Il judo è una grande disciplina mentale, prima ancora che fisica. Essenzialmente si tratta dell'arte di battere il proprio avversario usando la sua stessa forza.
Sono sicuro che la "melassa" menzionata in tanti commenti a proposito del "dialogo sulle riforme" tra governo e opposizione, in qualche recesso del cervello strategico di Walter Veltroni deve trarre ispirazione da una suggestione orientale come la filosofia del judo.
In termini di arte della guerra, se ci pensate, è un diametrale cambio di scenario rispetto alle ultime elezioni politiche e amministrative, quando Berlusconi ha polverizzato l'avversario usando le sue stesse debolezze.
Ignoro il nome dell'arte marziale berlusconiana, ma sono sicuro che voglia riprovarci.
Su chi scommettete voi, su di lui o sul judoka Veltroni?
Alla notizia che Roberto Calderoli diventava ministro alla "Semplificazione" mi è subito venuta in mente una celebre massima di Einstein: "Bisogna rendere le cose più semplici possibili, ma non più semplici". Credo che stesse fissando un parametro di stupidità .
Non credo affatto che Roberto Calderoli sia personalmente stupido, tutt'altro. Io lo considero piuttosto una specie di fool shakesperiano dalle insospettate profondità tragiche. Ma con lui è la stupidità e l'ottusità che vanno al governo. E non nel senso dell'avanzante leghismo, ma come essenza dello stesso berlusconismo (da intendersi come ideologia popolare e non come ciò che davvero passa in testa al Cavaliere).
Non mi sono mai scandalizzato del fatto che Berlusconi, nell'ormai lontano 93, fosse arrivato alla conclusione che se non "scendeva in campo" con l'obiettivo di diventare il Dominus della politica italiana (sia che stesse al governo o all'opposizione) c'era il rischio di essere associato alle patrie galere o persino di perdere "la roba".
Il mio motivo di scandalo è che tutto gli sia riuscito così facilmente, come se questo paese non stesse aspettando altro che lui.
Ciò è stato possibile non tanto perché poteva usare le televisioni, ma perché le aveva già usate per tanti anni, con tutto il tempo che voleva per preparare culturalmente il terreno, nei termini della produzione attiva di larghi strati di opinione pubblica sostanzialmente estranei ai più fondamentali requisiti della democrazia e dello spirito repibblicano. Primo tra tutti la separazione dell'interesse pubblico e dell'interesse privato.
Da questo punto di vista "La ruota della Fortuna" e l'essere presidente del Milan hanno potuto infinitamente di più che non Emilio Fede.
Naturalmente il compito gli era stato facilitato da decenni di dominio democristiano sui ceti moderati. Pasolini - un autore che non amo particolarmente - aveva definito la DC "un nulla ideologico-mafioso", e c'è da chiedersi se di fronte alla "discesa in campo" di Berlusconi c'era proprio bisogno di Mani Pulite per produrre la dissoluzione della decotta Balena Bianca. Pensate a Giovanardi.
Ma la stupidità era anche dall'altra parte, come sottoprodotto dell'ebbrezza di potere di una "sinistra" che era arrivata a pensare a Palazzo Chigi come la Merchant Bank del potere finanziario italiano, e a pensarsi insostituibile per questa ragione. Per costoro il conflitto di interessi esisteva soltanto durante le campagne elettorali, per intercettare il consenso di un elettorato in cui persistevano residui dello spirito della Costituzione repubblicana. Presi i voti, l'unico problema che restava era come farli fruttare al meglio nel trattare un modus vivendi con Berlusconi, la cui unica costante fosse l'intangibiltà di tutto ciò che interessava personalmente al Cavaliere.
La stupidità di questa sinistra si coglie abbastanza bene dai sorrisi tirati e nervosi che i suoi "leader" esibiscono di fronte alle telecamere a tanti giorni ormai da una sconfitta così piena ed umiliante. Si vede che non se l'aspettavano. Non si aspettavano il "pernacchio" insegnato da Eduardo De Filippo in un memorabile episodio de L'oro di Napoli (anche se il "pernacchio" di Eduardo aveva una nobiltà plebea che le schiere dei berluscones non si sognano neppure).
Ora Veltroni e Bettini stanno riflettendo sull'amara verità che combattere il Presidente del Milan a colpi di endorsement di Francesco Totti è come il tradizionale fico secco a un festino di nozze.
Da settimane sto seguendo il tentativo di balcanizzazione della Bolivia che ha preso forma nel referendum separarista di Santa Cruz di domenica scorsa, e per tutto il tempo ho incubato una disagio verso molti che anche in Italia se ne sono occupati esprimendo solidarietà a Evo Morales e al suo governo, e facendolo in nome di principi di democrazia, diritti umani, autodeterminazione, eccetera eccetera eccettera.
Questo disagio prende ora la forma nitida di una domanda che per me diventerà uno spartiacque per valutare il grado di lucidità con cui si guarda alle vicende della politica internazionale, e segnatamente dell'America Latina.
La domanda è: non avrete pensato che i problemi di Evo Morales sono problemi "sudamericani", vero? Non vi siete crogliolati nella comoda illusione che "questo non potrebbe capitare a casa nostra", vero? Non avete creduto che le notizie che vengono dalla Bolivia descrivono semplicemente una realtà di arretratezza e sottosviluppo, vero?
La domanda è legittima, vista la frequenza con cui posizioni di forte contestazione delle politiche neoliberiste in America Latina si combinano a casa nostra con varie e stupefacenti forme di collateralismo con il PD, che vanno dalle teorizzazioni del "voto utile", allo strumentale uso dei rigurgiti neofascisti per una rispolverata della retorica dell'arco costituzione per fare la lista dei buoni e dei cattivi (se i fascisti sono i cattivi, allora tutti gli altri...)
Perché parliamoci chiaro, se in Italia si costituisse un governo di forte appoggio popolare come quello del MAS boliviano, al di fuori delle garanzie vaticane, atlantiche e confindustriali, dovrebbe affrontare esattamente quello che sta subendo Evo Morales in questo momento.
Per essere più chiari: nell'ipotesi che questo governo ponesse mano ad una profonda revisione della Costituzione per introdurre strumenti e garanzie di reale partecipazione dalla base, che procedesse ad un piano di nazionalizzazioni laddove fosse evidente che ciò è richiesto dalle necessità della gente, che smettesse di mitizzare le istituzioni finanziarie internazionali (BCE compresa), e perseguisse una politica estera antimperialista, susciterebbe reazioni del tutto simili a quelle a cui stiamo assistendo in Bolivia.
E non mi riferisco solo alle nostre "oligarchie" che potrebbero essere tentate di seguire la "via dell'autonomia" in Padania o in Sicilia. Mi riferisco al boicottaggio della burocrazia; al terrorismo mediatico da parte di tutti i grandi mezzi di comunicazione; al tentativo di creare caos nell'economia o paura nella gente (ad esempio facendo mancare il cibo nei negozi o carburante alle pompe di banzina); alle "prove" che collegherebbero i nuovi governanti al terrorismo internazionale; al grande allarme internazionale per il restringersi del diritto d'espressione e per il deteriorarsi dei "diritti umani" in Italia.
Chi crede che in uno scenario del genere il PD starebbe dalla parte di chi difende il processo di cambiamento sociale, e non dalla parte di chi lo attacca, perfino con il ricorso a mezzi illegali ed antidemocratici, o è stupido o è in mala fede. E non si tratta tanto dell'opinione che si può avere del PD e dei suoi quadri dirigenti, quanto della profonda incomprensione di cosa è successo in questi anni in America Latina.
I movimenti popolari del sudamerica che hanno imposto il cambiamento, non hanno mandato all'opposizione solo destre retrive e scopertamente fasciste, ma "socialdemocrazie" rette da dirigenze tecnocratiche e modernizzanti che, oltre a fare la gioia di Mario Vargas Llosa, sono la più riuscita approssimazione al ruolo che il PD cerca di giocare in Italia. O si crede che è un caso se Repubblica, il più forte media a sostegno del PD, dà all'America Latina la copertura che sappiamo? Perfettamente in linea con il taglio coloniale di un giornale di "sinistra" come El Pais?
Gli storici di destra e di sinistra del nostro paese possono dividersi sull'impatto che ebbe il primo centrosinistra all'inizio degli anni sessanta, ma tutti concordano che non ci sarebbe stato alcun centrosinistra senza la luce verde di Washington data da J. F. Kennedy. Incredibilmente, ancora oggi si menziona questa circostanza come argomento a favore dell'apertura mentale di Kennedy e non dell'avvilente subalternità di una nazione che doveva ricevere l'assenso di una potenza straniera anche per la più timida apertura alle riforme.
Cosa induce a credere che le condizioni di "sovranità limitata" dell'Italia siano venute meno, nel frattempo? Si considerino le modalità con cui il governo Prodi ha concesso un'altra base militare agli USA, a Vicenza. Credete davvero che l'inevitabile conflitto che si aprirebbe con Washington, nel caso di una evoluzione politica simile a quella della Bolivia (o del Venezuela, o dell'Ecuador) vedrebbe parti importanti di questa vecchia classe dirigente schierarsi a difesa della sovranità nazionale e della non ingerenza?
Credere questo significa non imparare niente dall'esperienza.
Ad ogni giorno che passa, al mio tiepido orientamento di recarmi alle urne il 13 Aprile e votare per Sinistra Critica attribuisco sempre più il valore di una performance dadaista e sempre meno quello di un atto politico e civile.
La verità è che l'atto del voto, questa volta, francamente mi ripugna. L'atto fisico di uscire di casa per andare a mettere la mia crocetta su un pezzo di carta, mi sembra una colpevole compiacenza verso una frode che chiamano democrazia e che non lo è più. Non c'è buona volontà di questo o quel candidato che riesca a farmi cambiare idea.
Facevo questa riflessione proprio ieri quando, sull'esempio di uno dei pochi intellettuali italiani per cui ho una stima sincera, Gianni Vattimo, mi sono scoperto a concedermi il supremo snobismo di trovare Berlusconi simpatico.
E'stato quando ha detto ai suoi di fare attenzione perché c'era pericolo di brogli "dalla sinistra".
Ora, anche lasciando da parte che Enrico Deaglio ha portato buoni argomenti per credere che i brogli grossi alle ultime elezioni ci sono effettivamente stati, e che li ha fatti proprio Berlusconi, l'idea che il più grosso imbroglione della storia dell'Italia unitaria lanci l'allarme brogli mi dovrebbe indignare.
E invece non mi indigna. Mi fa ridere.
Il fatto è che l'indignazione, in politica, è un giudizio che dovrebbe sempre scaturire da parametri di etica pubblica. E quale sarebbe questa etica pubblica, in Italia?
Forse qualche anno fa si poteva ancora credere che il berlusconismo, nel suo sudiciume, fosse una anomalia della democrazia italiana. Ma oggi? Oggi che dall'altra parte c'è Walter Veltroni? Di fronte a queste prove generali di "larghe intese"?
Non è più logico pensare che il berlusconismo sia ormai solo l'espressione un po' folkloristica di un sistema che attraversa gli schieramenti?
E se è così perché non smettere di indignarsi e cominciare a godersi le doti indubbie di cabarettista di Berlusconi?
In poltrona, e qualcuno pensi al pop corn.
Apro il Sole 24 Ore di oggi e vedo una foto che ritrae Calearo che abbraccia Nerozzi. Dunque sindacato “rosa†e imprenditori possono, anzi devono, andare d’accordo. Una pre-condizione di questo tipo, al governo di un paese fu già messa al tempo del fascismo con la Camera delle Corporazioni. Oggi, senza apparente violenza e particolare lavorìo ideologico, siamo arrivati al punto. Non capisco, a questo punto, perché avessimo tanto in odio il fascismo.
Un sindacato che non serve agli operai non può servire ai padroni. Che questa manovra sia possibile grazie al fatto che sempre meno lavoratori si sindacalizzino ed aumentino, al tempo stesso, i vecchietti che si fanno la tessera per il 730 annuale, pagando il loro bel tributo alla macchina sindacale, è possibile.
Non credo, però, sia una strategia che a lungo termine possa reggere. Qui si naviga a vista. I “timonieri†sindacali sono esperti di mercato e finanza che fanno da sfondo strutturale alla loro presenza, mentre il consenso ottenuto da un’accorta pianificazione di marketing ed immagine, rappresenta le variabili da governare per rimanere sul mercato il più a lungo possibile.
Flessibilità e conoscenza dei cicli economici sono necessari alla “navigazione a vistaâ€; ne sono gli strumenti insostituibili. Anche il Sindacato necessita di una strutturazione al passo coi tempi. L’aziendalizzazione procede anche in quell’ambito. Basterebbe ammetterlo, essere più chiari.
Col giornale aperto, al bar vicino al lavoro, durante una pausa, un conoscente mi fa notare che lui, lavoratore autonomo, dei Sindacati non si fida. Queste “commistioni†lo preoccupano. Ne deduco che le commistioni non facciano ribrezzo solo alla sinistra che, secondo alcuni media, è capace solo a dire di “no†ma anche all’altra parte. Anzi, alle altre parti: sia al centro che a destra.
Ma, allora? Tutte queste dichiarazioni e strette di mano, baci ed abbracci? Beh, necessità tattiche per continuare a governare, a dominare i processi, ad essere classe “dirigenteâ€. Mezzi per ottenere consensi, anche elettorali. In primo luogo di chi fa l’economia italiana: i monopolisti. Assicurazioni, Banche, grande industria, Telecomunicazioni…proprio ieri la TV ha dato la notizia di una possibile alleanza strategica tra banche ed assicurazioni. Un oligopolio (più che un monopolio!) non da poco.
Mentre i lavoratori si dividono o vengono fatti dividere, il grande capitale si unisce, si concentra, individua strumenti e strategie per portare avanti i propri interessi. Anche per nostra “gentile concessioneâ€: i depositi finanziari, i risparmi, o i semplici versamenti dei nostri stipendi nei vari “Istituti di creditoâ€. In barba a tutte le asserite politiche di libertà economica, portate avanti anche dalla “sinistra liberale†[un ossimoro che funziona solo appoggiandosi al suo secondo termine], di richiamo alle necessità della “povera genteâ€â€¦alle politiche per “la famigliaâ€, eccetera.
Confronto questo ameno quadretto con alcuni video visti ieri su Youtube, con protagonisti Turigliatto e i vari esponenti di Sinistra Critica. Certo, sono posizioni coerenti, di un certo impatto. Rimango tuttavia insoddisfatto, perché sono convinto che nemmeno lì ci sia (ancora) un progetto di società diversa da quella attuale. La parola Socialismo non entra più in gioco. Noi, da questo blog, cerchiamo di portarne avanti la possibilità e necessità di esplorazione e azione concreta, avendo come punto di riferimento ciò che accade in America Latina.
Non è un percorso semplice. Esso nasce dalla constatazione che, per cancellare concretamente le storture di questo modello di sviluppo capitalistico col quale stiamo ipotecando il futuro del pianeta, non ci siano semplici riforme, panacee o effimeri modelli di re-distribuzione del reddito. Seppur questi sistemi di re-distribuzione come primo passo siano anch’essi necessari, se non altro per far capire chiaramente ai propri referenti sociali, che cosa significhi “sinistraâ€. Per segnare una reale discontinuità con ciò che abbiamo veduto finora.
Ciò che deve comprendere la sinistra è che non può continuare ad andare avanti (anche se fosse colma di coerenza come “Sinistra Criticaâ€) sostenendo che “si fa il possibile, tenendo conto dei rapporti di forzaâ€. Evidentemente, anche di questi bisogna tener conto ma i principi a cui richiamarsi non possono essere legati a questioni contingenti di questo tipo. Temo che, una volta giunti all’elezione di qualche deputato, la cosa possa arenarsi nell’impossibilità di veder realizzati i propri compiti. E’ così che succede da molto prima della caduta del “Muro†e non è un caso.
Oltre a rappresentare in Parlamento delle posizioni sacrosante, la sinistra, se vuole veramente riprendersi le posizioni perdute, ha bisogno di ritornare a parlare alle persone, a coinvolgerle, a farle partecipare veramente. Deve ritornare nei quartieri, perché la rappresentanza di tipo democratico-borghese è in profonda crisi, è già un boomerang per coloro che in essa confidano. Ad un’azione all’interno dei mezzi di comunicazione di massa, deve unirsi una presenza (anche piccolissima) nei quartieri, nei posti di lavoro, per poter essere parte delle concrete richieste e problematiche dei subalterni. Per non continuare a lasciare uno spazio a chi, invece, non li rappresenta ed agisce solo come forza populista, di divisione tra persone in base al sesso, all’etnia, alla confessione religiosa.
Anche le elezioni che si terranno fra un mese circa, saranno il banco di prova per vedere se si rimarrà schiacciati dalla necessità di vedersi rappresentati nelle “stanze dei bottoni†pur senza avere la possibilità di pigiarli o se si uscirà dall’angolo nel quale, talvolta crogiolandosi nella impossibilità dell’azione, molti si sono posti. Donne, uomini muniti di entusiasmo sono necessari per questo compito.
Anche Marco Rizzo, comunista “esasperatoâ€â€¦, si dichiara preoccupato della mancanza di chiarezza della Sinistra arcobaleno, tanto da renderla troppo vicina ed “alternativa†per somiglianza al PD. Egli sottolinea la necessità del sistema capitalista di “normalizzareâ€, attraverso il "bipolarismo obbligatorio", perché solo in una situazione normalizzata è possibile che esso funzioni al meglio, trasformando così [il commento è mio] i soggetti sociali che fino a ieri erano al limite cittadini, in puri e semplici “clienti consumatoriâ€. L’intervista si può leggere qui ed è ripresa daDazebao.org.