Titolo: La caccia. Sottotitolo: Io e i criminali di guerra. Immagine: la ghirba teutonica della Del Ponte, che farebbe perdere il sonno al più incallito criminale di guerra.
La Del Ponte subentrò alla canadese Louise Arbour (attualmente alto funzionario alle Nazioni Unite) come pubblico ministero presso il tribunale per i crimini di guerra nella ex-Yugoslavia. Entrambi si distinsero per la rapidità con cui insabbiarono ogni richiesta di investigare i crimini della NATO in Kosovo, presentati sia dal governo serbo che da organizzazioni dei diritti civili in tutto il mondo.
Poco importa che da quel che sappiamo oggi (ma in fondo anche allora) i peggiori criminali di guerra in Kosovo fossero propri i militari della NATO e la guerriglia UCK.
Leggo un post di Carlo Gambescia a commento di una recente intervista concessa al quotidiano spagnolo El PaÃs da Umberto Eco. Pur non avendo letto l'intervista rilevo che le osservazioni di Gambescia quadrano bene con l'opinione generale di ciarlataneria che io ho riguardo l'Eco analista politico.
Se aggiungo qualche parola è perché il mio limitato dissenso dall'opinione di Gambescia rende ancora più dura la critica ad Eco.
Non sono convinto di come Gambescia stronchi un libro come "La struttura assente", e soprattutto con la sua implicita accusa - mi sembra di capire - di indifferentismo etico esteso a tutta la semiotica di Umberto Eco. Che questa non abbia mai avuto la penetrazione militante dell'esempio che la precede, e cioè gli scritti di Roland Barthes, è certo ed indiscusso, ma che l'attenzione ai temi linguistici e semiotici costituisse per Eco una fuga verso l'agnosticismo sociale e politico è senza dubbio ingeneroso.
Ma al di là degli aspetti più strettamente accademici della sua produzione, i suoi interventi giornalistici del tempo che fu, diciamo tra anni 70 ed 80, (rintracciabili nei suoi "diari minimi", o in un libro come "Dalla periferia dell'Impero"), erano in realtà profondi e graffianti. Non avevano nulla della chiacchierata sulla poltrona del barbiere che avrebbe fatto in seguito parlando con gli intervistatori di El PaÃs.
Se rilevo ciò non è per spirito di giustizia, ma per dare un'idea del livello di omologazione del pensiero unico che ha subito la cultura europea dagli anni 90 in poi.
Una volta, per mettere alla berlina la strabordante produzione libraria di Enzo Biagi, qualcuno disse che era un "industrialotto della macchina da scrivere". Umberto Eco è diventato un "industrialotto del personal computer", che produce e promuove i suoi scritti con la mentalità del mobiliere brianzolo.
Il fatto che lo sia "diventato" - mentre prima non lo era, o lo era molto meno - permette di gettare luce su un aspetto della funzione intellettuale, e cioè che la disponibilità ad assumere posizioni critiche verso il potere è sempre un riflesso dei rapporti di forza. Se in Cina c'è Mao, Breznev tiene a segno Nixon, nel sud-est asiatico i Vietcong spezzano le ossa all'esercito più potente e tecnologico del mondo e, sopratutto, in Italia c'è un partito comunista che sembra inarrestabile, l'intellettuale medio - nel senso di aurea mediocritas etica - sentirà pulsare con forza dentro di sé la vocazione antimperialista.
Mettilo nel McMondo del pensiero unico e te lo ritrovi a berciare contro la Casta. E' merce che si vende sempre bene.
Ieri, nel supplemento del Lunedì del giornale sopra citato “Affari e Finanzaâ€, nelle pagine centrali, quelle dedicate alle recensioni di siti e blogs considerati interessanti, si dava una lista di blogs del dissenso. Dissenso cinese, cubano….Ho deciso, quindi, di segnalare il nostro blog alla disinteressata direzione di Repubblica, in modo che ci dia una mano a far sentire la nostra voce di dissenzienti.
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Spett.le Direzione del quotidiano “La Repubblicaâ€,
ho sinceramente apprezzato il vostro articoletto di ieri dal titolo “Il dissenso corre sulla rete†e mi pregio, con la presente, di segnalarvi il nostro blog “Achtung Banditenâ€. E’ un blog che parla di “Socialismo del Secolo XXIâ€, delle sue prospettive politiche, delle realizzazioni che sotto questo nome si stanno affermando nel mondo. E’ altresì un blog di cultura antagonista ed anticapitalista e, come si evince dal titolo, antifascista.
Vista la vostra apertura intellettuale verso i dissenzienti (categoria alla quale apparteniamo anche noi e a pieno titolo) nel mondo, siamo certi che ci darete una mano a concentrare l’interesse dei vostri lettori verso i portatori di dissenso di casa nostra, come noi siamo.
In (vigile) amicizia, Sergio Mauri
E’ sentire comune che, nella società occidentale contemporanea, ci sia una profonda crisi della rappresentanza elettorale. Più in generale ed in profondo, una crisi della rappresentanza dei bisogni sociali. Dobbiamo, per inquadrare il problema, partire dalla constatazione che la rappresentanza oggi ha una sua connotazione particolare. Non stiamo, quindi, parlando di rappresentanza in senso generale ma di rappresentanza in una società avanzata di tipo capitalistico-borghese.
Essa si delinea come un sistema nel quale, dei professionisti della politica, stipendiati dallo Stato, esercitano il potere di mediazione fra le varie componenti sociali, fermo restando il sistema produttivo capitalistico – rappresentato, questo si, dallo Stato stesso - che necessariamente non deve essere messo in discussione. Si tratta, perciò, di una rappresentanza “aperta†ma fino ad un certo punto: fino al punto in cui non mette in discussione posizioni sociali, privilegi, miserie, sfruttamento…insomma finchè non si discutono le fondamenta del sistema.
Questo sistema è fondato sulla accettazione - spinta da un forte processo di ideologizzazione seguito alla parcellizzazione di tutte le funzioni sociali tipica di una collettività articolata e complessa - della delega. Ma, ci siamo accorti da molto tempo, la delega è discutibile. Non funziona veramente. Soprattutto perché chi è delegato non ha nessuna spinta a lavorare seriamente per chi gli fornisce la delega mentre preferisce essere in ottimi rapporti con lo Stato che lo stipendia. Se il delegante, avesse la possibilità di rimuovere in qualsiasi momento il delegato, allora con molta probabilità quest’ultimo non si comporterebbe come si comporta la classe politica oggidì (ovviamente parliamo del sistema nel complesso e non di singole personalità ).
Quindi, il cosiddetto “popoloâ€, composto da tutte le classi sociali, in realtà non ha di per sé un potere reale di controllo nei confronti di questo sistema che si regge indipendentemente dalla legittimazione che il popolo stesso gli può dare. I delegati, funzionari del capitalismo, devono esistere comunque. Si salva l’apparenza delle cose, spedendo il “popolo†a votare ogni tot anni. Si tratta di sondaggi più che di votazioni. E’ la classe dominante che sonda gli umori delle folle per confezionargli poi una rappresentanza politica (che abbiamo visto è fittizia) che lo mette a tacere per un po’ di tempo…fino alle prossime elezioni-sondaggio.
Ma, siamo sicuri che sia un problema nuovo, che si è fatto così pressante solo in questi ultimi anni? Nulla di più falso. Questo è il problema della rappresentanza borghese praticamente dalla sua nascita. Il movimento operaio voleva sostituire insieme al modo di produrre anche il sistema della rappresentanza. Dalla “Comune di Parigi†alla rivoluzione bolscevica, esperimenti di questo tipo ne sono stati fatti e se non hanno avuto un successo totale, ma solo storicamente contingente, la colpa è da addebitare principalmente al diverso rapporto di forza tra capitale e lavoro, assolutamente sbilanciato in favore del primo soprattutto in termini militari.
Tutto il movimento comunista è stato pervaso da questa coscienza ed una delle conseguenze politiche di essa fu proprio la scelta politica di cambiare il sistema dall’esterno e non attraverso progressive e pazienti modifiche dall’interno dello stesso. Oggi tutto ciò è dimenticato, le più elementari lezioni della storia sembrano fuori dal bagaglio culturale dei comunisti e di tutta la sinistra. Che è alla ricerca dei suoi “15 minuti di notorietà â€, promettendo cose che dall’interno delle istituzioni (che giustamente pretendono obbedienza) non potranno mai darci.
Il problema della rappresentanza e la risoluzione dello stesso non è stato solo della parte politica di sinistra. Storicamente, i regimi fascisti si sono affermati proprio in ottemperanza alle necessità più conseguenti del capitalismo, in veste di auto-tutela dal “pericolo rossoâ€, e by-passando i laccioli del sistema capitalistico-borghese. Quei regimi furono la risposta alla crisi profonda che attraversava il sistema nel complesso e, in particolare, quella risposta fu la “via d’uscitaâ€, la dimostrazione di che cosa il sistema stesso si concedeva di fare pur di salvarsi. Sappiamo, a conferma di ciò, quali furono le connivenze interessate del capitalismo a quei regimi.
Anche questa ideologizzazione della crisi della rappresentanza, quindi, è un espediente per continuare a parlare di politica, una politica nuova, “leggeraâ€, dove non sono più importanti i contenuti ma le forme e le più minuscole variazioni sul tema, per farci credere che qualcosa cambia. Anche se i rapporti sociali rimangono tali e quali.
di Sergio MauriE’ desiderio della “Politica†stabilire un nuovo rapporto col cosiddetto elettore, cioè quel fortunato che può illudersi di cambiare le cose inserendo la propria scheda elettorale in un’urna.
In tutti i programmi si promette coinvolgimento del pubblico elettore, costretto a partecipare allo show del 13 aprile in un clima di grande familiarità . Veltroni gira per le case dei suoi elettori. Si stringono mani, ci si presenta, il politico si siede democraticamente tra i comuni mortali, scherza coi commensali, una cosa alla buona, casalinga.
Ci si aspetta di vedere Veltroni in pigiama in uno sfondo olfattivo di soffritto che defluisce dallo schermo. In realtà la partecipazione è quanto mai fasulla. L’elettore viene usato e partecipa ne più ne meno di un poster attaccato al muro o di un ologramma.
Ma se è fortunato, l’elettore può “partecipare†in uno di questi modi :
1) può prestarsi in qualche esperimento di magia, come ad esempio gli exit-polls all’uscita dei seggi;
2) può avere l’onore di alzarsi in piedi a comando e applaudire il politico di turno a “Porta a portaâ€;
3) può ricevere, in prossimità di ogni tornata elettorale, un omaggio consistente in una lettera d’intenti con promesse di vario tipo, tutte tendenti all’iperbole;
4) può ridere, quando il politico dice una battuta, ma quando la telecamera inquadra da quelle parti, anche se in quel momento il politico sta parlando di un collega investito da un autobus;
5) se è una signora grassa, incontrare il politico che le dice “noi ce ne intendiamo di bucatini, eh?â€. Se è una signorina giovane, incontrare Berlusconi che la punta cantandole “Non sei una bambina†o Pierferdi che la delizia con “Al fiume ti porteròâ€. In questi casi è proibito alla elettrice smentire il suo interesse per la proposta amorosa o manifestare disgusto. Quando la TV sarà vieppiù liberalizzata secondo i dettami della Bonino, i politici potranno possedere le elettrici di loro gusto e a esse non sarà consentita altra reazione che non il guardare sorridendo verso la telecamera. Importante sarà l’uso del preservativo.
6) ed eccoci al sogno di ogni elettore. Diventare eletto. In questo caso egli cessa di essere una persona normale, piomba di colpo al di là dello specchio magico della propria immaginazione e il suo mondo sensibile si esaurisce nei punti del programma politico.
Questo è l’immutabile pubblico di elettori. Invano abbiamo atteso da questi, in tanti anni, un piccolo segno di ribellione. Non dico un fischio o una scarpa ma almeno un dignitoso silenzio, uno sgambetto a Fini lanciato tra le file, un invito a Pierferdi ad andare al fiume da solo. O tuta da siderurgico e corredo da operaio a Berti(notti) per un’esperienza immancabile.Macchè. Neanche li abbiamo sorpresi, una volta, col dito nel naso. Ci dispiace. Perché forse questo pubblico di marziani che applaudono, ridono, si alzano e risiedono a comando è presente solo in Occidente. Gli altri hanno ancora bisogno delle dittature.
Barak Obama vuole “dare respiro†ai contribuenti/elettori americani indebitati nella crisi del settore immobiliare, con mutui che non riescono a pagare, concedendogli alcuni miliardi di prestito.
E’ una misura in puro spirito caritatevole keynesiano che sortirà l’effetto di indebitare ulteriormente i poveri, agganciandogli per sovrapprezzo alla mammella statale anche sul piano psicologico. A guadagnarne, infatti, è ancora il sistema capitalista che finanzia se stesso. Mentre i contribuenti/elettori americani in difficoltà , appartenenti alle classi sociali più svantaggiate o alla classe media proletarizzata, identificheranno quello Stato “comitato d’affari dei capitalisti americani†nel loro salvatore, dispensatore di piccoli e grandi favori, prebende e sussistenza.
Quale misura migliore per un sistema che si regge sullo sfruttamento, quella di dare un contentino interessato a coloro che lo subiscono. Sono queste le misure che, in buona parte, allietano tutta la sinistra, esonerandola da prese di responsabilità politiche (rappresentanza delle classi subalterne) che non intende proprio prendersi. Diamogli un po’ di soldi, che intanto tacciano!
Sullo stesso versante bisognerebbe chiarire che la creazione di posti di lavoro (altro cavallo di battaglia della sinistra americana e non solo), in America, sono stati tutti in settori che dovremmo osteggiare con la più ferma convinzione: dalle agenzie dei contractor che combattono in Irak al settore petrolifero, dall’industria delle armi a quella dei “marines-lanzichenecchiâ€.
Cose di cui si preferisce non parlare. A questo tipo di atteggiamento preferisco chi manifesta chiaramente il proprio cinismo.
"Per molti versi, il mondo occidentale stesso sembra avviato ad abbracciare la filosofia di vita del ghetto: non voler sapere, non voler capire che cosa accade nel resto del mondo. Se non stiamo attenti, l'Occidente dei bianchi, che già costituisce una minoranza, si murerà in un ghetto di sua stessa creazione, fatto dei cosiddetti deterrenti nucleari. Molti, dentro tale cintura di protezione, che è anche una cintura di costrizione, già si preparano a scavarsi i loro rifugi. Come per gli ebrei che restarono nei ghetti d'Europa anche dopo l'arrivo dei nazisti, si direbbe che per noi conti soltanto poter continuare il lavoro nel nostro enorme shtetl, e che importa ciò che succede nel resto del mondo?"
Liberarsi della mentalità del ghetto - Bruno Bettelheim, 1962
Sono piuttosto freddo nel considerare positivamente le linee tenute dal governo cinese in politica ed in economia. Anche perché mi troverei in pessima compagnia a celebrarne le qualità : industriali “de-localizzatori†di tutte le taglie, politici “enne-pesisti†[i doppio-pesisti sono superati], “guru†del mondo finanziario, consulenti esperti in “paradisi fiscaliâ€.
Purtuttavia ho una pessima allergia alle fandonie vere e proprie e alle manipolazioni di qualsiasi tipo. Una, eclatante e lapalissiana, è quella in atto sulla questione del Tibet. Premetto che essa è resa possibile dal fatto che il Tibet viene considerato uno strumento di trattativa politico-economica tra Washington e Pechino. Un volgare mezzo per “fare pressione†sul governo cinese.
La riprova di tutto ciò sta nella scarsa considerazione in cui vengono tenute delle lotte altrettanto e più importanti che hanno luogo all’interno delle aree d’influenza occidentale. Se guardiamo al problema dei palestinesi, per la cui soluzione ci si aspetta una loro “calata di bragheâ€, in cambio di nulla, o meglio, di mano libera (massacri inclusi) da parte di Israele e dell’Occidente in tutto il Medio Oriente, il tutto ci apparirà più chiaro.
Potremmo continuare col problema Curdo assolutamente fuoriuscito da qualsiasi agenda politica del “mondo liberoâ€, per entrare nell’agenda delle soluzioni militari definitive al problema stesso. Per continuare, ancora, col problema dei Paesi Baschi, relegato nell’ambito - che comprende anche gli esempi precedenti - del “terrorismoâ€. Mentre al tempo stesso gli americani che torturano e massacrano civili inermi in Iraq (o in qualche base in territorio nemmeno americano!) sono “portatori di democrazia†e….di libertà . Potremmo continuare….coi serbi del Kosovo.
Ma il Tibet è lo strumento della politica americana, quindi, ha un valore molto alto nella scala della “moralità †d’oltreoceano. Nessuno, in questa rincorsa a far parte del coro dei “democratici d’occidente†che devono insegnare al governo cinese come comportarsi, ricorda la storia del Tibet e soprattutto quella dei monaci tibetani.
Non lo ricorda semplicemente perché è una storia scomoda, piena di soprusi, commessi da feudatari medioevali in saio monacale, nei confronti della popolazione rurale su cui esercitavano il loro esclusivo potere. Vessazioni feudali, come richieste di decime a colpi di bastone o di spada, erano all’ordine del giorno.
Tutto ciò finì con la rivoluzione cinese. Le prerogative, i privilegi di una casta armata e feudalmente dominante, furono eliminati. Compresi quelli delle proprietà terriere in mano a questa casta di violenti prevaricatori. Questo è la prima ragione dell’odio “tibetano†verso il governo centrale cinese. E’ un odio della casta (ex) dominante che trova in masse di manovra giovanili e non (quelli che in Italia sarebbero chiamati Black-block) un modo per manifestare il proprio disappunto e la propria forma di lotta politica. Appoggiata dagli USA che, in questo caso, non vedono nulla di male nell’uccidere qualche commerciante o qualche “tutore dell’ordineâ€, mentre si permettono dei sussulti morali quando i palestinesi rispondono con razzi kassam (fatti in casa!) alle incursioni di elicotteri Apache israeliani (gioielli di tecnologia) sopra le loro teste.
Ma non c’è solo il Tibet. Ieri a Kosovska Mitrovica, i serbi hanno risposto ad una prevaricazione delle forze dell'Unmik (l'amministrazione internazionale incaricata di sovrintendere l'ex provincia serba sin da dopo la guerra del 1999) che intendeva sgomberare il Palazzo di Giustizia dove i serbi si erano riuniti da venerdì scorso per discutere la secessione e ribadire la loro fedeltà a Belgrado. Voglio ribadire non solo l’illegalità della secessione kosovara, spinta dall’Occidente, ma anche il pericolo per la propria sopravvivenza fisica che vivono i serbi in quell’area del paese.
Sui nostri media la notizia ha un taglio “laterale†rispetto a quella sul Tibet. Sembra che esso sia più vicino del Kosovo che non sta sulla luna ma in Europa e sembra che i morti o i feriti in zona Tibet siano più importanti di quelli serbi o delle forze della KFOR. “Taci che il nemico ti ascolta†fu il motto coniato dalla banda di criminali al potere chiamati fascisti per difendersi dal mondo esterno che li stava braccando. Ed è un motto che – in perfetta continuità – gli apparati dell’occidente tengono in gran considerazione.
Il problema è che ci stanno cucinando a fuoco lento e noi non ce ne accorgiamo; le classi dirigenti dell’occidente ci tengono ben separati dal resto del mondo, dei cui movimenti noi siamo sempre più all’oscuro, e ne parlano sempre e solo in virtù delle convenienze geo-politiche contingenti, manipolando l’informazione. Ci stanno cucinando a fuoco lento, privandoci degli strumenti culturali per la comprensione di un mondo che cambia velocissimamente e ci sta presentando il conto degli errori e delle violenze che continuiamo a perpetrare, nonché delle balle che continuiamo a raccontarci. Da questo apartheid globale non può nascere nulla di buono se non una rivolta etica e di liberazione.
Leggendo un libro come l’ultimo di Gillo Dorfles, Horror pleni. La (in)civiltà del rumore, non si può non essere d’accordo coi contenuti di critica al vetriolo nei confronti della società contemporanea. Una critica incentrata totalmente sulla sua fenomenologia. Il libro nasce da una raccolta di articoli pubblicati sul “Corriere della Sera†affiancati da una decina di saggi inediti. La pubblicazione è a cura di Castelvecchi Editore.
Dicevo; come non essere d’accordo con Dorfles: “La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali (stimoli visivi, uditivi, tattili) fa si che l’uomo d’oggi si trovi in una situazione del tutto diversa da quella, non di secoli, ma anche solo di una cinquantina di anni fa. […] estendere il concetto di ripulsa, di rifiuto, di orrore appunto, alla situazione di cui sopra: proprio come contrapposizione a quell’opposto concetto dell’horror vacui con il quale ci si è spesso riferiti all’attività di antiche popolazioni preistoriche, i cui graffiti e i cui disegni nelle grotte aurignaziane, magdaleniane, e in generale nelle caverne e sulle pareti rocciose, avevano a quanto pare tra le altre anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza di ogni segno e di ogni traccia umanaâ€.
Tutto ciò si lega chiaramente con un concetto ampliato di homo faber. Ampliato dalle possibilità via via tecnicamente più estese. Ma non solo. Per introdurre la mia interpretazione che seguirà , voglio far parlare ancora Dorfles che scrive in questi termini del tempo contemporaneo che è un fattore parte della meccanizzazione di noi esseri umani. Una meccanizzazione portata avanti dal modo di produrre attuale.
“[…] L’ascensore del grattacielo procede con una lentezza molto superiore a quella delle nostre gambe, le code sulle autostrade portano la velocità degli automezzi a quello delle carrozze d’altri tempi (e anche meno). Le soste negli aeroporti, per un volo di un’ora, sono spesso tre volte più lunghe, e oltretutto non consentono di dedicare la nostra attenzione a questi momenti di un “tempo perduto†che potrebbe essere vissuto creativamente.â€
Tutto condivisibile. Il problema è che rimane fuori o, nella migliore delle ipotesi, è un convitato di pietra, il sistema capitalistico che ha riempito di oggetti il nostro mondo/ambiente e ha parcellizzato e meccanizzato il tempo della nostra esistenza. Nel libro pregevole manca un accenno sostanziale a questo problema. Il problema di un sistema economico e politico esemplato ed indirizzato alla riproduzione del capitale, il cui – in ultima analisi - parametro è solo questo.
La sfida - che non poteva essere raccolta da Dorfles – è quella di battersi per uscire dal circolo vizioso distruttivo (e potenzialmente apocalittico) del capitalismo. Detto questo, vi consiglio di leggere questo libro, scritto da una persona indubbiamente preparata. Un libro da non scambiare per “antimodernoâ€. Non si farebbe sbaglio peggiore di questo. E’ ciò che stiamo vivendo oggi che lo è; è un ritorno alla barbarie attraverso la inciviltà delle merci. E’ la ripulsa a questo sistema che va valorizzata e finalizzata ad un discorso – più ampio – di liberazione.
Visto che il nostro blog aderisce al Blogswarm, l’iniziativa dei bloggers contro l’invasione ancora in corso dell’Iraq, in questi giorni vi proporremo alcuni articoli, video, commenti sul tema.
Per prima cosa vi proponiamo il lungometraggio [1 ora e mezza, n.d.a.] integrale del film “Redacted†di Brian De Palma. Un film-documentario girato interamente in soggettiva e webcam, con attori sconosciuti ma decisamente significativi. Un film che non cedremo nelle sale con la scusa ufficiale che i costi della distribuzione sono troppo alti.
Il lungometraggio narra il raccapricciante episodio di atrocità sui civili avvenuto nel 2006 in Iraq, quando un gruppo di soldati americani di stanza a Samarra stuprò una ragazzina del luogo e sterminò tutta la sua famiglia. Un episodio che media e autorità avrebbero prontamente rimosso e manipolato.
L’unico difetto che posso ascrivere a questo lungometraggio è quello di essere visto solo dalla parte americana. Nel senso che i problemi morali e politici sono quelli dei soldati americani. Questo non fa che continuare, sul piano culturale, quell’imperialismo intreccio di fattori politico-economici di cui conosciamo fin troppo bene gli esiti planetari, dal medio-oriente all’america latina. Uscire da questa logica, anche per un grande regista come De Palma, è difficile. Fare i conti col “sistema Hollywood†fino in fondo è una priorità politica che dovrebbe essere ripresa proprio dalla sinistra antagonista americana, senza infingimenti.