Leggo con simpatia e amarezza la cronaca della manifestazione di massa di ieri sera a Quito contro la Direttiva del
Ritorno con cui la Comunità Europea arriva a prevedere 18 mesi di detenzione amministrativa per gli immigrati
clandestini, oltreché a promuovere la criminalizzazione del fenomeno immigratorio irregolare. In Ecuador la vicenda
è stata attentamente seguita (molto più che in Italia) in virtù del milione e seicentomila eduadoriani emigrati in
Europa, il 60% dei quali non è in regola con i permessi di soggiorno.Simpatia, dico, per la passione civile di un capo di stato verso cui ho un grande rispetto, Rafael Correa, che nel suo discorso dimostra una volta di più come il tema dei diritti umani per gli europei è una merce aperta a qualunque mercanteggiamento, e che il paziente, difficile lavoro di rendere compatibili le leggi ferree dell'economia con il rispetto degli esseri umani trova ormai i suoi laboratori più avanzati fuori dai confini dell'UE.
Amarezza, d'altro canto, per il timore che quello di Rafael Correa, senza sua colpa, sia un atteggiamento da profeta disarmato. Il possente blocco di interessi politico-mediatici che ha preparato il terreno per l'ondata di xenofobia che attraversa l'Europa è troppo forte perché le critiche che provengono dall'America Latina abbiano realmente effetto. Queste verranno ignorate, distorte, manipolate e rispedite al mittente. I paesi latinoamericani, d'altro canto, non hanno ancora la forza economica e diplomatica per poter alterare in maniera significativa il bilancio dei profitti e delle perdite degli euroburocrati.
Per un fattore incoraggiante come la crescente integrazione regionale - che a un livello più avanzato darebbe ben altra forza alle parole di Correa - vi sono altri fattori in controtendenza che spingono, se non al pessimismo, almeno alla prudenza: l'indifferenza delle destre sudamericane al problema della Direttiva del Rirorno, le spinte secessioniste sostenute qui e lì dagli USA, l'agrobusiness che lega le economie di paesi centrali come Argentina e Brasile agli interessi delle multinazionali, la crescita della pressione militare USA, l'inquinamento informativo indotto dal terrorismo mediatico...
Forse noi Europei dovremmo cominciare a renderci conto di quanto sia importante, ai fini di questa stessa partita, e degli sforzi che si compiono in America Latina, che un fronte di contestazione del modello neoliberista si apra a casa nostra, ed innervi il dibattito politico generale. A questo punto ci chiederemmo se le polemiche che hanno fatto seguito alla manifestazione di Piazza Navona sollevino davvero qualche questione essenziale.
Riguardo ai fatti di Napoli, cosa manca perché i nostri media comincino a parlare di pogrom anti-nomadi? I morti e i feriti? Gli incendi già ci sono, se arrivano anche i morti e i feriti si potrà finalmente parlare di pogrom?
Ho poca simpatia per l'UE, ma a questo punto credo che solo un suo intervento potrà invertire la tendenza xenofoba che è stata così irresponsabilmente scatenata. In Austria, con Jorge Heider funzionò, più o meno. Potrebbe funzionare anche con noi, che del resto non siamo più civili degli Austriaci.
Non è necessario che si arrivi alle sanzioni, basterà minacciarle con la necessaria severità . A quel punto Berlusconi, prevedibilmente poco entusiasta di essere a capo di un governo sotto sanzioni per razzismo e xenofobia, potrebbe dare il contrordine alle sue corazzate mediatiche, che smetterebbero di gettare benzina sul fuoco dell'isteria securitaria e xenofoba.
Gli ambienti confindustriali, preoccupati per il "Made in Italy", potrebbero cominciare a temere che il "Bel Paese" finisca per essere percepito all'estero come il "Bel Paese dei Pogrom", ed anche le loro propaggini editoriali deciderebbero di attivarsi in chiave antirazzista.
Altrimenti io non vedo possibilità di reazioni dall'interno, giacché gli anticorpi civili del paese sono stati decimati da tempo.
Naturalmente occorre aver conservato molte illusioni sui principi dell'europeismo per sperare davvero che l'UE si metta contro l'Italia e Berlusconi (in effetti assai popolare nel PPE, checché se ne dica in Italia) solo in nome della dignità umana dei Rom.
Quello che è certo è che questo clima, così come è stato creato ad arte per fini politici, potrebbe essere invertito con un sufficiente investimento di risorse mediatiche. Ma in un paese che è riuscito a trasformare le naturali tensioni dell'immigrazione in paranoia, e questa, a sua volta, in una sorgente di voti, quanto si può sperare in una forte campagna antirazzista?
[...] Era il periodo, difficilissimo per i comunisti, che va dalla firma del patto Ribentropp-Molotov all'aggressione nazista all'URSS. In questo senso è significativo un episodio: saputo che i comunisti negli Stati Uniti avevano iniziato una campagna antinterventista, egli si precipita ad informare un compagno, membro del comitato centrale del PC tedesco, che si dichiara d'accordo con i comunisti americani perchè, a suo parere, "...questa guerra non interessa la classe operaia internazionale"
Dopo le ultime esternazioni del consigliere comunale leghista sulle modalità da usare verso gli immigrati, con tremendi accenni al "sistema delle SS" e le successive scuse televisive dello stesso che, dopo essersi fatto un pò di pubblicità in negativo (ma sempre pubblicità è) ha subito una tirata d'orecchie da quell'establishmente da tugurio che è il suo raggruppamento politico, possiamo fare un bilancio della situazione sul versante razzismo in Italia.