Popolo di Bolivia: salutiamo le nostre autorità nazionali, dipartimentali, municipali, i movimenti sociali contadini e urbani. Salutiamo tutte le boliviane e i boliviani per la loro partecipazione a questa festa democratica del popolo boliviano. Saluti a voi, sorelle e fratelli presenti in questa storica Piazza Murillo.
Voglio dirvi, sorelle e fratelli, compagne e compagni, boliviane e boliviani, che oggi la Bolivia ha vissuto un giorno storico, per la sua spontanea partecipazione a questa fase di approfondimento della democrazia boliviana, che è il referendum revocatorio. La prima volta di questa storia del popolo boliviano che si è tenuto un referendum revocatorio, con la partecipazione massiccia del popolo boliviano.
Ciò che oggi ha espresso il popolo boliviano con il suo voto è per consolidare questo processo di cambiamento. Perciò voglio dire al popolo boliviano, con molto rispetto, che siamo qui per procedere nel recupero delle nostre risorse naturali, nel consolidamento delle nazionalizzazioni, nel recupero delle nostre imprese di stato.
Ma anche, sorelle e fratelli, che questo mandato del popolo boliviano sarà rispettato, che sarà applicato a distinti livelli, in diversi settori e nelle varie regioni di tutto il paese, affinché la Bolivia cambi, affinché la Bolivia assicuri uguaglianza e dignità per tutte le boliviane e i boliviani, in Bolivia e all'estero.
Ma voglio anche dirvi, sorelle e fratelli, che siamo convinti che è importante unire i boliviani, e la partecipazione del popolo boliviano è per unire i diversi settori della campagna e della città , di oriente e occidente. E questa unità metterà insieme la Nuova Costituzione Politica dello Stato Boliviano con gli statuti autonomi. E' il miglior modo di unire a tutte le boliviane e i boliviani. Rispettando le norme esistenti, rispettando le leggi vigenti. Sorelle e fratelli, gli avvenimenti di questo giorno in Bolivia sono qualcosa di importante non solo per i boliviani ma per tutti i latinamericani. E sottolineano, marcando come sempre i processi di cambiamento, da qui, marcando come si rivendica la lotta di tutti i popoli rivoluzionari. Voglio dirvi, sorelle e fratelli, che questo trionfo della rivoluzione democratica e culturale del popolo boliviano lo dedichiamo a tutti i rivoluzionari dell'America Latina e del mondo. Per questo desidero congratularmi con voi, sorelle e fratelli, per la vostra grande partecipazione democratica.
Approfitto di questa opportunità per salutare ed esprimere il nostro rispetto anche ai prefetti confermati, rispetteremo la loro legittimità . E intendo convocarli per lavorare insieme. Voglio raccontarvi, sorelle e fratelli, una piccola esperienza: quando ci riuniamo per lavorare insieme a sindaci, ad alcuni prefetti, si può facilmente trovare una soluzione a vecchi problemi, per settori e regioni del nostro paese. Perciò, in base a questa piccola esperienza di lavoro congiunto con quasi tutti i sindaci della Bolivia, ora convocherò tutti i prefetti della Bolivia per lavorare prima di tutto per l'unità dei boliviani. E lavorare rispettando le norme boliviane. Ma voglio anche dirvi, che è un obbligo del presidente, del vicepresidente, dei ministri e delle ministre, in maniera congiunta con le autorità dipartimentali e municipali, garantire questo processo di cambiamento. Non dico garantire per garantire. Ora che il popolo boliviano ha espresso con il voto la sua volontà di cambiamento del modello economico, rispetto al neoliberismo, intendo convocare tutti i sindaci, tutti i prefetti perché si uniscano a questa rivoluzione democratica, a unirsi per garantire la nazionalizzazione delle altre risorse naturali. E' questo che il popolo boliviano ha chiesto con il suo voto.
Ma anche in questo processo di cambiamento, dico che non è solo importante cambiare temi strutturali, ma attendere fondamentalmente alle domande sociali. E voglio dirvi, sorelle e fratelli presenti e in ascolto da tutta la Bolivia, occorre porre un termine con l'estrema povertà dei boliviani e delle boliviane. Con un invito a tutta la gente solidale, specialmente delle città , agli imprenditori patrioti, solidali, che lavorano con il governo, che appoggiano la gente povera. Saluto questa gente che è disposta a partecipare a questa politica sociale perché in Bolivia non vi sia estrema povertà .
Compagne e compagni presenti, desidero sottolineare la grande mobilitazione dei diversi settori del popolo boliviano per garantire questo trionfo della rivoluzione democratica e culturale.
Sorelle e fratelli, quando tutti ci mobilitiamo per creare una coscienza del popolo boliviano, sono sicuro che con questa coscienza del popolo boliviano si consoliderà anche questo processo di cambiamento.
Vi ringrazio, sorelle e fratelli, per la vostra grande partecipazione. Nel dipartimento di La Paz, come sempre mobilitati per difendere questa rivoluzione democratica e culturale. Ringrazio anche i compagni di Oruro, di Potosi, Tarija, Santa Cruz, Beni, Chuquisaca e Pando, di tutta la Bolivia, sorelle e fratelli. In qualche manifestazione - spero che ciò non disturbi il compagno vicepresidente e i ministri - ho detto, qui non vi sarà alcuna faccia d'aragosta che salvi il popolo boliviano. Io sono ora convinto, di nuovo, che solo la coscienza del popolo boliviano salverà il popolo boliviano. E questa è il risultato di una partecipazione tanto democratica, oggi 10 agosto, nel referendum revocatorio.
Sorelle e fratelli, mi sento ancora più impegnato, e vorrei che il giorno avesse 26 o 27 ore di lavoro. Purtroppo il giorno è fatto solo di 24 ore. Continueremo a lavorare come abbiamo fatto finora, per la patria, per il popolo boliviano, senza interessi personali, senza interessi meschini. Per questo è importante pensare alla patria e al popolo boliviano, e non solo pensare per regioni o settori sociali.
Per concludere, sorelle e fratelli, il nostro impegno è con la Bolivia, il nostro impegno è con tutti i rivoluzionari del mondo, il nostro impegno è con questa gente che vuole uguaglianza tra boliviani e boliviane. E un impegno per continuare a dare dignità a tutte le boliviane e i boliviani. Sento che è importante la dignità di tutti i boliviani, ed essa col voto di oggi si è affermata. La Bolivia lotta prima di tutto per la propria dignità , per la propria unità , per la propria identità . Speriamo che questa volontà sovrana del popolo boliviano sia ascoltata da qualche settore dell'opposizione, perché si possa lavorare insieme per la dignità , l'unità , e l'uguglianza di tutti i boliviani e le boliviane.
Sorelle e fratelli, voglio che mi aiutiate a dire: ¡Que viva Bolivia Unida!
Manifestanti: ¡Que Viva!
Voglio anche che mi aiutiate a dire: ¡Patria o Muerte!
Manifestanti: - ¡Venceremos!
Palacio Quemado, Plaza Murillo, La Paz, 10 agosto de 2008
Avverto che i commenti che sto per fare al discorso con cui Raul Castro ha chiuso la prima sessione dei lavori parlamentari dell'Assemblea Nazionale di Poder Popular a Cuba sono semplici riflessioni umorali, e non argomentazioni di economia dello sviluppo o di costruzione del socialismo che richiederebbero una ben più ampia discussione dei dati di partenza. Questo non significa che prima o poi non torni sull'argomento per riprendere le mie posizioni attuali in maniera più informata e articolata.Dunque, Cuba si appresta ad elevare di cinque anni l'età pensionabile per allineare le prestazioni previdenziali alle tendenze demografiche della popolazione e ai limiti finanziari invalicabili della sicurezza sociale del paese. Niente di male in questo; qualcuno può pensare che un governo che dipende dal consenso popolare come quello cubano possa ridurre il livello di prestazioni senza valide ragioni?
Devo dire però che un po' mi turba che Raul abbia pensato bene di sostenere i suoi argomenti riportando i dati di un analoga tendenza all'età pensionabile negli USA e nell'Unione Europea. Non perché i problemi demografico-attuariali rispondano a logiche matematiche diverse secondo le latitudini, ma perché Raul non sembra rendersi conto che il dibattito sulla previdenza da noi è fortemente influenzato a) dal modello di stato minimo della dottrina neoliberista, che spinge il settore pubblico ad abdicare a quente più responsabilità sociali è possibile; b) dalle mire che gli ambienti bancari e finanziari hanno verso gli accantonamenti dei lavoratori e che in Italia hanno portato, ad esempio, allo scippo del TFR. E' interessante che Raul ponga in rilievo le notevoli analogie demografiche di Cuba (quanto a speranza di vita e tasso di natalità ) con quelle di Francia e Italia, ma sono modelli sociali molto diversi.
Qui non si tratta, ovviamente, di diluire la matematica finanziaria con i sogni dell'ideologia, ma se le premesse del dibattito sulla previdenza nei paesi europei sono buone anche per Cuba, perché fermarsi qui? Perché non considerare anche i dati del mercato del lavoro che sono alla base della Direttiva del Ritorno - che serve a irrigidire i controlli sui flussi migratori in Europa attraverso la criminalizzazione della clandestinità - che è stata oggetto di un duro attacco da parte della stessa Assemblea Nazionale Cubana, che aveva precedentemente discusso le proposte contenute nel discorso di Raul? Credono a Cuba che gli euroburocrati avrebbero difficoltà a produrre argomentazioni a sostegno della Direttiva del Ritorno altrettanto ricche di numeri del discorso con cui Raul sostiene l'innalzamento dell'età pensionabile?
Altra questione. Raul sostiene che occorre immettere criteri meritocratici nella politica salariale del paese, e che il lavoratore ha diritto di vedersi giustamente remunerato il suo contributo al benessere generale. Dice Raul "l'uguaglianza non è ugualitarismo, l'uguaglianza è uguaglianza di diritti e opportunità , non di redditi", e poi "pagare tutti lo stesso è un modo con cui il cattivo lavoratore sfrutta il buon lavoratore".
Faccio notare che esistono definizioni di socialismo assai diverse da quelle dell'uguaglianza di diritti e opportunità , ma non di redditi. Non voglio dire che quella di Raul sia meno valida, ma infastidisce che pronunci questa perla di saggezza popolare con lo stesso tono con cui potrebbe pronunciarla Renato Brunetta o Antonio Martino, senza neanche cambiare una sillaba.
E la meritocrazia sarà certo una buona cosa, ma chi ha letto i discorsi di Che Guevara ai tempi in cui dirigeva la Banca Centrale o il ministero dell'Industria a Cuba sa che per lui, di fronte alla realtà dell'esistenza di buoni e cattivi lavoratori, il problema non era quello di attuare una politica di incentivazioni economiche che riflettesse e cristallizzasse questa realtà , ma quello di capire perché esistessero buoni e cattivi lavoratori, e come fare in modo che i cattivi lavoratori diventassero buoni lavoratori senza ricorrere alla monetizzazione della produttività personale.
Che Che Guevara fosse vittima di una visione romantica della rivoluzione è certo possibile. Che anche lui oggi potrebbe sposare visioni come quella di Raul è ugualmente possibile. Ma se Che Guevara continua ad essere buono per i murales e le frasi magniloquenti, forse occorrerebbe fare i conti con TUTTA la sua eredità , discutendone apertamente i limiti. Se limiti ci sono.
Parliamoci chiaro, non si può discutere queste questioni dimenticando non solo gli ottimi rapporti tra Cuba e Cina, ma anche le continue celebrazioni si fanno a Cuba dello sviluppo economico cinese. Ma l'economia cinese non è un'economia socialista, è un'economia capitalista della specie più sordida.
Sto suggerendo che Raul abbia aperto con prudenza il cammino verso il modello cinese? Niente affatto, visto che esistono anche ragioni diplomatiche molto serie per un legame assai stretto con la Cina (che in parte va a sostituire quello che c'era una volta con l'URSS), e che non hanno a che fare con i modelli economici.
Ma se Fidel si sente in dovere di intervenire su un argomento come il blog di Yoany Sanchez per lamentare che una giovane ed istruita cubana ammannisca banalità come quella del "non c'è più destra e sinistra", allora anche i discorsi di Raul possono essere pesati al bilancino, tenendo di vista tutte le possibili implicazioni.
Entrambi hanno comunque fatto riferimento alla necessità di estendere questo clima cordiale anche all'Ecuador, paese che non ha relazioni diplomatiche con la Colombia, e che non intende averle. Chavez martedì volerà a Quito e solleverà questo tema con Correa dicendosi sicuro che il suo omologo ecuadoriano ristabilirà anch'egli "al momento giusto" le relazioni con Bogotà . I toni di Correa finora, sono comunque stati molto meno concilianti di quelli di Chavez.
Quanto alla manifestazione contro Uribe prevista per le stesse ore a Caracas, si è trattato solo di un sit-in davanti all'ambasciata colombiana della capitale, a cui hanno preso parte 200 persone. Molto meno, a dire il vero, da quello che alla vigilia mi aspettavo leggendo di una "marcia anti-Uribe".
Credo che la manifestazione sia stata deludente anche per i suoi organizzatori, e ciò dimostra quantro sia difficile mobilitare la popolazione senza l'apparato organizzativo del PSUV, il partito di Chavez. Non escluderei neanche che il partito comunista venezuelano abbia scelto una partecipazione di basso profilo, per non aumentare il contrasto con il PSUV, già teso per varie difficoltà connesse alla scelta dei candidati per le elezioni di novembre.
Si era in effetti detto che il PCV era tra gli organizzatori della manifestazione, ma in realtà la sua adesione è stata comunicata solo due giorni prima.
Ben lontani dalla capitale Caracas, presso il Centro di Raffinamento petrolifero di Paraguanà , nello stato di Falcòn,
Venezuela, stanno per incontrarsi a mezzogiorno - ora locale - il presidente della Colombia Alvaro Uribe e il presidente del
Venezuela Hugo Chavez.La singolarità del luogo d'incontro dipende da una marcia di protesta contro la visita di Uribe convocata da forze politiche e organizzazioni sociali ben integrate nell'alleanza di governo bolivariana, in un atto di dissociazione dalla decisione del governo di ospitare il capo di uno stato straniero con il quale è in atto una grave crisi diplomatica.
Iniziata nel novembre 2007, quando Uribe decise di revocare a Chavez l'incarico di mediatore per uno scambio umanitario di prigionieri tra il governo colombiano e le FARC - verosimilimente per le buone prospettive di successo che l'azione del presidente venezuelano schiudeva -, la crisi toccò il suo acme nel marzo sorso, a seguito dell'attacco armato delle forze militari colombiane al territorio ecuadoriano, stigmatizzato da Caracas come atto di "violazione della sovranità " di un paese fratello maturato in un rapporto di connivenza con gli Stati Uniti. Ne seguirono scambi al calor bianco tra le due capitali, il temporaneo ritiro dell'ambasciatore venezuelano a Bogotà , e la parziale sospensione dei rapporti commerciali tra i due paesi.
Le anticipazioni sull'oggetto dei colloqui di oggi vanno dalla promozione dei rispettivi investimenti, ad accordi fiscali per evitare doppie tassazioni, da accordi sul transito di merci venezuelane e colombiane sul territorio dell'altro paese, ad accordi sul trasporto ferroviario (con il progetto di costruzione di una linea ferroviaria transfrontaliera). Il desiderio di Uribe di far partecipare la Colombia allo sfruttamento dei giacimenti della Faglia dell'Orinoco fa pensare che non si presenterà a mani vuote.
Se si considera che l'interscambio commerciale tra i due paesi supera già ora i cinque miliari di dollari, l'agenda di discussione appare abbastanza sostanziosa perché nessun presidente venezuelano, di destra o di sinistra, presente o futuro, possa fare disinvoltamente spallucce alla possibilità di una normalizzazione dei rapporti.
Ciò non ha evitato che l'alleanza governativa entrasse in fibrillazione, in base ad accuse di assoluta inopportunità di srotolare un tappeto rosso sotto gli occhi di un presidente al quale ci si era finora correntemente riferiti come ad un nemico infido e pericoloso.
Chavez ha naturalmente ribadito che il Venezuela non è non può essere in guerra con una nazione sorella come la Colombia, e che i rapporti tra i due non possono che passare tra le autorità ufficiali dei due paesi. Ma si può ribattere a Chavez che sul conto di Uribe pesano 15.000 desaparecidos, 4 milioni di persone espulse con la forza dalla loro terra, e 12.000 esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito regolare. Un carico di crimini che raggiunge e forse supera quello del pinochettismo e dei generali argentini, e che non può figurare come peggiore della Direttiva del Ritorno assunta dalla Unione Europea, contro cui Chavez ha tuonato, minacciando ritorsioni sul piano delle relazione commerciali. Che proporzione vi è tra l'intenzione di aprire una vertenza con l'Unione Europa sulla Direttiva del Ritorno e, viceversa, normalizzare le relazioni con Uribe a dispetto della barbarie narco-paramilitarista?
Colpisce peraltro che nelle settimane di aspra discussione in Venezuela che hanno preceduto questo incontro, si sono infittite le dichiarazioni di funzionari ecuadoriani al più alto livello sulla non volontà di riannodare le relazioni bilaterali con la Colombia finché Uribe sarà presidente.
Si può capire che a Chavez non sia piaciuta la necessità di spostare l'incontro fuori Caracas per evitare l'imbarazzo di dimostrazioni organizzate da suoi alleati politici. Ma che Chavez vedesse Uribe a Paraguanà e spezzoni importanti della sinistra manifestassero contro Uribe a Caracas era forse un ragionevole compromesso tra ragion di stato e coerenza con i principi che a parole si professano. La contraddizione era nelle cose, e Chavez non poteva eliminarla per decreto. Doveva mostrarsi saggio, accettarla e andare avanti senza inutili polemiche interne.
Purtroppo proprio due giorni fa Chavez ha compiuto la solenne stupidità di attaccare in tv, grazie all'accesso ai media che la sua posizione ufficiale gli garantisce, il Partito Comunista Venezuelano, la principale organizzazione tra i gruppi che hanno convocato la marcia antiuribista. Peggio ancora, lo ha fatto con accuse infondate, come quella di essere stati acquiescenti verso il governo del socialcristiano Caldera, che nel settembre 1997 ricevette la visita di Bill Clinton.
Il PCV ha avuto gioco facile nel ricordare che ai tempi della visita di Clinton, i comunisti avevano rotto con Caldera già da venti mesi e che non erano stati affatto acquiscienti verso la visita di Bill Clinton. Inoltre hanno ricordato che una delle ragioni principali dell'appoggio a Caldera alle presidenziali del 1993 era stato l'impegno di quest'ultimo ad amnistiare i militari di sinistra che avevano tentato un colpo di stato nel 1992. Riferimento delicato, se si pensa che tra quei militari c'era il tenente colonnello dei paracadutisti Hugo Chavez.
Esprimendo solidarietà al PCV, Maria Castro, rappresentante venezuelana della Coordinadora Bolivariana Continental, una delle organizzazioni che hanno promosso la marcia antiuribista ha alluso alla possibilità che la visita di stato di Uribe non si spieghi solo con ragioni economiche, ma che Chavez intenda normalizzare le relazioni con la Colombia come espediente per spuntare i piani USA di destabilizzazione del governo venezuelano.
Le ragioni dell'economia o il riposizionamento geostrategico del Venezuela sono forse i termini del dilemma entro cui Chavez può invocare legittimamente o meno la ragion di stato, e sperare di mantenere integra, nonostante episodiche scosse, la sua alleanza politica in vista delle cruciali elezioni di novembre per la nomina dei governatori.
[Mi sono già espresso sullo scontro sociale attualmente in corso in Argentina, esprimendo posizioni non esattamente amichevoli ad un governo ampiamente percepito a livello internazionale come progressista. L'articolo che segue e che traduco dallo spagnolo non solo ribadisce in modo più approfondito questa posizione, ma contiene echi estremamente interessanti per il dibattito politico in Italia. In particolare sugli equivoci che in genere accompagnano gli inviti all'unità della sinistra, che si pretenderebbe di realizzare senza chiari impegni su un programma esplicitamente antineoliberista. E naturalmente spostando sempre l'asse nel senso più moderato possibile. In nome dell'unità, si capisce -- Gianluca Bifolchi]
Vedrete che alla fine è colpa nostra
di Eduardo Abeleira, 25 Giugno 2008
E' sorprendente che tipo di pressioni fanno su di te perché ti dica a favore della "destra golpista" o del "governo popolare". Certo, chiamarlo di "sinistra" sarebbe un po' troppo. La definizione corrente ora è la campagna o la "signora". Stupisce per la sua ripetizione, perché subimmo le stesse pressioni quando si furono le elezioni per il governatore di Buenos Aires. Ci dicevano che chi non si allineava con Filmus sarebbe stato responsabile della vittoria macrista, ed avevamo intense discussioni, per quanto ne avessimo le tasche piene di denunciare che la pratica politica e la gestione di governo di questo progressismo all'acqua di rose erano ciò che aveva preparato il terreno per la vittoria di questa destra sfrontata. Ma i responsabili saremmo stati anche noi se non facevamo seguire i fatti. Dicemmo allora "insieme a Macri neanche fino all'angolo" e ci attenemmo a qualunque posizione rigida che in un modo o in un altro creava divisione. Oggi si ripete la storia e tornano le vecchie discussioni, ma ora è più complicato perché questo governo ha competenze in tanti settori che molti compagni credono che si possa approfondire il carattere progressista che percepicono in esso.
E sentiamo di nuovo lo slogan che da un lato ci sono i privilegiati e dall'altro lato la lotta contro i privilegi. Ora, ci sono molti modi per vedere se le cose stanno così o se si tratta di una falsità messa in giro da questa compagine di governo.
Molte questioni di fondo ci portano a dichiarare che questo governo difende come sempre e a volte meglio di prima i privilegi di questa società capitalista, butta briciole agli esclusi, tradisce il linguaggio nel dire una cosa e fare tutto il contrario, si circonda dei peggiori soggetti e riporta a galla un partito (?) che per molto tempo non ha fatto che diffodere pregiudizi macchartisti, creare povertà e consolodare la ricchezza di imprenditori amici, sindacalisti spudorati e multinazionali. E come abbiamo detto ripetute volte si tratta di tribù tenute insieme solo dal libretto degli assegni del governo.
L'ultimo esempio di intrallazzo e indifferenza verso il lavoratore che viaggia quotidianamente in condizioni infraumane è questo treno superveloce per pochi, l'appoggio incondizionato a Cristóbal López e i suoi tirapiedi nella vertenza del casinò, l'ingerenza e la persecuzione dei compagni dell'Indec (Istituto di statistiche) per buttare lì cifre nelle quali non credono loro stessi, il lasciar precipitare gli ospedali in uno stato deplorevole senza investire in essi, che rappresentano il presidio della salute popolare, e senza porre attenzione a questa.
Ma a dispetto di tutto ciò... perché tanti ocmpagni insistono sul carattere nazionale e popolare del governo kirchenrista prima e della Fernández ora?
Logicamente, sono contrari a che non si proteggano le risorse minerarie, il petrolio e l'energia che viene depredata senza nessuna inclinazione al risparmio, che continui la gestione neoliberista in molti settori strategici dell'economia, che il grilletto facile rimanga incontrastato... ma allora cosa difendono di questo governo che si dice nazionale e popolare?
Un governo che seppe decifrare quello del 2001 e non credette alla storia per cui la difesa dei Diritti Umani era questione di pochi settori e non importava a nessun altro, prese parte di queste bandiere, e levarle in alto gli servì politicamente per cooptare gran parte degli organismi di difesa di questi diritti e gli diede importanza, per continuare oggi a ignorare i milioni di compatrioti esclusi dal godimento di essi. Gli organismi di difesa dei diritti umani smisero di agire di fronte a questo organico di governo. Persino le Madri di Plaza de Mayo abbandonarono la loro autonomia di fronte ai partiti politici e offrirono il loro appoggio senza esitazioni.
Ma milioni di nostri compatrioti continuano a mancare di diritti umani elementari.
O forse una delle nostre parole d'ordine non è "neanche un bambino in meno, la fame è un crimine". E se la fame è un crimine, ci sono dei criminali. E la responsabilità principale di mettere termine a questo disastroso presente che genererà un futuro di assenti è senza alcun dubbio di chi esercita la funzione di governo.
Ripetiamo di continuo, ed è un altro dei nostri principi cardinali, "reddito garantito per giovani ed anziani", ed affermiamo che solo così poniamo fine all'indigenza. Ma è una proposta ignorata, si fanno orecchie da mercante alle voci di allarme di fronte a questa emergenza, e di continuo si declama che abbiamo 50 miliardi di dollari nelle casse del governo. Che passerà in testa a quelli che hanno fame e freddo quando sentono di questi successi economici?
Un semplice ragionamento ci fa chiederci che se in momenti di splendore economico non distribuiamo ricchezza, lo faremo forse quando arriverà una nuova crisi?
Questo governo protegge e tutela, addirittura incentiva, la soizzazione del paese, in cui sono stati soci che hanno intascato ricchi dividendi, che non sono andati, NO, a ospedali e strade, a case ed istruzione, non hanno posto fine a povertà e indigenza, né hanno fatto sì che i nostri anziani ricevessero pensioni degne, né ha atteso ai reclami, espressi in molte mobilitazioni, che chiedevano di porre un limite a questi privilegi e ai loro beneficiari. Nè si è posta fin alla spoliazione (che ancora oggi continua) dei popoli indigeni, o si è data risposta alle giuste esigenze dei movimenti contadini.
Ora ci dicono che per paura di quello che può arrivare bisogna applaudire e sostenere chi ci inganna continuamente, chi intimidito (o coerentemente al suo agire reale) ha rifiutato di concedere la personalità giuridica alla CTA (Central de los Trabajadores de la Argentina) ma ha mantenuto una stretta alleanza con il peggior sindacalismo argentino, che si chiami Moyano, Andrés Rodríguez o Caló, che dall'associazionismo sono passati all'impresa all'interno di un CGT che non ha nessuna credibilità. Governo che si è persino opposto elettoralmente a settori progressisti, di centro sinistra, come Binner a Santa Fé o Sabatella a Morón.
Questo governo "popolare" che mantiene il Congresso circondato da recinti e ha messo una cinta intorno alla Casa Rosada, lo stesso che ha pagato tutto il debito con l'FMI e ha suonato allegramente la campana a Wall Street, che continua a mantenere un debito esterno di circa 180.000 milioni di dollari, senza decidersi una buona volta di sottoporlo ad una verifica contabile o appoggiarsi alle sentenze giudiziarie basate sulle investigazioni di Olmos che permetterebbero di fermare questa emorragia, che senza dubbio alcuno finisce per ridurre a zero i diritti umani di milioni di Argentini.
Jorge Julio López è ancora un desaparecido, le minacce dei gruppi operativi continuano a crescere, alla compagna María del Carmen Verdú de Correpi, tra gli altri, perfino il sequestro a scopo intimidatorio di Pablo Micheli, segretario generale di ATE (Asociación de Trabajadores del Estado).
Non si sono unificati i processi per evitare che ogni testimone debba deporre tutte le volte, ricordando fatti terribili ed esponendosi ogni volta. E stiamo parlando del campo in cui questo governo si è mosso meglio.
Si dice che nessuno può trascorrere 90 giorni senza lavorare. Si vede che non conoscono il dramma della disoccupazione, l'angoscia della fame, perché ci sono milioni di persone che stanno mesi ed anni senza lavorare, che prodotto di questo neoliberismo selvaggio sono diventati strutturalmente poveri senza alcuna possibilità di inclusione sociale e solo alcuni di essi dipendono dalle miserabili risorse concesse da un governo "popolare" che si vanta, ripetiamo, di avere le casse piene di milioni di di dollari. Questo è il primo debito sociale al quale bisogna attendere e non abbiamo sentito alcun discorso che ci dica quanta parte di questo risparmio vada a cambiare, non ad agire come un palliativo, ma a cambiare questa situazione. C'è un detto che descrive assai bene la differenza tra quello che dà e quello che riceve: "La mano che dà sta sempre sopra alla mano che riceve".
Basta seguire la carota, siamo passati per molti inganni, siamo cresciuti, non abbiamo più fiducia e siamo coperti di cicatrici.
Approfittiamo di questa occasione in cui persino Alberto Fernández, oggi capo di gabinetto, già compagno dio strada di Cavallo (promotore di questo modello neoliberista), parla di redistribuire richezza, di eliminare la povertà che genera tanta esclusione... esigiamo cose precise da costoro che non hanno mai parlato di quelli che hanno meno e che oggi si riempiono la bocca come se fossero i loro messaggeri.
Obblighiamoli a mantenere ciò che le loro lingue irrefrenabili ci dicono a tutte le ore! Che il tradimento della parola diventi impegno ineludibile.
Trenta ospedali, d'accordo, ma intanto si risistemino quelli cha abbiamo ora, e si diano stipendi degni a tutti i lavoratori che rendono possibile che questi continuino a funzionare nonostante il loro degrado; strade ma anche treni per tutti come alternativa valida, corretta e responsabile per ridar vita alle città all'interno del nostro paese, dove le rotaie erano il sangue che permetteva la circolazione e la vita.
E molte case, generatrici di lavoro autentico, moltiplicatrici a livello nazionale di industria e lavoro, diritto costituzionale sempre dimenticato.
E ciò non dipenda da nuove entrate che forse non arriveranno mai.
Che bello sarebbe se la mobilitazione popolare, che l'organizzazione di quelli che hanno meno, che la dignità dei signor nessuno, si vedesse accresciuta nonostante un governo che ha tanti buchi neri nel suo operato quotidiano!
Che bello sarebbe se i De Vido, gli Aníbal Fernández, i Cavallieri e Pedraza, gli Alberto Fernández, e i tanti altri che stanno attorno a questo governo autodenominatosi "nazionale e popolare" si facessero vedere sul marciapiede di fronte, dove sempre sono stati, e si togliessero questa maschera progressista che riesce a ingannare tanto le masse!
Siamo d'accordo con la tassa sul'esportazione di soia, siamo d'accordo con uno stato che sia presente e operi attivamente. Come non esserlo? Per anni ci hanno ingannato con un Dio mercato che dava premi e castighi, e li dava eccome, ma i castighi sono sempre stati per la maggioranza e i premi per compari e figliocci, per multinazionali avide di lucro perché questo è la loro principale missione.
Per questo il destino delle tanto declamate tasse sull'esportazione non può essere la cassa del governo, ma la distribuzione, la generazione di condizioni adeguate di vita che riportino a pensioni e salari degni. E che si implementino anche in altri settori, come quello minerario, petrolifero e peschiero, e persino in un settore, to' che paradosso, che continua ad esserne immune, quello finanziario.
Ma ciò che dà la misura di questa congiuntura storica è che il campo popolare continua a non avere alcuna direzione politica, continua ad essere orfano, e se noi non siamo capaci di elaborarla, l'uscita continuerà ad essere a destra, perché come diceva Borges: "Si può sempre stare peggio".
La costruzione di questa alternativa deve essere la priorità di tutte quelle organizzazioni ed individui che orbitano in un campo popolare disgregato ed atomizzato che conosce le sue necessità ma ancora non ha trovato la chiave comune che permetta di sognare un futuro comune nonostante la diversità delle sue opinioni.
Insomma, siamo grandi per continuare a credere ai re magi.
Sapete che c'è? I maghi non esistono e senza organizzazione popolare con c'è mago che ci salvi.
Fonte: Argenpress
L'installazione di un cavo sottomarino in fibra ottica tra Venezuela e Cuba è stato presentanto oggi dalla stampa locale come un pietra miliare nella storia delle telecomunicazioni internazionali dell'isola.
Il quotidiano Granma ha dedicato la sua pagina centrale al progetto di integrazione che moltiplicherà per tremila la capacità cubana di comunicazione con l'estero.
La linea unirà la regione venezuelana di Camuri con il litorale sudorientale cubano di Siboney, con circa 550 chilometri di fibra ottica dello spessore di un capello umano.
Secondo l'ingegnere Wilfredo Morales, direttore dell'impresa mista Telecomunicaciones Gran Caribe, questo progetto strategico metterà fine alla dipendenza cubana dai costosi servizi satellitari, resi più cari per via del blocco economico degli Stati Uniti.
Morales ritiene che la selezione del fornitore avrà luogo il prossimo agosto, e la collocazione del cavo avverrà tra la fine del 2009 e la fine del 2010, per essere praticamente subito operativo.
La connessione - con una capacità totale di 640 Gigabytes e tecnologia di punta a livello mondiale - girerà attorno all'arco delle Antille e alla fossa di Battle, la cui profondità è di circa 1.400 metri.
Questo progetto renderà più economica ed eleverà la capacità di trasmissione dati, voce e video, e in futuro potrebbe servire anche paesi come il Nicaragua e Haiti, aggiunge Granma.
Il blocco anticubano imposto da Washington circa mezzo secolo fa ha impedito ad altre compagnie di collegare l'isola a linee come la Miami-Cancún, che passa a soli 32 chilometri dalla capitale cubana.
Non potete sopprimere la verità assassinando i giornalisti, ha detto Tubal Paez, presidente dell'Unione Giornalisti di Cuba. Circa centocinquanta tra giornalisti,ambasciatori, politici ed altri ospiti, cubani, sudamericani e di altri paesi, si sono incontrati all'istituto di giornalismo internazionale Jose Marti per onorare il cinquantesimo anniversario della morte di Carlos Bastidas Arguello, l'ultimo giornalista ucciso a Cuba. Carlos Bastidas aveva solo 23 anni quando è stato assassinato dalla polizia segreta di Fulgencio Batista, dopo aver visitato le forze di Fidel Castro sulle montagne della Sierra Maestra. Edmundo Bastidas, fratello di Carlos, ha raccontato come un fiume di cambiamenti prese a scorrere dalle montagne della Maestra, simbolizzato dagli sforzi di suo fratello per assicurare un nuovo futuro per Cuba.
La celebrazione all'Avana è stata tenuta in onore della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, che si tiene ogni anno a Maggio. La Giornata della Libertà di Stampa fu proclamata nel 1993 dalle Nazioni Unite per onorare i giornalisti che avevano perso la loro vita per portare la notizia, e difendere la libertà dei media in tutto il mondo.
Nei miei cinque giorni all'Avana, ho incontrato dozzine di giornalisti, studenti e insegnanti di scienze della comunicazione, rappresentanti sindacali e politici. Lo scopo fondamentale della mia visita era determinare lo stato della libertà dei media a Cuba, e costruire una migliore comprensione tra gli attivisti della democrazia dei media negli USA e quelli a Cuba.
Ho visitato le due principali stazioni radio dell'Avana, Radio Rebelde e Radio Avana. Entrambi hanno l'acceso Internet a più fonti globali di news, compreso la CNN, la Reuters, l'Associated Press e la BBC, e con diverse agenzie che forniscono le notizie per le trasmissioni pubbliche. Oltre 90 comuni a Cuba hanno le loro stazioni radio locali, e vi sono corrispondenti da ogni provincia.
Nel corso di diverse ore in ogni stazione radio sono stato intervistato in diretta sulla concentrazione dei media e la censura negli Stati Uniti, ed ho potuto fare domande ai giornalisti anche sulla censura a Cuba. Delle dozzine che io ho intervistato tutti hanno affermato di godere di piena libertà di scrivere e trasmettere qualunque notizia di loro scelta. Ciò suona molto distante dal sistema mediatico stalinista così spesso descritto dagli interessi USA.
Ciò detto è stato presto chiaro che i giornalisti cubani condividono un senso comune di continua minaccia controrivoluzionaria dai Cubano-Americani finanziati dagli USA che vivono a Miami. Questo sentimento non è del tutto infondato visto che centinaia di azioni terroristiche contro Cuba con sostegno USA hanno avuto luogo negli ultimi cinquanta anni. Oltre all'invasione della Baia dei Porci nel 1961, questi attacchi includono l'attentato nel 1976 ad un aereo civile cubano, da cui ricultò la morte di settantre persone, la diffusione nel 1981 di un'epidemia di febbre dengue che uccise 158 persone, e diversi attentati dinamitardi negli hotel negli anni 90, uno dei quali causò la morte di un turista italiano.
Nel contesto di questa minaccia esterna i giornalisti cubani riconoscono tranquillamente che di tanto in tanto ricorrono all'autocensura riguardo a notizie che potrebbero essere usate dal nemico contro il popolo cubano. Nondimeno, i giornalisti cubani danno grande valore alla libertà di stampa e non ci sono prove di aperte restrizioni o di controllo governativo.
I giornalisti cubani si lamentano che i grandi media USA sono prevenuti e rifiutano di dare copertura agli aspetti positivi del socialismo a Cuba. Alla maggior parte degli Americani sono ignoti i fatti che Cuba è il paese numero uno al mondo in agricoltura biologica, che ha un impressionante sistema di assistenza sanitaria con un tasso di mortalità infantile inferiore a quello degli USA, che addestra medici provenienti da tutto il mondo, e che ha goduto di un incremento del PIL del 43% negli ultimi tre anni.
Ricardo Alarcon, Presidente dell'Assemblea nazionale, ha discusso la parzialità dei media USA: quanto spesso vedete Gore Vidal intervistato dai media USA? ha chiesto. Vidal ha di recente sostenuto che gli USA sono nella fase peggiore della loro storia. Forse Cuba si basa troppo sui grandi media, ha detto, i giornalisti cubani hanno bisogno di legarsi maggiormente a fonti di stampa indipendenti negli USA. Alarcon è andato oltre dicendo che Cuba permette alla CNN, ad AP, e al Chicago Tribune di mantenere uffici a Cuba, ma che gli USA non permettono ai giornalisti cubani di lavorare da loro.
Col progredire del sistema socialista cubano, gli USA fanno di tutto per imporre artificiosamente condizioni di guerra fredda, mantenendo un boicottaggio economico, finanziando attacchi terroristici, mandando nelle acque dei Caraibi una flotta navale anti-terrorismo, e limitando progressivamente i permessi ai cittadini USA di viaggiare a Cuba. E' ora di rovesciare questa posizione di isolazionismo da guerra fredda, rispettare la scelta del popolo cubano di un sistema socialista, e costruire una relazione positiva e funzionale tra i giornalisti a sostegno della democrazia nei media di entrambe i paesi.
Peter Phillips è un professore di sociologia alla Sonoma University, e un direttore di Project Censored, un centro studi sui media. Ha viaggiato a Cuba come ospite della Unione Giornalisti di Cuba
Fonte: Progressive
La possibile eliminazione della dualità monetaria a Cuba, uno dei problemi più complessi della sua economia, non restituirà potere d'acquisto alla popolazione, né creerà "di per sé" nuova ricchezza, avverte un documento preparato dai militanti del Partito Comunista al governo.
Il testo che guiderà l'analisi del tema nelle riunioni di studio previste a metà di questo mese, tanto in questa organizzazione politica come nell'Unione dei Giovani Comunisti (UJC, nella sigla in spagnolo), cerca di corregere la mancanza di informazione riguardante l'esistenza di una moneta nazionale ed una convertibile, la disparità tra le due e la loro possibile unificazione.
. Questa discussione riveste una speciale importanza nella fase aperta dopo l'annuncio, il 28 Aprile, che alla fine del 2009 si terrà i già rinviato VI Congresso del Partito Comunista di Cuba (PCC), che dovrà tracciare la rotta da seguire nei prossimi anni. La normale scadenza dei congressi è di cinque anni, benché in questo caso la V edizione si tenne nel 1997.
Inoltre si tratta di un tema che richiede consenso ed è stato ben presente nei dibattiti promossi dallo stesso governo a margine del discorso pronunciato il 26 Luglio 2007 da Raul Castro, allora presidente ad interim a causa della malattia di suo fratello Fidel, e oggi riconfermato nella carica.
Gli specialisti hanno ricordato che la dualità monetaria potrebbe anche figurare tra quegli argomenti che richiedono analisi "profonda, razionale e collaggiale" menzionati da Raul Castro quando il 24 febbraio ha assunto la presidenza del Consiglio di Stato.
In questa occasione il dirigente governativo disse che per evitare effetti traumatici ed incongruenze, qualunque cambiamento legato alla moneta deve essere concepito sotto un'angolazione a 360 gradi, che tenga conto di fattori come il sistema salariale, i prezzi al dettaglio, le forniture gratuite e i sussidi statali per molte merci e servizi.
"La gente si aspetta che quando la dualità monetaria verrà eliminata il suo reddito reale migliorerà , una cosa che non può accadere se non c'è incremento della produzione", dice Pável Vidal, professore e ricercatore del Centro Studi di Economia Cubana (CEEC, secondo la sigla in spagnolo), dell'Università dell'Avana, rispondendo a IPS.
Autore di vari articoli sul tema, Vidal sostiene che l'eliminazione della doppia moneta e una politica monetaria e salariale più flessibile, accompagnate da riforme strutturali, comporterebbe benefici allo sviluppo dell'economia cubana che si tradurrebbero in una graduale soluzione di molte delle carenze e difficoltà che opprimono una buona parte della società cubana.
Al riguardo il materiale di studio del PCC afferma che la soluzione alla perdita del potere d'acquisto del salario non dipende da decisioni i cui effetti si riflettono solo alla sfera monetaria, ma dalla produzione, che deve garantire l'adeguato funzionamento dell'economia.
Allo stesso modo chiarisce che l'eliminazione della doppia moneta non può essere conseguita mediante la sostituzione del peso cubano al peso convertibile ad un tasso di uno a uno, "come alcuni potrebbero erroneamente pensare". Il peso convertibile (cuc) vale presso gli uffici statali di cambio (Cadeca S.A.) 25 pesos cubani e 1,25 dollari statunitensi.
"L'unificazione monetaria sarà raggiunta nel momento in cui il peso cubano sarà l'unica moneta che circola nel nostro paese, con un unico tasso di cambio, ma questo ed il potere d'acquisto di questa moneta unica - il peso cubano - non dipendono e non dipenderanno da una decisione amministrativa, ma dal livello di forza ed efficienza" dell'economia, si legge nel testo.
Secondo Vidal da vari anni esistono le condizioni per passare ad una moneta unica, dato che le finanze interne presentano uno stato "abbastanza equilibrato" e l'economia si è "dedollarizzata" nel 2004, quando la libera circolazione della moneta statunitense è stata sostituita dal peso convertibile.
Secondo lui il "collo di bottiglia" sta nel risolvere alla base la dualità del tasso di cambio, che nelle imprese è uno a uno, mentre presso le Cadeca è di 24 pesos all'acquisto e di 25 alla vendita, passare ad un sistema di cambio o di cambio unico, e poi dare convertibilità al peso cubano nel segmento dell'impresa.
L'esperto ritiene che si potrebbe cominciare dalla svalutazione graduale del peso cubano nelle imprese e, parallelamente e in funzione della crescita economica, si rivaluterebbe gradualmente il tasso di cambio delle Cadeca.
"Quando questi due tassi di cambio si incontrano, si potrebbe passare ad una sola moneta", chiarisce Vidal.
Per lo specialista la dualità monetaria complica la contabilità e la politica economica, impedisce relazioni e fusioni tra aziende, indebolisce il mercato interno, sfavorisce l'espansione delle esportazioni e limita l'investimento straniero, tra gli altri impatti negativi.
Lo stato paga i salari e le pensioni in pesos cubani, utilizzati per pagare i servizi pubblici di base, frequentare centri culturali e sportivi, acquisire alcuni prodotti industriali, gli alimenti negli agromercati e quegli articoli sovvenzionati riguardanti una cesta alimentare rivolta alle famiglie.
A sua volta il peso convertibile, che rimpiazza il dollaro statunitense dal 2004, permette di accedere a determinati servizi e fare acquisti nelle cosiddette "rivendite di recupero in divisa" (TRD, dalla sigla inspagnolo), anch'esse statali, in cui vengono offerti prodotti di base di qualità più elevata, così come elettrodomestici, mobilio ed altri generi di consumo domestico.
Create al principio degli anni 90, insieme alla depenalizzazione del possesso di dollari statunitensi, le TRD protraggono da allora un regime di prezzi gravati da un imosta al consumo intorno al 200% sulla tariffa all'ingrosso di importazione.
La liberallizzazione della vendita a partire da aprile nelle TRD di varie tipologie di elettrodomestici, tra cui computer precedentemente proibiti per i consumatori nazionali, ha fatto aumentare nelle ultime settimane le vendite di questa rete commerciale ed ha permesso il recupero di circolante in cuc in una quantità non comunicata ufficialmente.
Ma la famiglia cubana si vede anche obbligata a rivolgersi a questo mercato per completare la sua dieta alimentare con prodotti di prima necessità che la carta annonaria non include. Perciò alcuni economisti considerano importante un ribasso dei prezzi che dia maggiore capacità di acquisto a chi ha meno risorse.
La dualità monetaria si impose nel contesto delle misure adottate dal governo cubano per affrontare la crisi economica innescata nell'isola dopo la sparizione dell'Unione Sovietica e del campo socialista europeo, verso cui erano orientate in maggioranza le sue relazioni commerciali.
Tra il 1989 e il 1993 il prodotto interno lordo cadde del 35%, si perse più dell'80% del commercio estero, il consumo di combustibile si ridusse a meno della metà e scomparvero le fonti esterne di finanziamento.
Il testo del PCC cità anche tra le cause della recessione l'approvazione negli Stati Uniti delle leggi Torricelli (1992) e Helms-Burton (1996) che accentuarono il blocco economico (che questo paese chiama embargo) contro Cuba, in vigore dagli anni 60 e ostacolarono il suo reinserimento finanziario e commerciale nel mutato contesto.
Dopo l'arrivo di qualche incerto risultato i due contendenti si sono entrambi attribuiti il trionfo nel referendum sullo Statuto Autonomo del Dipartimento di Santa Cruz di domenica scorsa 4 maggio.
Come sappiamo chi ha ragione?
Per pesare e giudicare il risultato di un'azione è utile ricordarsi la meta che l'autore si proponeva.
L'oligarchia cruceña aveva bisogno di una massiccia presenza alle urne: era l'unico espediente che potesse indebolire l'accusa del governo sull'illegalità della consultazione; colto questo obiettivo si sarebbe potuto sostenere che era sì una procedura illegale, ma legittima per la massiccia espressione di volontà popolare sul tema dello Statuto Autonomo, e il governo non poteva ignorare ciò.
Da parte sua il governo, il MAS, e i movimenti sociali si erano proposti il più alto astensionismo possibile per togliere peso ai risultati delle urne, dove si pronosticava un ampio prununciamento per il SI.
A questa consegna della propaganda ufficiale di disertare le urne, si era poi aggiunta l'indicazione per il NO di alcuni settori preoccupati dalle pressioni dell'opposizione per forzare la gente ad andare a votare.
Le cifre a disposizione non sono cifre ufficiali e probabilmente non lo saranno mai, perché non vi erano osservatori neutrali - per non dire della scoperta di schede già segnate per il SI prima di arrivare al seggio - ma se prendiamo le ultime cifre fornite dai media e citate dal governo si può dire che l'astensione è andata oltre le speranze: a Santa Cruz l'astensione fu del 17% nel referendum autonomistico del 2006, ed ora è arrivata alla cifra del 39%, e questa cifra, sommata ai voti per il NO e ai voti nulli, arriva praticamente alla metà dell'elettorato, un 48,3%. Ogni 10 elettori, circa quattro non sono andati a votare ed uno ha votato NO o ha annullato la scheda.
In base a questa analisi il governo e i suoi sostenitori possono dirsi soddisfatti. Occorre tuttavia chiedersi se si può parlare di trionfo quando poco più della metà dell'elettorato cruceño si è espresso contro il progetto di paese che Evo Morales propone, e ha appoggiato in coscienza o sotto manipolazione i grandi gruppi oligarchici che dominano economicamente, ideologicamente e politicamente la regione
Ci sarebbe anche da chiedersi se questo risultato potrà essere attribuito solo alla machiavellica azione dell'oligarchia appoggiata dall'imperialismo.
Sembra più probabile che abbiano avuto un peso anche errori e debolezze del governo e del MAS, il suo fondamentale strumento politico.[1] Evo Morales non chiamò infatti a votare per il NO nel referendum autonomistico del 2006, tenuto contemporaneamente all'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente, lasciando la bandiera dell'autonomia nelle mani della reazione (qualcosa che gli stessi dirigenti del MAS hanno più tardi ammesso)? Non si sono forse applicati nella zona est del paese schemi organizzativi e criteri che cozzano con l'idiosincrasia delle terre basse? Non si è forse etichettato come oligarchia separatista qualsiasi cosa che, seguendo un sentire comune vecchio di generazioni, si è manifestato a favore dell'autonomia, ignorando le contraddizioni che esistono tra i grandi oligarchi filoimperialisti e una parte importante dei settori medi urbani bianchi che, per quanto critici verso alcune linee dell'attuale azione governativa, in definitiva appoggiano il governo perché dà dignità ai popoli indigeni e afferma la sovranità della patria?
Ma anche se si può discutere di chi ha vinto elettoralmente, e ogni contendente con diversi argomenti può attribuirsi la vittoria, ciò che è indiscutibile è che il progetto di paese di Evo Morales ne esce rafforzato. La maggioranza dei settori popolari della Bolivia, specialmente i movimenti contadini indigeni e i lavoratori urbani, ha compreso cosa c'era dietro questo progetto dell'oligarchia cruceña, che usa demagogicamente la bandiera dell'autonomia. In questo senso hanno reagito anche importanti settori professionali e tecnici. Particolarmente significativo è che il gruppo "Santa Cruz Somos Todos", nelle fauci stesse del mostro e a rischio dell' incolumità dei suoi membri e delle loro famiglie, ha cantato fuori dal coro invitando a votare NO.
Questa oligarchia cercava e continua a cercare di abbattere il primo presidente indigeno dell'America Latina per tornare a controllare le immense ricchezze della nazione e che hanno iniziato ad essere controllate dallo stato, con la decisione del 1 Maggio del governo di procedere in questa via annunciando il recupero del controllo di maggioranza su quattro compagni3e petrolifere multanazionali e la nazionalizzazione di ENTEL, la compagnia di telecomunicazioni Un'oligarchia che non ha mai compreso l'invito a realizzare una vera riforma agraria e a distribuire in modo più equo la ricchezza in America Latina fatto quasi mezzo secolo fa dal presidente degli Stati Uniti, John Kennedy. Chi faceva questo invito era un liberale borghese che non potrebbe in alcun modo essere catalogato come comunista, e lo faceva per fermare l'avanzata della rivoluzione nella nostra America.
Ma questo popolo non solo ha compreso ciò che era in gioco, ha anche sentito la necessità di articolare le sue lotte per colpire la piccola elite che, appoggiata dal governo degli Stati Uniti, cerca di capovolgere il processo della Rivoluzione Democratica e Popolare che il paese vive. Dai giorni del trionfo di Evo Morales è stato il 1 di Maggio che il movimento operaio rappresentato dalla leggendaria Central Obrera Boliviana presieduta dal suo segretario generale, il dirigente minerario Pedro Montes, prendeva parte per la prima volta alla stessa mobilitazione dei movimenti contadini indigeni, e tutto fa pensare che questo atto unitario, che implica porre al di sopra delle differenze naturali e delle contraddizioni tra i vari gruppi l'interese della patria boliviana, è destinato a lasciare un segno profondo.
Le organizzazioni popolari boliviane sembrano aver capito che l'unità di tutti i settori che difendono il progetto di paese umanista e solidale, rispettoso delle differrenze e rispettoso della natura, promosso dal Presidente Evo Morales, è la condizione necessaria a renderlo irreversibile.
E parlando di unità desidero ricordare queste parole di Fidel, il grande artefice dell'unità del popolo cubano:
"Ho fatto parte anch'io di un'organizzazione. Ma le glorie di questa organizzazione sono le glorie di Cuba, sono le glorie del popolo, sono le glorie di tutti. E un giorno - aggiunge - ho smesso di appartenere a quell'organizzazione. Quale giorno? Il giorno in cui abbiamo fatto una rivoluzione più grande della nostra organizzazione [...] E marciando tra popoli e città , ho visto molti uomini e donne; centinaia, migliaia di uomini e donne avevano le loro uniformi rosse e nere del Movimento 26 Luglio; ma altre migliaia e migliaia non avevano uniformi né rosse né nere, ma tute da lavoratori e da contadini, e di umili uomini del popolo. E da quel giorno, sinceramente, nel più profondo del mio cuore, io passai da quel movimento che amavamo, sotto le cui bandiere avevano lottato i compagni, passai al popolo; appartenni al popolo, alla rivoluzione, perché avevamo veramente fatto qualcosa superiore a noi stessi".[2]
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[1]. Su questa organizzazione politica“sui géneris†apparirà presto il libro testimonianza MAS IPSP de Bolivia. Partido que se construye desde los movimientos sociales, di Marta Harnecker e Federico Fuentes su questa pagina web.
[2]. Fidel Castro, Discorso del 26 Maggio 1962, in Obra revolucionaria Nº11, 27 Marzo, 1962, pp.36—37. Testo citato in Marta Harnecker, La estrategia polÃtica de Fidel . Del Moncada a la victoria
Fonte: Rebelión
di José David Carracedo, Diario Público
Il Paraguay, socio povero del Mercosur, e con poco più di sei milioni e mezzo di abitanti, è un paese prevalentemente agricolo con una enorme economia sommersa. Tuttavia, ha anche petrolio e risorse idriche da cui si ricava energia che viene venduta a basso prezzo, e che il prossimo presidente, Fernando Lugo, si propone di moltiplicare per sette.
La sua vittoria inaugura un nuovo modo di far politica in Paraguay
Vi è stata una rottura con 60 anni di governo del Partito Colorado. Una politica basata sul nepotismo, la prebenda, il clientelismo. Ora si è imposto un cambiamento, non solo di persona, non solo di partito nel senso dell'alternanza, ma un cambiamento strutturale, un cambiamento di modello di convivenza, un cambiamento di modello sociale, di modello di Stato, un cambiamento nella maniera di far politica.
Che posto avrà la metodologia partecipativa ‘Ñomongeta Guasu' (in lingua guaranà "la grande conversazione con il popolo") che l'ha aiutata a vincere le elezioni?
Dobbiamo continuare a mantenere aperti tutti i canali di comunicazione con i cittadini. Le organizzazioni sociali, contadine, civili, tutte avranno la possibilità reale di accesso e comunicazione diretta con le istituzioni che, finalmente, saranno al servizio di tutti e non al servizio di un solo partito. Dobbiamo governare per tutta la nazione senza esclusioni.
Ma le istituzioni mantengono il loro normale funzionamento
Naturalmente. La democrazia è partecipativa e rimarrà partecipativa. Apriremo canali che favoriscano questa partecipazione nella pratica, e che sia effettiva.
Quali saranno le sue priorità ?
Quella che ci hanno segnalato i cittadini. Creeremo un piano simile a quello Fame Zero che c'è in Brasile. Per Agosto dovremo garantire alimenti per gli indigeni nel paese. Che non continuino a morire di fame, che non continuino a morire per mancanza di assistenza medica. Nel campo della slute abbiamo un piano generale. Speriamo che in cinque anni nessun Paraguaiano si senta escluso dalla sanità pubblica.
Difende i diritti sociali, l'alimentazione e la salute della popolazione indigena, ma che mi dice riguardo ai loro diritti politici?
Difendiamo l'autodeterminazione dei popoli guaranì. Oggi non sono neanche cittadini paraguaiani, dato che per esserlo occorre figuarare nei registri dello stato civile, e la maggior parte di loro non figurano. I popoli indigeni avranno tutta la libertà di organizzazione. Il movimento politico indigeno in Paraguay non può fermarsi, deve andare avanti. Loro sono le radici della nostra nazione.
Durante la campagna elettorale lei ha proposto la rinegoziazione degli accordi di sfruttamento delle dighe si Yacyreta (con l'Argentina) e Itapú, che copre il 25% del consumo elettrico del Brasile.
Il Paraguay è un paese energetico, non solo agrario. Siamo persuasi che un giusto prezzo dell'energia è in grado di invertire la situazione economica del paese.
Qual è il suo modello di gestione ambientale?
La legge stessa chiarisce che le risorse naturali appartengono al governo paraguaiano. Possono essere sfruttate in vari modi. Può essere una gestione statale o mista, o anche su concessione, anche se sempre a tempo determinato. In ogni caso le risorse appartengo allo stato. Non possiamo rinunciare al loro sfruttamento, anche nel caso si renda necessario ricorrere a capitali privati per farlo in maniera efficiente. Non vogliamo i monopoli, e non crediamo nella privatizzazione o statalizzazione completa.
La riforma agraria fu uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale
La riforma agraria è una rivendicazione del mondo contadino, dove ci sono più di 300.000 famiglie senza terra. Il primo passo sarà un catasto nazionale delle proprietà , e poi introdurremo un modello di riforma agraria che non sarà traumatico o violento, ma solo razionale, equilbrato, basato su principi di cui l'intera società ha bisogno. Sappiamo che non sarà facile, ma non è impossibile.
Ha anche suggerito la possibilità di una riforma costituzionale per riformare il potere giudiziario
Sì, la nostra agenda di lavoro per il 2009 prevede una riforma del potere giudiziario e la riforma costituzionale. Sono i due assi che determineranno la credibilità dello stato e del governo paraguaiano. E non possiamo rimandare troppo.
Denunciano che durante il governo del suo predecessore furono assassinati 35 attivisti contadini, e che più di 3000 sono in galera. Pensa di sottoporre a revisione questi processi e mettere fine all'impunità politica
Sì. Revisioneremo soprattutto quei processi che hanno portato sul terreno giudiziario le lotte sociali, e hanno condotto in carcere contadini ed operai. Dovranno essere rivisti perché operarono in una logica di sostegno ai precedenti governi, intimidendo i movimenti sociali ed impedendo le giuste rivendicazioni sul debito sociale.
Qual è la sua opinione sul processo di integrazione latinoamericano
Siamo tutti convinti che nessuno può progredire in maniera isolata. La nostra priorità è integrarci nel sistema del Mercosur e, parallelamente, lavorare ad altri processi comuni. Il sogno della patria grande, il sogno del continente senza frontiere, il sogno di un continente più libero e sovrano, sta nella mente di molti governi progressisti latinoamericani.
Durante la campagna elettorale vi sono state accuse di infiltrazioni chaviste.
Ci sono state troppe voci assurde. Hanno detto che eravamo delle FARC, legati a sequestri, finanziati da Caracas e Quito.
Quali saranno i suoi rapporti con i paesi latinoamericani?
Noi vogliamo avere relazioni fraterne con tutte le nazioni. Il Paraguay avrà una chiara politica di difesa della sovranità , di difesa dell'indipendenza del paese. Lo stesso spirito che ci ispirò 200 anni fa per renderci indipendenti dalla corona spagnola, ora è diretto contro ogni forma di imperialismo, contro ogni intromissione negli affati interni di ogni paese. Il principio di autodeterminazione dei popoli orienta oggi la nostra politica nazionale ed internazionale.
Fonte: Diario Público
Se volete farvi un'idea di cosa ha significato Internet nel creare uno strato di popolazione altamente informata e capace di pensiero critico e indipendente, potreste notare come gente di diverso orientamento politico è capace di spaccare il capello in quattro quando di tratta dei più comuni temi oggetto della disinformazione ufficiale, dal Tibet all'Iraq, dall'ex Yugoslavia alla Palestina, dall'Iran di Ahmadinejoad al Venezuela di Chávez.
Ma queste stesse persone, quando si tratta di un fenomeno storico che all'avvento della Rete era già entrato nel cono d'ombra della cronaca, per essere solo oggetto di discussioni accademiche - ad esempio la parabola dei paesi socialisti dell'est europeo - ripetono automaticamente e pappagallescamente tutti i cliché e gli stereotipi della Guerra Fredda.
Intendo dire che non si limitano a riportare le imperfezioni di quei sistemi, come ad esempio il considerevole grado di autoritarismo politico (il che sarebbe giusto ed opportuno giusto ed opportuno), ma sembrano davvero credere che si trattasse di campi di concentramento diretti da una burocazia che amministrava il potere in stile Gestapo, che viveva un'esistenza dorata sulle spalle di un popolo ridotto alla fame, e che reprimeva il dissenso con tecniche genocidiarie.
In pratica non c'è alcuna distanza critica tra l'immagine propagandistica che la CIA e il Dipartimento di Stato crearono e diffusero nel mondo di quei regimi, e il bagaglio di associazioni mentali con cui molta gente, per altri versi critica ed informata, continua a riferirsi a quel capitolo del XX secolo.
E si che la tragedia personale di Slobodan Milosevich, per certi versi un erede del "socialismo reale", che fa da trait d'union tra l'epoca pre-Internet e l'epoca di Internet, dovrebbe rendere più cauti ed avvertiti verso la massiccia diffamazione e la scientifica operazione di discredito condotta in Occidente verso il fenomeno del socialismo dell'Europa dell'Est.
Invece, chi è diventato refrattario e giustamente scettico verso le molte "rivoluzioni colorate" che si manifestano qui e lì nel mondo, in punti nevralgici per l'espansionismo imperiale USA, è spesso disposto ad accettare incondizionatamente che la "Caduta del Muro", nel 1989, sia stato un punto di svolta positivo per la storia dell'Europa.
Al di là di quello che si può pensare dei Muri (buoni quando vengono costruiti nella West Bank o al confine con il Messico, e infami quando vengono costruiti a Berlino) vorrei chiedere a costoro se sanno che al momento della "caduta del Muro" la Repubblica Democratica Tedesca era la decima potenza industriale del mondo, e che aveva un sistema di assistenza sociale ammirevole anche in base a parametri scandinavi. E che la Cecoslovacchia seguiva a ruota.
Negli anni 90 il fatto che le capitali dell'est erano al buio, dato che la gente dormiva e non andava per night club, era considerato un motivo sufficiente per snobbare sistemi sociali e politici che avevano realizzato conquiste sociali come la piena occupazione, una casa per tutti, assistenza medica gratuita, buona scolarizzazione di massa e bassi livelli di criminalità . Mi chiedo quanti oggi, nell'era della precarietà senza fine, sarebbero pronti a snobbare con altrettanta disinvoltura tutto ciò se il messaggio venisse riproposto con la dovuta energia e con un grado sufficiente di informazione.
Facevo queste riflessioni quando la popolarità che certe idee recenti dell'ex ministro berlusconiano Giulio Tremonti sta acquisendo in certi ambienti da cui ti aspetteresti di più, mi ha ricordato il detto "quando sei nel deserto e hai sete, una goccia d'acqua ti sembrerà il paradiso".
Dunque, questo ex-pazdaran della globalizzazione neoliberista si è accorto, da qualche anno a questa parte, che gli industrialotti del suo colleggio elettorale, non potendo più contare sul doping della liretta svalutata (che tutta la nazione pagava importando inflazione), ed avendo la Cina cessato di essere mercato di sbocco per merci occidentali, per trasformarsi in terribile competitore internazionale, non ce la fanno più a difendere le vecchie quote di mercato. Ed ecco il Nostro che, sfoderando saccenteria professorale, si inventa la dottrina di una "Nuova Bretton Wood" che serva a dare rispettabilità accademica ad una politica di ripristino dei vecchi privilegi attraverso le barriere doganali, visto che la svalutazione non è più possibile.
Come se fosse una cosa nuova! Come se nei decenni immediatamente successivi all'unificazione d'Italia non si dissanguò l'economia meridionale per permettere lo sviluppo dell'industria del nord al riparo di barriere protezionistiche!
Dei vecchi leoni del dibattito sul "libero scambio" nell'Inghilterra della prima metà del XIX secolo, venti o trent'anni dopo non se ne trovava più uno, perché alla necessità di importare grano a basso prezzo ed agevolare lo sbocco continentale delle merci inglesi, si era sostituita la necessità di chiudere le porte del mercato interno a una nuova potenza industriale, la Germania, che senza le risorse di un immenso impero coloniale stava comunque spezzando le ossa all'industria britannica.
Solo ignorando questi capitoli della storia economica europea un ciarlatano come Giulio Tremonti può essere preso sul serio come il proponente di un'alternativa più equa e razionale.
L'Italia di oggi ha le risorse economiche e le capacità tecniche per sfide più ambiziose di qualunque cosa Giulio Tremonti possa proporre. Perché perdere tempo con le dispute tra le varie sette della religione dell'economia di mercato? Come si può ancora essere succubi della credenza che essa rispecchi le leggi di natura e non sia invece un'organizzazione di comodo della produzione?
Ho citato le esperienze del socialismo dell'Europa orientale come una immensa miniera di esempi degli sbagli da evitare, ma anche delle realizzazioni che furono compiute e che solo la propaganda ostile della Guerra Fredda poté passare sotto silenzio.
Se si vuole un'economia equa e razionale si cominci a pensare in base a principi di equità e razionalità , e non ai sofismi retrogradi dettati da esigenze padronali incapaci di confrontarsi con le nuove sfide.
C'è bisogno di coscienza politica, non di nuovi mandarini.
Confesso di aver provato un notevole disagio in questi giorni di fronte alla sicurezza di chi, di fronte ai fatti del Tibet, è sicuro di trovarsi al cospetto ad una manovra di destabilizzazione degli USA contro la Cina, e che dunque le agitazioni autonomiste o indipendentiste dentro e fuori del Tibet possano essere disinvoltamente messe nel conto del solito mercenariato pagato dalla CIA, USAID, il Dipartimento di Stato e così via.
Se su questo blog ho sostenuto che in Venezuela e Bolivia sono in corso dei processi di "kosovarizzazione", ovvero di incentivo offerto dagli USA a spinte secessioniste nello stato del Zulia, nel primo caso, e nel dipartimento di Santa Cruz, nel secondo caso, è perché vi sono delle prove, o almeno forti indizi che trovano riscontro nei documenti diplomatici e nella cronaca delle relazioni bilaterali di quei due paesi latinoamericani con gli USA. E si tratta di prove e di indizi che non ho cercato io, ma che Eva Golinger pubblica da tempo avvalendosi delle possibilità offerte dal Freedom of Information Act, la legge statunitense sulla trasparenza amministrativa.
Nel caso del Tibet, le "prove", o i "forti indizi", non trovano altro riscontro se non nel fatto che il pagamento del soldo mercenario ai monaci tibetani quadra bene con le elucubrazione geopolitiche fantasticate a migliaia e migliaia di chilometri di distanza.
Questo tipo di valutazioni speculative sono altrettanto buone di quelle di segno uguale e contrario secondo cui Stati Uniti in recessione e con una moneta in stato valetudinario hanno assai poca voglia di fare brutti scherzi ad un paese come la Cina che, con le sue riserve in dollari, potrebbe obbligarli a dichiarare bancarotta in 48 ore. In un caso e nell'altro si tratta comunque di speculazioni, una tonnellata delle quali non vale un grammo di prova, e chi è troppo pigro per cercare le prove farebbe bene ad astenersi dal pontificare. Di fatto sappiamo che Bush, lungi dal voler boicottare i Giochi Olimpici, si recherà in visita a Pechino il giorno dell'inaugurazione
Certo, una parte del manuale della destabilizzazione CIA sta in effetti andando in scena, e cioè l'entusiasmo con cui la stampa occidentale riferisce delle violazioni dei diritti umani alle mani delle autorità cinesi. Ma non scopriamo oggi che le cause "sicure", cioè quelle in cui si sa che gli USA non sono sul banco degli imputati, sono da sempre una ghiotta occasione di propaganda a favore delle cosiddette "democrazie occidentali". I direttori di Repubblica o del Corriere della Sera non hanno bisogno di essere certi che vi sia in atto un piano di destabilizzazione della CIA per battere su quel tipo di grancassa. E' ovvio che se le Olimpiadi quest'anno si tenessero a Seattle il dubbio di qualcuno che un milione di morti in Iraq dovrebbe forse far riflettere sull'opportunità di recarsi a quei giochi verrebbe fatto apparire stravangante e "antiamericano" da quelle testate. Ma ci voleva il Tibet per accorgersene?
A me sembra che se le posizioni del Dalai Lama riassumono bene la linea delle agitazioni in atto in Tibet, si tratta dell'ultima possibilità che la Cina ha di salvare la propria sovranità sul Tibet, riconoscendo un'ampia autonomia a cui i Tibetani hanno certamente diritto. Al contrario Pechino sta esibendo la stessa ottusa ed intransigente arroganza che negli anni novanta condusse dritto dritto alla tragedia cecena, anche quando con la leadership di Aslan Maskadov in Cecenia vi era la possibilità di un'accomodamento pacifico che tenesse conto delle legittime richieste di entrambe le parti.
Capisco la riluttanza a inquadrare la politica internazionale secondo l'ottica dei diritti umani, dato che nel sistema di doppio standard imposto a livello internazionale dagli USA hai tanti diritti quanta è la forza con cui puoi farli valere (e capisco dunque la ripugnanza di chi, se volesse dire qualcosa a difesa dei Tibetani, si ri