Io non sono solo ateo e marxista. Sono anche assai poco "trascendentale", nel senso che mi mancano completamente quei brividi metafisici che inducono molti nostri celebri atei (Ingrao, Bertinotti, D'Alema, ...) a cominciare col professare un "profondo interesse e rispetto" per la fede, per finire con qualche iniziativa editoriale a quattro mani, insieme a qualche alto prelato.
Non saprei spiegare dunque il rapimento che sto provando alla lettura di una serie di saggi di padre Ernesto Balducci dedicati al magistero di Don Lorenzo Milani (E, Balducci, "L'insegnamento di don Lorenzo Milani", Editori Laterza, euro 6, 50).
Per iniziare a sfogliare e a leggere il libro mi è bastato il ricordo di qualche anno fa, quando Walter Veltroni pretese di impossessarsi della figura di Don Milani in un discorso in cui citava una massima che anche il priore di Barbiana amava ripetere: "I care", mi importa.
Avevo letto qualche anno prima "Lettera ad una professoressa", e trovavo assurdo e comico che proprio Veltroni, l'apoteosi del cerchiobottismo (o maanchismo) italiano, pretendesse di assimilare al suo discorso politico il più intransigente, rigoroso, duro e a tratti persino intollerante evangelista che la Chiesa Cattolica italiana avesse avuto nel XX secolo. Fantasticavo di una visita di Veltroni alla scuola di Barbiana, ed un'accoglienza da parte di Don Milani altrettanto vivace dell'episodio di Gesù e dei mercanti nel Tempio.
Ma queste fantasie un po' oziose erano solo il pretesto per iniziare la lettura del libro di Balducci. Il cui interesse per me va molto più al fondo delle cose. In particolare mi chiedo se una delle ragioni per cui la sinistra è tanto in difficoltà oggi, non sia dovuta all'ossessione di voler indovinare quali sono le cose che funzionano e fanno vincere le elezioni, piuttosto di chiedersi, molto più semplicemente, cosa è giusto e cosa non lo è. E non è un modo di rovesciare il problema, come se si volesse sostenere che il primato delle questioni etiche garantirà la vittoria. E' piuttosto un modo per dire che non esiste vittoria, se non è vittoria di ciò che è giusto.
Del resto a fare così non si rischia di lasciare alcuno spazio vuoto: non mi sono mai accorto di una particolare carenza, a sinistra, di persone che si sentono la vocazione del Grande Stratega. Io, da ateo e marxista, sono soddisfatto per il momento della miniera d'oro che ho scoperto nella nostra Teologia della Liberazione, quella degli scritti di Ernesto Balducci, Don Milani, David Maria Turoldo, eccetera...
Il judo è una grande disciplina mentale, prima ancora che fisica. Essenzialmente si tratta dell'arte di battere il proprio avversario usando la sua stessa forza.
Sono sicuro che la "melassa" menzionata in tanti commenti a proposito del "dialogo sulle riforme" tra governo e opposizione, in qualche recesso del cervello strategico di Walter Veltroni deve trarre ispirazione da una suggestione orientale come la filosofia del judo.
In termini di arte della guerra, se ci pensate, è un diametrale cambio di scenario rispetto alle ultime elezioni politiche e amministrative, quando Berlusconi ha polverizzato l'avversario usando le sue stesse debolezze.
Ignoro il nome dell'arte marziale berlusconiana, ma sono sicuro che voglia riprovarci.
Su chi scommettete voi, su di lui o sul judoka Veltroni?
Alla notizia che Roberto Calderoli diventava ministro alla "Semplificazione" mi è subito venuta in mente una celebre massima di Einstein: "Bisogna rendere le cose più semplici possibili, ma non più semplici". Credo che stesse fissando un parametro di stupidità .
Non credo affatto che Roberto Calderoli sia personalmente stupido, tutt'altro. Io lo considero piuttosto una specie di fool shakesperiano dalle insospettate profondità tragiche. Ma con lui è la stupidità e l'ottusità che vanno al governo. E non nel senso dell'avanzante leghismo, ma come essenza dello stesso berlusconismo (da intendersi come ideologia popolare e non come ciò che davvero passa in testa al Cavaliere).
Non mi sono mai scandalizzato del fatto che Berlusconi, nell'ormai lontano 93, fosse arrivato alla conclusione che se non "scendeva in campo" con l'obiettivo di diventare il Dominus della politica italiana (sia che stesse al governo o all'opposizione) c'era il rischio di essere associato alle patrie galere o persino di perdere "la roba".
Il mio motivo di scandalo è che tutto gli sia riuscito così facilmente, come se questo paese non stesse aspettando altro che lui.
Ciò è stato possibile non tanto perché poteva usare le televisioni, ma perché le aveva già usate per tanti anni, con tutto il tempo che voleva per preparare culturalmente il terreno, nei termini della produzione attiva di larghi strati di opinione pubblica sostanzialmente estranei ai più fondamentali requisiti della democrazia e dello spirito repibblicano. Primo tra tutti la separazione dell'interesse pubblico e dell'interesse privato.
Da questo punto di vista "La ruota della Fortuna" e l'essere presidente del Milan hanno potuto infinitamente di più che non Emilio Fede.
Naturalmente il compito gli era stato facilitato da decenni di dominio democristiano sui ceti moderati. Pasolini - un autore che non amo particolarmente - aveva definito la DC "un nulla ideologico-mafioso", e c'è da chiedersi se di fronte alla "discesa in campo" di Berlusconi c'era proprio bisogno di Mani Pulite per produrre la dissoluzione della decotta Balena Bianca. Pensate a Giovanardi.
Ma la stupidità era anche dall'altra parte, come sottoprodotto dell'ebbrezza di potere di una "sinistra" che era arrivata a pensare a Palazzo Chigi come la Merchant Bank del potere finanziario italiano, e a pensarsi insostituibile per questa ragione. Per costoro il conflitto di interessi esisteva soltanto durante le campagne elettorali, per intercettare il consenso di un elettorato in cui persistevano residui dello spirito della Costituzione repubblicana. Presi i voti, l'unico problema che restava era come farli fruttare al meglio nel trattare un modus vivendi con Berlusconi, la cui unica costante fosse l'intangibiltà di tutto ciò che interessava personalmente al Cavaliere.
La stupidità di questa sinistra si coglie abbastanza bene dai sorrisi tirati e nervosi che i suoi "leader" esibiscono di fronte alle telecamere a tanti giorni ormai da una sconfitta così piena ed umiliante. Si vede che non se l'aspettavano. Non si aspettavano il "pernacchio" insegnato da Eduardo De Filippo in un memorabile episodio de L'oro di Napoli (anche se il "pernacchio" di Eduardo aveva una nobiltà plebea che le schiere dei berluscones non si sognano neppure).
Ora Veltroni e Bettini stanno riflettendo sull'amara verità che combattere il Presidente del Milan a colpi di endorsement di Francesco Totti è come il tradizionale fico secco a un festino di nozze.
Da settimane sto seguendo il tentativo di balcanizzazione della Bolivia che ha preso forma nel referendum separarista di Santa Cruz di domenica scorsa, e per tutto il tempo ho incubato una disagio verso molti che anche in Italia se ne sono occupati esprimendo solidarietà a Evo Morales e al suo governo, e facendolo in nome di principi di democrazia, diritti umani, autodeterminazione, eccetera eccetera eccettera.
Questo disagio prende ora la forma nitida di una domanda che per me diventerà uno spartiacque per valutare il grado di lucidità con cui si guarda alle vicende della politica internazionale, e segnatamente dell'America Latina.
La domanda è: non avrete pensato che i problemi di Evo Morales sono problemi "sudamericani", vero? Non vi siete crogliolati nella comoda illusione che "questo non potrebbe capitare a casa nostra", vero? Non avete creduto che le notizie che vengono dalla Bolivia descrivono semplicemente una realtà di arretratezza e sottosviluppo, vero?
La domanda è legittima, vista la frequenza con cui posizioni di forte contestazione delle politiche neoliberiste in America Latina si combinano a casa nostra con varie e stupefacenti forme di collateralismo con il PD, che vanno dalle teorizzazioni del "voto utile", allo strumentale uso dei rigurgiti neofascisti per una rispolverata della retorica dell'arco costituzione per fare la lista dei buoni e dei cattivi (se i fascisti sono i cattivi, allora tutti gli altri...)
Perché parliamoci chiaro, se in Italia si costituisse un governo di forte appoggio popolare come quello del MAS boliviano, al di fuori delle garanzie vaticane, atlantiche e confindustriali, dovrebbe affrontare esattamente quello che sta subendo Evo Morales in questo momento.
Per essere più chiari: nell'ipotesi che questo governo ponesse mano ad una profonda revisione della Costituzione per introdurre strumenti e garanzie di reale partecipazione dalla base, che procedesse ad un piano di nazionalizzazioni laddove fosse evidente che ciò è richiesto dalle necessità della gente, che smettesse di mitizzare le istituzioni finanziarie internazionali (BCE compresa), e perseguisse una politica estera antimperialista, susciterebbe reazioni del tutto simili a quelle a cui stiamo assistendo in Bolivia.
E non mi riferisco solo alle nostre "oligarchie" che potrebbero essere tentate di seguire la "via dell'autonomia" in Padania o in Sicilia. Mi riferisco al boicottaggio della burocrazia; al terrorismo mediatico da parte di tutti i grandi mezzi di comunicazione; al tentativo di creare caos nell'economia o paura nella gente (ad esempio facendo mancare il cibo nei negozi o carburante alle pompe di banzina); alle "prove" che collegherebbero i nuovi governanti al terrorismo internazionale; al grande allarme internazionale per il restringersi del diritto d'espressione e per il deteriorarsi dei "diritti umani" in Italia.
Chi crede che in uno scenario del genere il PD starebbe dalla parte di chi difende il processo di cambiamento sociale, e non dalla parte di chi lo attacca, perfino con il ricorso a mezzi illegali ed antidemocratici, o è stupido o è in mala fede. E non si tratta tanto dell'opinione che si può avere del PD e dei suoi quadri dirigenti, quanto della profonda incomprensione di cosa è successo in questi anni in America Latina.
I movimenti popolari del sudamerica che hanno imposto il cambiamento, non hanno mandato all'opposizione solo destre retrive e scopertamente fasciste, ma "socialdemocrazie" rette da dirigenze tecnocratiche e modernizzanti che, oltre a fare la gioia di Mario Vargas Llosa, sono la più riuscita approssimazione al ruolo che il PD cerca di giocare in Italia. O si crede che è un caso se Repubblica, il più forte media a sostegno del PD, dà all'America Latina la copertura che sappiamo? Perfettamente in linea con il taglio coloniale di un giornale di "sinistra" come El Pais?
Gli storici di destra e di sinistra del nostro paese possono dividersi sull'impatto che ebbe il primo centrosinistra all'inizio degli anni sessanta, ma tutti concordano che non ci sarebbe stato alcun centrosinistra senza la luce verde di Washington data da J. F. Kennedy. Incredibilmente, ancora oggi si menziona questa circostanza come argomento a favore dell'apertura mentale di Kennedy e non dell'avvilente subalternità di una nazione che doveva ricevere l'assenso di una potenza straniera anche per la più timida apertura alle riforme.
Cosa induce a credere che le condizioni di "sovranità limitata" dell'Italia siano venute meno, nel frattempo? Si considerino le modalità con cui il governo Prodi ha concesso un'altra base militare agli USA, a Vicenza. Credete davvero che l'inevitabile conflitto che si aprirebbe con Washington, nel caso di una evoluzione politica simile a quella della Bolivia (o del Venezuela, o dell'Ecuador) vedrebbe parti importanti di questa vecchia classe dirigente schierarsi a difesa della sovranità nazionale e della non ingerenza?
Credere questo significa non imparare niente dall'esperienza.
La tentazione del PD e di Veltroni di usare i fatti di Verona come arma di attacco contro il centrodestra è insincera e strumentale. Potrà apparire giustificata se si considera il quotidiano terrorismo mediatico dispiegato dall'impero informativo berlusconiano, ma chi tiene più alla verita che all'indice di gradimento di Walter Veltroni non dovrebbe ingannarsi.
Che una tale mossa sia insincera e strumentale risulta dalla goffaggine degli strumenti di analisi adoperati (concedendo generosamente che ci sia qualcuno che sta analizzando qualcosa). Le manifestazioni dell'estremismo di destra vengono inquadrate tutte e senza esitazioni all'interno di categorie politiche che, per essere estreme, non cessano comunque di avere la loro essenza in posizioni ideologiche e dottrinarie. In questo modo si presume che un italiano possa aderire ad una formazione neonazista allo stesso titolo con cui un altro tiene per il Partito delle Autonomie di Rotondi o per l'Italia dei Valori di Di Pietro. Vi sarebbe una differenza di grado, ma non di genere.
Si chiudono gli occhi, invece, sull'estremismo di destra come manifestazione di devianza socio-culturale. E ciò risulta assai comodo, per due ragioni. La prima è, appunto, la possibilità di avere un'arma puntata su Berlusconi; la seconda, e la più profonda, è che Veltroni e il PD non hanno alcuno strumento (se anche avessero la volontà ) di affrontare i fenomeni della devianza socio-culturale, perché questi hanno radici troppo profonde rispetto alla celebrazione dell'effimero che Veltroni e il PD rappresentano.
Le spiegazioni profonde, ancorché reali, vengono in genere esorcizzate citando le storie familiari di questi devianti (come si citerebbe il pedigree di un cane): dato che spesso sono "rampolli di buona famiglia", appartenenti a pieno titolo al ceto medio, non si può invocare un retroterra di emarginazione, non si può "dare la colpa alla società ".
Ma il dilagare della televisione spazzatura, i suoi buoni risultati d'ascolto, il fatto che ospiti pregiate fasce di offerta pubblicitaria, sta lì a dimostrare che deprivazione culturale e alienazione si abbattono anche su gruppi sociali che hanno pieno accesso all'area dei consumi.
A scanso di equivoci aggiungo che esiste anche un estremismo di sinistra che presenta tratti simili. E inviterei inoltre a considerare il cospicuo passaggio di voti dalla Sinistra Arcobaleno alla Lega soprattutto come manifestazione di labilità delle identità politiche, di cui, in questo caso, la vacuità del bertinottismo, è l'espressione elitaria e "televisiva".
Ma Veltroni e il PD non sono disposti a prendere atto della realtà di disgregazione che si sta producendo nel tessuto sociale, perché non sono disposti a mettere in discussione i fattori che la producono. E' persino possibile che dovrebbero arrivare ad accusare se stessi per questo.
Dopo tante analisi del voto sulle politiche e le amministrative mi pare che a voler trovare una morale si potrebbe dire che una destra che parla al ventre degli Italiani ha sbaragliato una sinistra (PD + Arcobaleno) che non parla a niente e a nessuno. E dato che questo vuoto di comunicazione della sinistra non è il frutto di un ritardo culturale, in sé scusabile e rimediabile, ma piuttosto del distacco dalla realtà di una corporazione chiusa nella difesa dei propri privilegi, la destra ha meritato di vincere, perché il ventre degli Italiani è pur sempre un'entità più nobile delle nebulose ipocrisie di Veltroni, Rutelli, Bertinotti, e compagnia cantando.
Rozza e grossolana come appare, questa sintesi mi trova abbastanza d'accordo.
Noto però che tra tanti critici non sospetti di questa sinistra - e dico non sospetti perché, come me, non hanno aspettato l'esito delle urne per maramaldeggiare contro gli sconfitti - emergono espressioni ed atteggiamenti che mi confortano nel netto e determinato rifiuto che ho sempre opposto alla suggestione di considerare superate le vecchie distinzioni tra destra e sinista.
Ah, certo, sinistra e sindacati non difendono più da anni gli operai! Sicuro, chi viaggia in auto blu, come i papaveri dell'ultimo governo, non si accorge dei problemi della gente comune a contatto quotidano con il degrado delle città ! E come no? l'immigrazione ha fatto comodo perché forniva manodopera a basso costo e moderava le richieste e le aspettative dei lavoratori italiani...
Tutte affermazioni queste che, considerate singolarmente, contengono ognuna un certo ammontare di verità . Ma il genere di critici a cui mi sto riferendo ora non si ferma qui. Ecco infatti scivolare, quasi per caso, la frasetta ammirata per il pragmatismo della Lega. Ecco l'affiorare di vocaboli come il "lassismo delle autorità ", che lascia indovinare la subdola ed implicita accettazione dei presupposti dell'allarmismo securitario. Ecco il sempre più frequente riferimento a Rom ed immigrati come "problema", con l'invito a percepirli come tali. Si denuncia l'ipocrisia del candidato di sinistra sotto ballottaggio che, dopo aver fatto strame di ogni eredità antifascista, cerca di spremere gli ultimi voti dal limone del 25 Aprile prima di buttarlo via, e intanto si insinua: ma ha ancora senso questo 25 Aprile?
Osservate un po' come parlano della globalizzazione. Non è che la critichino perché è ingiusta e devastatrice. No, no, no: la globalizzazione è da buttare via perché sta disarticolando la nostra bella e confortevole Italietta. E il nuovo pensiero economico che emerge si colloca tra le angosce legate a orde di baffuti idraulici polacchi che vengono a installarsi a casa nostra e il panegirico alle nuove e mirabolanti intuizioni teoriche di quel luminare dell'economia politica che è Giulio Tremonti. Le merci cinesi non le vogliamo, ma il nostro industrialotto del nord-est deve continuare a esportare, se necessario con l'aiuto di dogane e sussidi per far fuori la competizione di paesi più deboli.
Questa cosa la chiamano "superare la vecchia dicotomia tra destra e sinistra". Ma più che un superamento è una joint-venture tra destra e sinistra. La sinistra mette retorica e truppe cammellate, la destra mette contenuti e direzione strategica. Se vi piace così...
Valter Weltroni, il grande miracolato della catastrofe elettorale romana, dice che si tratta di una " sconfitta grave", e che la colpa è del "vento" che soffia sulla nazione, in particolare quello legato al tema della sicurezza, e che favorisce la destra.
Le metafore meterologiche, come quelle telluriche, hanno il merito di trasmettere un'impressione di ineluttabilità assai comoda per quanti si trovano nella posizione del perdente. Nessuno poteva farci niente.
Il fatto è però che uragani, terremoti ed eruzioni vulcaniche avvengono nel mondo reale, non nella fantasia della persone, come risultato di un condizionamento psicologico.
Se chiedessimo a dieci persone incontrate per strada se ritengono che il prezzo del petrolio è alto, tutte direbbero che è altissimo, e tutte probabilmente trasecolerebbero se si spiegasse loro che, depurato il dollaro dagli effetti dell'inflazione, col denaro con cui oggi si comprano 10 barili di greggio nel 1970 se ne compravano solo sette, e che da allora il prezzo è considerevolmente ribassato.
Con la questione sicurezza la situazione è la stessa. E' tanta o poca la criminalità che si abbatte sulle nostre città ? Se lo chiedete a me vi risponderò che è decisamente troppa per i miei gusti. Ma quando si parla di un "vento" legato al tema della sicurezza e che cambia gli equilibri del paese, sono i dati di tendenza che contano, quelli cioè che mettono in relazione quello che accade oggi con quello che accadeva cinque o dieci anni fa. E questi dati ci dicono che tutti gli indicatori importanti segnano inequivocabilmente una tendenza alla DIMINUZIONE dei reati.
Questo significa negare che esista un "vento"? No, il "vento" esiste eccome, ma quelli come Veltroni non hanno gli strumenti per capire come si riesca a creare allarmismo sociale a partire da dati sulla criminalità in decrescita, né possono capire quali sono le ragioni di un disagio sociale che fa sì che la gente sia anche troppo disposta ad accettare il capro espiatorio dell'immigrato extracomunitario come spiegazione di tutti i suoi problemi. Non era questo il ruolo degli Ebrei nella Russia zarista?
E anche ammesso che avesse gli strumenti per capire, cosa potrebbe fare in concreto una classe politica che ha accettato che il salotto di Bruno Vespa diventasse la terza Camera del paese? Che non ha affrontato il nodo del conflitto di interessi, accettando che la controparte politica conservasse intatta la sua potenza mediatica, e dunque gli strumenti di manipolazione dell'opinione pubblica? Che ha accettato le regole del gioco della politica spettacolo, secondo cui non è vero ciò che è vero, ma è vero quello che dice la TV?
L'unica cosa che può fare è rincorrere l'avversario sullo stesso terreno dell'allarmismo sociale, ed è quello che farà , è quello che sta già facendo. Ma questo non è il momento degli inseguitori.
Se mi si chiedesse chi è, a mio parere, il
leader politico che più ha fatto per avviare il nuovo entusiasmante corso
politico in America Latina, risponderei senza dubbio Hugo Chavez. Se mi si
chiedesse chi è che meglio esprime le speranze di riscatto dei popoli
oppressi ed esclusi del subcontinente, direi Evo Morales.
Ma se mi si chiedesse chi è la più interessante figura di questo movimento, nella prospettiva di un modello di esportazione che andrebbe bene anche per noi Europei, allora la mia risposta è Rafael Correa, il presidente dell'Ecuador, perché è il più adatto a far risaltare per contrasto la natura corrotta e bizantina del politicastro di sinistra italiano.
Economista laureatosi negli Stati Uniti (ad Urbana, nell'Illinois), è quello i cui discorsi presentano la più bassa densità di ideologia, ed a tratti può dare l'impressione del tecnocrate nordamericano. Ma il suo radicalismo politico non ha niente da invidiare a quello di Chavez e di Morales.
Non vuole gli yankee in Ecuador, e li sfratta dalla base militare di Manta. Non li vuole in Sudamerica, e si impegna in un tour de force diplomatico per mandare in pensione l'OEA, l'Organizzazione degli Stati Americani (di cui sono membri USA e Canada), e far nascere l'OEL (limitata agli stati latinoamericani). Non vuole che il suo popolo paghi il debito estero contratto dai precedenti governi corrotti, e revisiona tutti i prestiti internazionali in corso annunciando che non pagherà quelli contratti illegalmente, incurante degli urli di dolore dell'internazionale degli usurai. Non vuole che le multinazionali del petrolio contrinuino a depredare le risorse naturali degli Ecuadoriani, e mette mano ad un piano di nazionalizzazioni.
L'evento che ha rivelato la statura di leader di Rafael Correa è stata però la crisi delle Ande, innescata dall'attacco al territorio dell'Ecuador da parte delle forze armate colombiane il 1 Marzo. Vistosi diplomaticamente isolato in America latina, al punto che è stato abbandonato persino dagli alleati di Washington (Michelle Bachelet, Felipe Calderon, Alan Garcia), Alvaro Uribe ha pensato di attaccare cercando di mettere in un angolo l'Ecuador attraverso accuse infondate e campagne diffamatorie da parte della stampa amica. Di certo pensava che l'essere spalleggiati dagli USA fosse suffieciente a compensare la debolezza degli argomenti con il potere intimidatorio.
Quello che forse Uribe non si aspettava - e che testimonia probabilmente di un suo distacco dalla realtà - è che andava a sbattere contro un muro di granito. La reazione energica di Correa ha fatto sembrare lui un gigante della politica internazionale ed Uribe, il popolarissimo Uribe, un nano.
Il che porta a chiedersi se la popolarità di Uribe in Colombia non sia l'equivalente della popolarità di Shakira nel campo della musica pop. Aver ridimensionato Uribe alle sue proporzioni di Shakira della politica colombiana è stato il più grande successo internazionale di Rafael Correa.
Un consiglio? Non perdete di vista Rafael Correa.
Non ho certo parlato bene di Gian Antonio Stella su questo blog, benché usando spesso il termine "casta" in polemica con la classe dirigente di questo paese, ho indirettamente reso omaggio alla sua dura requisitoria contro il Palazzo (e secondo me "casta" rende bene l'idea di una degenerazione del ceto politico che, rispetto, ai tempi della denuncia pasoliniana, ha addirittura perso dignità ideologica a favore della semplice difesa del privilegio).
Rendo ancora merito a Stella per il coraggioso libro che scrisse qualche anno fa sulla storia dell'emigrazione italiana, L'Orda, quando i subumani additati al disprezzo e alla diffidenza in terra straniera eravamo noi.
Pensate a quanto suona patetico oggi l'adagio molto in voga qualche anno fa secondo cui, essendo noi stati un popolo di emigranti, siamo oggi per ciò stesso umani ed ospitali con chi arriva qui in cerca di un lavoro.
In effetti la parola d'ordine xenofoba è diventato uno dei principali strumenti di ricerca del consenso elettorale della destra, scarsamente osteggiato dalla "sinistra" (chiamiamola così) che semmai cede sempre più spesso alla tentazione di competere sullo stesso terreno (Domenici, Zanonato, Cofferati...).
Quello che la gente non capisce, naturalmente, è il carattere del tutto artificioso dell'allarme. Chissà cosa penserebbe una persona civile, preoccupata in buona fede dalla profluvie di notizie di cronaca nera che vedono come protagonisti immigrati clandestini, se potesse assistere segretamente alla riunione di redazione di un giornale o di un tg, in cui il direttore esordisce dicendo: "Allora, ce l'abbiamo lo zingaro, il romeno, il marocchino da mettere in prima pagina (o nei titoli di testa?)"?
Se dovessi indicare una delle più grandi battaglie che i progressisti potrebbero vincere (e sono lontanissimi da ciò) è quella in cui si riesce a far capire alla gente che quando i media o i politici emettono messaggi che generano ansia, nove, volte su dieci la cosa è studiata a tavolino, dato che non c'è nulla che rende l'opinione pubblica più docile o manipolabile come la paura.
PS. Piccola consolazione: alle presidenziali del Paraguay ha vinto Fernando Lugo.
Non so quanto ci sia di vero nei discorsi di quanti dicono che la Sinistra Arcobaleno abbia perso voti a favore della Lega. Diffido dalle spiegazioni date a caldo perché la loro strumentalità è direttamente proporzionale all'attenzione dei media, ancora prevalentemente focalizzata sull'evento elettorale. So per esperienza che analisi del voto più meticolose ed obiettive, elaborate in tempi posteriori, fanno spesso giustizia delle spiegazioni interessante fatte circolare ad urne appena chiuse.
Dico però che la possibilità non mi pare del tutto inverosimile, e neanche il mio disprezzo per la Sinistra Arcobaleno può risparmiarmi un senso di fastidio per il fatto che la sua emorragia di voti possa aver ingrossato le fila di una formazione xenofoba e razzista. Forse è un argomento degno di una breve riflessione.
Se queste voci fossero confermate, io ne dedurrei che si tratta della condanna a morte dell'illusione tradeunionista della sinistra, dell'idea cioè che un partito che si identifica essenzialmente con gli interessi della sua burocrazia riesca a lucrare una posizione di rendita elettorale perché è percepito come il difensore degli interessi di certi ceti, di certi gruppi, e di certe corporazioni (non uso di proposito il termine classe, che è più nobile e profondo).
Come i fatti hanno dimostrato, a meno che non si goda dell'appoggio dei media è una posizione assai precaria. In questo senso la Sinistra Arcobaleno ha cessato di essere un investimento affidabile per la sua base elettorale vuoi per l'impopolarità del governo Prodi, vuoi perché chi vota per i propri interessi settoriali non si orienta verso forze che portano su di sé il segno del perdente. E' elementare buon senso.
E' senza dubbio una cosa molto buona tener presenti i problemi del pensionato che non riesce a pagare l'imposta sull'immondizia, del precario senza prospettive, della donna di casa che ha difficoltà a far quadrare i conti di casa o dello studente che fa i salti mortali per mantenersi agli studi. Ma se il rapporto tra il soggetto politico e queste persone è puramente di scambio (tu mi voti e io in parlamento difendo i tuoi interessi), esso può funzionare solo finché l'interlocutore politico si presenta come uno che può mantenere le sue promesse. Senza questa condizione, il patto elettorale non si conclude.
Naturalmente ci si potrebbe chiedere cosa c'è di male a voler aiutare i pensionati, i precari, gli studenti, le donne di casa, e farlo con misure legislative che rispondano concretamente ai loro bisogni e ai loro problemi.
Secondo me la risposta è proprio in un travaso di voti che non ha avvantaggiato Berlusconi, ma la Lega Nord. Un partito, cioè, che presenta una forte proposta identitataria, e che dà molto peso a valori politici e ideologici, per quanto spregevoli.
Il fatto è che a molta gente non piace una politica che esprime a pieno la deriva tecnocratica del neoliberismo che, nella sua apologia verso i meccanismi asettici del mercato, diffida delle passioni a favore di un atteggiamento "pragmatico" che cerchi "soluzioni concrete" ai problemi.
Del resto questa posizione del neoliberismo non rappresenta affatto una vittoria della fredda ragione sugli istinti irrazionali, il che sarebbe una cosa buona. I problemi a cui si vuole trovare una "soluzione" in modo "pragmatico" si indentificano con gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari, e sono i loro bilanci a definire l'agenda politica, che si tratti di Veltroni o di Berlusconi.
Dietro la preferenza che la gente esprime per la Lega vi è una muta protesta verso questa riduzione del cittadino alla semplice dimensione di consumatore, che equivale a non essere niente. Se non si è niente, si vota per la Lega, che ti dà almeno la soddisfazione di essere Padano.
Un fenomeno molto simile ha luogo nella Bible Belt, la zona sudorientale degli Stati Uniti dove predomina un forte e crescente conservatorismo di matrice evangelico-protestante. Se ci si ferma all'integralismo o al fanatismo, quando non addirittura alla posizioni fascistoidi, non si capisce che questa gente sta cercando un'alternativa esistenziale ad un destino fatto di ore e ore passate ogni giorno davanti alla tv via cavo a 500 canali o al centro commerciale. Nell'assenza di ogni altra prospettiva si fa fondamentalista evangelica.
In questo senso, credo la rinuncia alla falce e martello da parte della Sinistra Arcobaleno, sia stata un altro catalizzatore della perdita di voti, perché la gente ha intuito la logica di pura autoconservazione degli apparati che c'era dietro quella lista. E non c'è bisogno di credere alle virtù taumaturgiche della falce e martello, o assumere le pose un po' ridicole di foklore politico che spesso si accompagnano a questo emblema, per capire che un ubi consistam simbolico è necessario per chi vuole comunicare un'idea di politica fondata su valori e non su interessi materiali, fossero pure gli interessi materiali sacrosanti dei ceti più disagiati. In un'altra occasione scomoderò Jung per approfondire questo argomento dei simboli in politica.
Se c'è una lezione da trarre da tutto ciò è che difficilmente risorgerà una sinistra parlamentare che si affidi solo alla sua abilità di costruirsi clientele elettorali di sinistra, secondo una logica tradeunionistica dura a morire. O si dà qualcosa al bisogno della gente di ricoscersi in un'idea che trascenda i suoi interessi materiali diretti, o la gente continuerà a rifornirsi sul mercato politico attuale, che non ha bisogno di alcuna sinistra per funzionare a modo suo.
Leggo che Gianni Vattimo è preoccupato dal fatto che questi gruppi dirigenti non accettino ora di farsi da parte. Ma vorrei rassicurare Vattimo almeno da questo punto di vista: queste persone non hanno probabilmente alcuna capacità di comprendere i propri errori e le proprie colpe, e sia che si facciano da parte sia che non lo facciano, se rinascerà una vera sinistra loro non ne faranno parte comunque, perché non li vuole nessuno.
"Nihil admirari", diceva Orazio, non ti stupire di niente. Massima fatta oggi propria da quanti vogliono esibire la nonchalance dell'uomo di mondo, e che ha un equivalente nazional-popolare nella gag "Ho fatto tre anni di militare a Cuneo".
Anch'io ho fatto tre anni di militare a Cuneo, ma non posso evitare sorpresa ed "admiratio" all'atmosfera di smobilitazione e avvilimento che ho colto ieri sera in molti ambienti di sinistra, in reazione ai risultati elettorali.
Non parlo qui soltanto della stolta inclinazione che ha condotto molti nelle settimane passate a confondere i desideri con la realtà , e a ignorare pervicacemente i sondaggi che consegnavano assai chiaramente la vittoria nelle mani di Berlusconi.
Mi riferisco piuttosto alla stupefazione mentale con cui molti, a sinistra, hanno vissuto i due anni di governo Prodi, mancando di cogliere tutti i significati di quell'esperienza e temendo ora il peggio senza essersi accorti che il peggio era già arrivato.
Nei due anni del governo Prodi abbiamo assistito alla più forte impennata delle spese militari della storia repubblicana, e al rifinanziamento di tutte le missioni di guerra col voto della sinistra "pacifista". Abbiamo assistito all'assalto ai servizi pubblici affidato alla Lanzillotta, per l'ultima orgia di liberalizzazioni e privatizzazioni sulla scia della direttiva Bolkestein, di cui Prodi era stato ostetrico a Bruxelles ai tempi della presidenza della commissione dell'UE . Abbiamo assistito al Protocollo del Welfare e all'assoluzione della Legge Biagi contro cui nella precedente legislatura tutto il centrosinistra, dai banchi dell'opposizione, aveva votato contro.
Ora ci si straccia le vesti perché dei due blocchi neoliberisti ha vinto il più sdrucito e caciarone. In fondo non è questo la politica: una passerella su cui sfilano contendenti da giudicare per bon ton, disinvoltura, look, bella presenza e cultura generale?
Si dice: ma la Lega razzista e xenofoba è andata avanti!
Ma che ci si poteva aspettare in un paese in cui il sindaco di Roma, che aveva annunciato di ritirarsi dalla vita politica per andarsi ad occupare dei bambini poveri dell'Africa, approfitta dell'omicidio di Giovanna Reggiani per lanciare la sua candidatura a Primo Ministro soffiando sulle braci di un'atmosfera da pogrom anti-rom e anti-romeno che provoca addirittura un incidente diplomatico con Bucarest?
Ma Berlusconi candida Ciarrapico. Allarmi son fascisti...
E perché mai Ciarrapico fa scandalo quando è candidato nelle liste di Berlusconi, e non quando si scambia affettuosità e piacevolezze a Roma col regista della campagna elettorale di Veltroni, Goffredo Bettini?
I più queruli di tutti sono quelli che da sinistra hanno avvilito la propria dignità di cittadini piegandosi al ricatto del "voto utile" e mettendo la crocetta sul simbolo del PD, accettando ancora una volta come proprio motto il "no pasaran" contro le falangi berlusconiane. Come se Veltroni fosse un anti-berlusconiano! Come se l'esperienza delle politiche del 1996 e del 2006, vinte dal centrosinistra, non illustri ad abundantiam che non esiste alcuna volontà politica in quei lidi di affrontare il nodo del conflitto di interessi e che non una sola delle leggi ad personam fatte per salvare dalla galera Berlusconi sarebbe stata toccata nel caso improbabilissimo di una vittoria del PD.
Annah Arendt diceva che la scelta del meno peggio è la via che porta al peggio, ma sembra che in Italia quella del meno peggio continui ad essere una formidabile esca per imbecilli. E no, non mi scuserò con quelli che stanno leggendo e che hanno per l'appunto fatto, una volta ancora, la scelta del meno peggio. Se io mi do tanto spesso dell'imbecille da solo per una volta posso darlo anche voi: imbecilli.
Ma la mia esasperazione per i piagnistei di sinistra ha qualcosa di più fondamentale, che è il succo di osservazioni come quelle che precedono ed altre ancora che si potrebbero fare.
Quello che mi fa infuriare è la stoltezza di non voler capire che il sistema politico italiano che si è presentato alle urne, per le regole che negli anni si è dato, e per le forze politiche a cui aveva permesso di svilupparsi e prosperare, non è affatto l'arena in cui si manifesta e si esercita la sovranità popolare - se mai lo è stato in passato-, è solo la casa degli specchi necessaria a crearne e perpetuarne l'illusione.
Guardate un po' le preoccupazioni che ora si manifestano a destra e a sinistra perché i manigoldi della Sinistra Arcobaleno sono stati buttati fuori dal parlamento. Berlusconi ha detto di temere che ora la "sinistra radicale" si riversi nelle piazze. E ne ha ben donde. Venuta meno la funzione di oppiaceo istituzionale che Bertinotti & C. hanno esercitato finora, c'è il "rischio" che le istanze sociali espresse dai conflitti reali del paese si manifestino nella loro vera urgenza e drammaticità . Come li si prenderà in giro ora? Come gli si darà l'illusione che il piatto di lenticchie dato ai loro rappresentanti parlamentari (venduti!) sia una risposta alle loro rivendicazioni?
La risposta peggiore che si potrebbe dare - e qui smetto di occuparmi della processione di flagellanti che si disperano per il ritorno di Berlusconi, per parlare solo di chi ha un interesse nel futuro della sinistra italiana - sarebbe quella che, essendoci felicemente liberati dalla coorte di parassiti della Sinistra Arcobaleno, cominciamo a preoccuparci di chi mettere al loro posto. Questa dipendenza psicologica dai leader di partito e dai gruppi parlamentari è una stolta coazione a ripetere gli errori del passato senza voler indagare le cause degli inciampi e prendere provvedimenti perché non si ripetano in futuro.
Ho letto ieri un formidabile saggio della sociologa spagnola Angeles Diez, che meriterebbe davvero di essere tradotto. L'autrice dice che siamo condizionati a chiamare democrazia il sistema politico in cui viviamo, quando la sua definizione più acconcia sarebbe piuttosto "sistema di governo a base rappresentantiva". In realtà la democrazia rappresentativa non è nata per dare corpo ai principi della democrazia, ma al contrario per contenere le spinte popolari che si manifestavano nel corpo del morente ancien regime, e permettere un ordinato passaggio di poteri alle elite borghesi. Il movimento liberale delle origini - inventore del concetto di rappresentanza politica - era in realtà ferocemente antidemocratico, e sarebbe facile fare una silloge di citazioni dagli autori del pensiero liberale che mettano in evidenza il loro odio e la loro paura per un ruolo politico attivo del popolo. Agli albori dei sistemi rappresentativi il termine democrazia, derivato dalla dottrina classica che vedeva appunto nel popolo la fonte della sovranità , era profondamente detestato ed usato quasi come un insulto.
Il recupero in senso elogiativo del vocabolo è più tardo, coincidente con il superamento degli steccati censitari nell'elettorato attivo e l'avvento del suffragio universale. Ma tale passaggio di fase non cambiava la sostanza del problema, dato che l'allargamento del suffragio si manifestava nel contesto di un potenziamento dei mezzi di comunicazione di massa e del loro totale controllo da parte del Capitale, che si assicurava così una manipolazione quasi completa dell'opinione pubblica. Citando Chomsky l'autrice dice che i mass media stanno alla democrazia come il manganello sta alla dittatura. In questa cornice la parola "democrazia" è un vestito nuovo che si mette su un corpo vecchio che ha assai poco di democratico, e che storicamente è addirittura antagonistico al principio classico di democrazia.
E' per questo che l'idea di sostituire la Sinistra Arcobaleno con qualcosa di "meglio" è un'autentica presa per i fondelli, senza una chiara presa di coscienza che in questo sistema una vera sinistra non può che soccombere.
Le "rifondazioni comuniste" portano solo a un nuovo clero del cretinismo parlamentare (espressione leniniana, e non mussoliniana). Ciò di cui c'è bisogno è piuttosto una "rifondazione democratica" che contesti dal basso tutte le stenosi e le distorsioni del sistema istituzionale vigente che rendono illusoria la sovranità popolare, e denunci l'uso manipolatorio che si fa del termine democrazia.
I processi di revisione costituzionale in atto in paesi dell'America latina come il Venezuela e la Bolivia sono interessanti esperienze pilota che dovrebbero fornire ispirazione per la sinistra europea. Organismi di democrazia diretta e autogestione nelle comunità locali o formule di referendum revocatorio che interrompano a metà termine il mandato rappresentativo di chi ha tradito la sua base elettorale - tutte cose attualmente sperimentate in America Latina - , sono indicazioni dello sforzo che andrebbe compiuto per restituire alla parola democrazia il suo significato originario, e liberarlo dalle interpretazioni spurie e interessate di trecento anni di pensiero politico liberal-borghese.
Ma il compiersi di questi esperimenti in America Latina non è un frutto caduto dall'alto. E' al contrario il risultato di imponenti movimenti popolari di contestazione del neoliberismo sorti nel corso degli anni 90, in reazione alla consegna della nazione alla predazione di multinazionali europee e statunitensi. La "Sinistra radicale" che scende in piazza paventata da Berlusconi sarebbe, per l'appunto, un'analoga liberazione di energie popolari nel contesto italiano ed europeo da utilizzare in una lotta di conquista di una vera democrazia, intesa come potere del popolo e per il popolo.
L'umiliante decesso del bertinottismo e dei suoi annessi e connessi è la condizione provvidenziale perché le energie antagonistiche necessarie ad una rigenerazione democratica del paese - ma sarebbe meglio dire per la costruzione di una democrazia autentica, che non ha veri precedenti nel nostro paese - non vengano prosciugate nelle tattiche dilatorie del parassitismo burocratico-professionale che non ha altra mira che costruirsi un confortevole nido nelle istituzioni.
E' per questo che a me i risultati di ieri non dispiacciono. Già , proprio così, a me non dispiacciono affatto.
Leggo un post di Carlo Gambescia a commento di una recente intervista concessa al quotidiano spagnolo El PaÃs da Umberto Eco. Pur non avendo letto l'intervista rilevo che le osservazioni di Gambescia quadrano bene con l'opinione generale di ciarlataneria che io ho riguardo l'Eco analista politico.
Se aggiungo qualche parola è perché il mio limitato dissenso dall'opinione di Gambescia rende ancora più dura la critica ad Eco.
Non sono convinto di come Gambescia stronchi un libro come "La struttura assente", e soprattutto con la sua implicita accusa - mi sembra di capire - di indifferentismo etico esteso a tutta la semiotica di Umberto Eco. Che questa non abbia mai avuto la penetrazione militante dell'esempio che la precede, e cioè gli scritti di Roland Barthes, è certo ed indiscusso, ma che l'attenzione ai temi linguistici e semiotici costituisse per Eco una fuga verso l'agnosticismo sociale e politico è senza dubbio ingeneroso.
Ma al di là degli aspetti più strettamente accademici della sua produzione, i suoi interventi giornalistici del tempo che fu, diciamo tra anni 70 ed 80, (rintracciabili nei suoi "diari minimi", o in un libro come "Dalla periferia dell'Impero"), erano in realtà profondi e graffianti. Non avevano nulla della chiacchierata sulla poltrona del barbiere che avrebbe fatto in seguito parlando con gli intervistatori di El PaÃs.
Se rilevo ciò non è per spirito di giustizia, ma per dare un'idea del livello di omologazione del pensiero unico che ha subito la cultura europea dagli anni 90 in poi.
Una volta, per mettere alla berlina la strabordante produzione libraria di Enzo Biagi, qualcuno disse che era un "industrialotto della macchina da scrivere". Umberto Eco è diventato un "industrialotto del personal computer", che produce e promuove i suoi scritti con la mentalità del mobiliere brianzolo.
Il fatto che lo sia "diventato" - mentre prima non lo era, o lo era molto meno - permette di gettare luce su un aspetto della funzione intellettuale, e cioè che la disponibilità ad assumere posizioni critiche verso il potere è sempre un riflesso dei rapporti di forza. Se in Cina c'è Mao, Breznev tiene a segno Nixon, nel sud-est asiatico i Vietcong spezzano le ossa all'esercito più potente e tecnologico del mondo e, sopratutto, in Italia c'è un partito comunista che sembra inarrestabile, l'intellettuale medio - nel senso di aurea mediocritas etica - sentirà pulsare con forza dentro di sé la vocazione antimperialista.
Mettilo nel McMondo del pensiero unico e te lo ritrovi a berciare contro la Casta. E' merce che si vende sempre bene.
E’ sentire comune che, nella società occidentale contemporanea, ci sia una profonda crisi della rappresentanza elettorale. Più in generale ed in profondo, una crisi della rappresentanza dei bisogni sociali. Dobbiamo, per inquadrare il problema, partire dalla constatazione che la rappresentanza oggi ha una sua connotazione particolare. Non stiamo, quindi, parlando di rappresentanza in senso generale ma di rappresentanza in una società avanzata di tipo capitalistico-borghese.
Essa si delinea come un sistema nel quale, dei professionisti della politica, stipendiati dallo Stato, esercitano il potere di mediazione fra le varie componenti sociali, fermo restando il sistema produttivo capitalistico – rappresentato, questo si, dallo Stato stesso - che necessariamente non deve essere messo in discussione. Si tratta, perciò, di una rappresentanza “aperta†ma fino ad un certo punto: fino al punto in cui non mette in discussione posizioni sociali, privilegi, miserie, sfruttamento…insomma finchè non si discutono le fondamenta del sistema.
Questo sistema è fondato sulla accettazione - spinta da un forte processo di ideologizzazione seguito alla parcellizzazione di tutte le funzioni sociali tipica di una collettività articolata e complessa - della delega. Ma, ci siamo accorti da molto tempo, la delega è discutibile. Non funziona veramente. Soprattutto perché chi è delegato non ha nessuna spinta a lavorare seriamente per chi gli fornisce la delega mentre preferisce essere in ottimi rapporti con lo Stato che lo stipendia. Se il delegante, avesse la possibilità di rimuovere in qualsiasi momento il delegato, allora con molta probabilità quest’ultimo non si comporterebbe come si comporta la classe politica oggidì (ovviamente parliamo del sistema nel complesso e non di singole personalità ).
Quindi, il cosiddetto “popoloâ€, composto da tutte le classi sociali, in realtà non ha di per sé un potere reale di controllo nei confronti di questo sistema che si regge indipendentemente dalla legittimazione che il popolo stesso gli può dare. I delegati, funzionari del capitalismo, devono esistere comunque. Si salva l’apparenza delle cose, spedendo il “popolo†a votare ogni tot anni. Si tratta di sondaggi più che di votazioni. E’ la classe dominante che sonda gli umori delle folle per confezionargli poi una rappresentanza politica (che abbiamo visto è fittizia) che lo mette a tacere per un po’ di tempo…fino alle prossime elezioni-sondaggio.
Ma, siamo sicuri che sia un problema nuovo, che si è fatto così pressante solo in questi ultimi anni? Nulla di più falso. Questo è il problema della rappresentanza borghese praticamente dalla sua nascita. Il movimento operaio voleva sostituire insieme al modo di produrre anche il sistema della rappresentanza. Dalla “Comune di Parigi†alla rivoluzione bolscevica, esperimenti di questo tipo ne sono stati fatti e se non hanno avuto un successo totale, ma solo storicamente contingente, la colpa è da addebitare principalmente al diverso rapporto di forza tra capitale e lavoro, assolutamente sbilanciato in favore del primo soprattutto in termini militari.
Tutto il movimento comunista è stato pervaso da questa coscienza ed una delle conseguenze politiche di essa fu proprio la scelta politica di cambiare il sistema dall’esterno e non attraverso progressive e pazienti modifiche dall’interno dello stesso. Oggi tutto ciò è dimenticato, le più elementari lezioni della storia sembrano fuori dal bagaglio culturale dei comunisti e di tutta la sinistra. Che è alla ricerca dei suoi “15 minuti di notorietà â€, promettendo cose che dall’interno delle istituzioni (che giustamente pretendono obbedienza) non potranno mai darci.
Il problema della rappresentanza e la risoluzione dello stesso non è stato solo della parte politica di sinistra. Storicamente, i regimi fascisti si sono affermati proprio in ottemperanza alle necessità più conseguenti del capitalismo, in veste di auto-tutela dal “pericolo rossoâ€, e by-passando i laccioli del sistema capitalistico-borghese. Quei regimi furono la risposta alla crisi profonda che attraversava il sistema nel complesso e, in particolare, quella risposta fu la “via d’uscitaâ€, la dimostrazione di che cosa il sistema stesso si concedeva di fare pur di salvarsi. Sappiamo, a conferma di ciò, quali furono le connivenze interessate del capitalismo a quei regimi.
Anche questa ideologizzazione della crisi della rappresentanza, quindi, è un espediente per continuare a parlare di politica, una politica nuova, “leggeraâ€, dove non sono più importanti i contenuti ma le forme e le più minuscole variazioni sul tema, per farci credere che qualcosa cambia. Anche se i rapporti sociali rimangono tali e quali.
Barak Obama vuole “dare respiro†ai contribuenti/elettori americani indebitati nella crisi del settore immobiliare, con mutui che non riescono a pagare, concedendogli alcuni miliardi di prestito.
E’ una misura in puro spirito caritatevole keynesiano che sortirà l’effetto di indebitare ulteriormente i poveri, agganciandogli per sovrapprezzo alla mammella statale anche sul piano psicologico. A guadagnarne, infatti, è ancora il sistema capitalista che finanzia se stesso. Mentre i contribuenti/elettori americani in difficoltà , appartenenti alle classi sociali più svantaggiate o alla classe media proletarizzata, identificheranno quello Stato “comitato d’affari dei capitalisti americani†nel loro salvatore, dispensatore di piccoli e grandi favori, prebende e sussistenza.
Quale misura migliore per un sistema che si regge sullo sfruttamento, quella di dare un contentino interessato a coloro che lo subiscono. Sono queste le misure che, in buona parte, allietano tutta la sinistra, esonerandola da prese di responsabilità politiche (rappresentanza delle classi subalterne) che non intende proprio prendersi. Diamogli un po’ di soldi, che intanto tacciano!
Sullo stesso versante bisognerebbe chiarire che la creazione di posti di lavoro (altro cavallo di battaglia della sinistra americana e non solo), in America, sono stati tutti in settori che dovremmo osteggiare con la più ferma convinzione: dalle agenzie dei contractor che combattono in Irak al settore petrolifero, dall’industria delle armi a quella dei “marines-lanzichenecchiâ€.
Cose di cui si preferisce non parlare. A questo tipo di atteggiamento preferisco chi manifesta chiaramente il proprio cinismo.