Leggo con simpatia e amarezza la cronaca della manifestazione di massa di ieri sera a Quito contro la Direttiva del
Ritorno con cui la ComunitĂ Europea arriva a prevedere 18 mesi di detenzione amministrativa per gli immigrati
clandestini, oltreché a promuovere la criminalizzazione del fenomeno immigratorio irregolare. In Ecuador la vicenda
è stata attentamente seguita (molto più che in Italia) in virtù del milione e seicentomila eduadoriani emigrati in
Europa, il 60% dei quali non è in regola con i permessi di soggiorno.Simpatia, dico, per la passione civile di un capo di stato verso cui ho un grande rispetto, Rafael Correa, che nel suo discorso dimostra una volta di più come il tema dei diritti umani per gli europei è una merce aperta a qualunque mercanteggiamento, e che il paziente, difficile lavoro di rendere compatibili le leggi ferree dell'economia con il rispetto degli esseri umani trova ormai i suoi laboratori più avanzati fuori dai confini dell'UE.
Amarezza, d'altro canto, per il timore che quello di Rafael Correa, senza sua colpa, sia un atteggiamento da profeta disarmato. Il possente blocco di interessi politico-mediatici che ha preparato il terreno per l'ondata di xenofobia che attraversa l'Europa è troppo forte perché le critiche che provengono dall'America Latina abbiano realmente effetto. Queste verranno ignorate, distorte, manipolate e rispedite al mittente. I paesi latinoamericani, d'altro canto, non hanno ancora la forza economica e diplomatica per poter alterare in maniera significativa il bilancio dei profitti e delle perdite degli euroburocrati.
Per un fattore incoraggiante come la crescente integrazione regionale - che a un livello più avanzato darebbe ben altra forza alle parole di Correa - vi sono altri fattori in controtendenza che spingono, se non al pessimismo, almeno alla prudenza: l'indifferenza delle destre sudamericane al problema della Direttiva del Rirorno, le spinte secessioniste sostenute qui e lì dagli USA, l'agrobusiness che lega le economie di paesi centrali come Argentina e Brasile agli interessi delle multinazionali, la crescita della pressione militare USA, l'inquinamento informativo indotto dal terrorismo mediatico...
Forse noi Europei dovremmo cominciare a renderci conto di quanto sia importante, ai fini di questa stessa partita, e degli sforzi che si compiono in America Latina, che un fronte di contestazione del modello neoliberista si apra a casa nostra, ed innervi il dibattito politico generale. A questo punto ci chiederemmo se le polemiche che hanno fatto seguito alla manifestazione di Piazza Navona sollevino davvero qualche questione essenziale.
Naturalmente, prima che quello che vedrete in questo video accada anche in Italia a un rom è solo questione di tempo. E di una telecamera dimenticata.
I 1036 italiani intervistati, in una scala sul grado di disagio verso i rom che va da 1 (forte disagio) a 10 (nessun disagio), si pongono a 4, mentre la media europea è 6. Qui i cechi ci battono con il loro 3,7. Solo il 5% degli italiani ha conoscenti o amici rom , che è poco più di un terzo del dato europeo del 14%. La maggior apertura è quella di polacchi e svedesi.
Nella stessa ricerca risulta che abbiamo sentimenti miserabili anche all'idea di avere vicini disabili, di altra religione, di altro gruppo etnico, o omosessuali. Siamo regolarmente sotto la media europea.
Sperando che d'ora in poi le amenità sugli 'italiani brava gente' si faranno più ardue da mantenere, non mi stanco comunque di ribadire che la nostra xenofobia è di carattere programmato, attentamente indotta da una campagna, ormai vecchia di anni, che ha criminalizzato per ragioni politiche l'immigrazione. Una destra che è un nulla ideologico e culturale ha trovato su questo terreno un punto di bassa resistenza in cui penetrare in profondità . La sinistra... beh, se vi pare che in Italia esista una sinistra avvertitemi.
Retrospettivamente, vorrei ricordare il sofisma indegno dei Fini, dei Castelli, dei Gasparri, eccetera, diffuso in anni e anni di talk show televisivi, secondo cui il razzismo non è colpa dei razzisti, ma di un avventato atteggiamento di apertura e tolleranza. Guardando i dati dell'Eurobarometro se ne dedurrebbe che se siamo i più bastardi di tutti è perché siamo stati in passato i più aperti e tolleranti. Ma inviterei a ricordare la figuraccia che fece a novembre Romano Prodi quando, dopo aver scritto al presidente della commissione europea, Josè Manuel Barroso, invitandolo a fare qualcosa per l'emergenza rom, si sentì rispondere che un paese che non si è mai neanche preso il disturbo di chiedere i finanziamenti europei a favore dell'integrazione dei rom farebbe meglio a stare zitto.
Sia la lingua inglese, che la francese che la spagnola hanno corrispondenti diretti della parola "clandestino" (in effetti di origine francese, dall'avverbio latino clam, che significa "di nascosto"): E. Clandestine Fr. Clandestin Es. Clandestino. Ma in nessuna di queste lingue ci si riferisce agli immigrati irregolari con questa parola. Le espressioni in uso sono in genere perifrasi come sin papeles, indocumentados, sans papiers, illegal workers che intendono più sottolineare una situazione rispetto alla legge, che una condizione dell'essere. Vi è l'illustre eccezione di "Clandestino", il titolo della celebre canzone di Manu Chao, ma è un caso che rafforza la mia tesi, visto che è una canzone politica dal contenuto apertamente polemico.
In Italia no. Il paese con la più alta percentuale di emigranti al mondo non ha sentito la necessità di differenziare da un punto di vista lessicale lavoratori in cerca di un futuro migliore da contrabbandieri, spie e biscazzieri. Non traggo conclusioni affrettate perché so che le lingue si evolvono in maniera complessa ed è possibile che la parola "clandestino", in Italia, abbia finito per assumere un significato più neutro che altrove. Rimane però il fatto che le altre lingue, nel loro uso comune, hanno rivelato una sensibilità superiore alla nostra.
Potevamo aspettarci qualcosa di più. Una volta nella lingua italiana usavamo la parola "negro" senza le sfumature spregiative che oggi la accompagnano. Nella sua edicione del 1952 l'editore Einaudi metteva in commercio con il titolo "Ragazzo negro" la traduzione in italiano del più celebre romanzo antirazzista statunitense, "Black Boy" di Richard Wright. Ed è con questo titolo che, alle scuole medie, nella seconda metà degli anni 70, lessi il volume disponibile nella bibliotechina d'istituto. In una edizione Piemme del 1993 dal titolo "Il fuoco di Elia profeta", che raccoglie le ultime omelie di padre David Maria Turoldo prima della morte, il nostro più noto teologo della liberazione usa correntemente la parola "negri" per riferirsi agli abitanti dell'Africa nera, e lo fa proprio nel contesto delle sue più appassionate e commoventi perorazioni antirazziste. In questo torno di tempo, 1952-1993, accade però che una parola vecchia di secoli, "negro", proveniente dal latino Niger, che significa "nero", smette di essere usata nella maniera consueta dagli Italiani che, obbedendo alla vulgata holliwoodiana, trasformano la parola in insulto (negli USA "Negro" è usata per offendere) ed adotta sciocchi prestiti come "nero" o "di colore".
Non è dunque che i parlanti italiani non abbiano sensibilità linguistica, continuando a fare un uso della parola "clandestino" rifiutato da altre lingue. E' solo che si comportano come topi pavloviani di fronte alle ingiunzioni del colonialismo culturale statunitense. La nostra cultura è questa.
Declino la responsabilitĂ per il travaso di bile che prevedibilmente queste immagini vi daranno. Se costruite un razzo Qassam non voglio saperne niente. Sono fatti vostri.
[ A dire che un documento è "storico" si rischia inevitabilmente di sembrare retorici. Ma questa dichiarazione che segue - e che traduco dall'inglese - rende impossibile non tanto che d'ora in poi qualcuno continui a respingere l'accostamento tra Israele e l'apartheid sudafricano, ma che chi lo faccia non dia l'impressione - alla gente obiettiva e informata - di arrampicarsi sugli specchi
-- Gianluca Bifolchi
]
Noi Sudafricani che abbiamo affrontato la potenza dell'ingiusto e brutale meccanismo dell'apartheid in Sudafrica, e lo abbiamo combattuto con tutte le nostre forze, per poter vivere in una vera democrazia, rifiutiamo oggi di celebrare l'esistenza di uno stato apartheid in Medio Oriente. Mentre Israele e i suoi difensori nel mondo proclameranno con pompa cerimoniosa il sessantaseiesimo anniversario della nascita dello stato d'Israele questo mese, noi che abbiamo vissuto e combattuto contro l'oppressione e il colonialismo vogliamo ricordare i sei decenni di catastrofe del popolo palestinese. Sessant'anni fa 750.000 Palestinesi furono brutalmente cacciati dalla loro terra, soffrendo persecuzione, massacri, e tortura. Essi e i loro discendenti rimangono rifugiati. Non c'è ragione di fare festa.
Quando pensiamo al massacro di Sharpeville del 1960, ci ricordiamo anche del massacro di Deyr Yassin del 1948.
Quando pensiamo alla politica dei bantustan in Sudafrica, ci ricordiamo anche della bantustanizzazione che gli Israeliani compiono in Palestina.
Quando pensiamo ai nostri eroi che languivano a Robben Island o altrove, ci ricordiamo degli 11.000 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane.
Quando pensiamo al massiccio furto di terra perpetrato contro il popolo del Sudafrica, ci ricordiamo anche che il furto di terra palestinese continua attraverso la costruzione degli insediamenti israeliani e del Muro dell'Apartheid.
Quando pensiamo alla Legge sulle Aree di Gruppo ed altre tali leggi del sistema di apartheid, ci ricordiamo che il 93% di terra in Israele è riservata ai soli Ebrei.
Quando pensiamo alla gente di colore sistematicamente espropriata in Sudafrica, ci ricordiamo che Israele usa l'esproprio etnico e razziale per colpire al cuore la vita palestinese.
Quando pensiamo alle unitĂ SADF e a come perseguitavano la nostra gente, ci ricordiamo che attacchi di carri armati, di caccia a reazione, e di elicotteri da combattimento sono l'esperienza quotidiana dei Palestinesi che vivono nei Territori Occupati.
Quando pensiamo agli attacchi delle SADF contro le nazioni vicine, ricordiamo che Israele destabilizza deliberatamente la regione mediorientale, e minaccia la pace e la sicurezza internazionale, anche con le sue centinaia di testate nucleari.
Noi che abbiamo conbattuto contro l'aparthied e che abbiamo giurato di non permettere il suo ripetersi non possiamo permettere che Israele continui a perpetrare l'apartheid, il colonialismo e l'occupazione contro il popolo originario della Palestina.
Osiamo dire che a Israele non deve essere permesso di continuare a violare il diritto internazionale impunemente.
Non staremo in silenzio mentre il bianco Israele continua ad affamare e a bombardare la gente di Gaza.
Noi che abbiamo combattuto per tutta la vita perché il Sudafrica fosse uno stato per tutto il suo popolo esigiamo che a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno alle case dalle quali furono espulsi.
L'apartheid è stata una forma di rozza violazione dei diritti umani. E' stato così in Sudafrica ed è così con la persecuzione israeliana dei Palestinesi!
Ronnie Kasrils, Minister of Intelligence / End Occupation Campaign
Blade Nzimande, General Secretary, South African Communist Party
Zwelinzima Vavi, General Secretary, Congress of South African Trade Unions
Ahmed Kathrada, former Robben Island prisoner
Eddie Makue, General Secretary, South African Council of Churches
Makoma Lekalakala, Social Movements Indaba
Dale McKinley, Anti-Privatisation Forum
Lybon Mabasa, President, Socialist Party of Azania
Costa Gazi, Pan Africanist Congress of Azania
Jeremy Cronin, South African Communist Party
Mosibudi Mangena, President, Azanian Peoples Organisation / Minister of Science and Technology
Pallo Jordan, Minister of Arts and Culture
Sydney Mufamadi, Minister of Provincial and Local Government
Mosioua Terror Lekota, Minister of Safety and Security
Alec Erwin, Minister of Public Enterprises
Essop Pahad, Minister in the Presidency
Enver Surty, Deputy Minister of Education
Roy Padayache, Deputy Minister of Communications
Derek Hanekom, Deputy Minister of Science and Technology
Rob Davies, Deputy Minister of Trade and Industry
Lorretta Jacobus, Deputy Minister of Correctional Services
Sam Ramsamy, International Olympic Committee
Enver Motala, Educationist
Yasmin Sooka, Executive Director, Foundation for Human Rights / Former commissioner of the Truth and Reconciliation Commission
Pregs Govender, Feminist Activist and Author: Love and Courage, A Story of Insubordination
Adam Habib, Deputy Vice-Chancellor, University of Johannesburg
Frene Ginwala, African National Congress
Salim Vally, Palestine Solidarity Committee
Na'eem Jeenah, Palestine Solidarity Committee
Brian Ashley, Amandla Publications
Mercia Andrews, Palestine Solidarity Group
Andile Mngxitama, land rights activist
Ben Turok, Minister of Parliament
Patrick Bond, Centre for Civil Society, University of Kwazulu- Natal
Farid Esack, Professor of Contemporary Islam, Harvard University
Dennis Goldberg, former political prisoner
Elinor Sisulu, Crisis in Zimbabwe Coalition
Andre Zaaiman
Virginia Setshedi, Coalition Against Water Privatisation
Max Ozinsky, Not in my Name
Revd Basil Manning, Minister, United Congregational Church of Southern Africa
Firoz Osman, Media Review Network
Zapiro, cartoonist
Mphutlane wa Bofelo, General Secretary, Muslim Youth Movement
Steven Friedman, academic
Ighsaan Hendricks, President, Muslim Judicial Council
Iqbal Jassat, Media Review Network
Stiaan van der Merwe, Palestine Solidarity Committee
Naaziem Adam, Palestine Solidarity Alliance
Asha Moodley, Board member of Agenda feminist journal
Suraya Bibi Khan, Palestine Solidarity Alliance
Nazir Osman, Palestine Solidarity Alliance
Allan Horwitz, Jewish Voices
Jackie Dugard, legal and human rights activist
Professor Alan Beata Lipman
Caroline O'Reilly, researcher
Jane Lipman Shereen Mills, Human rights lawyer, Centre for Applied Legal Studies
Noor Nieftagodien, University of the Witwatersrand
Bobby Peek, groundwork, Friends of the Earth
Arnold Tsunga, Chair, Crisis in Zimbabwe Coalition
Mcebisi Skwatsha, Provincial Secretary, ANC Western Cape
Owen Manda, Centre for Sociological Research, University of Johannesburg
Claire Cerruti, Keep Left
Cassiem Khan Duduzile Masango, Ecumenical Accompanier Programme, Palestine/Israel.
Lubna Nadvi, University of Kwazulu Natal
Syed Aftab Haider, Ahlul Bait Foundation of South Africa
Rassool Snyman, Palestine Support Committee
Suleman Dangor, University of Kwazulu Natal
Zaithoon Maziya, African Muslim Network
Asif Essop - Anti-Racism Education Forum
Patrick Mkhize, Steel Mining and Commercial Workers Union
Zeib Jeeva, Treasurer, International Development and Relief Foundation
Sheila Barsel, Not In My Name
NB: Organisational affiliations above are for identification purposes only and do not necessarily reflect organisational endorsement.
Organizzazioni aderenti:
Al Quds Foundation
Anti-Privatisation Forum (APF) and its 28 affiliates
Anti-Racism Education Forum
Azanian Peoples Organisation (Azapo)
Congress of South African Trade Unions (Cosatu)
Crisis in Zimbabwe Coalition
End Occupation Campaign
groundWork, Friends of the Earth
Media Review Network (MRN)
Muslim Judicial Council (MJC)
Muslim Youth Movement of South Africa (MYM)
Not In My Name
Palestine Solidarity Alliance
Palestine Solidarity Committee
Palestine Solidarity Group
Palestine Support Committee
Social Movements Indaba (SMI)
Socialist Party of Azania (SOPA)
South African Communist Party (SACP)
South African Council of Churches (SACC)
Workers Organisation for Sociliast Action (WOSA)
Riguardo ai fatti di Napoli, cosa manca perché i nostri media comincino a parlare di pogrom anti-nomadi? I morti e i feriti? Gli incendi già ci sono, se arrivano anche i morti e i feriti si potrà finalmente parlare di pogrom?
Ho poca simpatia per l'UE, ma a questo punto credo che solo un suo intervento potrà invertire la tendenza xenofoba che è stata così irresponsabilmente scatenata. In Austria, con Jorge Heider funzionò, più o meno. Potrebbe funzionare anche con noi, che del resto non siamo più civili degli Austriaci.
Non è necessario che si arrivi alle sanzioni, basterà minacciarle con la necessaria severità . A quel punto Berlusconi, prevedibilmente poco entusiasta di essere a capo di un governo sotto sanzioni per razzismo e xenofobia, potrebbe dare il contrordine alle sue corazzate mediatiche, che smetterebbero di gettare benzina sul fuoco dell'isteria securitaria e xenofoba.
Gli ambienti confindustriali, preoccupati per il "Made in Italy", potrebbero cominciare a temere che il "Bel Paese" finisca per essere percepito all'estero come il "Bel Paese dei Pogrom", ed anche le loro propaggini editoriali deciderebbero di attivarsi in chiave antirazzista.
Altrimenti io non vedo possibilità di reazioni dall'interno, giacché gli anticorpi civili del paese sono stati decimati da tempo.
Naturalmente occorre aver conservato molte illusioni sui principi dell'europeismo per sperare davvero che l'UE si metta contro l'Italia e Berlusconi (in effetti assai popolare nel PPE, checché se ne dica in Italia) solo in nome della dignità umana dei Rom.
Quello che è certo è che questo clima, così come è stato creato ad arte per fini politici, potrebbe essere invertito con un sufficiente investimento di risorse mediatiche. Ma in un paese che è riuscito a trasformare le naturali tensioni dell'immigrazione in paranoia, e questa, a sua volta, in una sorgente di voti, quanto si può sperare in una forte campagna antirazzista?
Non ho certo parlato bene di Gian Antonio Stella su questo blog, benché usando spesso il termine "casta" in polemica con la classe dirigente di questo paese, ho indirettamente reso omaggio alla sua dura requisitoria contro il Palazzo (e secondo me "casta" rende bene l'idea di una degenerazione del ceto politico che, rispetto, ai tempi della denuncia pasoliniana, ha addirittura perso dignità ideologica a favore della semplice difesa del privilegio).
Rendo ancora merito a Stella per il coraggioso libro che scrisse qualche anno fa sulla storia dell'emigrazione italiana, L'Orda, quando i subumani additati al disprezzo e alla diffidenza in terra straniera eravamo noi.
Pensate a quanto suona patetico oggi l'adagio molto in voga qualche anno fa secondo cui, essendo noi stati un popolo di emigranti, siamo oggi per ciò stesso umani ed ospitali con chi arriva qui in cerca di un lavoro.
In effetti la parola d'ordine xenofoba è diventato uno dei principali strumenti di ricerca del consenso elettorale della destra, scarsamente osteggiato dalla "sinistra" (chiamiamola così) che semmai cede sempre più spesso alla tentazione di competere sullo stesso terreno (Domenici, Zanonato, Cofferati...).
Quello che la gente non capisce, naturalmente, è il carattere del tutto artificioso dell'allarme. Chissà cosa penserebbe una persona civile, preoccupata in buona fede dalla profluvie di notizie di cronaca nera che vedono come protagonisti immigrati clandestini, se potesse assistere segretamente alla riunione di redazione di un giornale o di un tg, in cui il direttore esordisce dicendo: "Allora, ce l'abbiamo lo zingaro, il romeno, il marocchino da mettere in prima pagina (o nei titoli di testa?)"?
Se dovessi indicare una delle più grandi battaglie che i progressisti potrebbero vincere (e sono lontanissimi da ciò) è quella in cui si riesce a far capire alla gente che quando i media o i politici emettono messaggi che generano ansia, nove, volte su dieci la cosa è studiata a tavolino, dato che non c'è nulla che rende l'opinione pubblica più docile o manipolabile come la paura.
PS. Piccola consolazione: alle presidenziali del Paraguay ha vinto Fernando Lugo.
[Oggi ricorre il 43° dalla morte di Malcolm X, uomo di grande importanza politica non solo per gli Stati Uniti d'America ma per il mondo intero. Questo grazie alla sua personale parabola politica significativa, al contenuto del suo messaggio, pensiero e comportamento. L'attualità di esso, anche per ciò che concerne il Socialismo, è fuori discussione. Le opposizioni su cui ragionare, rispetto all'esperienza di Malcolm sono: razzismo-antirazzismo; capitalismo-socialismo; occidente-resto del mondo; cristianesimo-islam. In un momento nel quale negli Stati Uniti il signor Barak Obama è stato scelto come "l'uomo buono per questa stagione" è utile ricordare che cosa sia stato il problema razziale oltreoceano, non su di una base moralistica ma strettamente politica. Senza piagnistei e senza le solite buone intenzioni. L'importante è individuare cosa esprime politicamente l'esistenza del razzismo, quali interessi copre, quali obiettivi persegue. Tutto il resto è puro, subdolo moralismo. Dedico simbolicamente questo post proprio all'"uomo buono per questa stagione".]
Nel novembre del 1963 a Detroit di fronte a un pubblico quasi esclusivamente nero Malcolm diceva:
“Ogni volta che vi guardate la faccia, sia che abbiate la pelle nera, marrone, rossa o gialla, che siate insomma un cosiddetto negro, rappresentate una persona che pone all’america un serio problema….Non ci troviamo in questo inferno perchè siamo battisti o metodisti…nè perchè siamo democrativi o repubblicani, nè massoni o membri della setta degli Elks e neanche perchè siamo americani. Siamo qui in questo inferno perchè siamo neri, cittadini di 2^ classe, ex-schiavi…Abbiamo un nemico comune: lo stesso oppressore, lo stesso sfruttatore, lo stesso discriminatore.”
Ma “Non siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro la degradazione e contro l’oppressione”. Di fronte ai quadri di base cui Malcolm si rivolgeva, il nemico comune era identificato con l’uomo bianco ma aggiungendo poi la determinazione di “colonizzatore” per complemento, quel colore impallidiva ulteriormente rispetto al ruolo, alla personificazione storica di quell’invisibile rapporto di capitale cui Malcolm alludeva.
Nel maggio del 1964 aveva inoltre messo in guardia sul fatto che “per i bianchi è impossibile credere nel capitalismo e non credere nel razzismo….se trovate una persona che dimostra di non accettare la componente razzista nel suo modo di considerare la realtà , di solito è un socialista o uno la cui filosofia politica è il socialismo.” Egli osava denunciare il rapporto razziale come strumentale a quello di classe: “Non ci può essere solidarietà tra i lavoratori se prima non c’è la solidarietà razziale”. Osando anche dire: “Per quel che riguarda la non-violenza dirò che è criminale insegnare a chi è vittima di continui, brutali attacchi a non difendersi”.
La sua analisi è stata e rimane - soprattutto dopo il pellegrinaggio alla Mecca che gli fece scoprire che la fratellanza tra tutte le genti è possibile e che la Nation Of Islam era una mezza montatura, e dopo le 3 settimane in Africa che lo portarono a considerare l’Imperialismo come responsabile di sperequazioni, razzismo e sfruttamento in tutto il globo - l’esempio che ovunque sia fatta e sotto qualunque pelle trovi la capacità di esprimersi, conduce alla medesima denuncia del polimorfo Leviatano dei centri finanziari internazionali, delle centrali della guerra interinale.
I padroni del nuovo continente costruivano il loro nuovo impero con gli arnesi in disuso del vecchio sfruttamento servile e schiavile, adibendoli ad incatenare stabilmente alla soggezione la non-identità pluralistica dei necessari emarginati. La logica dell’eguaglianza miscelava nel populismo e nell’appartenenza di gruppo, le giuste dosi per impiantare un ordine gerarchico stabilito per nazionalità e colore della pelle. La forza lavoro veniva abbandonata all’eguaglianza operata dalla disgregazione del mercato. In tal modo gli americani applicavano in maniera vincente una razionalizzazione della continuità -giuridico-politica dei rapporti di forza, dietro la parvenza dei un diritto che fissava l’inferiorità col non riconoscerla. Molto prima del nazismo ricordato ed additato sempre come il massimo da esecrare per il crudele sistema gerarchico e razzista del lager, gli Stati Uniti frapponevano ildiaframma razziale a guardia del comando sul lavoro.
Lo stigma della razza significa costringere il subordinato a doversi emancipare non solo socialmente ma anche da una inferioritĂ naturale idealmente incancellabile.
[...] Era il periodo, difficilissimo per i comunisti, che va dalla firma del patto Ribentropp-Molotov all'aggressione nazista all'URSS. In questo senso è significativo un episodio: saputo che i comunisti negli Stati Uniti avevano iniziato una campagna antinterventista, egli si precipita ad informare un compagno, membro del comitato centrale del PC tedesco, che si dichiara d'accordo con i comunisti americani perchè, a suo parere, "...questa guerra non interessa la classe operaia internazionale"
La storia antifascista è quella di Josip Tomazic, nato a Trieste il 20 marzo del 1915 in una famiglia della borghesia slovena. Dopo aver vissuto il duro periodo della snazionalizzazione, della distruzione di tutte le espressioni culturali, politiche ed economiche degli sloveni e dei croati di Trieste, ad opera del fascismo, egli si avvicina alla militanza comunista. Nel periodo fascista, sebbene in clandestinità , nella Venezia Giulia i comunisti e le organizzazioni irredentiste slave di destra o di sinistra (dalla “T.I.G.R.” alla “Borba” dipendente dalla prima) sono gli unici ad opporsi ed esporsi (con pochi e disperati mezzi) al fascismo. E’ naturale, quindi, che un giovane umiliato dal regime trovi in quella direzione le risposte ai propri problemi. Egli un diviene comunista al tempo stesso attento alle necessità di preservare l’identità etnica del suo popolo. Diviene una personalità importante nel Partito Comunista Sloveno e si batte per la costituzione di una Repubblica indipendente e Sovietica Slovena. Per fare ciò, deve stringere una alleanza con la parte “democratica”, diciamo “progressista” e di sinistra della borghesia slovena. Per questo motivo, alcuni esponenti comunisti della zona (sia italiani che sloveni) all’epoca considereranno politicamente molto rischioso questo suo progetto. Pensavano che, col tempo invece di attrarre la borghesia verso il comunismo, Tomazic avrebbe finito per essere attratto nell’orbita degli interessi di quest’ultima.
Alla lettura della sentenza, uno scrosciante applauso e commenti di soddisfazione rimbomberanno attraverso tutta l’aula. A quel punto Tomazic – atto col quale rafforzerà ulteriormente la sua fama – saluta la corte e il pubblico col gesto comunista del pugno alzato, facendo inferocire la folla e rischiando il linciaggio. La fucilazione dei 5 avverrà il 17 dicembre del ’41. Accompagneranno Tomazic davanti al plotone d’esecuzione Viktor Bobek, Ivan Ivancic, Simon Kos, Ivan Vadnal.
Dopo le ultime esternazioni del consigliere comunale leghista sulle modalità da usare verso gli immigrati, con tremendi accenni al "sistema delle SS" e le successive scuse televisive dello stesso che, dopo essersi fatto un pò di pubblicità in negativo (ma sempre pubblicità è) ha subito una tirata d'orecchie da quell'establishmente da tugurio che è il suo raggruppamento politico, possiamo fare un bilancio della situazione sul versante razzismo in Italia.